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Tutti sbagliamo, e le persone che ci vogliono bene cercano di farcelo notare per evitare che sbagliamo ancora. La categoria di rimproveri che personalmente preferisco, perché più innocua e al tempo stesso più schietta e accanita, è quella dei rimproveri estetici. Questo genere di osservazioni rivela una morale inconscia ma collettiva, una serie di assunti fondanti che pochi si sognano persino di mettere in discussione. Continua a leggere

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diseguaglianze generazionali

L’altro giorno ho chiesto a una persona dell’età dei miei genitori perché avesse acquistato una vecchia casa che non ha né tempo né voglia di ristrutturare, nonostante le insistenze quasi disperate di un potenziale affittuario. “Perché non sapevo cosa fare dei soldi”, mi ha risposto ridendo. E non sto parlando di una ricca ereditiera o di un manager strapagato, ma di una persona che aveva un impiego di medio livello nel settore pubblico e che è già in pensione da un po’ (e che io non considererei assolutamente persona avida). Faccio una breve carrellata mentale di tutte le persone che conosco e mi rendo conto che, tra i miei coetanei (diciamo 25-40 anni), pochissimi hanno una casa di proprietà, e se ce l’hanno è acquistata che io sappia quasi sempre con l’aiuto dei genitori; molti sono in affitto, e altri non sono ancora usciti di casa. Penso poi a tutti gli ultracinquantenni tra parenti, amici e consoscenti: non mi viene in mente nessuno che non possieda la propria casa o non ne abbia nel peggiore dei casi l’usufrutto, e molti ne possiedono anche una in più, spesso sfitta perché non si fidano ad affittarla, perché non gli interessa, o perché la tengono per un non precisato futuro in cui potrebbe servire. Molti addirittura si lamentano del reddito e delle tasse, ma mettere la casa in eccesso o men che meno le stanze in più delle loro grandi magiorni a disposizione di qualcun altro non li sfiora nemmeno. Questo è uno dei grandi drammi della mia generazione: non potersi permettere una casa mentre i più vecchi di noi siedono sopra interi patrimoni inutilizzati. Molti si associano nei movimenti per il diritto alla casa per recuperare almeno un po’ dell’inutilizzato, ma nel loro caso si tratta di immobili pubblici o di proprietà di banche, non dei tanti appartamenti e case sparsi per l’Italia e quasi segretamente disabitati, o men che meno delle case vacanza, trattate come se esistessero su un altro pianeta e non in località in cui qualcuno, comunque, potrebbe voler abitare sul serio. L’altro giorno ho sentito un’affermazione agghiacciante, che riporto sperando che non se ne riconosca l’autore: un uomo, impegnato in politica a sinistra, colto e attivo, credo già pensionato, mi ha detto di essere preoccupato per la figlia, disoccupata, e di non essere quindi incorruttibile. Quest’uomo possiede, assieme alla moglie, una casa di proprietà e almeno due case per le vacanze. Voleva dimostrarmi che anche l’idealismo ha un limite, ma questo limite non è, come molti dell’età dei miei genitori credono, l’amore per i figli, bensì quello per la proprietà. L’ho visto sulla mia pelle: la grande generosità dei miei familiari nei miei confronti si è sempre tradotta, a conti fatti, in una rinuncia a una piccola parte del superfluo. Una riduzione nel superfluo altrui si è dimostrata più che sufficiente per coprire il mio necessario e quello di altri, e questo dà da pensare, ma non divaghiamo.

Io ho fatto molti lavori nella mia vita, tutti pagati poco. Più un lavoro era qualificato, meglio lo facevo, meno persone erano in grado di farlo come me, meno guadagnavo – fino al mio lavoro migliore, i libri, per cui addirittura ci rimetto. Nel frattempo genitori, nonni e alle volte anche zii e persino, in rarissimi casi e discretamente, amici, mi davano del denaro – che io non chiedevo mai e che spesso ho addirittura rifiutato, fino a rendermi conto che era meglio per tutti prenderlo: per loro era in eccesso, ed erano talmente preoccupati per me che sarebbe stato meglio anche per loro che sapessero che io lo accettavo. C’è anche da dire, e mi scusino i miei benefattori che dovessero leggere qui, che io penso di fare un uso migliore di loro dei soldi che ho – anche perché per usare bene il denaro bisogna avere tanto tempo a disposizione. Non investo, non speculo, non spreco: compro prodotti biologici, locali, artigianali, usati, sfusi, controllando scrupolosamente la loro origine e sostenendo le economie più virtuose che posso, evito il più possibile i prodotti ad alto impatto ambientale, e condivido le case non mie con chiunque ne abbia bisogno per un giorno o un mese; inoltre, e anche qui mi riservo di approfondire in futuro, l’accoppiata basso reddito-buona informazione è la migliore che ci sia per l’ambiente: ho imparato a tagliare tutti gli sprechi possibili, a riciclare, ad autoprodurre, a recuperare nell’usato quello che mi piace dandogli nuova vita. Mi trovo in una situazione paradossale: non mi manca nulla perché mi arrangio, perché le persone sono buone con me, perché ho aguzzato l’ingegno e abbassato le aspettative, mangio bene e sano, vivo esattamente come e dove voglio, probabilmente sono utile per la società, eppure sono più che precaria, più che bohemienne, e povera, ma povera per l’Istat, povera nel senso ‘al di sotto di ogni soglia di povertà’, che se la soglia di povertà è un albero il mio reddito è alto quanto il muschio ai suoi piedi. Io sono anzi quasi uno spazzino sociale, sguazzo in fondo alla catena alimentare, raccogliendo detriti, facendo, proprio come in natura, dell’enorme spreco ecosistemico il mio personale nutrimento e utilizzando tutta la mia biologia perché quello che mi cade attorno rientri in circolazione. Non faccio esempi per non dilungarmi e perché ci sono già abbastanza blog sul fai da te – aspettate il prossimo libro o venitemi a trovare. Quindi, direte voi, di cosa esattamente ti lamenti? Io non mi lamento per niente: constato. Due cose mi tengono in vita, e non sono né la mia intelligenza né il mio impegno. Sono la mia capacità di vivere con pochissimi soldi e la disponibilità dei miei familiari e di amici ad aiutarmi materialmente. Ho lavorato, poco ma sempre, ma come ho detto mi sono accorta che era un impiego migliore del mio tempo fare gratuitamente cose utili che io ero in grado di fare in maniera diversa da chiunque altro, perché espressioni personali (tipo il blog), e accettare elemosine, piuttosto che trovare un lavoro – che comunque, ora a differenza di anni fa, non trovo se non in nero e pagato una miseria. Una società in cui il lavoro dei giovani rende meno degli avanzi degli avanzi del consumo dei più vecchi è una società che ha un problema.

Infatti quello che mi veniva dato era comunque quello che avanzava dopo che le persone che me lo davano avevano non solo soddisfatto tutti i loro bisogni, ma anche gli sfizi e i desideri e addirittura fatto acquisti di cui si erano pentiti. Per questo io accetto. Faccio un altro esempio. Recentemente ho presentato il mio libro tramite un circolo culturale che organizza cene a pagamento con presentazione di un’opera. È andata, secondo me, molto bene: la persona che mi ha invitato, una donna molto in gamba, ha fatto un’introduzione interessante e profonda; il pubblico era partecipe, il posto bello e il cibo buono. Solo che non c’era nessuno, ma proprio nessuno tranne me e mia sorella, di giovane (a meno che non si considerino giovani i cinquantenni, come ora si fa). Di per sé non è un problema, perché io presento volentieri davanti a chiunque, però non riuscivo a far capire in nessun modo alle curatrici di questi eventi che no, non potevo coinvolgere miei amici giovani nelle loro attività, perché nessuno di loro spende 25 euro per sentir parlare me, o chiunque altro, di cultura. Si potrebbe interpretare questo fatto come scarso interesse, e sicuramente io ho amici che spenderebbero anche più di 25 euro per un concerto-evento a cui io non metterei mai piede, o per bere e mangiare a sbafo, ma non per sentir leggere poesie. È più vero ancora, però, che pochi hanno i soldi per un evento culturale che non sia proprio imperdibile, men che meno se quei soldi non vanno al relatore ma a pagare una cena e per il libro bisogna poi scucirne altri. Il discorso è complesso, e capire il giusto equilibro tra cultura gratuita, cultura pubblica e cultura per cui paga chi la vuole lo è ancora di più. Ma in questo caso la differenza generazionale tra i pensionati ricchi che potevano sborsare serenamente 25 euro per sentire me e cenare e i giovani che quei soldi o non li hanno o li devono mettere via per pagare il mutuo o la macchina o persino quel minimo sociale necessario, come le ferie, per non passare per balordi come me era particolarmente stridente, e il fatto che io non riuscissi a farla capire molto eloquente. La cultura potrà anche tornare a essere gratuita, improvvisata, popolare, informale, dal basso, e magari sarà un bene – ma nessuno toglierà a questi pensionati che ci stanno soffocando i loro soldi in eccesso, finché non moriranno: ed è questo il problema.

Ho altri esempi così, comunque: la vita culturale che osservo tra la gente benestante che ha più di cinquant’anni e quella dei giovani mi appaiono estremamente diverse, e non solo per le diverse età della vita. I giovani si aspettano eventi gratuiti e hanno voglia di bere – i vecchi bevono vino buono e vanno a eventi di lusso, o stanno davanti alla televisione.

So che ci sono anche i famosi pensionati con la minima, che faticano ad arrivare a fine mese, e che non tutti quelli della mia generazione sono dei morti di fame rispetto ai loro genitori: molti hanno un lavoro (tra l’altro, spesso i lavori meno utili per la società, meno sensati, o addirittura dannosi, sono quelli che rendono di più, e viceversa. Altro motivo per cui vivo così). Pochi però, come dicevo, hanno una casa, e nessuno he ha più di una. È normale, direte voi: più passa il tempo più si riesce a risparmiare e si accumulano investimenti. Non è proprio così, però. Le persone che ho in mente io si sono potute permettere case e risparmi forse grazie a una struttura generazionale particolare, per cui chi stava sotto non aveva tanti vecchi da mantenere e non faceva troppi figli, e sicuramente grazie all’orientamento della spesa pubblica: stipendi pubblici generosi per lavori più o meno utili e pensioni premature, e liquidazioni, assolutamente sproporzionate rispetto ai contributi versati. Rimando ai miei post passati, in cui spiego che la pensione, per come è ora, è un’ingiustizia totale, che chi la riceve non ha versato i contributi per averla, e che l’Italia spende per le pensioni molto di più di praticamente tutta l’Europa e l’Occidente. Solo un dato, per ora: la spesa pensionistica italiana, la più alta della zona OCSE, rappresenta il 17% del Pil.

Inoltre, i pensionati costano non solo in pensioni e liquidazioni, ma anche in sanità. Più vecchi si è più si va curati, ma il problema non è solo qui: la vecchiaia, la noia, l’eccesso di tempo libero portano molte persone a intasare ospedali e cliniche senza un vero motivo, con la complicità di medici insensibili o intimoriti che prescrivono esami che non servono, e così le liste di attesa si allungano a dismisura e per molti giovani le cure iniziano ad essere troppo complicate o troppo costose – di fatto, anche se non ufficialmente, proibite.

Pensate se io, invece di passare anni a rifiutare soldi per orgoglio, offerti come elemosine da chi li riceveva spesso senza meritarli da uno stato che a me invece non da nulla, a trattare per avere meno e a interrogare continuamente la mia coscienza, avessi diritto a un reddito mensile così come chiunque altro nella società, reddito finanziato tassando proprietà, pensioni d’oro, alti stipendi. Sarebbe un mio diritto, e non la gentile concessione di qualcuno. Sarei libera di imparare, fare, investire, produrre nel senso migliore del termine. Soprattutto, potrebbe fare tutto questo anche chi come me ha buone idee ma non ha una famiglia benestante. Nessuno avrebbe scuse per rubare, ci sarebbe meno rancore sociale, meno disuguaglianze, meno gioventù schiavizzata.

Una proposta, quindi, è la tassazione dei redditi e della proprietà, e delle grandi pensioni, per redistribuire il denaro tramite reddito di cittadinanza. Tassare le grandi ricchezze in tutte le loro forme potrebbe servire anche a ridurre le tasse sul lavoro, e quindi forse (non è così semplice) ad aumentare gli stipendi. Come ho già scritto, valgono più tante pensioni immeritate di interi stipendi guadagnati con il proprio lavoro.

Un’altra proposta è incentivare ancora di più l’affitto: pagare un alto imu per la seconda casa può bastare per spingere ad affittare o vendere, ma per ora non sembra colpire in maniera sufficiente palazzinari e grandi proprietari. Va aumentato e in parallelo va condotta una campagna che ne spieghi le ragioni. Così verrebbe meno, tra l’altro, anche la scusa dell’alloggio per continuare a cementificare l’Italia.

Faccio un’altra proposta ancora più radicale, che magari spiegherò più approfonditamente in futuro. La generazione dei miei nonni è rimasta orfana più presto di quella dei miei genitori e della mia. Lasciamo stare l’aspetto emotivo; dal punto di vista delle risorse, i grandi vecchi sono un dramma: continuano a possedere case che spesso sono troppo malati per occupare o troppo conservatori per affittare, e che giacciono lì vuote. Non propongo nulla di nazista: sono fermamente convinta che non potremo permetterci ancora per molto di tenere in vita le persone così a lungo e in condizioni così pietose come facciamo ora, e che questo sia un bene sia per loro che per la società, ma non serve arrivare a tanto per attuare la redistribuzione necessaria. Basterebbe prendere in considerazione questa mia semplice proposta: abolire l’eredità.

In fondo l’eredità è un’ingiustizia: significa dare a persone che non hanno fatto nulla o quasi nulla per meritarselo proprietà accumulate da chi per un caso genetico o legale si è trovato ad averle come prole. Che merito c’è nell’essere amati in quanto figli? In un momento in cui le diseguaglianze sono, nel nostro paese ma un po’ in tutto il mondo, in aumento, in buona parte generazionali, e per un’altra buona parte invece ereditarie, con tutto ciò che ne consegue, quale misura migliore, più semplice, chiara ed efficace, dell’abolizione dell’eredità? Uno dice: ma come! Uno non è libero di lasciare i frutti del lavoro di una vita ai propri figli? Certo che lo è: prima di morire. Se fosse vero che i genitori sono così preoccupati per come staranno i figli dopo di loro, sgancino subito: che le case e i terreni passino di mano, con una tassa ovviamente, e non se ne parli più. Se invece il vegliardo vuole ancora vivere nella casa ma essere sicuro che l’avranno i discendenti, può chiederne l’usufrutto; al limite, si può cercare un meccanismo legale per cui, nel momento in cui una persona muore e le sue proprietà vanno alla collettività e quindi all’asta, i discendenti abbiano la possibilità di acquisirle prima a un valore di favore stabilito da dei periti e con qualche prestito statale agevolato. Ma che le paghino. Ci tieni tanto alla casa di famiglia? Fattela dare, oppure inizia a risparmiare così da potertela comprare quando i tuoi genitori saranno morti. Nessuno ha diritto ad avere più di questo.

Non pensate che tutta questa mia durezza sia dovuta a qualche rancore generazionale o addirittura una maschera che do a un insuccesso personale. Io ho scelto tutto questo, in un certo senso: credo talmente tanto in quello che faccio che sono disposta ad accettare per esso non soltanto la povertà, ma, ormai, anche l’umiliazione. Nessuno, men che meno i genitori, dà qualcosa senza umiliare, ed è per questo che scrivo questo post: per porre fine all’umiliazione generazionale. Non è per me che chiedo un reddito di cittadinanza, anche se ne beneficerei: qualche lavoretto qua e là lo trovo, qualche paghetta la prendo, i libri li vendo, qualcuno di voi addirittura mi ha aiutato con il blog. Non m’importa della mia vecchiaia: non sono sicura di arrivarci e il mondo sarà così diverso, quel giorno, che la pensione è l’ultima delle mie preoccupazioni.

(Ho visto di recente il bellissimo film su Leopardi, Il giovane favoloso, e mi si è riscaldato il cuore quando ho sentito che lui doveva addirittura umiliarsi a chiedere soldi ai genitori, che in parte lo disapprovavano. Marx, fonte wikipedia, era una delusione per sua madre perché non aveva la buona posizione in cui lei sperava. Non sarò né Leopardi né Marx, non preoccupatevi perché non ho questo genere di illusioni, ma sapere che due delle più grandi menti europee dell’Ottocento vivevano a scrocco e preoccupavano i genitori mi fa sentire in ottima compagnia)

Io dico queste cose perché non tutti hanno le mie fortune e, soprattutto, perché questa società non è giusta. È stato il petrolio: ha creato un benessere senza precedenti nella storia umana e quindi prodotto almeno una generazione, forse di più, che non riesce proprio a capire che il miracolo non si può ripetere – e che, pur di non rinunciare ai ‘diritti acquisiti’ (non esistono diritti acquisiti!!), e al tempo stesso di non sentirsi in colpa perché sta togliendo il pane di bocca ai propri figli, inventa spiegazioni del mondo che non rispecchiano minimamente la realtà. Dai miei familiari al nostro premier, dagli economisti all’uomo della strada, tutti pensano che la ricetta sia la stessa: spendere, consumare, far ripartire l’economia. Invece l’economia non torna come prima, non ci sono le basi storiche e materiali, e dobbiamo piuttosto fare i conti di quello che la società possiede e redistribuirlo più equamente. Ci sono diseguaglianze di classe, in buona parte ereditarie, ma anche diseguaglianze generazionali. Prima facciamo qualcosa, meno saranno disperse e distrutte le preziose energie della nostra gioventù.

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