3 – I contributi sono per loro stessa natura un incentivo alla truffa

E non avete sentito ancora niente. Neanch’io, quando ho cominciato questa serie, immaginavo che la situazione fosse così grave. Ora spero davvero di convincervi: dietro ai contributi europei all’agricoltura non c’è solo una gestione opinabile di fondi pubblici. C’è qualcosa di profondamente malvagio. C’è persino la morte: di uomini, di animali. Seguitemi fino in fondo.

In Italia, secondo il New York Times, il 60% delle aggiudicazioni di fondi Pac sono truffe. Non solo: l’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Ignazio Corrao ha dichiarato che “in Italia i fondi UE per l’agricoltura rappresentano una delle principali fonti di guadagno delle mafie”. Un esempio tra i più noti è quello della “mafia dei pascoli”, per cui in Sicilia i mafiosi intimidivano agricoltori e allevatori potenzialmente interessati alla terra su cui avevano messo gli occhi loro e quindi affittavano per cifre basse, circa 36 euro all’ettaro, terreni pubblici sui quali poi prendevano contributi anche di mille euro all’ettaro. Con questa e altre truffe sono spariti milioni di euro, forse anche miliardi; uno dei pochi a opporsi, l’ex direttore del parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, si è salvato per miracolo a un attentato nel 2016.

Non ha avuto la stessa fortuna Jan Kuciak, un giovane giornalista slovacco che è stato ucciso assieme alla fidanzata, a casa sua, il 21 febbraio del 2018. Prima di morire stava lavorando a un’inchiesta su membri della ‘ndrangheta stabilitisi in Slovacchia, da cui si appropriavano di fondi europei per lo sviluppo agricolo. Ho cercato ulteriori informazioni su internet, ma non ho trovato molto, nonostante i suoi colleghi abbiano deciso di proseguire la sua inchiesta. Non per niente si uccidono i giornalisti prima che finiscano il lavoro.

Si sa comunque per certo che nell’Europa dell’Est i politici più potenti hanno trovato il modo di accaparrarsi gran parte dei fondi UE per l’agricoltura, dividendoli con imprenditori amici e sottraendoli ai piccoli e medi agricoltori a cui sarebbero destinati, che ormai non partecipano neanche più ai bandi per le minacce o perché sanno di non avere nessuna possibilità: “hanno creato una versione moderna del sistema feudale, dando lavoro e aiuti a chi si sottomette e punendo chi si ribella.” Tra essi il primo ministro della Repubblica Ceca, Andrej Babiš; il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, “usa i fondi agricoli per finanziare un sistema clientelare che arricchisce i suoi amici e la sua famiglia, protegge i suoi interessi politici e penalizza i suoi rivali”; in Bulgaria “i sussidi hanno arricchito l’élite agraria” e “uno dei maggiori produttori di farina del paese è stato incriminato per frode”, e infine in Slovacchia “il procuratore generale ha ammesso l’esistenza di una ‘mafia agricola’”. I fondi che dovevano unire l’Europa hanno unito le sue mafie.

Nel novembre 2019 Internazionale ha pubblicato queste informazioni in un’inchiesta sulle truffe sui fondi della Pac dal titolo “Sovranisti a spese dell’Europa”, ponendo quindi l’accento non sulla truffa in sè ma sulla contraddizione tra presa di posizione antieuropea e comportamento. Sarebbe forse meglio se i politici che arraffano grosse fette di questa torta miliardaria avessero almeno il buon gusto di mostrarsi grati per il boccone?

L’Europa, in ogni caso, non può far niente a parte protestare, perché gli stati stessi dovrebbero servire da garanti della corretta distribuzione dei fondi. Si potrebbe chiedere di accentrare i poteri di controllo a Bruxelles anziché a Roma o a Budapest, ovviamente, ma la situazione che si verrebbe a creare sarebbe questa: gli stati dovrebbero raccogliere le tasse dai loro cittadini, compresi i contadini dei luoghi più remoti; queste tasse dovrebbero poi essere convogliate a livello centrale, conteggiate, redistribuite capillarmente negli stessi luoghi remoti da cui provengono, e poi ricontrollate facendo per la terza volta la spola tra capitale centrale e campagne d’Europa. A ogni passaggio esattori, funzionari, commercialisti e controllori devono essere pagati, con il risultato che i soldi che arrivano ai contadini-contribuenti sono meno dei soldi che sono partiti dalle loro stesse tasche. Non sarebbe molto più semplice lasciare direttamente il denaro ai contadini che lo guadagnano vendendo i propri prodotti? Così almeno saremmo sicuri che nessuno lo ruba.

A chi dirà, quindi, che bisogna tenere il sistema dei contributi ma intensificare i controlli, si potrà rispondere che il sistema incentiva non solo i produttori ma anche i controllori ad essere disonesti, o per motivi di corruzione, o di geopolitica, o perché controllori e controllati sono le stesse persone. Ci sono ambiti nei quali controllare è indispensabile, ed è sensato impiegare le energie collettive per verificare che questi controlli siano eseguiti correttamente. Nel caso dei contributi, però, trattandosi sostanzialmente di una complicatissima partita di giro, forse sarebbe semplicemente più sensato ridurre i passaggi così da ridurre le possibilità di truffa.

Questa truffa diventa possibile e invitante proprio per come il sistema è progettato: il meccanismo stesso del contributo è un meccanismo che premia i furbi e i delinquenti. Così come, mutatis mutandis, accadeva per le quote nelle economie a pianificazione centrale, un sistema in cui viene premiato non quello che si fa ma quello che si dichiara di fare funziona inevitabilmente come incentivo a dichiarare il falso. Un allevatore non può vendere latte che non ha, ma, se viene compensato non dall’acquirente in base al latte effettivamente prodotto ma dall’ufficio pubblico in base al numero di vacche che dichiara di avere, sarà invogliato a dichiarare vacche inesistenti, che costano meno di quelle vere. Questo è quello che è successo con gli scandali delle quote latte in Italia, in cui molti produttori veri sono stati rovinati mentre altri hanno preso soldi senza averne diritto, in un sistema di coperture, connivenze e complicità così esteso e capillare che alla fine non è stato possibile punire nessuno.

Comunque le vacche, per quanto mantengano il loro primato, lo vedono un po’ minacciato: in questi anni avrete notato che sembra di assistere al ritorno degli animali dei miti greci, della Bibbia e del Medioevo – pecore e capre. Ma come mai, all’improvviso, l’Italia si sta riempiendo di enormi greggi anche in zone che non le vedevano passare da generazioni? E cosa c’è dietro questa improvvisa riscoperta dei pastori, dell’alpeggio e della transumanza?

Per motivi economici, un sacco di persone si stanno buttando sulla pastorizia anche se non la sanno praticare, e gli animali ne fanno le spese. Dal Trentino arrivano storie agghiaccianti. Nel 2003 sono circolate notizie di bovini portati al pascolo in condizioni non adatte, perché troppo giovani, delle razze meno idonee, o non abituati a stare fuori. Gli animali erano stati acquistati e poi trasportati in quota, alle volte anche in elicottero, poi abbandonati a loro stessi o a pastori stranieri inesperti. Le cronache parlavano di animali disorientati e spaventati, nutriti a mangime anziché erba e bloccati in cima a una montagna a sguazzare nel loro stesso letame. Molti sono morti poco dopo. L’incentivo che ha portato a questo erano i “contributi per l’estensivizzazione”: 3 milioni di euro. Dopo una condanna in primo grado per truffa, la corte d’appello ha assolto i proprietari degli animali, i fratelli Berasi, perché effettivamente le mucche in montagna c’erano state portate. Pur non conoscendo i dettagli del processo al di là di quanto qui scritto, mi sembra di capire che nella questione dei contributi conta la forma, non la sostanza: se sono stati rispettati i requisiti formali hai diritto ai soldi, non importa che l’effetto sia stato disastroso e completamente contrario allo spirito della legge.

Non sono riuscita a capire se sia stato intentato un processo per il maltrattamento degli animali. Mi sembra una costante ormai abbastanza acclarata, anche grazie a varie inchieste giornalistiche (tra cui anche quelle di Report): chi ha soldi, influenza e grandi volumi, riesce a intimidire o corrompere i veterinari e gli organi di controllo, e la fa franca. Chi ha poca roba e conta poco, deve rendere conto di ogni piccola cosa che fa. Non voglio offendere intere categorie, perché non è giusto nei confronti dei tanti che sono onesti, ma anche da queste parti ho sentito storie di greggi scomparse o animali abbandonati, e nonostante i solleciti nessuno degli organi preposti andava a verificare. Non posso dimostrarlo, ma come avete visto sono cose che succedono, e tanto. Un’altra storia simile è infatti arrivata l’estate scorsa dal Trentino: un terzo delle pecore arrivate nei pascoli, a quanto pare già magre, sono state trovate morte. Un terzo! Bisognerebbe anche chiedersi che senso abbia spostare centinaia di pecore dalla provincia di Modena fino alle montagne del Trentino, a quasi mezza Italia di distanza. Serve dirlo? Questione di contributi.

(Sottolineo un’ulteriore contraddizione: le razze di pecore nel mondo sono così numerose proprio perché nei millenni ne sono state selezionate di ogni tipo, ognuna adatta a un habitat specifico e conseguentemente a delle funzioni. Lo stesso vale per praticamente tutte le specie domestiche. Anche se la transumanza e lo spostamento fanno spesso parte della pastorizia, li si pratica secondo tradizioni consolidate e tenendo conto delle specificità della razza utilizzata. Le pecore devono essersi adattate al clima, alla flora, ai patogeni, al tipo di terreno e alle tecniche di allevamento. Se allevate rispettando questi principi, sono animali straordinariamente autonomi e resistenti. I contributi, formalmente nati per sostenere questo tipo di tradizioni, di fatto le annullano creando un incentivo per sbatacchiare i poveri animali di qua e di là a casaccio dove è più conveniente, senza tutte queste attenzioni, con il risultato che tanti muoiono.)

I media maggiori non sembrano avere grande interesse nei confronti di queste truffe, preferendo parlare di fondi europei ed “Europa” in senso astratto, o spacciando zone di truffa per paesaggi bucolici, ma sui media locali o di settore si leggono storie che fanno davvero arrabbiare. Ringrazio i lettori per le segnalazioni degli articoli che sto citando, e racconto quanto succede tra Veneto, Trentino e Lombardia, sempre per colpa dei contributi. Sul sito ruralpini.it trovo una lunga carrellata di casi. Alcuni esempi:
Speculazione: In val Camonica i “pascoli sono stati affittati a soggetti di altre provincie e della bassa bresciana che, in sede di aste pubbliche con il meccanismo del rialzo, offrono cifre astronomiche che risultano inavvicinabili per gli allevatori di montagna. Per la malga Frisozzo di Cimbergo, piuttosto malmessa, e anche difficile da raggiungere, l’affitto è passato dai trecento euro all’anno, offerti da un allevatore camuno, agli ottomila euro di un imprenditore bergamasco. Lo scorso anno era accaduta la stessa cosa anche a Paspardo, dove, per la malga Zumella a 6.000 offerti dal vecchio allevatore, Jennifer Bana ne ha offerti ben 20.000. Marmor presenta pascoli (ex pascoli) quasi completamente cespuglieti e arborati. Come si spiega la corsa ad affittare queste superfici? Con i meccanismi perversi dei premi per i titoli Pac che consentono di abbinare a pietraie titoli che possono valere centinaia di euro all’ettaro. Questi “pascoli” godono pur sempre del premio per il greening (requisiti “ecologici”) che aumenta del 50% il valore del premio. Se detengo (avendo acquistato al mercato aperto dei titoli) titoli da 300€, porto a casa 135 € all’anno per una pietraia con qualche ciuffo d’erba. Di qui l’interesse ad acquisire ampie superfici di pascoli anche magri, anche magrissimi, senza strade.
Truffa? “I 300 capi ovini riconducibili ai Bana, affidati ad un pastore romeno, alloggiato in condizioni precarie in una roulotte, hanno pascolato per la maggior parte della stagione su terreni privati. A fine luglio il pastore romeno trasferiva le pecore, con l’aiuto di pastori locali, alla malga Frisozzo. Uno di questi ultimi, nel 2016, aveva caricato a settembre inoltrato la malga Frisozzo con degli asini per conto della Burnigaia. Pascolamento interrotto, però, da una precoce nevicata. In questo modo non è stato materialmente possibile garantire i 45 giorni di pascolo che la Regione Lombardia ha previsto (in deroga), quale periodo minimo per incassare i premi. Nonostante le agevolazioni alla speculazione (la riduzione da 60 a 45 giorni del periodo minimo di pascolo consente di incassare con gli stessi capi premi in due malghe diverse) quanto avvenuto nei due anni scorsi indurrebbe a dubitare del diritto di Bana e sorellina di incassare i premi per le due malghe.”
Speculazione: “Il biogas ha rappresentato un tristo capitolo per i veri agricoltori: incentivi sulla carta destinati alla “multifunzionalità agricola”, a sostenere la sostenibilità ecomica del settore, sono state drenati da interessi speculativi spesso opachi. Gli agricoltori si sono spesso trovati senza terreni da affittare o con affitti della terra alle stesse [stelle?] perché le centrali a biogas hanno utilizzato vaste superfici coltivate a trinciato di mais da biomassa. Gli impianti erano entrati in funzione entro il 31 dicembre 2012 per usufruire della tariffa onnicomprensiva che concedeva ai biogassisti “agricoli” ben 0,28 €/kWh. Così tutti puntarono alla potenza massima ammissibile per le centrali etichettate “agricole”, ovvero 999kw. Salvo poi accorgersi che molte centrali erano surdimensionate. Nella maggior parte dei casi ad incassare i contributi per il biogas “agricolo” furono società costituite ad hoc, dalla composizione sociale spesso “a scatole cinesi”.”
Riassumendo: “I pascoli di montagna sono una pacchia per gli speculatori che ragionano solo in rendimento finanziario dell’investimento perché i requisiti per incassare i premi sono anche quelli che comportano i costi minori. Il costo di acquisto di un titolo si ammortizza in un anno, poi si passa all’incasso negli anni che restano. Tutti questi pascoli che gli speculatori lasciano incolti o che sono solo sommariamente pascolati e che diventano arbusteti, distese di felce aquilina, che si coprono di erbe alte, che seccando diventano ottimo combustibile per gli incendi non sarebbero in regola. Anche nei casi meno eclatanti gli speculatori caricano (o fanno caricare da terzi) con un numero di capi insufficiente a prevenire nel corso degli anni una successione vegetazionale negativa, ovvero a trasformare il pascolo in cespuglieto o comunque a evitare la regressione delle buone foraggere e il numero di specie erbacee presenti. L’esperienza di questi anni insegna che la speculazione organizzata cerca di gestire il massimo di ettari per incassare centinaia di migliaia di euro senza fare nulla, girando carte e animali intestati, capi della transumanza o collegati a stalle di comodo”.
(Per rendere agevole la lettura ho fatto alcuni piccoli tagli senza segnalarli con parentesi e virgolette; seguendo il link trovate la lunga e approfondita inchiesta originale)

Nel già citato articolo de Il fatto sullo stesso problema ma nel Sud Italia si sostiene che alcuni pastori o ricercatori, a seguito dei nuovi contributi per la pastorizia e conseguente corsa al pascolo, abbiano subito intimidazioni anche molto gravi – dal gentile invito a farsi i fatti propri a pecore decapitate e stalle incendiate.

Ovviamente non tutti i beneficiari di contributi sono disonesti e questi saranno casi estremi, ma sono davvero tanti. E anche in casi meno gravi, il meccanismo è sempre lo stesso: il contributo è intrinsecamente portato a incoraggiare la truffa e la disonestà. È un sistema che sembra invitare l’agricoltore a diventare disonesto, o il disonesto a diventare agricoltore.

E perché tutto questo? In parte, come già spiegato, perché il meccanismo premia la dichiarazione anziché il risultato effettivo. Non solo: purtroppo, la natura umana è tale che grosse somme di denaro suscitano l’interesse di persone avide e senza scrupoli. Una corrispondenza effettiva tra quanto prodotto e quanto riscosso costringe le persone a lavorare se vogliono ottenere qualcosa; ma il contributo crea una scorciatoia tra desiderio e denaro che può nei casi più estremi prescindere totalmente dal lavoro, addirittura opporsi ad esso, sfidarlo e distruggerlo. Lo speculatore, il mafioso, il grosso imprenditore non hanno la stessa mentalità del contadino, che sa che deve faticare per ottenere un risultato, che ha dei limiti nel suo corpo e nella natura – piuttosto, hanno un fiuto per l’occasione, il rischio, il confine sottile tra legale e illegale, il guadagno facile… il contributo fa gola proprio a queste persone qui e le attira come un pezzo di carne lasciato marcire attira i vermi.

Il fatto è che le persone che decidono di destinare tutti questi fondi per scopi secondo loro meritevoli sono lontanissime, fisicamente e materialmente, dai luoghi in cui questi fondi poi arrivano. Per accorgersi di certe cose che succedono in pascoli remoti tra le montagne o nelle grandi pianure “agricole” d’Europa bisogna essere lì, osservare, conoscere il passato di un luogo e saperne interpretare il presente, e ancora ascoltare le voci di paese, i sospetti della gente, quello che tutti sanno e nessuno ha il coraggio di denunciare… tutto questo non si può fare né da un ufficio né con un rapido sopralluogo.

Concludo citando, sperando che non dispiaccia all’autore, parti di un commento pubblicato sul mio blog da un lettore firmatosi Wyatt. Lui probabilmente non la vede così, ma secondo me quanto scrive sostiene la mia tesi del problema intrinseco. Giudicate voi.

(…) lavoro in un Ente pubblico che ha tra i propri compiti la normazione della ridistribuzione di fondi e le relative funzioni di controllo, anche nel settore dell’agricoltura. (…) nella mia piccola esperienza professionale con il ruolo di cui sopra, constato che ogni volta che ho contribuito a scrivere un bando, o impostato una check list di controllo ecc., se ho dovuto complicarlo rispetto a quanto scritto la volta precedente, è solo perché, nell’anno nel frattempo trascorso, ho avuto esperienza di imprenditori (a tutti i livelli, dall’artigiano alla grande azienda) che cercavano in tutti i modi di “infilarsi” più o meno lecitamente tra le pieghe delle norme dell’attribuzione di denaro pubblico, interpretando a proprio favore laddove i colleghi ed io non abbiamo chiarito, spiegato, normato a sufficienza fino a sfociare, appunto, nel ridicolo. Le nostre definizioni vengono forzate, le premesse vengono gabbate con artifizi di vario tipo (compravendita terreni, affitti all’ultimo minuto, spostamenti di attrezzature… varie azioni che è impossibile prevedere e sulle quali poi, se escludiamo questi soggetti dall’elenco dei beneficiari, ci viene fatta causa). Il punto pertanto è che se noi non arriviamo a perdere una quantità enorme di tempo per scrivere bandi lunghissimi con mille premesse, “visto e considerato”, “ritenuto” ecc. ecc., a normare con paletti che sono sempre più stringenti e apparentemente (o realmente) vessatori non è perché, almeno nel mio caso, ne traiamo sadico godimento, ma è perché abbiamo esperienza di chi approfitta di qualunque spazio per ricevere indebitamente denaro, o commettere varie frodi quasi sempre votate alla massimizzazione del proprio profitto.
Prossima puntata: I contributi incoraggiano la sovrapproduzione e danneggiano l’ambiente e il benessere animale

Questo testo è da considerarsi un lavoro in corso – chiunque riscontri errori o voglia proporre aggiunte può scrivermi a gaiabaracetti@yahoo.com

13 risposte a “3 – I contributi sono per loro stessa natura un incentivo alla truffa

  1. Pingback: 2 – Con i contributi i ricchi sono sempre più ricchi e gli altri pagano | gaia baracetti

  2. C’è una zona di “bassa montagna” che frequento da oltre trent’anni, collocata sull’Appennino, dove colgo gli effetti dell’eccesso di pascolo bovino: i terreni, solcati dagli innumerevoli e profondi sentieri tracciati dalle troppe vacche, cedono e franano. I sentieri stessi, nel corso degli anni, si tramutano in canaletti che, anno per anno, si fanno sempre più profondi, erodendo fino alla roccia sottostante e trasformandosi poco a poco in “calanchi”. Certo, per ora sono “calanchi” veramente in miniatura, ma il processo è avviato e le vacche tracciano sempre nuovi sentieri per aggirare quelli ormai deteriorati.
    Il pascolo può portare vantaggi all’ambiente? Non lo so. Il modo di condurre i pascoli che ho sotto agli occhi fa il contrario. Distrugge. E non solo nel modo che ho descritto, perché ce ne sono altri che tralascio per non essere tedioso e perché sarebbero probabilmente “fuori tema” in questa pagina.
    Come con le persone anche con le vacche, dove ci stanno cento individui non puoi stiparne cento senza sfasciare tutto (e provocare problemi anche seri di carattere sanitario).

  3. Il discorso dei pascoli è molto interessante (secondo me), perché si sta scoprendo che con una corretta gestione il pascolo può avere addirittura un effetto migliorativo, concimando l’erba e assorbendo CO2. Il problema è che il pascolo non è quasi mai correttamente gestito. In soldoni, il pascolo “rigenerativo” prevede di mettere molti animali in una superficie relativamente ristretta per poco tempo, così che mangino e calpestino tutto (se no mangiano solo la roba più buona e lasciano crescere il resto), concimando con letame, urina e saliva. Poi, il pascolo dev’essere lasciato riposare per mesi. Così, tra l’altro, non serve somministrare medicinali di routine agli animali perché i patogeni espulsi con le feci vengono lasciati indietro; mentre tenendo gli animali sempre nello stesso posto finiscono per rimangiarseli. Questa tecnica è resa molto facile dall’invenzione delle reti elettrificate, una delle poche novità tecnologiche agricole, secondo me, ad avere più benefici che svantaggi. Al tempo stesso, è un’imitazione di quanto succede in natura, perché gli erbivori tendono a muoversi in gruppi fitti, per proteggersi dai predatori, e a spostarsi spesso in cerca di nuove fonti di cibo o, per l’appunto, per scappare. Siamo noi che li costringiamo, innaturalmente, a stare sempre nello stesso posto.
    Il problema è che molti non sanno che bisogna far pascolare gli animali così, o non gliene frega niente. Inoltre, le vacche sono animali molto pesanti, soprattutto le razze più produttive che si usano adesso, e non sono adatte a tutti i tipi di terreno. I danni irreparabili che tu descrivi sono l’inevitabile conseguenza di cattive pratiche, indifferenza e incuria.

  4. Sono l’inevitabile conseguenza dell’avidità, perché cento vacche rendono più di dieci, e chissenefrega se al prossimo giro non rimane non dico l’erba, ma neppure il terreno. Questa è la mentalità più diffusa tra chi pratica l’agricoltura come ogni altra attività umana. Me lo dice quel che ho constatato coi miei occhi negli ultimi trent’anni, praticamente in ogni dove e in ogni ambito. Non ho motivo di credere che altrove accada diversamente, anche se amerei poterlo avere.
    Ancora una volta, non mi dilungo con gli esempi, perché sarebbero fuori tema (qui si parla nello specifico di incentivi). Ne ho comunque a carriolate.

  5. Sono anche la conseguenza del fatto che il latte te lo pagano trenta centesimi al litro e se non sovraproduci non campi.

  6. Non c’entra con i contributi ma ho appena letto questo.
    http://sovrappopolazione.blogspot.com/2020/01/la-citta-dei-porci.html
    Leggevo ieri che l’Italia importa un miliardo di chili di carne di maiale cinese all’anno. Ora che ci penso, questo dato è impossibile; ne importiamo comunque un sacco.
    Faccio notare che uno stato che si auto-priva della possibilità di mettere dazi o negare l’autorizzazione alle importazioni si auto-obbliga a sostenere abomini del genere appena bussano alla sua porta per entrare. E, purtroppo, temo anche gli esseri umani che vengono da posti in cui è diventato normale vivere così siano portatori di una cultura in cui si è imparato ad accettare di vivere in formicai di cemento.

  7. Effettivamente se il latte venisse pagato adeguatamente non ci sarebbe bisogno di alcun contributo. Per portarvi un esempio reale, mio fratello ora come ora riceve cira 50-55 centesimi al litro, che è già un buon prezzo perché siamo in montagna ed inoltre il suo latte viene utilizzato per la produzione del Trentingrana, che necessita di latte proveniente solo da animali nutriti a fieno (e non mais o insilati vari). Giusto per farvi capire, basterebbero altri 10 centesimi per stare tranquilli. Pochi anni fa però il prezzo del latte al produttore era sceso anche da noi a 33-35 centesimi al litro e con tali cifre non ci rientri nemmeno dei costi. Se non ci fossero stati i contributi sarebbe andato in perdita.
    Purtroppo il sistema dei contributi, che era nato per sostenere l’attività agricola in zone svantaggiate (di preciso non mi ricordo, ma avevo iniziato ad aiutare i miei nella compilazione delle pratiche intorno alla prima metà degli anni novanta) si è via via trasformato in un affare per intascare soldi, spesso in modo disonesto come testimoniato dal tuo articolo.
    Lo stesso discorso si può applicare alla produzione di frutta e verdura.
    Finché non si riconoscerà ai produttori agricoli il giusto prezzo per la loro fatica non vedo una inversione di rotta. Per uscire da questo cul de sac bisogna puntare alla qualità e non alla quantità (Il Trentino sta facendo progressi in tale direzione). E la colpa secondo me un po’ è anche dei consumatori, che non pensano alla qualità di quello che mangiano, ma puntano solo a risparmiare sul cibo e per poi magari non si fanno problemi a spendere cifre assurde in telefonini o cose di poco conto.

  8. Una soluzione potrebbe essere anche rendere più facile (dal punto di vista delle norme) la lavorazione del prodotto. Qui gli allevatori più lungimiranti si fanno e vendono da soli il formaggio (o in botteghe locali), così da tenersi il valore aggiunto della lavorazione, che pesa molto più della materia prima.
    Riguardo al sostenere l’agricoltura in zone svantaggiate, io in realtà non vedo alcun motivo per farlo, ma ci arriverò nei prossimi post, spero.

  9. Sì, il latte a 35 centesimi, o la frutta e la verdura regalate. Poi però quelle poche volte che mettono in piedi una attività di vendita diretta chiedono prezzi ben superiori a quelli della grande distribuzione, pur non avendo in mezzo alcun intermediario a “farci la cresta”.
    Dico io, il latte fresco và intorno a 1.60-1.80 €/l, contro i pretesi 0.35€ citati qui sopra. Un buon prezzo tanto per chi alleva quanto per chi beve latte potrebbe essere un valore intermedio, non invariabilmente la cifra massima.
    Lo stesso discorso vale per la vendita diretta di generi di ortofrutta: mica ci si trova “a metà strada” con soddisfazione tanto di chi vende quanto di chi compra, eh! No, si finisce sempre sulla cifra massima. I casi della vita.
    Non raccontatemi favole, che tra i miei parenti ci sono stati e ci sono anche agricoltori, so come pensano e come agiscono. E non si tratta neppure di latifondisti, che quelli sono ben peggio.

  10. Mah, al mercato contadino da queste parti i prezzi dei prodotti sono solitamente onesti, e poi per fare vendita diretta spesso devi pagare controlli, corsi e certificazioni in più, nonché l’affitto per il banchetto, inoltre comunque devi pagare qualcuno che sta al banco e quindi non lavora in azienda. Non lamentarti di tutto!

  11. Come evidenzia l’atteggiamento “legistico” del Wyatt citato, che e’ tipico e rivelatore, la legislazione attuale con le sue pretese di perfezionismo, in ogni ambito non solo quello agricolo, non e’ un semplice incentivo alla truffa, e’ un selettore darwiniano che premia, nell’ordine: disinvolti, opportunisti, furbi, disonesti e truffatori, in un circolo vizioso con un crescendo rossiniano. C’e’ da aggiungere che e’ da decenni che tutto il clima politico, probabilmente per l’eccesso di benessere, dall’estrema destra all’estrema sinistra, sia dal lato degli elettori che degli eletti, specialmente nella sua frazione popolare, reclama piu’ leggi, piu’ repressione, piu’ perfezionismo, fino ad arrivare al parossismo paralizzante giustizialista e carognesco attuale, che finisce per trovare sfogo e barbara soddisfazione sui piu’ deboli di ogni categoria sociale, dall’immigrato clandestino alla piccola partita iva sommersa dalle norme, dalle tasse e dai debiti, dove ognuno e’ severissimo censore di quella che ritiene essere la parte a lui avversa. Non senza risparmiare ogni tanto qualche capro espiatorio eccellente da immolare per la purificazione della comunita’, salvo continuare come prima e subito dopo, con maggiore accanimento. Categoria, quella dei deboli, che a causa di questo andazzo diventa sempre piu’ numerosa, ma non per questo meno autoflagellante, anzi, essa cerca soddisfazione nell'”underdog” successivo, come hanno ben capito i politici anche loro e allo stesso modo darwinianamente selezionati dal clima generale. Infine, duole dirlo, ma sotto questo aspetto i peggiori degli ultimi tre decenni, quelli che hanno maggiormente contribuito a far crescere questo clima di sospetto ormai incontrollabile, sono stati proprio gli ecologisti nelle loro varie incarnazioni col loro massimalismo tanto benintenzionato quanto deleterio, alcuni dei quali solo quando sono “passati dall’altra parte” si sono resi conto degli errori commessi, pero’ purtroppo quasi sempre solo dal nuovo punto di vista, quello del loro interesse attuale, che rende difficile compatirli, da cui le oscillazioni politiche ad “autorinforzo distruttivo” cui stiamo assistendo con rassegnata consapevolezza. Chi e’ causa del suo mal pianga se stesso: solo cosi’ potremmo, forse, rompere il vortice vizioso in cui ci siamo tuffati. L’ambiente che si e’ guastato non e’ quello che sta fuori di noi, non per primo, perlomeno.

  12. E la marmotta? 🙂

  13. Mi sembrava di stare a sentire (leggere) un monologo tratto dal film “V per vendetta” (purtroppo non ho letto il libro da cui è stato tratto, che a quanto pare è di gran lunga migliore del film, così si trova scritto in giro).

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