porte chiuse

Io non vorrei essere monotematica su questo blog (galline e immigrazione). Più passa il tempo, però, più mi rendo conto che quella migratoria è la grande emergenza del nostro tempo, legata a tutti gli altri temi che mi stanno a cuore: ambiente (aumento dell’impatto umano in un continente già sovrappopolato), diseguaglianze (aumento della competizione da parte di una forza lavoro a bassissimo costo), femminismo (molestie sessuali, anche di massa), e anche diversità culturale locale, la quale, nonostante la retorica, viene travolta e non aumentata dalla potenza di questi rimescolamenti globali. Continua a leggere

il quadro

Nel 2011 partecipai con un banchetto di Radio Onde Furlane a una manifestazione a Blessano che si chiamava FAFieste ed era organizzata dai Fantats Furlans. C’erano un sacco di cose: concerti, Felici ma furlans (avrete capito, ci piace la parola furlan), chioschi e banchetti, una conferenza sulla rivolta popolare del 1511… c’era anche una piccola esibizione nella palestra di cui non ricordo quasi nulla se non delle tende rosse, un parquet e un quadro (e solo del quadro sono sicura). Quella fu l’unica volta in cui lo vidi, per cui può essere che la memoria mi inganni, però io mi ricordo che raffigurava due scene campagnole (c’era un aratro, una strada, un campanile), una sopra l’altra. Mi ricordo, questo con certezza, di aver pensato che sarebbe stato la copertina perfetta per una raccolta di poesie che stavo scrivendo. Ora quella raccolta è finita, salvo ultime revisioni, e vorrei pubblicarla. Solo che non riesco a trovare il quadro. Ho chiesto a un mio amico che c’era, persino alla pro loco di Blessano, ma nessuno mi ha potuto aiutare. Voi direte: perché non ti sei subito segnata il nome dell’autore? Infatti: sono scema. Come penso facciano molti “scrittori”, giro sempre con penne, quaderni, foglietti, agende, pieni in gran parte di strade abbandonate, ma contenenti anche informazioni utili. Consiglio anche agli altri di farlo: non so voi, ma io tendo a sopravvalutare la mia memoria. Solo che quella volta non so perché non ho preso nota. Non posso nemmeno essere sicura che il quadro mi piacerebbe come allora, né di ricordarmelo giusto, e quindi ho pensato di lasciar perdere, ma io ormai mi sono intestardita e non voglio pubblicare le poesie con un’altra copertina.Per quanto possano sembrare amatoriali, le mie copertine nascono sempre da un’idea precisa e non sono facilmente sostituibili. Quelle poesie si abbinano a quel quadro, punto. Ora chiedo a voi, per non lasciare nessuna strada intentata, riponendo le mie speranze negli imprevedibili legami reciproci di cui è intessuto tutto il Friuli, se per caso potete aiutarmi a rintracciare questo quadro.

nuove regole per il blog

Un detto che mi piace molto è “chi si fa pecora il lupo se lo mangia”. Il farsi pecora in questo caso specifico da parte mia è stato permettere a tutti di commentare il blog senza filtrare prima i commenti: mi sono fidata, e poi questo è un blog talmente piccolo e nascosto che non mi sembrava di subire alcuni tipo di intrusione indesiderata. Infatti per un bel po’ è andata bene e ho ricevuto molti commenti eccellenti che contribuivano di molto alla discussione. Poi, un bel giorno, ho deciso di attaccare la vacca sacra Blablacar (chi l’avrebbe mai detto…), e ho iniziato a ricevere insulti gratuiti e a rispondere cinquecento volte alle stesse osservazioni, tra l’altro a gente che poi non si prendeva nemmeno la briga di leggere quello che rispondevo (o, se lo faceva, di lasciarne traccia). Mi sono accorta che forse c’era un problema. Mi è poi capitato di vedere delle discussioni degenerare in attacchi personali tra i commentatori: è come osservare i propri ospiti litigare (o maltrattare altri ospiti): non è piacevole e ci si sente responsabili. Continua a leggere

A chi ha apprezzato gli ultimi post (o altri) ricordo che è possibile fare donazioni a questo blog, con le semplici modalità descritte qui. Mi servono per continuare a scrivere, e leggere, che è il prerequisito per scrivere. Qualsiasi somma, anche minuscola, è ben accetta. Grazie.

cibo per tutti

Immagino che abbiate sentito dire anche voi che nel mondo c’è cibo a sufficienza per tutti, ma che, siccome viene sprecato o certe persone ne mangiano troppo, altre persone soffrono la fame. Di solito, questo genere di affermazione viene fatto da chi sostiene che non dovremmo preoccuparci della sovrappopolazione, perché da mangiare ce n’è e l’unico problema è la distribuzione. Lo dice anche il papa!

Come spesso accade, dimostrare la falsità o l’erroneità di un’affermazione molto semplice e intuitivamente sensata è così laborioso che molte persone non avranno mai l’opportunità di farlo con gli interlocutori giusti. Nessuno ha voglia di sentirsi un pippone infarcito di “fammi finire!” che gli smonta la sua banalità (rassicurante) in così tanto tempo che alla fine non si ricorda più niente. Continua a leggere

Contro l’unità d’Italia

Come forse avrete già capito, mi sto iniziando a riconoscere nell’anarchia quale visione del mondo più vicina alla mia esperienza, alla mia indole e ai miei ideali. Non è necessario, per me, identificarmi completamente: riconosco dei meriti a tutte le idee, persino alle peggiori. Non sono convinta che l’anarchia sia completamente praticabile, né che sia un sistema coerente ed unitario, come è naturale per tutti i grandi gruppi di suggerimenti su come sarebbe meglio che le persone vivessero. Inoltre, tra le persone che ho incontrato, paradossalmente gli anarchici sono quelli con cui ho fatto più fatica a identificarmi: mi sembrano solitamente più intolleranti e omogenei di quanto dovrebbero data la loro ideologia (e anche più intolleranti e omogenei di quasi tutti gli altri). Ma divago. Volevo solo introdurre un libro molto breve che ho letto di recente, di Pierre-Joseph Proudhon. In questo testo lui si schiera nettamente contro l’unità d’Italia negli anni in cui questa unità si stava facendo, cioè nel 1862, un anno dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Continua a leggere

il dovere di resistere

Comincio subito dicendo che lo so che sto parlando di cose di cui non ho esperienza diretta, e che quindi non posso garantire che io stessa farei quello che sto chiedendo ad altri di fare. Inoltre, spero di non trovarvi mai nella situazione di cui parlo – se è per quello, vorrei che nessun altro ci si trovasse. So bene anche che la realtà è molto più complicata degli ideali e che nessun ideale vale sempre e in tutte le situazioni prese una per una.

Detto tutto questo, un’idea si sta rafforzando in me così tanto che sento il dovere di esprimerla.

Questa idea, in parole semplici, è che qualunque popolo attaccato debba difendersi, e non scappare, e che abbia il diritto di chiedere aiuto assieme al dovere di interrogarsi su cosa la sua fuga può fare ad altri popoli. Penso anche che, se un popolo è dilaniato da conflitti interni, chi non vuole subire le conseguenze di questi conflitti dovrebbe chiedersi se ha, direttamente o indirettamente, contribuito al loro scatenarsi, e se può fare qualcosa per mitigarli o porvi fine.

In altre parole, io non credo nel diritto d’asilo, soprattutto quando è applicato alle masse e non ai singoli. Se in alcuni casi speciali l’asilo può aiutare non solo la persona che lo chiede, ma anche la causa per la quale rischia la vita, applicato alle masse si riduce solo a un’autorizzazione a invadere il proprio territorio. Inoltre, quando sono le burocrazie ad essere chiamate ad applicare un principio semplice a una realtà complessa, come succede in tutti gli stati moderni, si verifica l’inevitabile conseguenza di ogni burocratizzazione: il giusto diventa indistinguibile dallo sbagliato, e i più furbi si aprono la strada a suon di cavilli e abusi. Questo è esattamente quello che sta succedendo: a causa dell’applicazione di un principio semplice e rigido a una realtà complessa e mutevole, ci stiamo riempiendo di persone mantenute a oltranza anche quando non lo meriterebbero, e di potenziali aggressori nascosti tra gli aggrediti.

Io credo invece nel diritto e nel dovere dell’autodifesa. Questo non solo per un principio astratto, ma perché constato che una parte molto consistente delle catastrofi che ricorrono nella storia dell’umanità sono state dovute proprio alla fuga in massa di popolazioni che soffrivano, e che hanno scelto di imporsi su altre popolazioni anziché difendersi. Questo non è l’unico elemento, ovviamente, ma dietro a quasi ogni invasione c’è sempre una guerra, una persecuzione, un esaurimento di risorse, un problema di sovrappopolazione – uno cioè dei motivi che ci vengono oggi presentati come sufficienti per accettare di riempire l’Europa di un numero potenzialmente illimitato di bisognosi. Più e più volte, incontrando delle difficoltà spesso generate da loro stessi, i popoli scappano, e scappando portano con sé i problemi da cui credevano di fuggire. La retorica della “fuga da guerre e persecuzioni” vale tanto per l’elemento popolare del tanto vituperato colonialismo europeo quanto per l’attuale ondata migratoria accolta da profusioni di buoni sentimenti. È lo stesso meccanismo in diverse circostanze: non sto bene dove sono, vengo da te e tu mi devi dare quello che mi serve per vivere. Se lo fai bene, se non lo fai ti attacco in nome del mio Dio (cioè di me stesso). L’intera storia dei movimenti umani è caratterizzata da fughe: tra i tanti fattori scatenanti, si trova sempre quello del popolo che scappa da qualcosa di oggettivamente drammatico e nel farlo ricrea un conflitto altrove. Solitamente, se la gente sta bene dove sta, si muove poco. Il non star bene in alcuni casi è dovuto all’avidità, e in tanti altri al bisogno. E così i barbari che saccheggiavano l’Impero Romano, i coloni europei che massacravano gli indigeni, gli ebrei che hanno creato lo stato di Israele e i profughi palestinesi e iracheni che hanno contribuito alla destabilizzazione dei paesi arabi vicini… tutti scappavano da quello da cui scappano i profughi odierni: o guerre, o fame, o persecuzioni, o tutte queste cose.

Due obiezioni vengono mosse a questo punto: che le migrazioni di massa ci sono sempre state, e che hanno contribuito alla ricchezza e alla varietà dell’Europa odierna (e dell’America, eccetera). Il fatto però che qualcosa ci sia sempre stato non significa che non bisognerebbe lottare per eliminarlo, o ridurlo: ci sono sempre stati anche la schiavitù, lo stupro, la tortura e lo sfruttamento minorile, se è per quello. Dovremmo lasciarli esistere? Inoltre, le migrazioni di massa del passato avvenivano in un mondo meno popolato da un punto di vista umano. Le primissime della nostra storia avevano l’effetto di sterminare principalmente gli animali e alterare gli ecosistemi (se vi interessa, ci sono studi sull’estinzione della megafauna, ad esempio nelle Americhe e in Oceania, come conseguenza delle migrazioni umane). In seguito, provocavano conflitti tra gruppi umani. In un mondo con oltre sette miliardi di noi, dove dovremmo tutti ridurre le nostre popolazioni, spostarle non fa che creare ulteriori problemi potenzialmente ancora più catastrofici di quelli passati (e cui sappiate che preferirei sbagliarmi che avere ragione e vedere la mia terra dilaniata).

Riguardo agli effetti positivi a posteriori delle migrazioni di massa, rispondo che ogni grande fenomeno tende a portare sia conseguenze negative che positive. Alle volte sono più le une, alle volte le altre, e in generale si tratta spesso di punti di vista. Quello che io chiedo è di guardare gli avvenimenti dal punto di vista di chi li ha subiti, non di noi oggi: la bellezza delle piramidi non giustifica la schiavitù. Allo stesso modo, l’affascinante sovrapposizione di influenze culturali in Italia non significa che le ripetute invasioni, con annessi assedi, saccheggi, battaglie, repressioni, non siano state traumatiche per chi le ha vissute. L’europeizzazione del continente americano ha creato innumerevoli combinazioni culturali della cui ricchezza ha beneficiato il mondo intero, ma questo non annulla e nemmeno giustifica lo sterminio dei popoli che abitavano il continente e la negazione della possibilità future che le loro culture e società contenevano. Le società si evolvono e si diversificano naturalmente, imitando le influenze esterne anche senza subirne la violenza, oppure diversificandosi in creativi isolamenti: non c’è bisogno di massacrare intere popolazioni per avere novità.

Io oggi osservo che le migrazioni di massa che interessano tutto il mondo, e in particolare l’Europa, il continente in cui vivo, e che più si trova esposto dal punto di vista della varietà se non della quantità di flussi, stanno creando sempre più problemi ai paesi riceventi. Il nostro continente è sovrappopolato; dovrebbe ridurre la sua popolazione, e invece la aumenta. L’ingresso in tempi brevissimi di così tante persone con culture diverse, nonostante tutte le prediche di una parte della società all’altra, sta provocando conflitti, rancori, tensioni, e sta spaccando le società riceventi, senza offrire d’altra parte, e questa è però un’opinione personale, altrettanti vantaggi. Certo, è affascinante incontrare persone che portano storie da altri angoli del mondo, conoscere altri punti di vista è utile e, se si stesse verificando su scala più ridotta, l’immigrazione sarebbe probabilmente un fenomeno molto più positivo; così com’è adesso, è insostenibile dal punto di vista ambientale, economico, istituzionale, sociale e persino umano. La gente non ce la fa più. Gli autoctoni, che si sentono invasi, soffrono, subiscono o attaccano; gli alloctoni, o i figli di immigrati, spesso soffrono, subiscono o attaccano – il rancore, la crisi di identità, la percezione del rifiuto altrui sta portando molti di essi a colpire l’Europa in quanto tale e a peggiorare la situazione. Permettetemi anche di aprire una parentesi sulla tanto decantata integrazione. Che cos’è l’integrazione? Di fatto, è la pretesa che milioni di persone adulte abbandonino la gran parte di quello che dà loro un’identità – leggi, usi e costumi, lingua principale di comunicazione, aspettative – per assumerne un’altra. Questo è irrealistico e, in una certa misura, violento. Naturalmente, gli individui si sono sempre inseriti in gruppi diversi dal proprio di origine, e così facendo ne hanno adottato gli usi e costumi, e questo ha portato sia conflitti che arricchimento Ma non si può pretendere che quella che è una scelta individuale, assistita da numeri molto maggiori di persone che si prendono cura del forestiero personalmente, diventi praticabile quando le proporzioni cambiano, i numeri salgono, i tempi si accorciano, e la distanza tra culture è così grande. Come si può pensare che milioni e milioni di arabi, o afghani, o africani, tutti assieme, rapidamente e avendo la forza dei numeri rinuncino alla propria identità e ne assumano un’altra? E siamo sicuri di avere il diritto di pretendere che lo facciano? Inevitabilmente, la loro identità condizionerà anche quella degli altri: cambieranno i comportamenti demografici, le religioni, i costumi, ci saranno deroghe alle leggi… e tutto questo può anche andare bene, da tanti punti di vista oppure con il senno di poi: qualcuno fra duemila anni guarderà all’Europa di oggi come noi guardiamo l’Europa pre-cristiana, cioè come qualcosa destinato a finire. Non illudiamoci, però, che pronunciando la parola magica “integrazione” si neutralizzi l’impatto di un afflusso immane, e che le persone smettano di essere quello che sono state fino al giorno prima.

Ma tutto questo potrebbe anche passare in secondo piano se esistesse un dovere superiore di accogliere chi è in difficoltà. Per come presentano la questione molte persone, in buona o cattiva fede, è così: siccome non possiamo rifiutare un aiuto, dobbiamo risolvere i problemi che derivano da esso, senza metterlo in discussione.

Nessun paese da solo, però, può farsi carico di tutti i mali del mondo, nemmeno quando contribuisce a causarli. Neanche un intero continente. Tra guerre, persecuzioni, mancanza di prospettive economiche e fame, ci sono miliardi di persone in difficoltà. Se venissero tutti in Europa, crollerebbe anche l’Europa. L’unica cosa che possono pretendere da noi è che smettiamo di contribuire ai loro problemi: ma il primo sforzo in questo senso deve venire da loro. Ed è qui che arrivo al punto principale.

Chi subisce un’ingiustizia ha, nella mia visione del mondo, tutto il diritto di difendersi. Non il diritto di chiedere parte dei profitti di quella ingiustizia, non il diritto di andare da qualcun altro a pretendere la salvezza. Quando l’ingiustizia subita è collettiva, il diritto diventa collettivo ma diventa anche un dovere. Chi scappa senza affrontare la fonte della propria sofferenza sta lasciando la sua gente in balìa di chi la tormenta.

Chi stiamo aiutando, noi europei, quando aiutiamo i profughi? Chi abbadona il suo popolo. Stiamo aiutando chi o ha avuto un ruolo nello scatenarsi di un conflitto e ora lascia che gli altri ne paghino le conseguenze, oppure pensa solo alla sua pelle a discapito di tutto il resto. Questo è ancora più grave vedendo che molti dei richiedenti asilo sono uomini giovani e in perfetta salute: ne consegue che o si stanno approfittando del sistema e non scappano da nessuna guerra, oppure stanno lasciando in questa guerra le parti più deboli delle loro società.

Lo so, è facile per me parlare. Nessuno mi vuole uccidere, nessuno mi tortura. Non ho figli da proteggere, eccetera. Però io so che nella storia umana c’è sempre stato anche chi ha resistito – anzi, che prima del colonialismo, della globalizzazione, e di quella rete criminale planetaria che porta fin qui i cosiddetti disperati, lasciandone morire una buona parte per strada, non era per niente scontato che davanti a una minaccia si mollasse tutto per rifugiarsi dall’altra parte del mondo. A tutto questo inneggiare, soprattutto a sinistra, all’accoglienza, io rispondo: ma vi risulta che i partigiani, davanti ai nazisti, siano scappati in massa in Pakistan? No: hanno cercato le armi, si sono organizzati, e hanno contribuito alla liberazione.

C’è chi mi dice che, se il problema è la guerra, farne altra non può risolvere la situazione. Io invece credo che esista un tipo di guerra giusta, che è l’autodifesa, l’unica guerra giusta. Rinunciare all’autodifesa davanti a un attacco non significa essere pacifisti, ma spianare la strada ai prepotenti. Per quello che ne so, è così che si sono formati i grandi imperi, da quello mongolo a quello coloniale: ci si arrende davanti a un nemico spesso inizialmente inferiore, e così lo si rende forte.

Ma non è necessario combattere, se non si vuole combattere. Si possono curare i feriti, soccorrere gli assediati, informare il mondo, cercare aiuto, mediare una pace… il problema è che, in moltissimi di questi casi, si incontrerà la morte. Lo so. Ripeto: non posso giurare che non sarei presa anch’io dalla tentazione di scappare. Posso solo giurare che lo considero sbagliato. Quando penso ai combattenti curdi, ai medici in Siria, alle coraggiose donne afghane, provo rabbia a vedere quanta gente li abbandona. Preferirei che i miei soldi fossero spesi per portare cibo alle città assediate, per agire sulle cause dei conflitti, per osservare dove finiscono le armi che produciamo, piuttosto che per mantenere persone che si autoassolvono da ogni responsabilità. E lo dico sapendo che ci sono cose così tremende che forse anch’io vorrei scappare. Lo dico anche per farmi forza, per impegnarmi in un futuro possibile a degli atti di coraggio dei quali si scopre di essere capaci o incapaci solo quando è l’ora di compierli.

Ho perso amici e litigato con persone care per queste mie posizioni, ma più passa il tempo, più aumenta la tensione in Europa, più peggiorano le cose anziché migliorare, più mi convinco di aver ragione. E ora vi dirò che non sono solo io, con la mia razionalità inflessibile, la mia severità, a pensarla così. Scomoderò due uomini il cui solo nome è simbolo di pace.

Intervenendo sulla questione degli ebrei perseguitati, nel 1938, Gandhi disse che, pur provando nei loro confronti solidarietà e amicizia, si sbagliavano a pretendere la Palestina, la quale apparteneva agli arabi così come l’Inghilterra agli inglesi o la Francia ai francesi. Gandhi pensava che gli ebrei nati in Germania dovessero rivendicare la Germania come loro terra. Dovevano rifiutarsi di essere espulsi o di essere perseguitati; dovevano resistere ai nazisti. Ovviamente Gandhi aveva in mente una resistenza non-violenta. Io sono dell’idea che non fosse possibile una resistenza non violenta contro i nazisti – penso, però, che c’era bisogno dell’aiuto di tutti i popoli coinvolti per fermarli. Io ora vi chiedo, e nessuno ha la risposta, ma vale la pena pensarci: cosa sarebbe successo se, anziché concentrare le loro energie sulla creazione di Israele, anziché emigrare, gli ebrei d’Europa avessero deciso soltanto di resistere ai nazisti, di opporsi alla propria persecuzione? Ci sarebbe stato un Olocausto? Ci sarebbe stata l’infinita persecuzione dei palestinesi, l’infinita insicurezza di Israele?

È la prospettiva di un altrove che impedisce all’uomo di chiedere giustizia nel qui ed ora. Accogliendo i migranti in massa, noi stiamo disincentivando la resistenza. Stiamo offrendo una scappatoia, scoraggiando una riflessione. Stiamo premiando i disertori, stiamo boicottando gli eroi di ogni popolo.

E il perseguitato può poi diventare il più feroce dei persecutori. Lasciando l’Europa, gli ebrei di Israele hanno portato un po’ di Hitler con sé. Ora così tanti di loro odiano i palestinesi, li vogliono annientare – e a chi obietta ricordano, come un ricatto eterno, la Shoah. Fuggire dalla guerra non significa lasciarla alle spalle. Non sto proponendo di trattare chi scappa dalla guerra come un appestato. Ma la realtà è che i conflitti seguono le persone: basta guardare all’Europa di oggi, agli attentati quotidiani, per vederlo. Al tempo stesso, i conflitti finiscono, e una libertà guadagnata rafforza un popolo più di una libertà ereditata, o, peggio ancora, rubata ad altri. Certo: noi siamo in parte responsabili dei conflitti in Medio Oriente. Ma a cosa può servire colpirci qui? Che si difendano da noi, che mandino ambasciatori a spiegare ai nostri popoli i danni che stiamo facendo. Io sono la prima a protestare contro le guerre mosse altrove, a non voler sfruttare le ricchezze degli altri paesi, a ridurre la mia impronta per non calpestare gli altri. Ma questa è tutta un’altra cosa rispetto a una richiesta di asilo.

L’altro uomo di pace che vorrei scomodare è niente meno che il Dalai Lama. Sapete cos’ha detto il Dalai Lama ai tedeschi? Che in Europa ci sono troppi profughi e sta diventando difficile gestirli; che la Germania dev’essere la Germania, non può diventare un paese arabo. L’ospitalità ai profughi dev’essere temporanea, perché poi loro devono tornare e ricostruire il loro paese. Lo dice il Dalai Lama, che non solo è un uomo di pace ma anche un profugo, un profugo che spera di tornare, e che utilizza il suo status di profugo per parlare del proprio popolo e delle sue sofferenze, non per rifarsi una vita e lasciarsi alle spalle il passato. Il diritto d’asilo ha senso per pochi ambasciatori di un popolo oppresso, i quali possano usare la relativa sicurezza in cui si trovano per risolvere i suoi problemi, non per sfuggirvi. Non solo: credo che il Dalai Lama parli così perché sa che la demografia è un’arma dell’invasione, e l’ha vista usare dai cinesi han in Tibet.

Io mi guardo intorno, in questi giorni, e vedo moltissimi richiedenti asilo, quasi esclusivamente provenienti dall’Afghanistan e dal Pakistan. Seguo anche le notizie, e vedo che quello che avevo previsto sta succedendo, cioè che tra i richiedenti asilo ci sono anche individui con intenzioni aggressive (forse venuti apposta?), e che le tensioni interne alla nostra società stanno aumentando, con attacchi da parte di europei contro stranieri o tra europei favorevoli all’immigrazione e altri contrari. Intanto, lentamente, sono sempre più le persone le cui terre stanno finendo sott’acqua. Per quanto mi riguarda, questi sono gli unici per cui la ricorrente espressione “costretti a fuggire” vale. Con tutta la buona volontà, non possiamo proprio vivere sott’acqua. Bisognerà farsi carico di loro, e sono molti. Tutti gli altri, però, devono fare la loro parte e prendersi le proprie responsabilità. I conflitti non nascono dal nulla: sono i prodotti dei comportamenti e delle scelte delle persone. E per scelte non intendo solo “convincere qualcuno ad ammazzare il vicino”, ma anche fare troppi figli, distruggere l’ambiente, disinteressarsi delle prime avvisaglie. La corresponsabilità altrui non è una scusa.

Mi si può dire, certo, che non esiste nessuna lealtà dovuta al proprio popolo, e che ognuno deve pensare per sè. Se questo è vero, allora non dovrebbe esistere neanche nessun dovere nei confronti dell’umanità intera e quindi dei profughi. Non dobbiamo niente a nessuno. La mia etica però non è questa: siamo tutti collegati, siamo tutti esseri umani e viventi, ma non possiamo far finta che il mondo sia un marasma indifferenziato in cui l’individuo, e solo esso, ha il diritto di scorrazzare a piacimento. Siamo divisi in famiglie, comunità, società, e chi abbandona le proprie nel momento più difficile non è l’uomo più meritevole di aiuto, ma il meno.