Articolo su La Stampa

Segnalo un articolo uscito sul sito della Stampa, riguardante il progetto della centralina sul rio Pecol Lungo contro cui protesto da quando l’ho scoperto. L’articolo è scritto da Aran Cosentino, un ragazzo molto giovane che è riuscito a vincere la sua battaglia contro un progetto di centralina sul torrente Alberone (nelle valli del Natisone), e ha continuato a partecipare a molte mobilitazioni sui temi ambientali, da quelle a tutela dei fiumi ai Fridays for Future. È uno di quei giovani che fanno ben sperare per il futuro, perché è determinato, pieno di risorse, e non si arrende. Vedo che le nuove battaglie dei giovani non sono in difesa di interessi personali od economici, e nemmeno strettamente umani ed economici, ma per l’ambiente e i beni comuni, e questa è una delle poche cose che mi dà speranza.

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Foto e video

Chiedo scusa se attiro l’attenzione di tutti per una cosa che interessa solo a qualcuno, ma alla presentazione venerdì scorso è successo che ho scoperto di non avere con me le foto e i video che avevo promesso; speravo che fosse solo una questione di “i file caricati con Linux si rifiutano di aprirsi con Windows”, invece no, avevo proprio sbagliato io. Per rimediare ho promesso di mandare le foto a Claudia per la pagina Facebook del GAS, poi mi sono ricordata che io sono anche contro Facebook, per cui le metto qui. Se qualcuno volesse aiutare il GAS ad attrezzarsi con Linux, me lo faccia sapere. E se qualcuno è interessato a presentazioni simili anche in posti che non siano Udine, mi faccia sapere anche quello. Spero che le seguenti foto vi trasmettano un po’ dei momenti idilliaci di questa vita, e non tanto di quelli in cui vorrei tanto commettere un ovicidio.

 

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San Domenico

Venerdì prossimo presenterò la mia attività e la mia lana a Udine, nella Sala parrocchiale del quartiere di San Domenico (che tra l’altro ha una storia piuttosto interessante). L’evento è organizzato da Claudia Tessaro del GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) Furlan.

Mi scuso se siete stufi di post sul lana e pecore (e romanzi), ma io sono convinta che ogni piccola cosa, se analizzata profondamente, può rivelare il mondo, e questo vale anche per la lana. Spero di riuscire ad allargare il discorso e spero che partecipino persone interessate. Ho un sacco di cose da dire… e ci sarà lana se qualcuno la vuole comprare.

Volantino Gaia Lana 7_6_2019_page-0001

 

La questione demografica

Io non volevo tornare di nuovo sull’argomento, che già viene trattato molto su questo blog, e che deraglia ogni discussione tra i lettori nello spazio di pochi commenti. C’è una certa urgenza, però, perché con le imminenti elezioni europee a me piacerebbe trovare un partito da votare e condividere con voi la mia scelta. Siccome i media, come al solito, fanno finta che i candidati siano solo i soliti tre o quattro, io ho fatto quello che faccio di solito: vado a vedere la lista completa dei partiti che si presentano e li prendo in considerazione uno ad uno, leggendo i programmi e cercando di informarmi sui candidati più di spicco. “No, questo no, questo mai, questo no…” Arrivata in fondo, provo a ricominciare da capo. Niente. Non ne ho trovato neanche uno.

Cerco qualcosa che sembra non esistere: un partito autenticamente ambientalista. Non animalista: ambientalista. Ma come, direte voi: ci sono pur i Verdi! I Verdi esistono come forza politica a livello europeo, il che in questo caso è un bene: ci si può fare un’idea più ampia delle loro battaglie e di come le combattono, e se passassero le soglie di sbarramento avrebbero un autentico peso. Preciso, per chi non lo sapesse, che io sono per lo smantellamento dell’Unione Europea perché non credo che un continente così vario e popoloso possa essere governato efficacemente a livello centrale e penso che, con saltuarie eccezioni, non siano i cittadini a decidere le politiche dell’Unione ma una combinazione di lobby, interessi degli stati più forti e impenetrabile burocrazia. Inoltre, l’Unione Europea aggiunge livelli decisionali, regole, passaggi di denaro su e giù, quando dovremmo invece pensare a semplificare e a cercare sostenibilità e rappresentanza a livello locale.

Detto questo, dato che l’Unione c’è e qualcosa fa, le elezioni sono una buona opportunità per provare a spingerla in una direzione piuttosto che in un’altra. Da questo punto di vista, il programma dei Verdi fa molte ottime proposte, dalla fine dei sussidi ai combustibili fossili, al trasporto aereo e agli allevamenti intensivi, alla lotta all’elusione fiscale delle grandi multinazionali, tema poco considerato ma di fondamentale importanza. Parlano della vendita di armi, del benessere degli animali, della corruzione, delle aree marine protette… Purtroppo, però, oltre a undici punti su cui mi trovo più o meno d’accordo, ce n’è uno con cui non solo non mi trovo d’accordo, e si potrebbe anche accettare, ma che secondo me vanifica tutti gli altri. Si tratta della questione dell’immigrazione.

Preciso subito, per chi non avesse già smesso di leggere (“ecco, ricominciamo…”), che se i Verdi avessero solamente proposto di tutelare i diritti dei migranti e i diritti umani in generale, o di considerare le motivazioni che spingono la gente a partire, non sarei qui a dirvi che, alla fine, probabilmente non voterò per loro. Io sono d’accordo con l’idea di non maltrattare e vessare le persone e di rispettare la dignità di tutti. Se abbiamo deciso che delle persone vivranno qui, allora come tutti devono avere non solo doveri ma anche diritti. Sui dettagli poi si può discutere, ma non sono importanti come la questione dei grandi numeri.

Il problema è che i Verdi, non solo quelli italiani ma più in generale quelli europei dei vari paesi, sono tra i più grandi sostenitori dell’immigrazione di massa nel nostro continente. Non solo non la vogliono limitare: propongono politiche che la aumenterebbero addirittura. Non riescono ad ammettere il fatto incontrovertibile che la pressione demografica umana è un fattore fondamentale nella distruzione dell’ecosistema e nell’esaurimento delle risorse, e che nessun obiettivo ambientale può essere stabilmente raggiunto con una popolazione in crescita, neanche se riusciamo a ridurre i consumi pro capite. Lo spazio per le altre specie viventi, in particolare quelle selvatiche, non farebbe che ridursi, e qualunque risparmio di consumi, di emissioni, di inquinamento e di impronta ecologica che si otterrebbe con le politiche dei Verdi, se fossero attuate, sarebbe vanificato da un incremento demografico. Siccome l’incremento demografico in Europa è esclusivamente dovuto all’immigrazione, l’unico modo per evitare che la popolazione europea aumenti, e per favorirne semmai un lento declino fino a un livello più sostenibile, è accettare di porre dei limiti all’immigrazione e di avere, questa parolaccia, delle frontiere.

Io farei notare ai sedicenti ambientalisti che abbiamo un’opportunità unica, che non dovremmo dare per scontata: quella di decrescere la nostra popolazione naturalmente e lentamente, anziché in modo traumatico attraverso epidemie, guerre o carestie. Gli europei fanno pochi figli, e, anche se questo fatto ci viene presentato continuamente come una sciagura, è in realtà una benedizione: in qualche modo la popolazione umana, a livello globale e in occidente, deve calare, e questo è il modo migliore per farlo. Fare meno figli di quanti se ne vorrebbero magari è doloroso per alcuni, ma non come vederli ammazzarsi a vicenda o morire di fame o malattie, o spegnersi lentamente o rischiare la vita altrove perché non c’è lavoro per loro in patria (guardate Niger,Yemen, Siria, Venezuela o Pakistan per avere esempi di paesi che hanno problemi con le risorse e non riescono, a differenza nostra, ad andarle a prendere dagli altri). Inoltre, meno persone significa più spazio per esseri viventi non umani; decidendo di avere dei figli, dobbiamo ricordare che ognuno di loro competerà per le risorse con tutti gli altri esseri viventi, come anch’essi fanno tra di loro. Autolimitarsi è una scelta responsabile. L’ambiente ne potrà trarre un sospiro di sollievo e chi rimarrà avrà strutture sociali, politiche ed economiche relativamente funzionanti, più spazio, più opportunità di lavoro, meno stress, più natura da ammirare. Anziché approfittare di una situazione che potrebbe non continuare, perché la natalità può ricominciare a salire o i contraccettivi diventare meno disponibili, noi annulliamo l’effetto positivo di questo fenomeno speciale attraverso l’immigrazione di massa. Anzi: siamo persino grati a chi “ripopola” (con umani) zone “spopolate”, dimenticando che da quando la popolazione umana in questi posti si è un po’ ridotta sono tornati boschi e animali selvatici che non si vedevano da generazioni. Altre creature invece si sono perse, ma non voglio complicare troppo la questione.

Purtroppo, mi rendo conto che la maggior parte della gente ha completamente perso la sensibilità nei confronti della natura che torna quando l’uomo si ritira – soprattutto, mi dispiace dirlo, la gran parte delle popolazioni rurali, che vedono ogni specie non autorizzata come un affronto. I cittadini sono più sensibili a nozioni romantiche come il ritorno di orsi e lupi, ma si guardano bene dal lasciar crescere le “erbacce” nel proprio giardino o dal sacrificare qualche parcheggio per un’aiuola (per non parlare della quantità di veleni che tollerano pur di non avere zanzare o formiche tra i piedi). Non accetto, però, che un partito che si dice ambientalista parli solo di energie rinnovabili e rifiuti di plastica e al massimo aree protette ma non capisca che la natura, a volte, è grata non del nostro intervento ma della nostra semplice assenza. Anch’io sono contraria all’energia nucleare, ma c’è da dire che la zona attorno a Chernobyl è diventata un rifugio per animali selvatici che ha pochi eguali nel continente, e questo solo ed esclusivamente perché le persone sono andate via. Morale: dal punto di vista della natura selvaggia è molto meglio un disastro nucleare che la presenza di esseri umani.

Quello che sembra mancare è la percezione di un’ecologia profonda nello spazio e nel tempo, un senso non solo dei danni a cui dovremmo rimediare ma di quello che abbiamo distrutto o perso e di come permettere a qualcosa di tornare. Le foreste, i grandi mammiferi, la natura selvaggia non sono compatibili con la quantità di gente che è attualmente presente sul territorio europeo. Per fare un esempio non ovvio, pensate al fastidio che la gente prova quando si trova lepri, caprioli e cervi, per non parlare dei cavalli in certe zone del centro Italia, davanti alla macchina. Già una strada è un problema per gli animali, e non parliamo di tutto il resto che ci costruiamo vicino. I grandi animali vogliono grandi spazi. Certo, potremmo gestire meglio il nostro territorio, evitare costruzioni inutili, addensare un po’ le immense e irrazionali periferie di certi paesi, però la biomassa di cui siamo fatti richiede comunque nutrimento, e poi sappiamo che non di solo pane vive l’uomo e ogni sua esigenza consuma risorse, e lo spazio è l’unica veramente non rinnovabile; infine, non siamo giapponesi e l’idea di vivere concentrati ad altissime densità circondati da foreste sarebbe un esperimento di ingegneria sociale devastante per la nostra storia e cultura e il cui successo non sarebbe affatto garantito. Non si scappa: siamo troppi.

Tornando quindi al discorso demografico, un’ultima osservazione: semplicemente non è giusto che i cittadini dei paesi occidentali, in cui prima di mettere al mondo un figlio ci si pensa molto bene, in cambio della loro prudenza debbano poi accettare le conseguenze della procreazione incontrollata di popoli che, nonostante carestie, guerre e disoccupazione, per non parlare dello stato del pianeta, continuano a fare più figli di quelli che possono mantenere, e poi sperano che qualcun altro se ne faccia carico e anzi usano i propri bambini come ricatto morale: “non vorrete mica respingere dei bambini??” Come possono i Verdi chiedere delle rinunce ai cittadini europei, ma usare parametri completamente diversi quando si tratta di cittadini non europei?

(Sì, lo facevamo anche noi, una volta. Buona parte degli indigeni di Americhe e Australia se n’è andata per questo.)

Non dico che serva avere un’immigrazione netta zero. Possiamo stabilire un numero superiore allo zero, aprire un dibattito su qualche debba essere di preciso, ma quel numero deve essere stabilito e dev’essere poi fatto rispettare – nel modo meno cruento, più indolore possibile, agendo su leve economiche o accordi coi paesi di provenienza, anziché mandando la gente in Libia – ma deve essere fatto rispettare. Un’immigrazione senza limiti semplicemente non è compatibile con la tutela ambientale, né in Europa, né altrove.

Io queste cose le ho dette mille volte; le dico ancora, a costo di finire a fare sempre i soliti discorsi, perché voglio sperare che qualcuno rifletta sulle mie parole e che, un giorno, ci sarà un partito ambientalista onesto che farà proposte basate sulla realtà e in particolare sul fatto che nulla di buono può essere ottenuto senza fare anche scelte difficili. Soprattutto adesso.

(Siccome per fortuna non sono l’unica a trovarmi in questa dolorosa posizione di ambientalista frustrata, vi lascio con tre commenti molto ben scritti che dicono – il secondo dalla metà in poi – quello che sto cercando di dire io.

The implicit population hypotesis

The progressive case for reducing immigration

Immigration ethics for a world of limits)

Legalità e illegalità

In questo momento mi verrebbe da dire che capisco gli abusivi, capisco gli evasori, quelli che non vogliono far vaccinare i figli e ogni sorta di furbi, ribelli e clandestini.

Non è vero; però sto facendo una fatica tremenda con questo mio sforzo autoimposto di restare nella legalità. Tanti di quelli che fanno “quello che faccio io” pensano che io sia stupida a ostinarmi a rispettare le regole. In realtà non sono tanto furba neanche a scrivere questo post, perché potrei far arrabbiare delle persone e perché sto attirando l’attenzione su me stessa, e nonostante tutto nemmeno io sono senza macchia, perché la legge è fatta apposta perché sia quasi impossibile rispettarla e quindi tutti hanno paura – e corruzione e omertà derivano anche da questo. Una volta sarei inorridita a sentirmi pronunciare queste parole, ma, in parte, è proprio così. In questo paese c’è moltissima disonestà che è solo disonestà, ma c’è anche una disonestà che deriva dall’impossibilità di essere onesti. Continua a leggere

Tassare la ricchezza, non il lavoro

Perché nessuno vuole mettere una tassa patrimoniale? Lo chiedo sul serio. Non solo qui in Italia, dove Conte, per non parlare dei vicepremier, si premura continuamente di garantire che non loro tasseranno i patrimoni, no, mai, guai, neanche si stesse parlando di prendere tutti i figli unici e mandarli a combattere in Russia; anche Macron sembra disposto ad assecondare i gilet gialli su qualcosa, ma di sicuro non sulle tasse ai ricchi. Continua a leggere

Intervista (a me)

La mia casa editrice, la Phasar, mi ha chiesto di rispondere ad alcune domande per un’intervista da pubblicare sul loro blog. Se vi interessa, la trovate per intero qui.