Decarbonizzare

A quanto pare, Macron si è dovuto arrendere ai “gilet gialli” e sospendere gli annunciati aumenti della tassa sui carburanti. Per quanto mi renda conto che questa sia stata più che altro una scintilla, una goccia che ha fatto traboccare il vaso per persone che già si sentivano sofferenti e ingiustamente bersagliate, non è molto incoraggiante vedere che quando si tratta di cominciare a rinunciare ai combustibili fossili la gente invece di chiedere, nel momento in cui deve fare sacrifici, che siano fornite alternative e che ci sia equità, chiede semplicemente che i sacrifici li faccia qualcun altro. Parlavo con un’amica della marcia per il clima organizzata per questo sabato, e lei si diceva sicura del fatto che molte persone verranno a manifestare in automobile. Ovvio. Deve essere sempre qualcun altro a sacrificarsi, qualcun altro a prendere l’iniziativa, qualcun altro a cominciare.

Io, nel mio piccolo, piccolissimo, sto provando a decarbonizzare la mia vita. Sono anni, ormai non so neanche quanti, che non salgo su un’automobile neanche se sono in mezzo a una tormenta di neve e qualcuno si ferma per prendermi su (l’unica eccezione che sono disposta a fare è per questioni di vita o di morte, ed è capitato solo una volta). Detto così sembra banale, ma non lo è. Immaginate le visite alla famiglia, i concerti serali, i MATRIMONI (soprattutto i matrimoni!!) senza automobile. Per fortuna vivo in una regione in cui i trasporti pubblici non sono perfetti ma almeno esistono. Ho fatto, come sa chi segue questo blog da tempo, tante battaglie per potenziarli, ma se mi fossi messa a gridare dal fondo di un pozzo sarebbe stato uguale. Ero così frustrata per la mancanza di interesse che una volta, sentendo due ragazze lamentarsi delle corriere nella loro zona, mi sono intromessa: “dov’eravate quando c’era il mio comitato???!!?” Come i gilet gialli, la gente continua a non vedere molte alternative all’auto, anche e soprattutto chi vive in luoghi cosiddetti marginali. Nell’immediato questo è comprensibile, ma a lungo andare insostenibile.

Mi dicevano, infatti: facile stare senza macchina, se vivi a Udine. Ecco, ora vivo in un piccolo paese e ce la faccio lo stesso, anche se so, e mi viene ricordato ossessivamente, che sono una “privilegiata” (detto da altri privilegiati, ognuno a modo suo, perché lo siamo tutti). Adesso sto provando a costruire un’attività agricola senza combustibili fossili. Non voglio essere ipocrita: molte persone mi aiutano falciando il fieno con i decespugliatori e portandomelo con i trattori, così come la legna. Inoltre le recinzioni elettriche, una delle poche innovazioni tecnologiche da cui dipendo in questo ambito, sono in parte di plastica. Però la parte di lavoro che spetta a me è più manuale che posso: la lana è filata a mano, falcio con la falce dove riesco e per il trasporto ho preso due asini, che dopo un inizio difficile (eufemismo) si sono dimostrati, compatibilmente con il loro essere asini, collaborativi. Avrei tanto da dire su tutto questo, ma, per l’appunto, farlo richiede tempo, e non me ne avanza molto. Spero di entrare ne dettagli in futuro, senza scivolare nella solita saccenza a cui paio essere particolarmente prona.

Non aggiorno il blog perché ho deciso di dedicarmi a questo e a scrivere libri, che mi permettono di approfondire di più. Ci tengo però a farvi sapere che ci sono ancora e che sto cercando di combinare qualcosa, e a darvi, in questo tempo di cattive notizie, almeno una buona, e cioè che provare a vivere con meno petrolio in realtà è divertente.

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21 risposte a “Decarbonizzare

  1. Gaia, da una parte sei ammirevole, dall’altra mi tocca constatare che anche te dai troppe cose per scontate.

    La faccenda delle tasse sui carburanti è una fanfaluca dei media controllati dalle Elite Apolidi. In realtà in Francia come in tutto il mondo la gente sta cominciando CONFUSAMENTE a rendersi conto che esistono le Elite Apolidi e che queste hanno messo in atto un Piano di ingegneria sociale su scala planetaria che ha come uno degli scopi principali quello di annientare i Popoli e gli Stati nazionali, in particolare quelli europei.

    Confuse sono le idee e confuse sono le azioni. Necessariamente, quando la gente deve spezzare catene che sono state chiuse cent’anni fa e che sono tirate con tutti i mezzi economici e tecnologici, con gli enti nazionali e sovranazionali che sono li a dare contro alla gente che dovrebbero rappresentare.

    Detto questo, il traffico veicolare è eccessivo, insopportabile. Il problema non è che questo traffico utilizzi motori a combustione interna alimentati con derivati del petrolio. Il problema è che tutte le nostre vite sono impostate NON DA NOI in modo che tutti passino le giornate brulicando sulle strade senza costrutto. Quando tu sviluppi tutto un sistema di fattori correlati che obbliga OGNI PERSONA ad avere almeno un autoveicolo e a questo obbligo generale aggiungi “n” obblighi secondari di registrazioni, bolli, revisioni, divieti, permessi, eccetera, hai costruito un enorme macchinario che si alimenta di persone, non di petrolio, un po’ come Matrix (del film).

    Ammesso e non concesso che esistesse una tecnologia alternativa ai motori a petrolio, il problema sarebbe uguale, perché sarebbe comunque un enorme macchinario che CONSUMA risorse e infine persone. Per piantare i chiodi sul coperchio di questa bara, finiamo col dire che questa tecnologia non esiste. Infatti i motori elettrici sarebbero perfetti se non dipendessero dalla batteria e la batteria, con la tecnologia attuale, è un pessimo accumulatore di energia. Significa che la autonomia dei veicoli elettrici è troppo limitata e che bisogna ricaricare continuamente la batteria, col risultato che serve una rete di stazioni di ricarica e che bisogna produrre e distribuire la energia elettrica. Se tu sei un milionario che vive in centro e che fa 10km per andare in ufficio, non ti fa ne caldo ne freddo. In tutti gli altri casi, la faccenda è meccanicamente ovvia.

    Poi, sullo sfondo c’è un altro “solito discorso”, quello degli immigrati che fanno i lavori che gli Europei non vogliono fare.

    Ah, dimenticavo. Anche la storiella della plastica non ha nessun senso e, per farla breve, si riduce al CONSUMO, come sopra. Se tu vivi consumando quantità enormi di cose, non fa nessuna differenza di che materiale sono costruite queste cose. Se tu vivi in un sistema usa-e-getta, ancora, non fa differenza. A MONTE, prima di discutere quali materiali adoperare per fare cosa, bisognerebbe discutere del “quanto”, del “come” e del “perché”. Siccome siamo pezzi di Matrix, meglio giocare con le storielle e non spostare niente in concreto.

  2. Infatti io, per essere più green e transire verso l’ecologismo, ho ordinato la nuova Tesla da 80.000 euro. Mi danno anche l’incentivo statale per , appunto, la lotta alle emissioni. Credo che me lo finanzi qualche straccione con le pezze al culo che va ancora a diesel……(ovvio sto scherzando)

  3. Ah, ben tornata Gaia! 🙂

  4. Gaia, il tuo encomiabile esempio (gia’ eroico piu’ che al iimite dell’eroico) e’ fulgido e prezioso.
    Tuttavia, ciascuno di noi ha dei limiti fisici, un’impronta ecologica minima, necessaria per la sopravvivenza e tu non fai eccezione.
    Il problema e’ la crescite demografica dissennata in Africa e in parte rilevante dell’Asia: tutte le previsioni, anch recenti, su picchi della popolazione sono state frantumate.
    I paesi “consumisti”, da questo punto di vista, sarebbero (se non si considerasse gl invasori e le dinamiche demografiche pesantissime dei loro gruppi etnici) in maggior parte, gia’ in sensibile e provvidenziale decrescita demografica esponenziale che, a medio e lungo termine significherebbe diminuzione esponenziale dell’impronta ecologica.

    Tu puoi evitare di usare l’auto, ma se poi ci sono milioni di casi alla Kyenge, un padre scellerato che ha messo al mondo altri 37 o 38 pargoli con Cecile, andra’ tutto all’inferno.
    Jared Diamond ci ha spiegato molto bene come cio’ avvenne in decine di casi di collasso, sappiamo tutto, con scienza e conoscenza, a dispetto dei razzisti anti, dei si’ global, dei sostituzionisti, dei no borders e altre genie di utili idioti del genere.
    Decarbonizzare e’ banalmente semplice, basta ridurre il numero dei carobonificatori.
    Peccato che nel dogma dei crescitisti e del loro fondamentalismo questa realta’ non si possa neppure scrivere.

  5. Un saluto con dei versi per il nuovo anno:

    Ah questi parlanti
    muniti d’irrequiete mani e piedi
    dediti ogni istante anche d’anno bisestile
    a concepire ordigni opere ed artefatti
    e fabbricarli più di quanto insetti
    non depongano le loro uova
    protèsi a immaginare futuri mondi
    irraggiungibili se non con pròtesi
    com’è che non s’accorgono
    di creare sempre più situazioni e case
    inutilmente ridondanti
    perché non sentono l’oppressione
    di tutta questa roba
    costretta a metamorfosi
    vogliono intrecciare
    cosa con ogni cosa
    credendo di migliorare il Cosmo
    ditegli che non serve a niente
    che tutto con tutto già si tocca
    nonostante l’immensità del vuoto
    ma in realtà ripieno e colmo
    di quello che impalpabile e indicibile
    è essenza di ogni esistere.

    Marco Sclarandis

  6. Uomo in cammino, vivevo in una città di 100 000 abitanti e anche se fossero qualche migliaio in meno non sarebbe stata meno inquinata, trafficata e soffocante, indipendentemente dall’immigrazione. Adesso vivo in un paese di quattrocento e comunque le strade in sassi sono state asfaltate per far passare le macchine, comunque devo stare attenta a non essere investita per strada, comunque fuori dal paese i bambini non possono andare da soli per non essere presi sotto, comunque quando passa un ape o un trattore mi asfissia. Non è solo una questione di quanti, ma anche di come.

  7. Facciamo un esempio tratto dalla mia sfera familiare.

    Famiglia di tre persone babbo mamma tre figli piccoli.
    Il babbo si alza e rassetta, la mamma veste i pargoli, poi li carica in macchina per consegnarli ai rispettivi depositi-parcheggi. Nel frattempo il babbo prende l’altra macchina e si reca dal paese brianzolo al centro Monza in ufficio, poi arriva la moglie che lavora nello stesso ufficio. Durante la giornata ognuno poi fa diverse commissioni collegate al lavoro (documenti, clienti, ecc) e alla vita familiare (spesa, visite, pagamenti, recupero figli, ridistribuzione figli, ri-recupero figli).

    Tutto questo si svolge in un raggio tra 10 e 20 km. Ci sono anche una linea ferroviaria e un tot di linee di autobus ma è ovvia la ragione per cui con questo tipo di vita le due persone usano in maniera più o meno compulsiva una auto a testa. Questo vale fino a che i figli non diventano grandi, poi alle due auto si aggiungono prima i motorini e poi altre auto, per la medesima ragione.

    Quando io ero bambino la gente andava al lavoro con la bicicletta o col tram. Magari la famiglia aveva un’auto che si tirava fuori dal telo grigio una volta alla settimana. Molte mamme stavano a casa e i figli si spostavano solo da casa a scuola e da casa alla strada/giardinetto/oratorio dove passavano il pomeriggio a sbucciarsi le ginocchia.

    Questo per dire che l’uso dell’auto, con tutto quello che ci gira attorno, è CONSEGUENZA di un sistema generale costituito dalle cose che si fanno durante al giornata e da come queste cose sono articolate.

    Una volta le massaie andavano a fare la spesa ai negozietti di quartiere o al mercato, adesso le donne vanno al lavoro in auto e quando escono vanno al centro commerciale o da qualsiasi altra parte, tipo al corso di zumba, in auto. Nelle strade io vedo le donne col velo in testa circondate da bambini e qualche nonno, italiane zero.

    Re-ingegnerizzare l’idea dell’automobile e della mobilità significa re-ingegnerizzare tutta la vita delle persone.

    Invece, se andiamo sul tecnico, come dico sempre, la Coop mi da un giornalino col quale mi informa che il 90% dei prodotti alimentari sono importati. Quindi, ancora, non solo vale anche in quel caso il discorso delle macchine e della chimica eccetera ma siamo oltre, perché come si coltiva o alleva in Italia è sempre meno rilevante. Direi che il bue e l’asinello sono scappati dalla stalla da lunga pezza e ancora, qui si tratta di un sistema molto complesso nel quale se vuoi cambiare un esito devi cambiare un milione di cause a monte.

  8. Gaia, prima saranao qualche migliaio in meno,poi, come noto con la curva esponenziale a base minore di uno, si diventa un terzo, poi un quarto, poi un decimo.
    Diecimila umani, in media, hanno impatto ecologico di un decimo rispetto a 100k, a parità di altre condizioni.
    Rientrare nella popolazione e locale e mondiale che sia sostenibile.
    Non puoi ovviamente paragonare l’inquinamento del capoluogo con quello dell’ameno paesello dove vivi.

  9. *Era* ameno, prima delle automobili!

  10. Quello che credo il peggio in assoluto sia questo tergiversare, indugiare, temporeggiare, nel decidersi ad attuare i rimedi agli errori commessi in questo ultimo secolo,sopratutto questo ultimo.
    Attendere chissà quali nuove scoperte,tecnologie, arrivi di entità messianiche d’ogni genere, invece che adoperare tutto quello che già abbiamo
    pronto e funzionante è proprio la quintessenza di questa umana ignavia che presto potrebbe non esserci più perdonata.

    Tutto ciò assomiglia al comportamento del giocatore d’azzardo patologico che vuole ostinatamente illudersi che alzando sempre più la posta,
    alla fine vincerà sul banco delle scommesse.Possibile ma estremamente improbabile.

    Non possiamo salvare tutto, e non possiamo nemmeno calcolare esattamente tutto quello che potremmo salvare, ma cercare e tentare di salvare il più possibile di quello che abbiamo ereditato di ciò che mi piace definire “L’Albero Genealogico Assoluto”, è una scelta di cui ritengo che ben pochi potrebbero infine pentirsi.

    Al contrario, credo che partecipare a questa squallida cupio dissolvi ossessivamente immortalata pure in mucchi d’immagini tanto mostruosi quanto effimeri, sia la perfetta dimostrazione di come siamo oltremodo capaci di creare terra infernale impiegando cielo paradisiaco.
    E, preferire questo genere di creazione, invece che il suo opposto, resta per me un mistero.

    Un caro saluto, Marco

  11. Gaia, non voglio assolutamente squalificare quel che stai facendo (o tentando di fare), perché è una scelta dignitosa. Quel che voglio fare con queste poche parole è ricordarti che quel che fai è possibile perché lo fai tu come raro individuo, sarebbe ancor più possibile se ad affiancarti ci fosse una manciata di persone con le tue stesse intenzioni ed attitudini, diverrebbe assolutamente impraticabile e, con ogni probabilità, financo distruttivo se diventasse una scelta di massa. Non sto a spiegarti perché, sei sufficientemente addentro alla questione per capirlo da sola.

  12. A me sembra che sia distruttivo non farlo, spiegati meglio.

  13. Pensa ai 60 e passa milioni, poi pensa ai 301000 km2 lordi, poi raccogli qualche informazione attendibile (ammesso che ne trovi) sulla superficie effettivamente utilizzabile per un “uso” simile a quello che ne fai tu, quindi prova a verificare l’incidenza sul territorio delle esigenze dovute alla necessità di procurarsi gli attrezzi necessari (che, per quanto pochi e a bassa tecnologia, vanno comunque fabbricati, a meno di voler lavorare a mani nude) e tutto l’occorrente non solo alimentare

    Nel tentativo di cavare dal terreno il necessario anche solo per una vita al limite di una sussistenza almeno dignitosa, finiremmo per fare più danni di quelli ai quali vorremmo porre rimedio.

    Se hai l’impressione di poter disporre di quel che ti serve è per via di quello che chiamo effetto armadio — un appartamento sembra ragionevolmente sgombro ed ordinato, ma solo perché abiti e masserizie varie sono stipate nei vari contenitori (armadi, pensili, cassettiere…), se spargi il tutto per l’ambiente, la casa diventa immediatamente un delirio invivibile. La similitudine regge se pensi all’appartamento come al nostro risicato territorio, e ai contenitori come ai nostri stipatissimi centri abitati (che si avvicendano a ridosso l’uno dell’altro, non di rado a contatto tra loro). A peggiorare le cose c’è il fatto che abiti e stoviglie non hanno esigenze, stanno lì fermi e zitti, inanimati, le persone sono molto meno accondiscendenti.

  14. Bè, ma con il sistema attuale stiamo facendo proprio questo, cioè prendiamo risorse da altrove o dal futuro. Davvero non ti seguo: in che modo sarebbe più sostenibile continuare a produrre come stiamo facendo adesso?
    (Riguardo all’esempio specifico, ovvio che non ci devono essere due asini per ogni abitante d’Italia, non è questo il punto, infatti)

  15. Non sono stato chiaro. Non è che fare quel che stiamo facendo sia più “sostenibile” (parola già odiosamente ambigua in sè e per sè), è che cambiare modello peggiorerebbe le cose a livello locale. E’ vero che col sistema odierno serve di più, però è anche vero che 1) gran parte di quel “di più” arriva da altrove, mentre col sistema “rustico” dovrebbe giocoforza essere “estratto” in loco, e che 2) gran parte di quel “di più” proviene da usi intensivi delle superfici che sarebbero impraticabili col sistema “rustico”, per cui occorrerebbero più superfici (delle quali non disponiamo), e che 3)
    parte di quel di più proviene addirittura dal sottosuolo, mentre occorrerebbe trovare ulteriori superfici per ricavare a livello suolo dei sostituti (che sarebbero necessari in quantità minori, ma sarebbero comunque necessari).

    Coi numeri attuali (in vertiginosa crescita per via dell’immigrazione che, nonostante i proclami pubblici, continua ben ben “muscolare” in forma legale e illegale) è impossibile.

    Col che, ripeto a scanso equivoci, non sto minimamente criticando la tua impostazione di vita, che è pregevole — sto semplicemente dicendo che è un’impostazione di vita che non può essere traslata su 60 e passa milioni di persone stipate su un territorio di soli 301000 km2 lordi. Ovviamente ci sono delle responsabilità per la condizione attuale, responsabilità a livello dirigenziale (enormi, pienamente consapevoli e indice di moralità nulla) e responsabilità a livello di scelte individuali delle generazioni passate (più incoscienti e meno enormi se considerate una per una, ma con effetti anche peggiori di quelle dirigenziali se considerate nell’insieme).

  16. Sarò scema, ma ancora non capisco. Se siamo d’accordo sul fatto che con il sistema attuale non si può andare avanti (il che è il significato letterale della parola “insostenibile”), allora come fa a essere peggiore cambiare sistema rispetto a un sistema che non solo è dannoso, ma è IMPOSSIBILE continuare a mantenere? E che quindi in ogni caso deve essere modificato? È come dire a un diabetico: se continui a mangiare zucchero senza prendere l’insulina muori, e lui rispondesse: sì, ma senza zucchero mi viene il malumore.

  17. Sono ben lontano dal voler anche solo sottintendere che sei scema! Se non afferri, probabilmente è perché ho espresso un’osservazione che non rientra negli schemi comunemente diffusi da chi dice di occuparsi di ambiente, ci vuole una certa elasticità per coglierne il senso. Secondo me, se rileggi e ci pensi ancora un po’ ci arrivi di sicuro. Spiegare oltre sarebbe pedante da parte mia, e probabilmente anche irritante.

  18. Gaia, io non comprendo perché Ugo ci tenga a fare l’oracolo di Delfi.

    Il discorso di Ugo è banale. C’è una ragione per cui siamo dove siamo: la tecnologia consente di cavare molte più risorse dall’ambiente di quante ne puoi cavare senza tecnologia. Facciamo un esempio: tu puoi allevare le galline lasciandole libere di razzolare in giro oppure le puoi allevare dentro un capannone, stipate in gabbie poco più grandi della gallina, disposte in file sugli scaffali, il tutto automatizzato. Le prime galline saranno più sane e più buone da mangiare, ma saranno molte meno, sopratutto molte meno considerato il tempo, perché il capannone lavora a ciclo continuo. Significa che col primo sistema, quello delle galline nel campo, puoi forse integrare la dieta di una famiglia. Con un capannone puoi sfamare decine se non centinaia di persone. Adesso collega l’allevamento della gallina a tutto il resto. Il mio amico LupoCoso ha una tenuta agricola sulle montagne siciliane e l’unica corrente elettrica la fa con i pannelli solari. A settembre non ne ha più per alimentare il frigorifero. Quindi se vuoi conservare le galline allevate nel capannone ti serve una centrale elettrica e hai la scelta tra una diga con una turbina idroelettrica, un forno a carbone, a olio combustibile, a gas, un reattore nucleare. I frigoriferi non esistevano prima del Dopoguerra e questo significava non potere trasportare e distribuire alimenti deperibili. Ognuno mangiava quello che cresceva nell’intorno di casa sua, con tutte le conseguenze nel bene e nel male.

    Insomma, il “ritorno alla natura” è un vezzo, simpatico o magari ammirevole per i relativi disagi che comporta ma è nei fatti un concetto assurdo, per via del fatto che non solo come ho scritto sopra le nostre vite dipendono da una rete di fattori correlati, tipo che noi ci stiamo scrivendo con un sistema planetario di cavi sottomarini e mega-centri climatizzati con dentro dei computer ma il nostro mondo è come un motore che si auto-alimenta, crea le condizioni per la sua stessa esistenza, se si fermasse sarebbe come togliere il barattolo da sotto la proverbiale pila di barattoli.

    A margine, nota che indipendentemente da quanto “indietro” riporti l’orologio del tuo stile di vita, quanto “indietro” provi a tornare verso la “natura”, sarai sempre dentro un contesto innaturale, tecnologico. Non solo perché non esiste nessun posto cosi isolato per cui tu non soffrirai o godrai della tecnologia contemporanea ma anche perché la “natura” è stata soppiantata da un ambiente più o meno artificiale da migliaia di anni, non da ieri. Al tempo delle Guerre Persiane in Grecia c’erano i leoni. Al tempo dei Romani era già una leggenda della remota antichità, cosi come stavano sparendo le grandi foreste europee e si estingueva l’Uro. Nel medioevo, nonostante tutte le difficoltà, si plasmava il paesaggio, si rimuovevano bestie inutili o fastidiose e si impiantavano bestie esotiche, eccetera. Alla fine del Medioevo arrivano dalle americhe i pomodori, per dire, che oggi associamo alla “cucina italiana” e che in realtà sono usati in cucina da due o tre secoli soltanto oppure i fichi d’india che adesso associamo al paesaggio del Meridione.

    Quanto tempo è che le “Gaie” non raccolgono cereali selvatici e li macinano con due pietre? Quanto tempo è che si semina il grano e si porta al mulino? E via via.

    Secondo me fintanto che non riusciamo a guardare le cose non possiamo nemmeno capire come migliorarle.

  19. A chi pensa come Lorenzo, consiglio la lettura del libro “Picco per capre”, che risponde ai discorsi su progresso e tecnologia meglio di come potrei fare io in un commento.
    Riguardo agli animali inutili, la mia prospettiva è diversa. C’è chi dà valore alla tecnologia o a certe comodità, e chi a vivere in un ambiente vario e sano. È comunque una prospettiva antropocentrica, secondo me limitata, ma basta già a mostrare le mancanze di certi discorsi. Il valore non è un assoluto universale.
    Lorenzo, cerca di rispondermi sinteticamente e gentilmente o ti modero 🙂

  20. Buone Feste a Gaia,
    Per me sei bella ed eroina come una Madonna!
    Magari farai un bambino, col tuo Giuseppe. 🙂
    Solo uno o due, perché sei intelligente!

  21. Buone Feste anche a te e a tutti i lettori! L’asino è pronto, manca il bue

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