illegale

Io, posso dirlo senza timore di essere smentita, non faccio né ho mai fatto uso di droghe. Con la sola eccezione, e moderata, di alcol e caffè, preferisco stare alla larga da tutte le sostanze stupefacenti, in particolar modo quelle illegali. Non ho quindi mai avuto esperienza diretta di tutti i sotterfugi, le cautele, i passaparola, le piccole astuzie e i rancori associati alla ricerca di spacciatori e sostanze proibite. È un mondo che ho conosciuto poco e molto indirettamente – fino ad ora.

Sono mesi che giro per la valle con un’ingenuità che è diventata circospezione, con un’intenzione sicuramente illegale, chiedendo, promettendo, indagando, entusiasmandomi per un sì e deprimendomi per un no. Sto cercando il latte.

A Udine bevevo solo latte alla spina locale, bollendolo prima. Mi rifiutavo ormai da tempo di comprare il latte solito, quello venduto nelle bottiglie di plastica (o tetrapak con tappo di plastica), per una lunga serie di ottimi motivi:

– la plastica è il male assoluto: una volta prodotta non se ne va mai, non rientra in nessun ciclo, al massimo si può parzialmente riciclare; è un derivato del petrolio, la cui estrazione è devastante; va a inquinare i mari in una maniera così invasiva che potrebbe finire per distruggere la vita sulla terra così come la conosciamo, e per di più rilascia sostanze tossiche che assumiamo anche noi;

– una bottiglia usa e getta in materiale così resistente non ha senso economico né ambientale: meglio riutilizzare le bottiglie di vetro;

– il latte in bottiglia è solitamente prodotto per grandi multinazionali o gruppi del settore alimentare, quelli che dettano i prezzi ai produttori, assumono e licenziano grandi quantità di persone a piacimento (così almeno raccontano i giornali), spendono patrimoni in pubblicità e dominano la distribuzione;

– per questi motivi costa molto, anche se al produttore (umano, non la mucca) va solo una piccola parte;

– il sistema delle quote è da matti, anche se non so se questo c’entra;

– il latte in bottiglia viaggia molto, consumando risorse per i trasporti e la refrigerazione;

– voglio sostenere l’economia locale, ma locale sul serio, senza intermediari;

– le vacche che producono quel latte, perché anche se il supermercato nasconde questi fatti al momento mungere un animale rimane l’unico modo di produrre il latte, sono praticamente sempre tenute in squallidi capannoni, alimentante non con fieno ma con mangimi industriali e insilati (da cui gli occasionali scandali sulle aflatossine), spremute come arance e trattate come macchine.

Quest’ultimo fatto purtroppo era in gran parte vero, che io sappia ovviamente, anche del latte che compravo sfuso in città. Ma in montagna, ho pensato, finalmente tutto questo cambierà: avrò latte genuino di mucche libere e felici, chilometro zero, direttamente dai produttori.

Così ho cominciato a chiedere in paese se qualcuno vendeva latte sfuso, crudo.

No, nessuno.

Alcuni mi dicevano che la vecchia latteria sociale ha chiuso per problemi di gestione; altri che c’era un distributore di latte, una volta, ma nessuno lo usava; i vecchi ricordavano con nostalgia i giorni delle vacche nella stalla con il latte fresco ogni mattina e i paesani emigrati che se lo facevano tenere da parte perché in pianura non era così buono. C’erano un sacco di storie legate a questo no ricorrente, ma la cosa più incredibile è stata vedere che la gente aveva paura.

Non sto scherzando. L’allevamento su piccola scala e familiare è stato in gran parte abbandonato, ma qualcuno che ha vacche o capre c’è ancora, per uso domestico o per conferirlo a latterie più grandi. Solo che la legge non consente di vendere il latte crudo fatti salvi casi speciali con particolari autorizzazioni e controlli. Chi lo fa senza questi permessi rischia grosso.

Non sono, per riprendere l’espressione di un’amica a questo proposito, una di quegli ‘hippie del cazzo’ che pensano che la salmonella non esiste. So che consumare il latte crudo, anche se nella stragrande maggioranza dei casi non fa nulla, può portare a gravi infezioni. Per questo esiste la pastorizzazione. Lo so. Ho sempre messo bene in chiaro, durante le mie ricerche, che lo so.

Ma lo faccio bollire!”, promettevo, supplichevole. Ma molta gente aveva paura lo stesso. Se si fosse sparsa la voce, se io avessi parlato troppo, avrebbero rischiato controlli e multe, o forse anche peggio, boh. Infatti, per tutto l’autunno e l’inverno io ho fatto colazione con il tè. In montagna, dove il latte sa di prato e di animale caldo, dove ogni mese cambia sapore seguendo i fiori, in montagna dove i giovani vanno a lavorare lontano perché qui non c’è niente da fare per loro, dove tutti si lamentano per l’avanzare del bosco contro i pascoli, io non ho trovato di meglio che fare colazione per mesi e mesi con il tè. Io il latte industriale non lo voglio.

Tra l’altro, dopo aver assaggiato il latte di montagna, quello industriale non sa più di niente. E così, nella speranza di bere un latte più naturale e saporito, sono disposta non solo a non piegarmi alla grande distribuzione, ma anche ad accettare che d’inverno ce ne sia di meno, per il periodo di riposo degli animali di cui scommetto che nessuno o quasi di voi sa nulla (è una relativa novità anche per me). Ma ora stanno nascendo già vitelli e capretti, e io aspetto di vedere se la mia ricerca darà qualche frutto.

C’è un grosso problema, e non solo in questo settore, di eccesso di regolamentazione. Le regole nascono con l’intenzione di proteggere i consumatori dalle truffe e dalle cattive pratiche, ma a causa di molti meccanismi inevitabili quali la stupidità umana, il desiderio delle burocrazie e degli apparati di potere di auto-alimentarsi e il peso delle lobby, l’avversione al rischio, la complessità crescente e il progressivo allontanarsi da chi produce e dalla capacità stessa di produrre, con il passare del tempo arriva sempre un punto in cui le regole soffocano la normale attività di produzione e vendita anziché favorirla, e ci si trova davanti al dilemma se evadere regole ingiuste, penalizzando chi comunque le segue e rischiando sanzioni, o rinunciare alle proprie attività sotto il peso schiacciante delle leggi, delle tasse e della burocrazia. Alla fine viene premiato chi ha grossi capitali ed è abile a sfruttare il sistema, chiedendo fondi, ottenendo prestiti, addirittura manipolando i controllori o i media, mentre il piccolo che vorrebbe solo mandare avanti un’attività fa fatica e, se non dispone di capitali iniziali o di un’eredità o è spaventato dalla complessità del sistema burocratico, magari non comincia neppure.

Nel caso specifico, non si tratta propriamente di un complotto. Siamo d’accordo: il latte crudo può far male. Mica solo lui. Anche se bevi l’Idraulico Liquido vai all’ospedale – eppure quello te lo vendono. I negozi sono pieni di sostanze pericolose: basta sapere come usarle. Nessuno pensa di proibire la vendita dell’alcol etilico anche se regolarmente qualche furbo si fa saltare la mano usandolo per accendere il fuoco.

Basterebbe vendere il latte con la chiara raccomandazione di bollirlo prima, oppure tornare alle latterie sociali con dei meccanismi di controllo e pastorizzazione in loco per vendere il latte prodotto localmente a chi lo desidera. Magari qualcosa di simile è rimasto, da qualche parte, ma non nella valle dove sono io, di questo sono sicura. Un’altra idea sarebbe, coinvolgendo anche i commercianti locali, organizzare un sistema di vuoto a rendere per cui il latte della valle viene pastorizzato e imbottigliato, poi venduto o consegnato porta a porta in bottiglie di vetro dietro cauzione, e queste vengono poi rilavate e riutilizzate. Se si fa con la birra si può fare anche con il latte. Tra l’altro sarebbe un’ottima opportunità per l’economia locale (e gli allevatori potrebbero ottenere un prezzo più alto per il loro prodotto). Non so se c’è ancora, ma l’orto felice di Udine faceva proprio questo, con delle belle bottiglie di vetro con delle scritte blu, per del latte biologico austriaco. Il problema era che veniva da lontano e costava molto. Farlo qui sicuramente costerebbe molto meno.

Concludo con un appello.

Ai politici regionali, invece di parlare a vanvera di rilancio della montagna e di decine di milioni che bisognerebbe spendere in non si capisce cosa, giusto per dare l’impressione di fare qualcosa, chiedo di porsi il problema di quali regole nazionali o europee soffocano la naturale aspirazione degli esseri umani a produrre il cibo che mangiano. Così come ci sono deroghe per le produzioni di uova su piccola scala e per il formaggio di malga, si dovrebbero trovare soluzioni sensate per produrre e vendere il cibo in montagna senza dover impazzire per i controlli o la burocrazia né avvelenare la gente.

Agli amministratori locali, invece di chiedere la benzina agevolata e gli sconti sul gas (sul gas!! in mezzo ai boschi!!), o di aprire cave che distruggono milioni di anni di geologia per una manciata di posti di lavoro temporanei, e invece di cercare di acaparrare fondi europei (che io ABOLIREI) per progetti su cui poi la gente brontola e basta, chiedo di porsi il problema di perché nei loro paesi è diventato normale emigrare per guadagnare i soldi per comprare un latte che è emigrato anche lui.

E alla gente, invece di lamentarsi in continuazione, chiedo di porsi il problema di sostenere l’economia locale comprandone i prodotti. Attualmente esistono i circuiti paralleli del commercio consentito iper-industrializzato e dell’autoproduzione casereccia al di fuori di tutto, con molto poco nel mezzo, ma anche questo non è bene: l’autoproduzione domestica con eventuale vendita clandestina, e non sto parlando solo di questa vallata, è una soluzione limitante: bisognerebbe trovare altre formule. Quando vengono provate hanno scarso successo: il lunedì mattina a Tolmezzo, oltre al grande mercato generale, c’è anche quello più piccolo dei contadini, con roba buona, locale a buon prezzo, e non ci va tanta gente. Allora poi non lamentatevi se la montagna è ‘in declino’.

La vita in montagna è paradossale sotto molti aspetti, piena di incoerenze, e questa storia del latte è una di esse, una storia di soprusi spacciati per progresso, di pigrizie e di rinunce. Spesso sento dire, in questa valle quasi senza immigrati, che gli stranieri rubano il lavoro. Ma a me sembra che non siano gli stranieri che rubano il lavoro, o per lo meno non nel senso che i montanari intendono.

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4 risposte a “illegale

  1. Gesù Cristo, mi ha fatto venire una nostalgia leggerti…soprattutto la parte sulla montagna e sul latte d’alpeggio, ho ricordi distanti una vita, di quando i miei non erano ancora così urbanizzati e non avevano problemi a dare al loro bimbo di sei anni il latte crudo bollito.

    Credo che mi piacerebbe conoscerti Gaia, per stringerti la mano e offrirti un caffè/the/latte/sostanza di assunzione preferita 😛 perché (probabilmente l’ho già detto ma non fa nulla) tu parli bene, ragazza, e hai delle idee giuste.

  2. Sul latte mi diceva la stessa cosa qualche giorno fa Bepo Rugo dello spaccio di Enemonzo: per vendere quello crudo bisognerebbe avere una mandria “controllata” ed è un casino. Girovagando per il suo spaccio uno si rende conto come la montagna produca ancora molti alimenti di qualità al di là dei classici formaggi, magari in quantità modeste (molti prodotti che trovi dal Bepo in città non credo ci siano, probabilmente bastano gli acquirenti locali ad esaurirle…), ma che certamente potrebbero essere ben gradite ad una clientela più vasta. Gaia, che si dice nella tua vallata della crisi della CoopCa? Io conosco poco la situazione, ma sembra il tristissimo epilogo di una buona idea….
    Come forse sono state
    poco lungimiranti le scelte del passato, quando si pagava per l’abbattimento del bestiame in montagna e si incentivavano invece le fabbriche e altre iniziative simili. Ma, bisogna dare atto, erano anche tempi in cui la gente desiderava togliersi la “puzza di vacca” di dosso…

  3. Cal Mood: grazie. Accetto l’offerta di caffè o altra bevanda 🙂 Dipende però da dove ti trovi, ultimamente mi sposto poco.
    Mauro: la montagna produce poco, ma è tutto buonissimo. Qui non ho visto grossi impieghi di pesticidi, erbicidi, o fertilizzanti chimici di sintesi. Il formaggio più semplice è straordinario, i fagioli sono saporiti, le patate buone, il miele anche, ci sono uova, maiali di cortile… C’è selvaggina, erbe spontanee, funghi, che però andrebbero presi con molta moderazione e con un sistema di permessi per evitare un prelievo eccessivo. Per non parlare delle mele: lasciata a piedi dalla SAF ho dovuto pedalare da Tolmezzo, senza acqua né cibo, e ho chiesto a un uomo se potevo raccogliere qualche mela da un albero lungo la strada. La prima che ho mangiato, piccola, rossa, aspra e dolce al tempo stesso, e in un momento in cui avevo fame e sete, era di una bontà quasi commovente. Per tutto il viaggio di ritorno il torsolo rosicchiato e ossidato ha rimbalzato nel cestino della mia bici nella prospettiva di una semina che non è avvenuta (la hippie pigra in me ha un po’ di problemi ad abbracciare il concetto di innesto).
    Tornando al cibo della montagna, in genere le quantità sono quelle che sono, infatti io penso che sarebbe meglio che prima le persone si abituassero a cercare di consumare locale più possibile, e poi se c’è un di più si può condividere con la pianura in cambio dei molti alimenti che qua non ci sono, a cominciare del tanto amato vino. Ci sarebbero anche un sacco di colture e prodotti che si potrebbero introdurre o recuperare: cereali adatti al freddo come la segale, castagne e nocciole, mele e sidro, e altri ancora…
    Riguardo alla CoopCa, non ho seguito molto. Mi è parso di capire che siano stati fatti degli investimenti azzardati, come il magazzino di Amaro, forse sovradimensionati. Altro non so dirti. Mi sembra che tante cooperative lo siano di nome ma non di fatto, ma anche che chi ‘investe’ i suoi soldi credendo che siano al sicuro debba ricordarsi che ogni investimento è un rischio, e che comunque va vigilato da vicino.

  4. Segnalo l’iniziativa di Genuino Clandestino.

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