Regole e illegalità

Io sono esasperata, e, mi sembra, non soltanto io. Alla festa medioevale di Valvasone uno degli argomenti su cui cadeva spesso la conversazione era l’eccesso di regole e burocrazia che soffoca le persone. In tanti volevano sapere della mia attività con le pecore, ma io ci tengo a raccontare la storia per intero, non solo la parte bucolica o i cliché sui sacrifici che tutti già si aspettano. Quando iniziavo a dire che non sono autorizzata a fare nulla, che le regole sono soffocanti, in molti annuivano mestamente. Artigiani, ex agricoltori, aspiranti lavoratori autonomi mi guardavano con un misto di solidarietà e sofferenza esistenziale. Un falegname mi diceva che se assumesse qualcuno sarebbe costretto a cambiare tutte le sue attrezzature, e non poteva permetterselo. La moglie di un meccanico mi ha raccontato di quando suo marito ha ricevuto 70 euro di multa perché, dopo aver fatto un semplicissimo lavoro a una signora senza chiederle niente, lavoro che di solito si fa gratis, non aveva emesso una fattura da zero euro. Alcuni si sfogavano sulla privacy; una mia amica libera professionista mi ha raccontato di quante carte, password, software, servono per rispettare le norme sulla privacy, e se solo ci ripenso mi si rizzano i peli delle braccia. Un muratore mi dice spesso di essere costretto a comprare materali “a norma”, più scadenti di quelli vecchi, solo perché sopra hanno l’etichetta giusta.

Non si tratta solo di scocciature o di piccoli costi da sopportare. Come ho scritto in passato, la possibilità di lavorare in proprio se lo si vuole è fondamentale per la qualità della vita delle persone e la loro libertà, per una distribuzione meno concentrata di saperi, denaro e potere, e per una maggiore capacità della società e dell’economia di far fronte alle crisi – se chiude un artigiano, ci rimettono in pochi, se chiude una fabbrica con centinaia di lavoratori e un mega-indotto, è una catastrofe.

L’iper-normazione a cui sono soggetti tutti in questo paese ha quattro conseguenze molto gravi, una delle quali è sicuramente voluta.

La prima è di agevolare i potentati economici, la grande industria, il grosso capitale, i già ricchi. Quando solo per allevare galline o vendere formaggio bisogna dotarsi di impianti costosissimi che cambiano in continuazione, è evidente che solo chi dispone di enormi capitali può adeguarsi. Se proprio non li ha in tasca, può farsi prestare soldi da una banca; poi, anche dovesse fallire perché costui non li restituisce, ci pensa lo stato a mettere tutto a posto. Nel mio settore, so che le nuove norme stanno portando alla chiusura ulteriori macelli, di modo che gli allevatori dovranno rivolgersi sempre più lontano, ormai soprattutto in Veneto. Questo significa maggiore stress per gli animali, perché dovranno viaggiare di più, maggiore stress e minor guadagno per le persone, e un ulteriore colpo per le economie locali perché altre persone molleranno. Inoltre, l’impossibilità di trasformare autonomamente i propri prodotti favorisce, di nuovo, grande industria, grande logistica e grande distribuzione, quindi l’accentramento dei soldi in poche mani, e spesso la loro fuga all’estero.

La seconda conseguenza è generare una classe di persone parassitaria suo malgrado, il cui unico compito è assicurarsi che queste regole siano rispettate o aiutare chi è in difficoltà ad adempiere ad esse – o anche solo dare la conferma formale di qualcosa che è successo da sé ma un semplice cittadino non può registrare. Geometri, notai, avvocati, consulenti di vario tipo, funzionari pubblici, sindacati, associazioni di categoria… tutte queste persone, che effettivamente svolgono un lavoro necessario perché le leggi l’hanno reso necessario, hanno stipendi o parcelle fisse, a differenza di molti produttori, che devono sottostare al mercato, e solitamente guadagnano molto, perché sono persone laureate e quindi “migliori” della altre. Ma anche se guadagnassero di meno, resta il fatto che vanno pagate e questo aumenta il carico di lavoro sulle spalle di chi produce e la necessità di produrre tanto a qualsiasi prezzo per poter pagare i professionisti, con conseguenze negative sui lavoratori e sull’ambiente.

La terza conseguenza è renderci tutti ricattabili. Siccome è di fatto impossibile rispettare le norme, ognuno è costretto a fare almeno qualcosa di irregolare, per cui non potrà mai stare tranquillo, non potrà mai denunciare grossi illeciti, per paura di ritorsioni. Lo vedo tutti i giorni e ne sono vittima io stessa, una persona che si considera onesta all’estremo e che è costretta a fare cose che, formalmente, non sono concesse. Spero un giorno di potervi spiegare bene a cosa mi riferisco perché si tratta di una storia veramente kafkiana, in cui sono completamente a posto con la mia coscienza ma non con la legge.

La quarta conseguenza, legata alla precedente, è che con l’eccesso di regole aumenta l’illegalità. Siccome, ribadisco, fare le cose a norma è praticamente impossibile, oppure così costoso da portare al fallimento intere attività, la gente si rassegna a fare di nascosto. Dico “si rassegna” perché conosco persone che mi hanno detto che vorrebbero fare tutto come si deve, ma semplicemente non possono. Conosco persone che hanno smesso di fare le cose in regola quando si sono rese conto che non ce la facevano proprio o quando sono uscite nuove leggi. Conosco persone che mi hanno pregato di non registrare i miei agnelli con la ASL perché questo li rende ingestibili, e così anche se io voglio fare tutto bene, mi trovo nella situazione di faticare ancora di più a trovare qualcuno a cui venderli.

Vi faccio un piccolo esempio, per farvi capire. Una qualche versione di quello che vi racconto si verifica in tutti i settori produttivi ogni giorno. Ho tre belle agnelle che non posso tenere, e che mi dispiace macellare. Un amico, che ha un allevamento, le prenderebbe volentieri. Il problema è come fargliele arrivare. Prima, chiedeva un piacere a un altro amico dotato di mezzo per trasporto animali, e si combinava così. Adesso, una nuova norma proibisce il trasporto per conto terzi: si è obbligati a portare gli animali o con mezzi propri, o rivolgendosi a un trasportatore autorizzato. Preciso che per trasportare pecore non va bene un trailer per cavalli o uno per mucche, dove pure starebbero più che comode: ci vuole un mezzo apposta. Perché? Boh. Così mi hanno detto. Una piccola azienda non può permettersi uno di questi mezzi (a quanto ho capito, ci vuole anche una licenza speciale), per cui o paga un trasportatore autorizzato, i cui prezzi però sono spesso superiori al valore del bestiame trasportato, oppure, come so che stanno iniziando a fare in molti, carica gli animali sul primo mezzo che trova e spera che nessuno se ne accorga. Ovviamente, siccome ogni animale è tracciato, alla domanda del veterinario: com’è arrivata questa pecora qui? sarà costretto a dire: a piedi, il che è assurdo e probabilmente sarà comunque reso illegale a breve. Io ci ho pensato veramente di portare le pecore a piedi, solo che per il benessere degli animali, lasciando stare il mio, sarebbe un po’ un rischio, dato che sono cinquanta chilometri. Vedete a cosa siamo costretti?

Ci sono due assurdità in questa situazione. Una è che ci sono tantissime regole e pochissimi controlli, per cui chi vuole fare le cose per bene è costretto a compilare sempre più carte, ottemperare a sempre più requisiti, spendere sempre più soldi per attrezzature sempre più aggiornate – mentre chi se ne frega continua a fare bellamente ciò che vuole. Lo vediamo nell’evasione fiscale, e lo vediamo in tutto il resto. Anzi: mettersi in regola è un rischio. Finché sei invisibile, devi solo sperare che non ti denuncino. Quando ti metti in regola, attiri su di te l’occhio di Sauron dello stato e dei suoi funzionari e ogni tua mossa è controllata, ogni carta vagliata, ogni autorizzazione appesa a un filo.

L’altra assurdità è che, nonostante tutte queste leggi, la situazione è ben lontana dall’essere ideale. La maggior parte delle persone è d’accordo che la salute pubblica sia tutelata, che i lavoratori siano a norma e pagati onestamente, che lo stato riscuota le tasse per i servizi essenziali e che gli animali non siano sottoposti a sofferenze inutili. Eppure, lo vediamo tutti che paghiamo una quantità immensa di tasse, eppure i giganti del web o dell’industria e della finanza, o anche solo i riccastri locali, trovano sempre il modo di spostare i capitali in paradisi fiscali o eludere il fisco; che assumere in regola è costoso e complicato, eppure le campagne sono piene di schiavi che lavorano in condizioni che sarebbero state inaccettabili anche nel Medioevo; che le norme sulla privacy raggiungono il ridicolo, eppure un dipendente dell’ospedale o dell’università può facilmente vedere, rispettivamente, gli esami clinici o quelli accademici di una persona a piacere; che gli animali continuano a soffrire in allevamenti lager da cui escono patogeni pericolosi e, tornando al mio caso specifico, continuiamo a importare carne e lana da paesi come l’Australia, dove si mutilano le pecore senza anestesia per evitare infezioni e quando è ora di macellarle le si carica su navi in cui mediamente una su cento muore, e come? Praticamente squagliata viva per il caldo.

Ancora: in questo paese sono stata denunciata ben due volte per un pollaio, e il piano regolatore dava ragione ai simpatici vicini. Ormai è diventato impossibile tenere animali da fattoria se non si vive lontano da un centro abitato quanto la Terra lo è dalla Luna, però poi portiamo i bambini nelle fattorie didattiche perché pensano che i polli abbiano quattro zampe; ma anche le fattorie didattiche sono finte, perché il nostro cibo arriva da allevamenti industriali di polli o maiali che puzzano a centinaia di metri di distanza (i miei non puzzano), producono una quantità ingestibile di rifiuti che inquinano aria e acqua, ma continuano ad esistere mentre una mucca non te la lasciano tenere neanche se stai in campagna.

Ho scritto questo post di getto perché vorrei che le persone sapessero, solidarizzassero, ne parlassero con chi decide queste cose. Ogni giorno vedo abusi di potere grandi e piccoli, sprechi e ingiustizie, vedo che il mio desiderio di fare le cose in modo etico da tutti i punti di vista è continuamente frustrato e non riesco a sopravvivere mentre chi ha presieduto una società che ha truccato i dati sui viadotti e permesso a un ponte di crollare uccidendo persone se ne va con una buonuscita multimilionaria e una serie di tutele che gridano vendetta alle orecchie di Dio, e non ce la faccio più.

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28 risposte a “Regole e illegalità

  1. E’ vero ,con tutti questi paletti fanno passare la voglia di essere imprenditore!

  2. Gli anni che passano stanno già lasciando il loro frutto, quello “condito” con l’amaro della consapevolezza. Mi dispiace, perché così vieni spogliata della tua serenità ma, nello stesso tempo, mi compiaccio perché stai “scoprendo cose”, come capita a tutti quelli che poco a poco invecchiano (cioè proprio a tutti tutti).

    Nel frattempo, se già non lo conosci puoi trovare conforto al tuo deprimente pessimismo verificando che già settant’anni fa si conosceva il problema (in realtà, lo si conosce da… sempre), e ci si disperava pur vedendolo solo in forma neonatale. Se ti va, vai qui e cerca il capitolo “Superorganizzazione”, a pagina 155. Tieni presente che l’autore scriveva negli anni della guerra fredda, per cui è ossessionato dallo schieramento anticomunista e dai suoi trascorsi “giovanili” dello schieramento “amerregano” antinazista e antifascista (a parole, ché nei fatti…). Fai la tara, poi dimmi che cosa t’ha lasciato la lettura. Importante: il libro è stato scritto sul finire degli anni ’50, e fa riferimento a un romanzo di “fantasociologia” del 1932 (pressoché una profezia).

  3. Carissima Gaia,
    grazie per questo bel post che in soli 4 punti riassume la realtà del nostro paese. La tua sintesi è fantastica, senza sproloqui né retorica: è il ritratto preciso e puntuale della nostra situazione attuale. Fosse per me, ne obbligherei la lettura a tutta l’organizzazione statale, a partire dalla Presidenza della Repubblica e giù giù fino all’ultimo degli uscieri dell’ultima filiale remota dell’ultimo ente pubblico.

    Anche io faccio spesso considerazioni analoghe, su fenomeni che mi danno sempre da pensare: dal momento che questa situazione (l’assurdità e il peso inutile della burocrazia) è oggettiva e reale, e *tutti* ne paghiamo le conseguenze, perché non facciamo niente per cambiarla? Mi spiego meglio: se è palesemente assurdo (per qualsiasi persona dotata di un QI medio e un minimo di buonsenso, cioè non un burocrate o un legislatore) che per spostare un agnello di 50 km sia necessario un veicolo particolare e la tracciabilità del percorso (ma è un agnello o uranio impoverito?), perché non parliamo di queste problematiche (reali e cogenti), piuttosto che discettare filosoficamente se sia più eticamente riprovevole salvare un migrante che sta sì annegando, ma è clandestino, piuttosto che salvarlo dall’annegamento, ma comunque non assisterlo rimpallandoselo tra nazioni, etc. ?

    In Italia succede sempre che, se si fulmina la lampadina di un lampione, invece di inviare un semplice elettricista a cambiarla, si nomina prima una commissione collegiale di giurisperiti per valutare la compatibilità o meno del processo di sostituzione della lampadina con l’attuale assetto istituzionale; la commissione delibera poi che non può esprimersi se non sufficientemente coadiuvata da una formale relazione tecnica che dettagli le procedure operative della sostituzione (eh, sono giurisperiti, mica tecnici! Che ne possono sapere loro delle lampadine? Mica le hanno anche a casa loro…) e quindi nomina un commissario tecnico per relazionare l’intervento; il commissario però si scontra da subito con le rappresentanze sindacali, le quali rivendicano: 1) di essere state estromesse dal momento decisionale (un grave attacco alla democrazia del paese!); 2) di non aver utilizzato le competenze locali interne all’amministrazione, ma di aver nominato una parte terza, potenzialmente latrice di interessi esterni (e qui si configura il danno erariale, mica scherziamo), il che fa presagire chissà quali manovre occulte. A questo punto intervengono le forze politiche, che subito si dividono in due fronti contrapposti: i pro-lampione, che ricordano a tutti l’importanza di una via pubblica adeguatamente illuminata, che pure ci lancerebbe in un progresso più o meno altrettanto luminoso, e sicuramente di crescita economica; e i no-lampione, contrari nell’ordine: all’inquinamento luminoso, alla (nota) lobby delle aziende produttrici di lampadine, e al drammatico cambiamento climatico che conseguirebbe dall’aumento di CO₂ dovuto all’accensione della lampadina ogni secondo di ogni minuto di ogni ora di ogni sera, per 365 sere all’anno! I media fiuterebbero subito una notizia succulenta da pubblicare, e qui incomincerebbero dibattiti, talk show, articoloni, approfondimenti, etc; qualche giornalista d’inchiesta, scavando più a fondo nel privato dei vari protagonisti della vicenda, scoprirebbe che, durante il liceo, la figlia del presidente della commissione dei giurisperiti avrebbe avuto un’attenzione non corrisposta per (l’allora) giovane ingegnere incaricato della perizia tecnica il quale, proprio qualche mese prima della nomina, avrebbe ricontattato su un noto social network dalle tinte bluastre e i pollici alzati la suddetta figlia, non solo richiedendone l’amicizia, ma addirittura postando commenti affettuosi e ammiccanti nella sua bacheca. Scandalo. Che la nomina fosse dovuta a trame occulte, e forse addirittura piccanti? Grande denuncia sui giornali e sui social, e pronto e opportuno – e sottolineo opportuno – intervento della magistratura che: blocca di almeno un metro il perimetro attorno al lampione, sospende ope legis la commissione amministrativa, peraltro ravvisandone numerose e palesi irregolarità (non c’è peggior pericolo per un burocrate di un altro burocrate ancora più burocrate), spedisce vari avvisi di garanzia ai vertici della commissione e al consulente tecnico, annullandone la nomina, e infine rimanda la prima seduta in aula al 2038.
    Nel frattempo la lampadina resta fulminata, il lampione spento, e la strada al buio. Sicuramente una bella trama per un film di Francesco Rosi, ma un incubo assurdo per i cittadini di quell’ipotetica cittadina.

    Mi domando: che fine ha fatto il buonsenso in questo paese? Poi penso al documentario della Ferragni che è primo in classifica come film di maggior box office quotidiano del 2019; ai Di Maio, ai Toninelli, ai Salvini ministri di governo; all’AD dell’azienda di un ponte che crolla che toglie sommessamente il disturbo con una buonuscita che equivale a circa 10 secoli dei miei anni lavorativi (non lo dico per dire, è calcolato), con pure la copertura legale (perché essere pagato tanto per la responsabilità, se poi la responsabilità è tutta dell’azienda?), e mi rendo conto che lo so dove è finito il buon senso, ma non lo posso dire…

    Baci e ancora grazie per la tua lucidità di pensiero, e per il tuo amore per questa terra.

    µĸ

  4. Eh, fossero solo le questioni etiche sui migranti quello di cui blateriamo in continuazione, saremmo messi anche bene… io non riesco a capire come fa a essere interessante come chiama il suo partito Renzi o perché se n’è andato dal Pd (non possiamo essere tutti silenziosamente d’accordo che è ovvio, e continuare a ignorarlo?), e non le mille questioni pratiche, con risvolto etico se vogliamo, con cui ci confrontiamo ogni giorno – non solo la burocrazia, ma anche cose come il consumo di suolo, le varie forme di violenza nella nostra società, lo stato della sanità pubblica, il fatto che i viadotti cadono a pezzi e la soluzione a cui hanno pensato gli ingegneri è truccare i dati…

  5. Ugo, grazie ma devo pensarci. Ho letto il libro di Huxley e non so se ho voglia di rifarlo (credo mi abbia messo angoscia)…

  6. Sarebbe anche interessante, come passo ulteriore, capire il perché di tutte queste regole e burocrazia. Avversione al rischio, per cui si cerca di normare tutto? Necessità di creare posti di lavoro? Fiducia nella scienza e nella standardizzazione? Degenerazione inevitabile? Desiderio di imporre il dominio di una classe sociale in modo subdolo?

  7. “Perché tutte queste regole” è una domanda importante, non liquidabile così, in quattro e quattr’otto. Per buttare lì una rispostina da bar non troppo ponderata, per quel che vale, direi che le motivazioni dipendono in gran parte dalla posizione di colui nel quale ti immedesimi nel momento in cui cerchi una risposta. Chi ha mentalità dirigenziale (una forma di sociopatia vecchia quanto il mondo che potremmo definire sete di potere e che tocca anche diversi poveracci che dirigenti non riusciranno mai a diventare) vede sicuramente nella normazione un mezzo per ottenere il dominio, infatti si impegna per dare alle norme forme tali da rendersi praticabile la scappatoia dell’arbitrio — gli interessi corporativi (ordini professionali, sindacati, ecc.) e burocratici rientrano in qualche modo in questa casistica. Chi è in posizione “subordinata” cercherà nelle norme un modo per evitare quell’arbitrio tramite il rispetto FORMALE d’ogni cavillo, impegnandosi a scaricare su qualche subordinato ancor più subordinato tutti quei carichi minatori (nel senso di forieri di minacce) che le dirigenze gli impongono sul groppone. La fiducia nella scienza è una forma neoreligiosa per chi non ne capisce e un mezzo di accaparramento di ruoli di posizione e di prestigio per chi si erge a suo sacerdote nella piena consapevolezza di quanto sta facendo, di essere un manipolatore — particolarmente abili, in questo campo, i sacerdoti della classe medica. Tutto ciò porta a degenerazione, ma è inevitabile solo nella misura in cui esiste chi si presta al “gioco”, invero per nulla divertente.

    Dunque, sì: toglierei i punti interrogativi a quattro dei tuoi cinque quesiti, eliminando dalla lista solo la “creazione di posti di lavoro” se intesa in senso altruistico. Son certo che ci sono anche altre (s)ragioni in quantità, ma al momento non mi sento abbastanza acuto da avanzare proposte che vadano oltre le tue.

  8. Mah… forse potrebbe essere una mal congegnata gestione del potere. Un mio caro amico che ha fatto un dottorato in storia della musica e ha avuto accesso agli archivi di stato, mi raccontava sgomento di come si fosse per caso imbattuto, nell’ambito della sua ricerca, in autorizzazioni che dava Mussolini anche su questioni futili e remotissime (trovava il suo visto con la sigla “M” su banali fogli di autorizzazioni a piccoli convegni musicali e manifestazioni del genere): davvero «non si muove foglia, che il Duce non voglia». Forse per impedire abusi di una parte dello Stato sull’altra hanno creato questo sistemi di controlli, veti e pareri incrociati che, anche se la macchina burocratica fosse pur oliatissima e super-efficiente, sarebbe comunque una bella perdita di tempo. Invece c’è sempre una diffidenza di base tra pezzi dello Stato e cittadino, oppure tra pezzi dello Stato tra di loro, come se ognuno si aspettasse di essere fregato dall’altro. In uno Stato che funzioni, le regole non sono molte, e quando si sbaglia si beccano subito i responsabili e li si fanno pagare; da noi questo processo non funziona quasi mai – tendiamo ad essere iper-garantisti – per cui, essendone consapevoli, per evitare comportamenti scorretti produciamo leggi e controleggi, non realizzando che ogni norma è aggirabile e le cattive abitudini (vedi: evasione fiscale, lavoro nero, morti sul lavoro, caporalato, criminalità organizzata, etc) vanno combattute con la cultura (della cittadinanza, del lavoro, della sicurezza, della legalità, etc.), il rigore e la coerenza, e non con una massa immane di leggi, la quasi totale assenza di controlli e, dulcis in fundo, i condoni ad anni alterni.
    Poi finisce che questa situazione faccia comodo a tutti: ai burocrati e agli uomini di apparato, perché concede loro un immenso potere; ai cittadini disonesti, perché se tutto è vietato allora è come se nulla fosse vietato, per cui trovano sempre un alibi morale (io vorrei, ma come faccio…) e hanno la quasi certezza di non pagare mai per le loro colpe (se tutti commettono lo stesso reato, non puoi arrestarli tutti); agli imprenditori senza morale, perché anche loro sanno di poter fare ciò che vogliono in pieno disprezzo delle norme, ungendo a dovere qualche maniglia; infine ai politici, perché, per risolvere le questioni che si creano automaticamente in questo ginepraio diventa fondamentale la figura del deus ex machina che avoca tutto a sé e risolve i problemi strafregandosene della normativa e degli iter amministrativi: ci penso io! (vedi Salvini con i porti, oppure Renzi con le sue riforme che in tanti casi si sono rivelate dei disastri, molte delle quali in parte annullate dai giudici: da quella sulle banche a quella “Madia” sulla PA, passando per vari aspetti del job act). E poi che bel messaggio che si passa ai cittadini: per risolvere i problemi, la via più breve è infrangere la normativa!
    A mio avviso è questo processo che fa sì che l’Italia non sia un paese normale, e soprattutto che esistano due realtà: quella delle carte della burocrazia, e quella della vita reale, che non coincidono quasi mai (come ad esempio i documenti sull’agibilità del ponte Morandi, o le statistiche annuali sulle dichiarazioni dei redditi dei liberi professionisti).

    Un collega che ha un figlio che lavora (purtroppo) a Londra mi raccontava stupito che, avendo il figlio traslocato, per cambiare la domiciliazione in banca al ragazzo è stato sufficiente entrare in una filiale dell’istituto, mostrare la loro carta di credito per farsi riconoscere dall’operatore, e dettare a voce il nuovo indirizzo a quest’ultimo che lo inseriva direttamente nel terminale (carta prodotta = zero, tempo complessivo richiesto dall’operazione = 2 minuti). Da noi, per effettuare la stessa operazione, devi mostrare la carta d’identità e in alcuni casi (per esempio se il nuovo indirizzo non è ancora presente sulla carta) esibire un certificato di residenza o affini, per cui diventa una trafila incredibile: carta, bolli, uffici. Un altro amico mi ha raccontato del fratello che è stato escluso da un concorso di ammissione perché, pur avendo compilato tutti i moduli e pagato le tasse di iscrizione al concorso… aveva dimenticato di “allegare la domanda al magnifico rettore”! Ma stiamo scherzando? Che senso ha fare una domanda, se compilo e consegno tutti i moduli e pago anche uno sproposito di tasse di iscrizione al concorso? Da cosa non si capisce che io voglia partecipare? Devo scriverlo sui muri o cantarlo in piazza?
    La differenza è questa: nella pragmatica Inghilterra si aspettano che il cittadino non delinqua, per cui si snellisce la burocrazia, ma se ti beccano a truffare sei finito perché finisci schedato e ti si chiudono automaticamente tutte le porte; da noi invece ci si aspetta che il cittadino viva pregiudizialmente in situazioni non proprio limpide, ma tollerate, per cui in ogni frangente è necessaria la certificazione della certificazione, per attestare che le dichiarazioni siano davvero veritiere così come paiano. E allora finisce che la norma nata per evitare che il maiale cresciuto in orribili allevamenti rumeni venga (malamente) trasportato in Italia e registrato pure come maiale bio per il prosciutto San Daniele, venga applicata anche a te per fare meno di 50 km nella stessa regione, mentre l’allevatore dell’est Europa, che gestisce grossi volumi e sa come fare, riesca ad avere tutti i documenti e a trasportare i suoi animali là dove fanno comodo a tutti, perché tutti ci guadagnano. Che senso ha applicare le norme nate per garantire il traffico di centinaia di capi alla volta, al trasporto di un solo capo o di soli 3? Alla fine, i tuoi animali (sani) non viaggiano senza documenti di trasporto, mentre quelli male allevati sì, perché, in qualche modo, i documenti li hanno: l’applicazione della norma risulta paradossalmente avere l’effetto opposto a quello che si prefiggeva. Ma l’importante non è la realtà, bensì la risultanza burocratica (nella quale il paradosso scompare), per cui tutto fila: gli interessati ci guadagnano, e quando succederà qualcosa di serio e chi di dovere dovrà per forza di cose contestare qualcosa, essi diranno: e io che cosa ne sapevo? avevano tutti i documenti in regola… Quando per compiere un’azione normale e innocua devi trovare degli escamotage per aggirare la normativa che regolamenta quel settore, a mio modesto avviso quella normativa è sbagliata e va cambiata, perché limita chi agisce normalmente, e ciò provoca sempre degli scompensi. E’ inutile continuare a inasprire/produrre norme, quando quelle che già ci sono non vengono fatte rispettare.

  9. Ciao, provo a dare una lettura da un altro punto di vista, che ti invito a considerare. Sono uno di quei lavoratori che tu definisci appartenenti alla “classe parassitaria”, ossia lavoro in un Ente pubblico che ha tra i propri compiti la normazione della ridistribuzione di fondi e le relative funzioni di controllo, anche nel settore dell’agricoltura. Non mi sento rappresentato da questa tua definizione, se ha quell’accezione negativa che mi pare di percepire nelle tue righe, poiché ritengo che queste funzioni siano molto utili.

    Nella tua narrazione, secondo me sbagli quando dai per scontato (o almeno così intendo leggendo il post) che il piccolo artigiano, l’agricoltore ecc. agiranno sempre “a fin di bene” e che siano sempre integerrimi e virtuosi nel loro operato, quasi che le autorizzazioni, le norme, le verifiche ecc. non siano altro che un gioco sadico della “classe parassitaria”, propensa ad agevolare i già ricchi, o a mantenere la lobby del proprio ruolo. Potrebbe essere certamente in parte così, ma ti invito a considerare anche ad una dinamica “al contrario”: nella mia piccola esperienza professionale con il ruolo di cui sopra, constato che ogni volta che ho contribuito a scrivere un bando, o impostato una check list di controllo ecc., se ho dovuto complicarlo rispetto a quanto scritto la volta precedente, è solo perché, nell’anno nel frattempo trascorso, ho avuto esperienza di imprenditori (a tutti i livelli, dall’artigiano alla grande azienda) che cercavano in tutti i modi di “infilarsi” più o meno lecitamente tra le pieghe delle norme dell’attribuzione di denaro pubblico, interpretando a proprio favore laddove i colleghi ed io non abbiamo chiarito, spiegato, normato a sufficienza fino a sfociare, appunto, nel ridicolo. Le nostre definizioni vengono forzate, le premesse vengono gabbate con artifizi di vario tipo (compravendita terreni, affitti all’ultimo minuto, spostamenti di attrezzature… varie azioni che è impossibile prevedere e sulle quali poi, se escludiamo questi soggetti dall’elenco dei beneficiari, ci viene fatta causa). Il punto pertanto è che se noi non arriviamo a perdere una quantità enorme di tempo per scrivere bandi lunghissimi con mille premesse, “visto e considerato”, “ritenuto” ecc. ecc., a normare con paletti che sono sempre più stringenti e apparentemente (o realmente) vessatori non è perché, almeno nel mio caso, ne traiamo sadico godimento, ma è perché abbiamo esperienza di chi approfitta di qualunque spazio per ricevere indebitamente denaro, o commettere varie frodi quasi sempre votate alla massimizzazione del proprio profitto.

    Per riprendere il tuo esempio, non conosco il caso specifico che ti ha messo in difficoltà con le agnelle ma, forse, la norma con la quale tu ora devi fare i conti è lì perché serve a mettere una pezza su una qualche frode o tentativo di frode che è avvenuto in passato per mano di qualche tuo collega allevatore, chissà. Ci avevi pensato?

    Nel mio piccolo, immensamente meno rispetto alle tue attività di attivismo ambientalista, anche io talvolta ho a vari livelli provato a contrastare certe iniziative imprenditoriali a mio avviso dannose per l’ambiente: nuovi impianti da sci, nuove aree industriali accanto a capannoni già vuoti, nuove strade, mini centraline idroelettriche ecc.
    Ebbene, la retorica di quegli imprenditori sulla stampa o negli incontri pubblici non si discosta di molto dalla tua in questo post: “la burocrazia ci attanaglia, ci sono troppi vincoli, non possiamo fare nulla noi che siamo il motore dell’economia e dei posti di lavoro”. Certamente tu non sei stata così roboante, e ovviamente parli su scala di piccole economie locali e tu ovviamente non danneggi l’ambiente (ma altri tuo colleghi, anche piccolissime imprese individuali, potrebbero farlo e lo fanno), eppure la prospettiva è la stessa: dare per scontato che “chi produce” sia sempre nel giusto, fornendo una lettura semplificata della realtà, buoni contro cattivi. Emblematico che questa tua lettura venga ripresa nel commento di µĸ, che parla di noi burocrati con “QI sotto la media” e propone una lettura in chiave parodistica e grottesca che punta a delegittimare tutta la mia categoria. Una dinamica che vedo spesso ricorrente, che non è vero dibattito.

    Pertanto, io ho provato a dirti che forse la verità è un po’ nel mezzo. Ci saranno sicuramente normazioni che sono, anche per i motivi che hai elencato, poderosamente dannose per l’ottusità o l’inesperienza o la cattiva fede di chi deve normare, ma credo che ve ne siano altre che sono altrettanto poderose solo perché hanno dovuto ingrandirsi man mano che dovevano contrastare le frodi perpetrate da coloro i quali dovrebbero sobriamente beneficiarne.

    È molto difficile, parlandone così genericamente, stabilire quale dei due lati della medaglia abbia più peso, mi limito però a segnalarti che secondo me i due lati esistono.
    Un saluto.

  10. MK, sono d’accordo su tutto, tranne che sull’idea che altrove sia diverso.
    America: https://www.amazon.com/Everything-Want-Do-Illegal-Stories/dp/0963810952
    Austria: leggi Sepp Holzer, agricoltore permaculturista
    Inghilterra: prova ad aprire un conto in banca da straniero. Se non ricordo male e se non hanno cambiato le regole, è quasi impossibile. Praticamente deve scendere la Madonna dal paradiso a garantire per te.
    Il problema va ben oltre il nostro paese, è una degenerazione contemporanea (altro spunto: https://www.carmillaonline.com/2019/03/14/lo-sguardo-dello-stato-non-migliora-la-societa/)
    Riguardo alle leggi nate per evitare i casi più estremi, che poi sono aggirabili proprio da chi fa cose estreme e quindi truffe su larga scala, per fortuna qualche traffico ogni tanto lo beccano, anche se, essendo le leggi fatte comunque per favorire la grande industria, le scorrettezze di solito sono del tipo: “non ti sei attenuto al disciplinare” (il maiale non era della razza dichiarata), non: “questa povera bestia fa una vita d’inferno” (chi se ne frega).
    Altro esempio: i miei asini risultano non macellabili, il che può sembrare positivo, ma non lo è: innanzitutto, se è legale macellare gli asini in questo paese, non si capisce in base a cosa alcuni siano macellabili e altri no (il motivo c’è, ma è cretino), poi: cosa fare se queste bestie dovessero essere malconce o non ci fosse nessuno disposto a prendersi cura di loro?, e, in ultimo: lo so perché me l’hanno raccontato e perché l’ho riscontrato di persona, il risultato è che ci sono persone che prendono gli asini, fanno carte false facendoli andare e tornare dalla Romania per finta o cose del genere, e poi se li mangiano lo stesso.

  11. Wyatt, forse non mi sono spiegata bene, o forse sono stata fraintesa. Io non ho scritto né penso che chi produce sia sempre nel giusto, o che le regole non servano. Non penso neanche che tutti i funzionari pubblici siano “parassiti”, ma che si sia creata una situazione in cui troppe persone pesano su troppe altre sì. La legge serve, i giudici servono, ma quando per un semplice cittadino è impossibile difendersi da solo o anche capire se ha ragione o ha torto senza il parere di svariati esperti, c’è qualcosa che non va. E così in ogni settore. Poi magari chi cerca di far funzionare le cose entro questi parametri non si sente un “parassita” e anche si offende, e mi dispiace, ma il problema va al di là del ruolo del singolo e delle sue personali intenzioni.
    Quello che io ho detto è che ci sono troppe regole assurde ed esagerate, non che non bisogna normare niente.
    Tu fai due esempi, riguardo ai quali ti dirò cosa penso.
    Contributi: è mia saldissima, assoluta convinzione che i contributi all’agricoltura siano un male malvagio e perverso che va estirpato radicalmente. Sono talmente convinta di questo che sto cercando di scrivere un libretto sull’argomento. Gli esempi che tu porti sono la prova che ho ragione. Proprio perché è sbagliato a priori dare soldi pubblici alle persone per fare qualcosa di deciso a tavolino senza conoscenza di ogni singola realtà, qualunque cosa tu decida di premiare con questi contributi farà sì che le persone lo facciano per finta e per convenienza, non per convinzione, per cui ecco nuove regole, nuove truffe, ulteriori nuove regole, e via all’infinito. So benissimo che se, per esempio, decidi di aiutare l’agricoltura di montagna, allora gli agricoltori di pianura prenderanno residenza in montagna per avere accesso a quei soldi. Ovvio. L’errore è a monte: non c’è NESSUN motivo per cui tu debba dare soldi agli agricoltori di montagna.
    Non bisogna dare nessun tipo di contributo a nessun tipo di produzione materiale, salvo forse casi eccezionali come catastrofi naturali o predazioni, ma anche qui sarebbe da discuterne. Così questi problemi, e moltissimi altri, spariranno.
    Iniziative dannose per l’ambiente: in alcuni casi i vincoli sono utili, ma in altri no. La questione è complessissima, ma ti faccio un esempio. Aran Cosentino ha condotto una battaglia per salvare il torrente Alberone da una centralina idroelettrica, e alla fine questa battaglia è stata vinta principalmente perché nel torrente c’era un gambero raro tutelato. Io ho condotto una battaglia per tutelare un altro torrente, e ancora non posso dire che è stata vinta, anche se il danno ambientale, a parte il gambero, sarebbe stato più o meno lo stesso. L’opera in questione, nonostante fosse totalmente devastante, aveva tutte le autorizzazioni di tutti gli enti competenti, compresi i vari enti pesca, la via, eccetera. Non credo che l’iper normazione sia la soluzione, anche se in alcuni casi si trova una botta di culo (scusa), tipo il gambero, a cui appigliarsi, ma in fondo si tratta di cavilli di qua, e cavilli di là. Anche qui, il problema è che si era deciso di dare dei “contributi” alle fonti “rinnovabili”, con il risultato che deviare un torrente a bassissima portata in un ecosistema delicato diventava improvvisamente conveniente.

  12. Ugo ed altri, riguardo al perché si è arrivati a questo punto. Wyatt ha dato una spiegazione, che però secondo me è anche una spiegazione del perché bisognerebbe cambiare approccio. Un’altra mi è venuta in mente stamattina, mentre sentivo alla radio il giornalista commentare l’episodio del bambino morto perché dimenticato in macchina dal padre, così: non bisogna colpevolizzare i genitori, che hanno già abbastanza cose a cui pensare, ma sbloccare la legge già pronta per la quale diventerà obbligatorio comprare dei seggiolini che danno l’allarme quando il bambino è stato abbandonato per sbaglio.
    Io non so neanche come commentare una cosa del genere. Va bene, se salverà degli innocenti promulgate quella legge, ma ci rendiamo conto che dobbiamo complicare ulteriormente le cose, consumare ulteriori risorse e rendere ancora più caro fare figli solo perché vogliamo vivere in una società in cui la gente è così esaurita che non riesce a far funzionare il cervello quel tanto che basta da ricordarsi ogni tanto dove ha lasciato suo figlio, e in cui nessuno ha mai colpa di niente e la tecnologia e la legge devono prendere il posto addirittura della più basilare delle nostre funzioni celebrali, l’attenzione?

  13. @Wyatt: mi dispiace tantissimo per averti dato l’idea di avere una pessima opinione dei funzionari della PA – sono sempre infelice nell’esprimermi! – per cui cerco di recuperare fornendo qualche informazione in più: la prova più immediata a mia discolpa credo consista nel sottolineare subito che… anch’io sono un funzionario della PA (lavoro in un ateneo, anche se in un ruolo informatico: sviluppo software) e lo faccio con passione e con orgoglio (per me servire lo Stato, la società e la ricerca è un privilegio, e sono contento che il mio lavoro vada a beneficio di tutti, e non nelle tasche di qualche privato come avveniva in passato). Se hai modo di leggere qualche post pubblicato addietro, troverai dei miei (noiosissimi) interventi in difesa di quelle che sono per me le prerogative fondamentali dello Stato e della PA nella società (giusto per chiarire il quadro, sono uno di quei dinosauri che pensa ancora che il ruolo dello Stato sia centrale nella società, perché orientato al benessere dei cittadini e non al proprio profitto, e per la sua azione di mediazione tra le spinte delle differenti forze sociali). Però, proprio perché per me lo Stato dovrebbe impersonificare quella figura super partes che agisce con lungimiranza e giustizia per il conseguimento del benessere di tutti – soprattutto dei più indifesi -, soffro tantissimo quando constato quei fenomeni assurdi di burocrazia che portano a situazioni paradossali, e che mi lasciano senza argomenti quando dibatto con i sostenitori di “meno Stato”, “deregulation” e “la mano invisibile del libero mercato”, per non parlare dei “fannulloni” di brunettiana memoria. Se rileggi nuovamente il passo incriminato, ironizzo su «…qualsiasi persona dotata di un QI medio e un minimo di buonsenso, cioè non un burocrate o un legislatore…». Non sto criminalizzando/ridicolizzando i ruoli o le figure della PA (di cui faccio parte anch’io, mi darei dello stupido da solo), ma quelle che per me sono le degenerazioni di quei ruoli (per me “burocrate” è un qualsiasi dipendente della PA che cavilla su aspetti inutili: per intenderci, quei colleghi che per la loro pervicace ottusità fanno poi originare i ricorsi che l’amministrazione perde a giusta causa; “legislatore” è invece uno di quelle “elevate professionalità” che emanano regolamenti che normano operatività di cui non sanno assolutamente nulla se non in via teorica e grossolana, generando tutta una serie di norme che invece di risolvere i problemi, li creano. Ndµĸ: Qualsiasi dipendente pubblico, nell’arco della sua vita lavorativa, prima o poi si trova davanti ad un regolamento palesemente incongruente con la sua attività quotidiana: ebbene, quella è l’opera di un “legislatore”… o almeno io li definisco così per farmi gioco di loro).
    [Chiedo scusa a tutti per la mia digressione personale che immagino non interessi granché ad alcuno; per me però è importante, perché nella difesa accorata di Wyatt leggo la mia stessa passione per il nostro lavoro, e non voglio che interpreti la mia posizione come antagonista alla sua].

    Il problema che pone Gaia, però, a mio avviso è ben posto: le leggi, nella loro azione normativa, dovrebbero contrastare i comportamenti criminogeni, e risultare quasi trasparenti – al più noiose – per i cittadini virtuosi; invece in tante situazioni siamo arrivati all’assurdo che le normative danneggino effettivamente i cittadini che si trovano in situazioni inusuali, mentre sono furbescamente aggirate dai delinquenti che ne studiano con attenzione le potenziali falle. Faccio un esempio che anche Wyatt conosce bene, perché colpisce nella sua assurdità proprio noi dipendenti della pubblica amministrazione: grazie al mai troppo lodato Brunetta, che partiva dall’assunto che ogni dipendente pubblico è un fannullone ignorante a carico dello Stato, quando un dipendente pubblico si ammala, i primi dieci giorni di malattia dal punto di vista stipendiale vengono decurtati di qualsiasi indennità, emolumento o trattamento accessorio. Sei malato = sei un assenteista bastardo, per cui ti riduco in qualche modo lo stipendio. Faccio notare a tutti che questa norma è palesemente assurda, perché in Italia non esiste nessun altro tipo di rapporto di lavoro contrattualizzato in cui alla malattia corrisponda una diminuzione del trattamento economico del lavoratore (essere malati non è una colpa, al più un danno per l’ammalato), e nei fatti crea una enorme sperequazione tra dipendenti pubblici e privati: mentre quelli pubblici quando si ammalano diventano immediatamente “cattivi” e vanno decurtati, quelli privati si posso ammalare e restare “buoni” e conservare lo stesso trattamento economico anche nei giorni di malattia. La norma è così assurda che il giudice del Tribunale del Lavoro di Livorno ne ha sollevato l’incostituzionalità e ha chiesto il giudizio della Corte Costituzionale (violerebbe gli artt. 3, 32, 36 e 38 della Costituzione), purtroppo ottenendo un parere negativo. Ma perché nasce questa norma? Oltre all’indubbio risparmio per le casse dello Stato in un momento di crisi (al Tesoro mettono da parte un bel po’ di soldini decurtando l’accessorio dei dipendenti ammalati), la norma nasceva per combattere il fenomeno dell’assenteismo, uno dei cavalli di battaglia di Brunetta, un po’ come gli immigrati per Salvini. Dal momento che il ministro non ha trovato il modo per combattere questo fenomeno (per me era semplice: ispettori e licenziamenti), ha allora deciso di criminalizzare tutta la categoria, per cui noi pubblici dipendenti siamo di fatto tutti assenteisti quando ci ammaliamo. La situazione paradossale è che gli assenteisti veri – quelli che in generale si assentano perché hanno altre attività più remunerative dei magri stipendi della PA – continuano a farlo senza curarsene assolutamente, perché, corrispondendo la loro assenza ad altri (e più alti) introiti, non si curano affatto di alcun tipo di detrazione e continuano ad essere assenteisti come prima e più di prima. Il risultato finale, dunque: i lavoratori onesti danneggiati, e per di più paganti in vece di quelli disonesti che continuano alla grande a fare come gli pare.
    Esempi di questo tipo ne esistono a bizzeffe in ogni categoria e in ogni settore, basta solo avere il tempo e la pazienza di ascoltare le lamentazioni delle persone di specchiata onestà che si trovano a combattere con norme vetuste o mal congegnate.
    Io voglio uno Stato che stia dalla parte degli onesti, e non che renda loro la vita impossibile, peraltro girando la testa dall’altra parte quando arrivano i delinquenti coi soldi. Tutto qui.

    Scusatemi nuovamente per la prolissità, ma era per rendere più chiaro il fenomeno. Un caro saluto a tutti,

    µĸ

  14. Ricordo che da bambino, negli anni sessanta, raccoglievo le verdure e i frutti nella campagna dei miei genitori, i quali poi mi facevano portare delle ceste di questi ortaggi al magazzino (circa 100 metri quadri) che era in una corte affacciata sulla piazza. Portavamo solo quello che era di più rispetto ai nostri bisogni familiari. Il signore pesava questi ortaggi o frutta, e poi mi dava i soldi in contanti, da portare ai miei genitori. Tutto in semplicità, secondo buon senso. Poi questa frutta e verdura veniva venduta al negozio (di circa 70 metri quadri) , che era in fronte al magazzino. Non ricordo ci fossero casse con emissione di scontrini.
    Gianni Tiziano

  15. Anch’io non ho mai capito perchè esistano i contributi all’imprenditoria ed a quella agricola in particolare. Una volta mi lessi un bando regionale per contributi agli apicoltori. La quantità di requisiti e di documentazione necessaria per potere partecipare era talmente abnorme che ho pensato che il fine ultimo del bando era quello di sostenere i lavori dei burocrati e dei professionisti più che aiutare gli apicoltori. E comunque quegli aiuti sarebbero finiti solo ad aziende medio grandi e non ai piccoli apicoltori. E sopratutto, perché dare questi soldi??

  16. Bella domanda. Principalmente, secondo me, per risarcire gli agricoltori dei danni della globalizzazione e renderla accettabile. In cambio del loro silenzio, praticamente.
    Inoltre, come in molti altri casi, l’erogazione di contributi diretti a varie categorie professionali (vedi i bonus a insegnanti e 80 euro per qualcuno) serve a comprarsi una parte di elettorato rendendola da quel momento dipendente dalla politica e portata a votare chi garantisce questi soldi.
    I contributi all’agricoltura sono un veleno per l’ambiente, l’economia e la società, rendono le persone dipendenti e spesso anche disoneste. E, come una droga, quando cominci non riesci più a farne a meno, perché è difficile smettere e poi quando tutti li prendono, chi non li prende non sopravvive.

  17. @gaiabaracetti:
    Grazie dello scrupolo, comunque ti assicuro che non mi sono offeso, ho solo detto di non sentirmi rappresentato dalla tua definizione di chi lavora per la PA.
    Ora provo a puntualizzare alcune cose. Tu scrivi: “Io non ho scritto né penso che […] le regole non servano. […] Quello che io ho detto è che ci sono troppe regole assurde ed esagerate, non che non bisogna normare niente”. Io ho riletto la mia risposta e non ho capito dove io possa averti dato l’impressione di aver inteso che tu non vuoi normare niente, rispondendo di conseguenza. Io ho scritto un concetto diverso: provavo a suggerire un fattore di concausa a quella complicazione di cui ti stai, anche giustamente, lamentando. Il fattore di concausa secondo me è la disonestà di chi è soggetto alla normazione, di qualunque tipo. Dal codice della strada, alle norme sulla sicurezza sul lavoro eccetera.

    Io sono entrato nella conversazione non per “avere ragione”, ma per dare un punto di vista. E non credo che i miei esempi dimostrino nulla, nemmeno la mia tesi. Sono soltanto degli esempi tratti dalla mia limitata esperienza sul tema. Ebbene a riguardo tu scrivi “Gli esempi che tu porti sono la prova che ho ragione”. Ovviamente sei libera di trarne le tue ragioni, per di più sotto a un tuo post, tuttavia quello che non mi convince di alcuni tuoi ragionamenti, e che mi sentivo in dovere di contrastare con il mio primo intervento, è appunto la loro assolutezza: sebbene anche io rifletta sul fatto che molti contributi generino storture – vedi l’esempio delle centraline idroelettriche, o anche alcuni esempi in agricoltura! – è evidente che eliminarli completamente di colpo genererebbe ulteriori problemi (economici e sociali), per cui sarebbe necessario agire per gradi. E non è detto comunque che una situazione di “libero mercato” mantenga in vita le piccole realtà locali (che credo tu ed io auspichiamo). Il problema secondo me è la bontà della strategia politica di certi indirizzi degli incentivi, non il concetto degli incentivi. Pertanto, quello che non mi convince è la perentorietà di certe tue affermazioni su tematiche molto vaste (qui e in altri post) e che mi sembra che talvolta tralascino certe variabili per concentrarsi su una “soluzione risolutiva” non sempre confutabile.

    In ogni caso, ho forse notato che il tema “contributi” ha sviato l’attenzione, per cui riprovo con un altro esempio. La normativa sui rifiuti (che non prevede di “dare soldi” ad alcuno) è incredibilmente ingarbugliata, difficile, mutevole. Ci ho lavorato con il lavoro precedente, quando ero consulente anche su questi temi. Ebbene, anche in questo caso ciò è probabilmente dovuto dall’inadeguatezza dei legislatori eccetera ma, come sopra, anche alla disonestà delle aziende (ne ho incontrate personalmente), che nell’aggirare le norme a scapito dell’ambiente traggono vantaggi economici (smaltimenti illeciti di vario tipo eccetera).

    Sulle iniziative dannose per l’ambiente: nella provincia di montagna in cui risiedo, la maggior parte del lavoro svolto dai comitati è quello di portare l’attenzione sulla natura distorta del sistema di incentivazione, che promuove produzioni molto basse (rispetto al fabbisogno nazionale) a scapito della compromissione di interi habitat. Questa è la tesi e questa è la priorità della battaglia. A cose quasi fatte, o se si arriva in ritardo su certi progetti, può funzionare il ricorso alla normativa esistente: non è solo la “fortuna” che ci sia il merlo acquaiolo o il gambero di fiume, talvolta sono anche le regolamentazioni delle aree protette, che talvolta possono fare qualcosa, a noi è successo così. Capisco tuttavia quello che dici: ho visto anche io, con il magone, le tantissime VIncA con il suggello finale “nessun impatto”.

    Concludo dicendo che il discorso è molto ampio pertanto ciascuno, pensando alla sua sfera di competenza e conoscenza, può avere idee diverse. L’unica cosa che volevo dire è che la realtà è spesso articolata, e se le norme sono complicate e difficili da semplificare è anche colpa del mondo produttivo, non solo dei normatori e dei controllori.

  18. Wyatt, ti do ragione sul fatto che non si possano eliminare all’improvviso i contributi, se non altro (non so se tu intendessi questo) lasciando tutto il resto inalterato. Quello che penso è che i contributi andrebbero sicuramente eliminati, ma al contempo andrebbero ripensate le politiche agricole, economiche, e di gestione del territorio.
    Forse è antipatico dire: “ha-ha! Con il tuo esempio dimostri che ho ragione io!”, però effettivamente dalle osservazioni bisogna provare a trarre un qualche tipo di conclusione, altrimenti non si progredisce. Ovviamente tu puoi offrire conclusioni diverse se vuoi.
    Riguardo al resto, secondo me, come ho già scritto, il problema è a monte: siccome fatta la legge trovato l’inganno, fare un’altra legge creerà solo un’altra possibilità di inganno. Nessun sistema è infallibile, ovviamente, ma io penso che usare per risolvere un problema la stessa logica che lo ha creato non funzioni. Per questo dico: meno leggi, più controlli. Per esempio, nonostante esistano norme severe riguardo ai rifiuti, ci sono un sacco di aziende che li smaltiscono irregolarmente facendo, correggimi se sbaglio, carte false. Il problema non si può però risolvere con nuove carte: bisogna mandare degli ispettori a verificare che le carte corrispondano alla realtà. Altrimenti, chi falsificava le carte prima continuerà a farlo impunemente, e chi era ligio prima ora ha solo rotture di scatole in più. Nella mia esperienza parlando con le persone, non è tanto l’esistenza delle leggi che porta ad adeguarsi ad esse, ma la paura dei controlli. Purtroppo, la gente non dice: “non guido ubriaco perché potrei farmi male / perché la legge lo proibisce”, ma “non guido ubriaco perché ci sono i carabinieri e se mi fanno il test mi tolgono la patente.”

  19. Aggiungo, riguardo a gamberi e fortuna, che ovviamente la fortuna è che ci sia il gambero E che sia protetto, quindi in questo caso la tutela sicuramente serve. Il problema, però, è che le tutele evidentemente sono deboli, perché non mi spiego come deviare e intubare acqua per due chilometri, togliendola all’ecosistema e alterando il microclima, cementificare un’area a prato stabile e disboscare vadano bene, ma solo se non c’è una specie protetta. So che le cose stanno cambiando, ormai, ma mi sembra che noi umani tendiamo (antropocentricamente), a concentrarci su singole specie, meglio se utili o attraenti, a discapito di interi habitat con tutte le loro creature. Ma questo è un altro discorso ancora.

  20. So di essere pesantemente fuori tema, ma tengo a esprimere apertamente il piacere che ho ricavato dal leggere persone che scrivono in VERO ITALIANO. Sempre più una rarità, indipendentemente da quel che scrivono.

  21. Grazie Ugo (a nome di tutti, suppongo).

  22. Egregia Gaia,
    ecco una notizia per te, che sei ambientalista, allevatrice e un pochino anarco-liberale:

    https://scenarieconomici.it/rivolta-nei-paesi-bassi-contadini-contro-il-fascismo-verde/

  23. Mah. L’articolo non è chiaro su punti fondamentali, ad esempio se questi allevatori ricevano sussidi oppure no, se si parli di animali allevati intensivamente o al pascolo, eccetera. Scrivere così mi sembra un po’ demagogico, nonché inutile se non entra nel merito delle questioni. Secondo me c’è in atto una campagna demonizzatrice contro la carne, ma questo non significa che non ci siano enormi problemi legati all’allevamento. Il problema è che si parla di “carne” e di “allevatori” come se si equivalessero tutti, invece c’è una differenza sostanziale tra diversi modi di allevare animali.
    Diciamo che siamo alle solite: nessuno vuole fare il minimo sacrificio, tutti si aspettano che siano gli altri a farne.
    Mi sento addirittura di promettervi che non mi vedrete mai in mezzo alla strada alla guida di un affare del genere. Al massimo mi vedrete a fare slalom tra le ruote con un asino, così da dare una dimostrazione di cosa può succedere quando toglieranno, come spero, i sussidi al gasolio agricolo.

  24. Ah: avete notato che adesso tutto è fascismo? Praticamente si dà automaticamente del fascista a chiunque non sia d’accordo con noi. Il “fascismo verde”, poi, è un bell’ossimoro.

  25. Egregia Gaia,
    l’articolo te lo ho inviato per avviare tue ulteriori indagini, troverai altro in rete, magari anche in inglese. Giusto per cercare di capire cosa si profila all’orizzonte nel tuo settore.
    Secondo me è interessante l’associazione dei seguenti fattori: allarme ambientale/misure legislative drastiche/ristrutturazione di comparti produttivi (tipo quello agricolo).
    E andando oltre: a danno/vantaggio di chi andrà questo cambiamento nel settore produttivo? Non è che, come tu hai intuito dalla tua esperienza, magari avverrà ai danni dei piccoli e a vantaggio dei grandi, che potranno guadagnare anche sulla contemporanea liberalizzazione dei grandi trattati Ceta, Mercosur ecc (contro cui mi pare protestino i contadini francesi). Tutte tematiche emerse nei tuoi ultimi post….

  26. Sul fatto di non firmare trattati di libero scambio, soprattutto con paesi in cui si deforesta per produrre carne, soia e legname, sono completamente d’accordo.
    Riguardo al resto, io non idealizzo i piccoli produttori a tutti i costi. Se un piccolo produttore tiene più animali di quanti la terra a sua disposizione gli permetterebbe, allo scopo di guadagnare di più o ricevere più sussidi, fa un danno anche se è piccolo. Il piccolo allevamento montano, ad esempio, non era quasi mai rispettoso degli animali per come lo intenderemmo oggi – gli animali vivevano in spazi piccoli e angusti, spesso da soli, e venivano macellati a piacimento sia da gente capace che da gente incapace. Si sfruttavano le persone – figurati le bestie.
    Tornando al giorno d’oggi, per come sono le cose in certe zone l’allevamento piccolo non esiste quasi proprio, è già stato distrutto.
    E comunque, per giustificare un trattore come quelli che vedi in foto, devi avere parecchia roba. E trattori così grandi sono un problema già di per sè. Hai idea di quanto consumano, di quanto schiacciano il suolo, di che razza di investimento è prenderne uno?
    Non conosco i dettagli della protesta, però una buona battaglia sarebbe pretendere di ottenere prezzi più alti per latte e carne a fronte di una riduzione del numero di capi. L’unico modo per fare questo, però, mi sembra essere chiudersi al libero scambio, e hai detto niente…

  27. Va bene, come vuoi. Credo che però proposte di legge come quella olandese non vadano tanto per il sottile nel distinguere tra chi ha grossi trattori o chi va a dorso di mulo, tra allevamento di un tipo ed di un altro, prendono tutti nel mucchio.

  28. Non so, perché non sono riuscita a trovare informazioni su quale sarebbe questa proposta di legge e come esattamente avrebbero intenzione di “dimezzare il numero di capi” – abbattendoli? Con quote? Togliendo sussidi? Senza conoscere questi dettagli è difficile farsi un’idea.
    L’Olanda è un paese ad altissima densità abitativa (oltre 400 abitanti per chilometro quadrato, fonte wikipedia) con allevamenti intensivi di tipo industriale (se ti ricordi il caso delle uova contaminate con pesticidi, ricorderai che venivano da lì). È ovvio che questo non è sostenibile.
    “Liberal MP Tjeerd de Groot called for livestock production to be halved, meaning six million fewer pigs and 50 million fewer chickens, prompting a furious reaction from farmers.”
    Se questi dati sono veri, significa che nei Paesi Bassi c’è quasi un maiale ogni abitante e oltre cinque polli per abitante. Sono d’accordo che non ce la si può prendere *solo* con l’agricoltura, e infatti pare che ci siano proposte di legge per intervenire anche in altri settori quale quello dei trasporti, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, se tutti continuano a dire di cominciare da qualcun altro non si comincia mai.
    Se chiedessero a me, proporrei anche di limitare l’immigrazione in un paese così densamente abitato che è anche per un quarto sotto il livello del mare, ma nessuno ha chiesto a me.

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