L’inverno demografico è una primavera

Sarò breve perché ho già parlato molte altre volte di questo tema e il titolo del post dice metà di quello che devo dire.

Sono ricominciati i piagnistesi giornalistici e politici sul cosiddetto “inverno demografico” che sta interessando l’Italia, perché secondo i dati Istat la popolazione cala e muoiono più persone di quante ne nascono (ma, fatto meno sottolineato, ne immigrano più di quante ne emigrano, e in certe zone già iper-antropizzate del Nord la popolazione umana cresce ancora).

E dobbiamo pure sentirci dire che noi giovani siamo egoisti perché non vogliamo fare figli: e fare figli perché ti paghino la pensione, cos’è, allora, generosità? E fare figli fregandosene del resto dell’umanità e dello stato del pianeta, e del futuro che questi figli avranno, è generosità?

Non dovremmo vergognarci della bassa natalità, ma rallegrarci di appartenere a una specie che è ha trovato il modo di auto-limitare il suo animale istinto alla riproduzione per garantire a chi c’è già o ci sarà, umano o non, la possibilità di una vita decente – di chi prima di fare figli pensa anche agli altri. Altro che egoismo!

Per fortuna la gente è spesso più intelligente delle supposte èlite e ha capito che una cura dimagrante per una popolazione umanamente obesa come quella italiana non può che fare bene. Molti hanno il buonsenso di dire: e meno male che la popolazione cala, così respireremo un po’ di più! Siamo già sessanta milioni: non si può calcolare solo il tasso a cui cambiano le cose, ma anche la base di partenza.

Piuttosto, preoccupiamoci di come la nostra esplosione demografica (che continua) sta facendo sparire i milioni di altre specie che abitano questo pianeta assieme a noi (ma del loro “inverno demografico” non si parla mai).

Visto che la popolazione umana, e questa non è un’opinione ma un dato di fatto, non può crescere all’infinito su un pianeta finito (e lasciamo stare gli altri pianeti dato che abbiamo già fatto abbastanza danni su questo), direi che una spontanea, volontaria e lenta decrescita demografica è di gran lunga preferibile agli altri modi ben più dolorosi in cui la popolazione potrebbe calare, tra l’altro ampiamente esemplificati da paesi di cui sentiamo parlare spesso, dalla Siria in guerra alla Cina in quarantena al Pakistan o all’Africa Sub-sahariana che esportano gente di cui nessuno sa cosa fare.

Faccio notare tutti i vantaggi che potremmo avere e in parte stiamo già avendo da una decrescita demografica in Italia, sempre che politiche scriteriate quali incentivi all’immigrazione o alla natalità non riescano a invertire la rotta:

– ambienti che si rinaturalizzerebbero, lasciando spazio a specie animali e vegetali sull’orlo dell’estinzione e regalando a noi il piacere di poter essere di nuovo in terre selvagge senza dover andare a migliaia di chilometri di distanza

– meno consumo di risorse, meno traffico, meno inquinamento, meno cemento, meno stress…

– case più economiche! Vogliamo essere come quei paesi, soprattutto anglosassoni, in cui nessuno riesce mai a comprarsi una casa perché i prezzi sono troppo alti? Vogliamo essere come i paesi asiatici in cui si vive in loculi che farebbero sentire soffocata una formica?

– più spazio per i giovani (e non) che vogliono dedicarsi all’agricoltura! Questo è importante e non lo dice nessuno: in Italia i terreni coltivabili sono spaventosamente scarsi, costosi e contaminati – la popolazione è cresciuta ma la terra disponibile è calata. Hai voglia a parlare di ritorno alla terra se non c’è terra…

– meno spesa pubblica per i costi di una popolazione crescente, dalle infrastrutture alla sanità alla scuola; possibilità di ridurre il debito

Ah: e per quanto riguarda il famoso calo del Pil di cui sentiamo sempre preoccuparsi tutti, io che sono per la decrescita vorrei comunque far notare che se la popolazione cala più di quanto cali il Pil abbiamo comunque un maggior Pil pro capite. Altra cosa che non si dice mai.

Vorrei infine sottolineare che NON È VERO CHE SERVE FAR NASCERE PIÙ FIGLI PER PAGARE LE PENSIONI E SOSTENERE LA SPESA SOCIALE. Basta con queste stupidaggini.

Innanzitutto, con la disoccupazione che c’è, è inutile pensare di far arrivare o nascere persone in più per fare lavori che non ci sono! Anche qui: ma è tanto difficile fare due conti? Perchè diciamo che devono nascere più bambini per pagare le pensioni quando ci sono già persone che lavorerebbero ma non trovano niente da fare?

Poi: nessuno spiega che, come costa allo stato sociale un vecchio, costa anche un bambino. Non solo: ora che il bambino è stato cresciuto, curato, istruito e formato a spese della collettività e può cominciare a (cercare di) lavorare, il vecchio a cui doveva pagare la pensione è già morto – e se cala la popolazione alla fine calerà anche il numero di vecchi. Più o meno ci vogliono dai venti ai trent’anni perché un neonato arrivi a entrare nel mercato del lavoro, e dai venti ai trent’anni sono anche gli anni di pensione che in media uno può aspettarsi. Il calcolo quindi va fatto non sui pensionati di adesso, ma su quelli futuri, cioè i giovani a cui adesso si sta chiedendo di spremersi per pagare le pensioni, e di spremersi un altro po’ per crescere figli che non possono permettersi (perché devono pagare le pensioni), con nessuna garanzia che, quando sarà il loro turno di riscuotere, rimarrà ancora qualcosa.

Infine: se usiamo la leva demografica per sostenere la spesa pensionistica, cosa faremo quando i bambini che dobbiamo ancora fare avranno diritto loro stessi alla pensione? Altri bambini, incrementando ulteriormente la popolazione? Questo è il meccanismo della catena di Sant’Antonio, che come sapete è una truffa ed è soprattutto una truffa ai danni dell’ultimo pollo che entra, che nel nostro caso sarebbe il bambino in più che dobbiamo far nascere.

E, anche se fosse vero, e non lo è, che la soluzione al problema delle pensioni è far nascere più gente, vorrei far notare che per l’egoismo di una generazione che non ha voglia di lavorare, magari facendo un lavoro più leggero, qualche anno in più quando potrebbe farlo, o di accettare una piccola riduzione del reddito pensionistico, noi vorremmo mettere al mondo più umani di quanti la terra possa sostenere e condannarli a vivere nella devastazione ambientale, nel conflitto e nella lotta per le risorse. E poi ci dicono che gli egoisti sono quelli che non fanno figli.

Tranquilli: siamo così tanti che non rischiamo di scomparire per bassa natalità. E poi, anche se fosse? Non succederà, ma se arriverà il momento in cui decideremo di voler essere pochi, di voler essere sempre meno, e sarà una decisione, chi potrà dire che è una decisione sbagliata? Che veder rifiorire il mondo dove noi ci ritiriamo non sia qualcosa per cui val la pena vivere?

 

16 risposte a “L’inverno demografico è una primavera

  1. Interessante approfondimento della questione demografica.
    Ma se hanno ragione in questo articolo https://www.linkiesta.it/it/article/2019/06/19/2100-mondo-popolazione/42570/ che prende spunto da una previsione del Pew Research Center dovremo attendere fino al 2100 circa per un arresto della crescita della popolazione mondiale, che nel frattempo raggiungerà gli 11 milardi … mi vien male solo a pensarci.

  2. È terrificante. E la cosa avvilente è che fare qualcosa per rallentare questa crescita significherebbe anche dare maggiori diritti alle donne, ridurre la mortalità infantile e materna, ridurre le possibilità di conflitto e migrazione di massa… insomma sarebbe una cosa vantaggiosa per tutti. Mentre in Italia e in generale in Occidente si ha paura di sembrare razzisti dicendo che certi popoli fanno troppi figli, io leggo spesso articoli dal Pakistan, Egitto, o Africa sub-Sahariana che fanno capire che sono in moltissimi a essersi resi conto di avere un problema. Aiutarli a risolverlo farebbe bene a loro e a noi, ma niente da fare, non vogliamo.

  3. Chi ha piu’ di qualche decennio di eta’ sul groppone si ricorda benissimo che a suo tempo ad opporsi strenuamente ad ogni forma di pubblicita’ foss’anche solo alla semplice educazione demografica, non solo nel proprio paese ma anche alle Nazioni Unite, erano quelli della stessa categoria politica che oggi si lamenta di piu’ delle migrazioni di massa, e che allora derideva e disprezzava quando non incarcerava chi cercava di preavvertirli. Fino al 1971 in italia la semplice pubblicita’ di metodi contraccettivi era reato (art. 553 del codice penale*). Oggi le cose in superficie sono un po’ cambiate, ma quella mentalita’ sottostante permane, esprimendosi magari sotto altre forme.

    *Art.553. Incitamento a pratiche contro la procreazione. Chiunque pubblicamente [c.p. 266] incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila [c.p.p. 31].

  4. L’altro giorno ho sentito una donna, istruita, giovane e intelligente, dire che bisognerebbe tassare i single perché bisogna riprodursi. Di tutti i lasciti del fascismo, l’idea di pagare la gente per fare figli mi sembra il più duro a morire.

  5. Quanti esseri umani può sostenere a lungo o meglio a tempo indeterminato la Terra? Nessuno può dirlo con certezza. Dipende anche dallo stile di vita, dai consumi. Se ci accontentassimo tutti di una ciotola di riso, rinunciassimo a tante “comodità” (auto, viaggi, riscaldamento, acqua in abbondanza ecc.) forse la Terra potrebbe “sopportare” anche venti miliardi di persone ovvero di – diceva Sartori – uomini-formiche. Una visione che può anche non piacere a noi, a tanti. Comunque siamo già tanti, in appena quarant’anni la popolazione mondiale si è quasi triplicata, complimenti, e ci dicono che non basta (Draghi: la crescita economica necessita di crescita demografica).
    Io penso che meno siamo meglio stiamo (ma al momento vanno forte le sardine a cui piace stare strette). Ma l’impronta ecologica è una cosa seria, attendibile? Ettore Gotti Tedeschi, cattolico, cinque figli da una sola donna (ci ha informato lui) sosteneva che questa impronta è una balla.
    Io ogni tanto calcolo questa impronta e il risultato è deprimente: se tutti vivessero come me ci vorrebbero 2,6 Terre. Eppure vivo modestamente (almeno così credo io): non vado in vacanza da trent’anni, non prendo mai l’aereo, non ho figli, consumo poca carne, compro preferibilmente prodotti regionali o locali e bio, eppure … Mah!
    Un teologo cattolico molto ferrato nelle scienze aveva calcolato trent’anni fa che la Terra può sostenere decentemente 1,5 miliardi di esseri umani.

  6. Sergio, una parte importante della nostra impronta è strutturale; le infrastrutture, la spesa medica e sociale, le reti internet e telefoniche… anche se non le usi molto o ti sembra di non usarle, una quota parte è anche tua.
    Ieri leggevo che essere ricchi e avere comportamenti “ecologici” inquina di più che essere poveri. Ovviamente dipende, ma alle volte abbiamo vite meno ecologiche di quello che crediamo; facciamo rinunce nei campi facili, ma non in quelli che contano veramente.
    Oppure, può darsi che il calcolo a cui ti sei affidato fosse semplicemente sbagliato, nel qual caso stai tranquillo 🙂

  7. Cara Gaia, premesso che per il momento non sembra che ci sia nessuno seriamente interessato ad intervenire, mi sono chiesto quale sia l’ambito più adatto per incominciare a fare qualcosa di utile, se quello locale, quello nazionale, quello sovranazionale o addirittura quello globalista-mondiale e non ho saputo darmi una risposta convincente.
    Tu cosa ne pensi ?

  8. Secondo me tutti. A livello locale si può fare sensibilizzazione e influire sulle politiche migratorie, che tengono alta la popolazione qui. A livello nazionale ci sono gli aiuti ai paesi poveri che hanno problemi di eccessiva crescita demografica, e le politiche sulla natalità e l’immigrazione in Italia. Soprattutto, serve un cambio di paradigma, quindi il dibattito a tutti i livelli, la circolazione di idee nuove, è fondamentale. Far sentire punti di vista alternativi, far capire che non tutti la pensano secondo la mentalità dominante, anzi.
    A livello sovranazionale, non è vero che nessuno è interessato a intervenire, tutt’altro: la gran parte dei paesi con alta natalità ha qualche tipo di programma per provare a ridurla, dall’India all’Egitto, dai paesi africani (checchè se ne dica) alle Filippine. Volendo uno può anche fare donazioni alle associazioni che si occupano di questo; molte mettono a disposizione contraccettivi a comunità svantaggiate, il che secondo me è anche un buon progetto umanitario, purché non sia coercitivo, ma ormai quasi mai lo è.

  9. Ciao Gaia,
    reposto in forma moderata un commento (probabilmente non salvato a causa di una modifica nel sistema di autenticazione di wordpress) che avevo scritto sull’onda emotiva per aver ascoltato per l’n-sima volta il commento dei dati dell’ISTAT in chiave puramente economico/finanziaria. Non è pensabile – a mio avviso – che di un fenomeno classicamente interdisciplinare (ambientale, sociale, geopolitico, climatologico, sanitario, economico) se ne discuta in chiave unicamente economica (denatalità è male perché si contraggono i mercati, diminuiscono i consumi, diminuisce il PIL, diminuisce la forza lavoro: la solita solfa che già conosci da anni).
    Questa storia che ogni fenomeno umano (clima, sanità, istruzione, cultura, arte) debba essere considerato solo in chiave economica, sinceramente mi ha stufato. E non sono solo… lo ha twittato anche l’Altissimo:

  10. Mi verrebbe da risponderti con un “haha”, ma forse è fuori luogo… anche con questo coronavirus, il bollettino dei morti dato sbrigativamente è subito seguito dall’allarme ben più dettagliato su quanto costerà al turismo non avere cinesi o quanto prosecco in meno gli venderemo…. capisco che ci possa preoccupare di più la crisi economica qui che la morte di persone che non conosciamo dall’altra parte del mondo, ma almeno un po’ di rispetto per la vita umana!
    Sentivo Barbero dire che questa fissazione dei politici contemporanei per il Pil e la crescita e l’economia sarebbe sembrata molto bizzarra ai governanti del passato. Non vedo l’ora che finisca.

  11. Appena terminata la prima puntata della nuova stagione di ‘Sapiens, Un solo pianeta’ in cui si parlava di cambiamenti climatici. Quello che mi è rimasto più impresso è il dato relativo al Bangladesh: una densità di popolazione maggiore di quella che si avrebbe se tutta la popolazione mondiale vivesse stipata negli usa. Controllando su wikipedia leggo 1144,9 abitanti per chilometro quadrato, quasi 169 milioni di persone su un territorio di 147.570 kmq, meno della metà di quello italiano.
    P.S. La puntata terminava con alcuni consigli sul comportamento individuale utile a diminuire le emissioni in atmosfera, tipo usare di meno l’auto o l’aereo: Gaia, con la tua rinuncia all’auto fai risparmiare 2,4 tonnellate di CO2 all’anno, vanne fiera 🙂

  12. Mille Ottantanove

    Infatti i nervi sono saltati proprio quando anche per il coronavirus hanno cominciato con le problematiche dell’export e l’interruzione del provisioning per le industrie. Forse non si rendono conto che se si diffonde in Africa – dove non c’è il controllo della popolazione che c’è in Cina e le strutture sanitarie sono minimali – il numero dei morti crescerà di almeno un ordine di grandezza. Altro che produzione ferma per un giorno. Per Ebola il tasso netto di riproduzione stimato (del virus) era circa del 1.55 e i morti sono stati circa 11.300; per il coronavirus l’aggiornamento di febbraio stima tra 4.7 e 6.6. Anche se il tasso di mortalità non è quello dell’Ebola, il numero dei contagiati sarà decisamente superiore: sono numeri che non lasciano ben sperare.
    Forse, di fronte queste problematiche, lasciar perdere per un attimo il PIL non sarebbe tanto sbagliato. Anche perché, storicamente, i morti sono pessimi consumatori.

    µĸ

  13. Sarebbe anche il caso di riflettere sulla globalizzazione:va tutto benissimo finché non va storto qualcosa. Io spero che alla Cina vengano mandate tutte le mascherine e le medicine di cui hanno bisogno; certo che far dipendere tutto il globo dall’economia cinese non mi sembra una grande idea.

  14. Sull’ossessione circa il PIL e l’economia in genere, credo derivi dalla attuale pretesa di misurare TUTTO attraverso il denaro, ormai unita’ di misura universale riguardo ai fatti umani. Oppure, meglio, credo che i due aspetti, PIL e misura di tutto col denaro, si sostengano a vicenda, rinforzandosi reciprocamente, in una spirale sempre piu’ assolutistica e distruttiva.

    In proposito, mi piace portare questo esempio: avrete spesso appreso dai media in genere che, secondo essi, uno dei piu’ grossi problemi dell’italia e’ la scarsa partecipazione femminile al lavoro. Oibo’, se ne deduce ovviamente che le donne italiane fanno poco o nulla in raffronto alle altre europee! In realta’, dopo un rapido semplice ragionamento, si comprende che la vera notizia e’ che le donne italiane, queste sprovvedute se non delinquenti, lavorano da casalinghe e aiuta-tutti in modo non istituzionalizzato, minando cosi’ l’economia nazionale: lavorano in modo informale, non burocratizzabile, non commercialisticizzabile e non tassabile! Praticamente si tratta di vere e proprie lavoratrici in nero. Se invece lavorassero patriotticamente fuori, magari come segretarie del commercialista, il loro lavoro magicamente diverrebbe esistente e “utile”, perche’ conteggiato nel PIL, e non solo il loro: quel loro lavoro “fuori” comporterebbe l’assunzione di una collaboratrice domestica istituzionalizzata, contabilizzata e ormai sempre immigrata, l’approntamento di ulteriori costose istituzioni dove parcheggiare bambini e anziani altrimenti lasciati a se stessi, la complicazione della burocrazia con i nuovi adddetti necessari, la costruzione di altri ponti e strade e automobili per movimentare il tutto… ed ecco che improvvisamente sembrerebbe che l’economia tiri, il PIL aumenti e il paese diventi piu’ ricco.

    In realta’, quello che succederebbe e’ solo che l’efficienza economica diminuirebbe paurosamente, perche’ servirebbero quantitativi enormi di forza lavoro in piu’ per fare le stesse cose di prima, con in piu’ la sensazione di girare a vuoto nella ruota del criceto, di correre come matti per non combinare nulla, che guardacaso e’ proprio la sensazione che hanno tutti oggigiorno e che li rende estremamente necrotici e tristi, e alternativamente depressi e incazzati.

    Pensateci, quando leggete o sentite da qualche parte dell’arretratezza del nostro paese a causa della scarsa partecipazione femminile al lavoro, o del lavoro informale…

    Ma qualcosa, culturalmente parlando, anche si in modo per il momento molto obliquo, si sta muovendo, ad esempio tempo fa ho ascoltato per radio 3 una per me interessante trasmissione di tale Luigino Bruni circa la spietata lotta che fanno le attuali istituzioni (che lui naturalmente fa abbastanza coincidere col capitalismo, ma adesso si deve dire cosi’) contro qualsiasi forma di economia gratuita, del dono, nel tentativo appunto di far lievitare quel numeretto magico che e’ il PIL monetizzando tutto, con il relativo tafanario di spaventose complicazioni e inefficienze che questo tentativo si porta dietro, gabellandolo per sviluppo e crescita. Da cui appunto lo spaventoso e costosissimo incremento, in termini di perdita di ricchezza reale e di benessere psicologico: della burocrazia, della complicazione, delle regole, al di la’ ormai di ogni possibile umana sopportazione.

    La trasmissione e’ questa linkata sotto, ed e’ anche piu’ interessante in quanto mostra la connessione fra religione ed economia (l’autore cerca di dimostrare lo svilupparsi del calcolo economico, col suo trafficare attorno ai “valori”, dalla religione con la sua attenzione alla “giusta mercede”, ma senza volerlo forse mostra come sia altrettanto se non piu’ vero il contrario, che la religione e’ dai piu’ concepita come rapporto di scambio economico “do ut des” con la divinita’). Interessante, puo’ dare degli spunti in aperto contrasto con la attuale pretesa anche da parte delle forze politiche sedicenti rivoluzionarie di incatenare completamente tutti e tutto al piu’ gretto, micragnoso e meschino calcolo economico:

    https://www.raiplayradio.it/audio/2019/02/quotOikonomia–Meditazioni-sul-capitalismo-e-il-sacroquot194160-con194160Luigino-Bruni194160-1053e5d7-62d3-4484-8e65-531d95f44eb2.html

    L’ho ascoltato tempo fa, quando era uscito, spero vi ispiri le stesse considerazioni, e magari anche di piu’, in rete si trovano come minimo alcune pagine del libro citato nella trasmissione radiofonica. Avrei da aggiungere un sacco di altre cose, ma basta e avanza cosi’.

    (ps: se puoi indicare meglio la conferenza di Barbero in cui parla del PIL, interesserebbe).

  15. Non era una conferenza ma un’intervista, dopo vedo se riesco a tirarla fuori.
    Riguardo alla partecipazione femminile al mercato del lavoro, ti faccio però notare che una donna che fa tutte le cose che dici tu non ha nessuna autonomia economica personale e dipende completamente dagli altri. Sarebbe meglio che anche gli uomini facessero queste cose, e la partecipazione al mercato del lavoro si equivalesse tra i due sessi.

  16. Articolo largamente condivisibile e opportunamente in contro-tendenza rispetto al mainstream economico-politico-religioso e massmediatico natalista, inevitabile portato di un materialismo (nel senso deteriore del termine) e di un nazional-populismo (=il numero è potenza) molto difficili da sconfiggere e/o anche soltanto da tenere a freno… Saluti

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