Dove sono tutti?

C’è un luogo comune sui friulani, che avrò sentito ripetere dozzine di volte, che recita più o meno così: “all’inizio sono gente chiusa, ma quando li conosci / si aprono, sono amici sinceri e per la vita”. Questa cosa all’inizio dev’essermi parsa vera; forse l’avrò ripetuta anch’io – ma più ci penso, più mi sembra un luogo comune che sembra semplice e vero, quasi consolatorio, senza però corrispondere se non per caso alla realtà.

È possibile attribuire al sentimento universale di amicizia una specificità culturale? E “i friulani” (o i carnici) sono veramente così freddi e così fedeli al tempo stesso?

Ho sempre avuto l’impressione che ci fosse una grossa differenza tra l’essere nato friulano (o carnico) e l’immigrare qui – forse c’è per ogni società, ma qui questo senso di appartenenza addirittura ancestrale è particolarmente forte. Nei paesini più remoti e conservatori, anche chi sono i tuoi genitori contribuisce a determinare fino a che punto sarai accettato come membro del gruppo. Ovviamente ci sono molte eccezioni, ma sospetto che almeno alcune di queste siano illusorie.

Non è nemmeno così vero, poi, che i friulani / carnici siano inizialmente tutti freddi. Scontrosi sì – un popolo ostile e istintivamente sgarbato come il nostro non l’ho mai visto; c’è però da dire che se il tuo primo impatto è in osteria o a una sagra, l’impressione sarà sicuramente diversa. È anche vero, però, che i friulani sono comunque persone ospitali, e che, inoltre, la curiosità nei confronti del nuovo arrivato, soprattutto in un piccolo paese, può essere così forte da essere scambiata per affetto. Per cui una versione meno accattivante ma più onesta del luogo comune potrebbe dire: all’inizio ti vogliono conoscere e sei al centro dell’attenzione, poi si ritirano a deliberare, e solo dopo ancora, forse, svilupperai del legami. Ma anche questa generalizzazione sarà vera solo ogni tanto. Ci sono troppe variabili da considerare.

Io cerco di non condividere pubblicamente gli affari che ritengo debbano restare privati per motivi ovvi con cui non vi tedio. Al tempo stesso, vivo la mia vita come un ininterrotto esperimento; come un’indagine sul mondo con una gigantesca componente empirica. Nella maggior parte dei casi in cui scrivo “io” (cosa che accade molto spesso) mi riferisco a questo io che esplora e fa rapporto, non all’io personale.

All’intersezione tra quello che vorrei dire e quello che non vorrei dire c’è dunque la mia esperienza di questo momento, che vi presento per sentire cosa ne pensate voi, se succede solo a me, oppure no.

Come sapete, sono tornata a Udine (sì, le pecore sono venute con me). I motivi sono in parte quelli che ho elencato anche qui, più altri per l’appunto più personali. Vorrei aggiornarvi su come vanno le attività agricole, cosa succede nel paese che ho lasciato, cosa prosegue e cosa no, ma sarebbe davvero lungo e forse neanche tanto interessante. Parliamo quindi di Udine e degli udinesi – ma in realtà, di tutti ovunque.

Ho avuto la fortuna di rientrare a fine inverno e di vivere finalmente una primavera dall’inizio. Avendo vissuto in Canada e poi in Carnia, mi sono accorta che non è tanto il freddo ad essere difficile da sopportare – almeno per chi è abituato a climi come il nostro – quanto il ritardo nell’arrivo della primavera, quando il corpo è programmato per il sole, il calore e il disgelo, e questi non arrivano.

La città è molto bella in primavera, e forse addirittura più fiorita e piena di uccelli della campagna industriale, cioè quasi tutta la campagna ormai. Assieme alle api, che ospito sul mio campo (dove, a differenza di moltissimi altri posti in Friuli, sembrano riuscire a sopravvivere), ho annusato la fioritura dei prugnoli e dei biancospini, poi del tarassaco, e ora delle acacie (e prima ancora delle magnolie, poi dei glicini, ora dei sambuchi…) Purtroppo piove pochissimo, e inizio a temere che sia in corso un cambiamento irreversibile che renderà la nostra regione piovosa e rigogliosa sempre più simile a un deserto. Questa è una prospettiva spaventosa.

Ma, oltre a quella climatica, a cui sto cercando di rassegnarmi, mi ha spiazzata un altro tipo di siccità. Quella sociale.

Ora mi rivolgo a voi. Avete età diverse dalle mie e vivete in zone diverse d’Italia e del mondo. L’unica cosa che ci accomuna tutti è l’aver attraversato due anni di pandemia. E poi esserne, sembrerebbe, usciti. Forse potete aiutarmi a capire.

Vedete più spesso i vostri amici, rispetto a una volta, o meno? Dove? Da quando è “finito” il Covid, vi sembra che la gente abbia più voglia di incontrarsi, di uscire, o che conservi la paura, o che si sia abituata a stare davanti a uno schermo o chiusa in casa?

Qui, adesso, sembra che nessuno abbia particolare voglia di vedermi. Ripenso alle storie che ho sentito di emigranti ritornati dopo tanti anni finalmente al tanto agognato paese natale per vedersi accogliere con freddezza e indifferenza. Sapendo che questa è una cosa che succede, ho sempre fatto di tutto per prevenirla. E infatti finora, nonostante sia già stata in passato lontana da Udine, intermittentemente, per anni, non mi era mai successo.

Mi chiedo se la colpa sia del claustrofobico chiudersi della nostra società in coppie e piccolissime famiglie – ma questo c’era anche prima. Dell’età – ma non credo, dato che abbiamo tutti età diverse.

Una persona che mi è molto vicina, e che ha un problema simile, suggerisce due spiegazioni. Una è il troppo lavoro. Ma le persone che più fatico a vedere lavorano poco o part-time, mentre capita o è capitato che persone oggettivamente impegnate facciano di tutto pur di trovare un po’ di tempo per stare assieme.

L’altra spiegazione offerta è la friulanità. I friulani, torniamo sempre lì, sono nordici, e quindi freddi e chiusi. Ma se c’è una caratteristica che associo all’essere friulani – e quindi pochi, riuniti in piccoli centri dove tutti si conoscono, molto legati alla nostra terra e ai nostri spazi comuni, selvatici, quasi impossibili da tenere rinchiusi, e poi ancora culturalmente sì un po’ nordici, ma anche slavi e mediterranei – è proprio lo stare assieme.

Non ho mai avuto problemi di socializzazione con i friulani in quanto tali, anzi. Rimarrebbe solo la spiegazione più spiacevole: che nessuno abbia più voglia di vedere me in particolare perché sono diventata insopportabile. Sarebbe quasi un sollievo se fosse così – per lo meno il resto dell’umanità sarebbe salvo – ma lo trovo improbabile.

Mi avete sentita lamentare del dipendente che non trovavo. Ora degli amici scomparsi. Non vi biasimo se sospettate che io stia architettando elaborate spiegazioni antropologiche per evitare di affrontare il semplice fatto che sia io a far scappare tutti. Per la riservatezza a cui accennavo sopra, mi auto-precludo la possibilità di smentirvi. Dovrete escludere questa ipotesi sulla fiducia.

Credo invece che sia successo qualcosa nella nostra società; lo credo, non ne sono convinta, ma lo credo profondamente. La nostra è una cultura individualista e familista. Familista da tempo immemore, e infatti la famiglia regge. Ma l’individualismo è una novità storica, arrivata a seguito di cambiamenti culturali, sociali ed economici, e ora uno dei tratti definitivi del nostro tempo, con i suoi pro e i suoi contro. Gli italiani, e, sì, anche i friulani, sono uno dei popoli più socievoli della Terra. Eppure ho la sensazione che si stiano aprendo anche tra noi voragini forse antiche, forse nuove, voragini che diventeranno sempre più difficili da attraversare, se non con esili ponti effimeri camminando sui quali scambieremo compagnie contingenti per legami profondi. La pandemia ci ha abituati alla distanza? La sovrapproduzione mediatica e l’onnipresenza di internet ci distraggono? Non ci sopportiamo più gli uni con gli altri perché ci siamo distribuiti su fronti opposti di battaglie ideologiche esistenziali in cui chi la pensa diversamente è il nostro nemico – sul Covid e i vaccini, sull’immigrazione e la politica, sulla guerra in Ucraina…

Al tempo stesso, mi sembra che il problema non sia nuovo. Vedo solitudine in tutto: nelle case piccole in cui viviamo da soli o in coppia, nell’istutizione stessa della coppia per come esiste nella nostra società, nell’ossessione di un adulto nei confronti del proprio bambino, nelle mascherine, nelle nostre agende così fitte di impegni, nella nostra foga di intrattenimento, vacanze, divertimento, questo horror vacui per cui dobbiamo programmare e sfruttare ogni minuto e alla fine non abbiamo più tempo per improvvisare qualcosa, accogliere un amico per un caffè, sederci in un prato a guardare gli alberi, stare insieme profondamente senza dover per forza fare qualcosa di speciale… se non siamo soli, siamo assieme morbosamente, ossessivamente, esclusivamente. L’amicizia, con la sua spontaneità, la sua generosità, sembra soccombere, non rientrando facilmente né tra gli obblighi, né tra i meri piaceri.

Guardandomi in giro, mi sembra che tutti abbiano dei nuovi compagni: ad esempio, i cani e gli smartphone. Sarete ormai anche voi abituati alla scena di svariate persone che stanno assieme ma sono ognuna china sul proprio telefono, in compagnia di qualcuno o qualcosa che non è lì. Ma anche la presenza di cani, ultimamente, mi ha stupito: è una mia impressione, o adesso tutti hanno un cane? Per motivi che mi piacerebbe un giorno avere il tempo di spiegare, io sono personalmente contraria a tenere qualsiasi animale per compagnia (sì, sembra incredibile, ma penso questo). Uno dei motivi è che l’animale domestico è una nostra creazione, un nostro possesso, è alla nostra mercè. È obbligato a stare con noi più di quanto non lo sarà mai un altro essere umano. Un cane non potrà mai veramente essere un nostro amico. Non può abbandonarti, e il tema di questo post, se non si fosse capito, è quello degli amici che ti abbandonano.

Forse tutte queste mie riflessioni sono lontane dalla vostra esperienza. Se volete, sarei comunque curiosa di sentire cosa pensate. Una delle cose belle dell’essere umano è la sua varietà, la sua adattabilità. Pensiamo che gli unici veri legami naturali siano quelli della coppia e della famiglia nucleare, eppure il nostro stare insieme assume infinite forme – il cameratismo profondo e indistruttibile di un gruppo di guerrieri che hanno messo la propria vita gli uni nelle mani degli altri, la rivalità e complicità delle tante mogli di uno stesso uomo, lo stakanovismo di un uomo giapponese del dopoguerra che vive per il lavoro e socializza solo con i colleghi, i legami istantanei, estremi e continuamente interrotti degli attori, le amicizie amorose dei monasteri medioevali… possiamo avere legami profondi e indistruttibili con i fratelli, con gli amici, con i morti addirittura… ci sono davvero tanti modi di stare con gli altri esseri umani. Negli ultimi anni ho provato cosa vuol dire vivere in una piccola comunità molto coesa, e mi ha sconvolto, nel bene e nel male. Dico spesso che è stato il mio più grande shock culturale, più grande ancora dell’aver vissuto in altri continuenti. Dico anche ho capito il dionisiaco di Nietzsche solo quando sono andata a vivere in un paesino della Carnia (e non crediate che tutti i paesi della Carnia siano così). Ora che sono tornata a Udine, aspettandomi che le cose fossero in un certo modo, e stupendomi che non lo siano, mi chiedo se sono cambiata io, è cambiato il mondo, o qualcos’altro ancora.

9 risposte a “Dove sono tutti?

  1. Arraffa arraffa quanto puoi
    da questo transito bizzarro
    stretto fra un battesimo e un’esequia
    senza preoccuparti che vergogna aleggi
    siamo tutti ladri a questo mondo
    a causa d’atavico anatema
    anche quegli ingordi gorghi
    avidi di polveri e di luce d’astri
    prendi allora prendi e lascia poi
    prendere questa vitale refurtiva
    da questo scrigno inesauribile
    talvolta all’effrazione resistente
    é la vita che l’ha nascosto in noi
    lei che al furto ci ammaestra
    spudorata complice.

  2. È ragionevole pensare che ci siano più concause di questa “isolatudine”, alcune personali altre contingenti.
    o – ritmi di lavoro
    o – la psicosi “virus corona”
    o – relativa indipendenza sulle risorse fondamentali (v.caso limite degli hikikomori o come diavolo si scrive,)
    o – connotazioni caratteriali culturali/collettive locali (posso confermare che gli emiliani hanno un piacere nello stare insieme, nel capoluogo esiste persino un termine, “balotta”)
    o – carattere personale (riservati vs. sociali)
    o – la guerra in Ucraina (a volte il pensare a quei macelli tende a spegnermi la voglia di fare “balotta”)
    o – il convivio è gravoso per l’impegno personale oppure ha costi elevati se si decide per trattorie o ristoranti, pizzerie…

    La liquefazione delle società ha portato incredibili libertà e incredibili solitudini. Abbiamo allontanato l’odio generato dalle convivenze (strette) e pure quanto di piacevole viene con esse.

    Faccio fatica a poter pensare a conclusioni generali sui perché oltre a qualche intuizione elencata sopra.

  3. Diciamo che questo mio post si riferisce soprattutto a un cambiamento che ho osservato di recente, negli ultimi anni o anche nell’ultimo paio d’anni.
    Penso che i motivi fondamentali siano il Coronavirus – sia come conseguenza della paura del contagio e delle restrizioni imposte, che la spaccatura sulle interpretazioni della vicenda e sulla questione vaccini – e una preoccupazione per il futuro, conseguente a segnali allarmanti e anche di lento deterioramento, che si manifesta con dibattiti ideologici non solo accesi, che ci sta, ma che fanno passare la voglia di vedere chi non la pensa come voi, e un generale sospetto degli altri e convinzione incrollabile di essere nel giusto e che gli altri siano vittime di lavaggio del cervello / nemici ideologici / irrecuperabili.

    Un paragrafo lunghissimo che non spezzetterò perché mi piace così.

  4. Comunque è vero anche quello che tu dici, che mangiare / bere fuori costa davvero tanto in proporzione a uno stipendio medio. È un peccato, perché è uno dei piaceri della vita, nonché un’occasione anche per chi non ha molta vita sociale di uscire e vedere qualcuno (le osterie nei piccoli paesi, in particolare, spesso servono a fare compagnia a persone sole che altrimenti starebbero a casa senza parlare con nessuno). Inoltre a molti piace lavorare in luoghi pubblici come cuochi, camerieri…
    Un altro caso in cui i costi eccessivi dell’intermediazione, delle tasse e della burocrazia penalizzano la popolazione in generale.

  5. “..sederci in un prato a guardare gli alberi, stare insieme profondamente senza dover per forza fare qualcosa di speciale…”

    Ecco, sì, per quello ci starei. È di chiacchiere, discussioni e polemiche che – per quanto mi riguarda – ne ho piene le tasche (eufemismo).
    E se non si può, a quel punto meglio la solitudine. Tanto sono abituato: l’ho cercata in certi periodi, subìta in altri, ma comunque vissuta per tanto tempo che ci ho fatto il callo. E pensare che tendenzialmente ero un estroverso…

  6. Credo che tante persone stiano evitando gli altri proprio perché siamo tutti stanchi di litigare, di arrabbiarci, di discutere… sono successe cose grandi, preoccupanti, su cui ci siamo divisi anche troppo.
    È comprensibile, però non penso sia la cosa giusta, a lungo andare. Bisogna imparare a convivere, non ad evitarsi. Quando eviti una persona perché sai che ci litigheresti perché non la pensa come te, questa smette di essere una persona a tutto tondo, diventa quasi un’astrazione, qualcuno che è “nel torto”, che “non capisce niente”, che ha subito un lavaggio del cervello, eccetera. E così una società si disgrega, i legami di affetto tra le persone, la pazienza, la tolleranza, l’apertura mentale, si indeboliscono…

  7. Un’altra cosa che mi viene in mente leggendo il tuo commento, anche se magari non era questo che volevi dire.
    Tendiamo a pensare alla vita sociale come a un “piacere”, una cosa che facciamo se ci va, e se non ci va facciamo a meno. Questo è tipico dell’individualismo egoista del nostro tempo, e anche dell’idea consumistica che abbiamo di quasi tutto.
    Invece stare con gli altri non è solo una cosa che facciamo per noi stessi, ma anche per loro. Un amico potrebbe aver bisogno di un consiglio, di sfogarsi, di sentire il nostro affetto… oppure, anche solo semplicemente di distrarsi dai problemi quotidiani passando una serata in compagnia.
    Queste considerazioni ci sembrano abbastanza normali quando si parla della famiglia o della coppia (condanniamo genitori che non passano mai tempo con i figli, o capiamo se qualcuno si sfoga se il marito o la moglie non ha mai tempo per lei o per lui), però per qualche motivo sentiamo di non dovere niente al gruppo di amici di cui facciamo parte o alla nostra comunità.
    È normale volersi ritirare ogni tanto da certe attività, ma quando arriviamo a pensare che vediamo gli altri solo se e quando fa piacere a noi, li condanniamo alla solitudine.

  8. Per quanto mi riguarda il problema è che ho energie sempre più scarse (ancor meno dopo due gravi lutti familiari subiti pochi anni fa) e mi vedo costretto a evitare quei rapporti che costituiscono solo uno sterile dispendio di tempo e di energie emotive. Mi considererei masochista, peraltro, se non operassi una selezione delle persone che frequento, come credo cerchi di fare chiunque abbia un minimo di equilibrio e buon senso.

    Sicuramente mi manca il sentirmi parte di una comunità: forse in una grande città come quella in cui vivo è spesso inevitabile, e la frenesia della vita quotidiana aggrava il problema.

  9. Mi dispiace per i lutti che hai subito.

    Riguardo ai rapporti, sì, ogni tanto bisogna selezionare – non mettevo in discussione questo. Non penso che circondarsi sempre di persone purchessia, o solo perché gli altri se lo aspettano, sia sensato. Questo è un estremo; un altro è evitare ogni contatto umano o abbandonare vecchie amicizie per pigrizia o insofferenza.

    Riguardo alla comunità, alle volte ne esistono anche in grandi città, ad esempio nei quartieri. Però solo dove c’è un certo stile di vita e le persone tendono a passare molto tempo, o una vita intera, sempre nella stessa zona, cosa oggi molto rara.

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