lana

Come molti di voi sanno, allevo pecore, sulla qual cosa avrei molto da dire, ma per farlo ci vuole tempo, per avere tempo ci vuole qualcuno che mi dia una mano, per avere qualcuno che mi dia una mano devo guadagnare qualcosa, quindi sto cominciando a cercare seriamente di vendere la lana filata da me. Ci ho provato alla fiera dell’artigianato di Rho, con poco successo perché, anche se si fermava tantissima gente a veder filare, quasi tutti associavano il fatto di lavorare a maglia con una nonna o al massimo una mamma, il che mi ha stupito molto perché io invece conosco un sacco di gente anche giovane che lo fa, è un’attività con molti benefici e *non c’è motivo per cui debbano farlo solo le donne*. Alcuni mi dicevano: non faccio a maglia perché non ho tempo [sottinteso: devo lavorare, perché eravamo pur sempre a Milano, e non è uno stereotipo, è così].

Allora la lana l’ha comprata mia madre, la quale ha fatto una giacca a maglia che ha stupito persino me da quanto bene è venuta. Ho tirato un sospiro di sollievo: allora tutto il mio lavoro vale qualcosa! E voi non potete immaginare quanto lavoro richieda filare una semplice matassa. Escludendo il piccolo particolare di allevare le pecore, tralasciando la tosatura (quasi sempre a mano, nel nostro caso), bisogna curarla, lavarla, cardarla, filarla e torcerla. Infine, usando l’avambraccio, la avvolgo in una matassa. E non ho neanche cominciato a fare gomitoli o a tingerla. Ma tutti questi particolari li rimando al momento in cui avrò il tempo di raccontare.

Per ora ho messo un annuncio su subito.it. Se qualcuno di voi è interessato, eccolo. Questa volta non chiedo donazioni liberali o sostengo: vorrei trovare, in qualche modo, qualcuno che apprezzi il senso di una cosa così insolita e retrò, e che sappia cosa farsene. Persino qua, l’atteggiamento oscilla tra il nostalgico e lo scettico, nettamente preponderante: “cosa credi di fare con la lana?”

Sbeffeggiare un materiale straordinario come la lana è un insulto a millenni di storia umana e a milioni di anni di evoluzione. La lana è calda, naturale, isolante, idrorepellente, protegge le pecore dalla sporcizia e dalle intemperie, esiste in infinite varietà di colori, dimensioni e caratteristiche. Gli allevatori italiani sono costretti, in gran parte, a buttarla via, mentre la importiamo da allevamenti discutibili dall’altra parte del mondo. Il mio è un piccolo gesto per dimostrare che la lana ha un futuro, ma se nessuno la vuole, o se io non sono in grado di valorizzarla, sarà un gesto vano.

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35 risposte a “lana

  1. Vorrei farti pubblicità ma ho solo un blog dove non viene nessuno.
    Comunque ci provo.

  2. Ho messo un post intitolato “vendo matasse di pura lana di pecora filata a mano”.
    https://eldalie.blogspot.com/2018/06/vendo-matasse-di-pura-lana-di-pecora.html

  3. Grazie Lorenzo.

  4. Prego, non mi costa niente.

  5. Comunque, Gaia, hai la prova provata di come funziona la “globalizzazione” e la ragione di fondo.

    Noi consumiamo cose prodotte all’estero perché cosi possiamo comprare la lana filata a mano da una donna uzbeka (dico a caso) pagandola 1 centesimo all’ora.

    Questo apparentemente ci rende conveniente il consumo e sfama la donna uzbeka ma ha l’effetto secondario di desertificare l’Italia, di cancellare il sapere e il fare, trasformandoci in meri consumatori passivi, senza passato, senza futuro e senza tradizione, quindi senza gusto e discernimento. Quindi dalla lana filata a mano passiamo senza rendercene conto ai filati prodotti con le bottiglie di plastica riciclate e nel frattempo ci impoveriamo facendo la media con la donna uzbeka perché non abbiamo più niente da dire e da dare. Una maglia fatta di plastica riciclata è esattamente identica ovunque nel mondo, quindi va dove conviene e anche noi dobbiamo andare dove conviene.

    Qui cito ancora la famosa dichiarazione incauta della signora Boldrini secondo cui “migrare” è uno “stile di vita. Ecco. Come vedi non ha senso che tu allevi pecore e fili la lana in Italia, stai nuotando contro corrente. Tornerà ad avere un senso quando ti converrà essere pagata un centesimo l’ora come la donna uzbeka (ancora, esempio a caso).

    Io ti sostengo ma siamo in una situazione tipo battute finali delle Termopili.

  6. Vero, ma è ancora più complessa la questione. Ad esempio, un grande esportatore di lana è la Nuova Zelanda, che ha più o meno la nostra superficie ma un decimo degli abitanti e un decimo della densità abitativa. Avendo le pecore bisogno di spazio, è chiaro che loro ne hanno di più.
    Un’altra questione è il basso costo del trasporto aereo, dato che – a meno che non sia cambiato qualcosa di recente – il carburante degli aerei non è tassato. Se lo fosse, probabilmente importare costerebbe un bel po’ di più.
    Prendendo la lana si aprono un’infinità di questioni, per questo vorrei avere il tempo di parlarne.

  7. Dimenticavo la questione fondamentale: l’industrializzazione. La lana filata a mano è meno competitiva rispetto a quella filata meccanicamente, ma quanto di questo è attribuibile a una maggiore efficienza, e quanto alle condizioni di favore – acqua ed energia scontate, contributi per i macchinari, iper-tassazione del lavoro – di cui gode l’industria? È quello che vorrei capire…

  8. Nuova Zelanda andata/ritorno: circa 40.000 km.
    Costo del biglietto, scegliendo compagnie e periodi vantaggiosi: poco sopra i €1000 euro. Esageriamo e diciamo €1200.
    Costo per km: ~€0.030 tre centesimi).

    La mia auto percorre tra i 21 e i 26 km (diciamo 23.5 in medi) con un litro di gasolio, attualmente a 1.50 €/l presso i distributori più vantaggiosi.
    Costo per km: ~€0.063 (sei centesimi e qualcosa).

    Questo parlando solo del carburante, sia ben chiaro. Però è più che evidente che c’è qualcosa che non torna. Siamo al paradosso per il quale fare il turista di lusso costa meno della metà dell’andare al lavoro. Magari gli aerei che viaggiano a 700 km/h a 10.000 metri di quota consumano meno della mia utilitaria diesel lanciata rasoterra a 60 km/h…

  9. Eh Gaia, devi sapere che la Scozia antica fu desertificata ammazzando o deportando gli abitanti nativi nelle colonie, tra cui il continente australe, appunto, allo scopo di introdurre l’allevamento estensivo delle pecore, con razze e metodi radicalmente differenti da quelli tradizionali.
    Cito:
    “L’anno della pecora
    Un’altra grande emigrazione di massa avvenne nel 1792, conosciuto dagli abitanti delle Highlands di lingua gaelica come Bliadhna nan Caorach (“Anno della Pecora”). I proprietari terrieri stavano liberando i poderi per utilizzarli come pascoli; nel 1792 i fattori di Strathrusdale protestarono guidando più di 6.000 pecore fuori dalle terre che circondavano Ardross. Questa azione, comunemente definita come “Disordini delle pecore del Ross-shire”, fu gestita dai più alti gradi del governo: il Segretario per gli interni Henry Dundas, I visconte Melville, fu coinvolto nella vicenda e fece mobilitare il battaglione del Black Watch. Egli fermò i disordini e portò i rivoltosi a processo, condannandoli; essi riuscirono poi a scappare dalla prigionia e scomparvero.
    Le persone furono trasferite su terreni più poveri, mentre altri vennero inviati in piccole fattorie sulle aree costiere, dove l’agricoltura non riusciva a sostentare la popolazione; si pensava che si sarebbero dati alla pesca come nuovo commercio. Nel villaggio di Badbea a Caithness le condizioni erano talmente aspre che, quando le donne lavoravano, dovevano legare i bambini e le galline alle rocce o ad assi per evitare che fossero portati via fin sugli scogli. Altri contadini furono trasportati direttamente alle navi per l’emigrazione, dirette verso il Nord America o l’Australia. ”

    Il punto è che non si può competere con gli stessi strumenti della globalizzazione, sullo stesso terreno. Ne parlavo con LupoLibero (lo trovi nel mio blog) che coltiva nocciole e altre cose nel suo terreno in Sicilia. L’unico modo perché abbia senso produrre e vendere nocciole siciliane è che io, come consumatore, SCELGA di comprare e consumare quelle ANCHE PAGANDOLE MOLTO DI PIU. Perché qualsiasi scelta nella vita implica un prezzo da pagare. Chi sceglie di mangiare i prodotti “globali” li paga meno al negozio ma paga molto di più in termini di “qualità della vita” sul medio/lungo termine, per via delle ricadute secondarie che ho descritto sopra.

    La cosa che un po’ mi diverte è che tu sei portata alla tua piccola controrivoluzione vandeana per il semplice motivo che invece di abitare in centro Milano come i “progressisti/ecologisti” stai in montagna con le pecore.

  10. Senza contare il fatto che l’aereo ha il personale, mentre l’auto la guidi da solo. Sto cercando di approfondire la questione della non-tassazione del carburante aereo, ma non è semplice.

  11. Lorenzo, lo so: sarebbe uno degli argomenti di cui vorrei parlare riguardo alla lana, avendone il tempo. Tra l’altro la stessa cosa sta succedendo con la Benetton in Argentina.
    Io abito in montagna perché voglio fare queste cose, non viceversa. Sono nata a Udine.

  12. Gaia, io non ti conosco. Da quel poco che leggo su questo blog mi sembra che tu arrivi da una certa direzione e ti trovi un po’ a tuo malgrado a dovere contraddire gli stereotipi delle persone che arrivano dalla stessa direzione perché sei in montagna invece che parte dei circoli “impiegatizio-intellettuali”. Stamattina sono andato in banca a piedi, avrei voluto avere la telecamerina sulla testa per registrare il video del contesto urbano dove vivo io, che ormai è la realizzazione del famoso “Popolo Unico, Cultura Unica” del meticciato di Scalfari. Ti darebbe la dimensione di quanto tu e la tua lana filata a mano siete ormai lontani da quel “reale” progettato a tavolino cinquant’anni fa e realizzato con messi e cinismo inimmaginabili. Gaia, te sei come gli ultimi apaches fuori dalla riserva ma non so quanto tu abbia capito del chi, quando, come e perché di tutta la faccenda.

  13. Io credo che una parte del problema sia connessa all’estrema stratificazione e disarticolazione che c’è oggi tra ognuno di noi e gli oggetti della realtà che ci circondano. Mentre un tempo le persone erano più prossime ai processi produttivi e ai cicli di lavorazione (le mie nonne facevano il pane a casa, così come i maglioni), oggi abbiamo un’infinità di oggetti che ci circondano, che ci sembra siano magicamente veicolati da qualcuno nella nostra sfera di acquisizione (ieri un venditore, oggi probabilmente amazon). Così ci sono tantissimi oggetti disponibili alla nostra portata, di cui ignoriamo la storia ed il passato, e le cui uniche informazioni che ci sono proposte sono il prezzo, le caratteristiche, le funzionalità d’uso, a volte la provenienza (ma solo per motivi economici o di tutela del consumatore o del marchio). Quanto sia costato produrre quell’articolo, quale sia la sua impronta ecologica, quante mani lo abbiano toccato, avvitato, piallato, filato, munto o saldato non lo sapremo mai. A quel punto le persone hanno attorno a sé tanti oggetti, e il parametro fondamentale di scelta si riduce al puro rapporto costo/qualità (inteso però in termini molto riduttivi di costo all’acquirente e qualità percepita). Tutta la storia che c’è dietro l’oggetto scompare, non è mai esistita.

    A me questa sembra una perdita enorme.

    Non tutto ciò che esiste al mondo può essere ridotto in termini economici, anche se adesso questo paradigma pare l’unico possibile.

    Io non ho molta competenza in cicli produttivi o industriali che siano diversi da quelli del software, per cui le mie sono solo speculazioni astratte; però quando penso ad esempio a tutti i costi e a tutta l’infrastruttura e l’energia necessaria per mandare le foto dei gattini da uno smartphone all’altro, penso che forse se le persone sapessero, magari ci penserebbero qualche secondo in più prima di bruciare vagonate di energia per qualche immagine buffa che qualcuno dall’altra parte del mondo caccerà via dallo schermo dopo qualche secondo con lo scivolare d’un polpastrello, giusto per fare un esempio.

    Lo stesso ragionamento lo applico alla lana, ai beni di prima necessità, etc. Forse se le persone ritornassero in prossimità dei processi produttivi, avrebbero un altro rapporto con i beni che acquistano. Se io conosco la fatica e la cura con cui Gaia ha preparato quel gomitolo, va da sé che per me non avrà mai lo stesso prezzo/valore di un gomitolo di un qualche materiale sintetico a me ignoto confezionato da un braccio meccanico in qualche distretto industriale cinese.

    Uno dei tanti/grandi tradimenti che la sinistra ha fatto alla propria cultura, è stato proprio quello di perdere di vista il rapporto che lega l’uomo al mondo che lo circonda, all’ambiente, al lavoro e a come si producono le cose. Invece di recuperare questo rapporto, queste radici, si sono piegati alla logica di mercato; e le battaglie contro la globalizzazione, lo sfruttamento, l’inquinamento, il depauperamento delle aree rurali, etc. oramai sono scomparse dal loro orizzonte politico. Ora si parla solo dei mercati, della Cina, dei dazi, dei vincoli europei… quand’è che ricominceremo a parlare del mondo, di chi lo popola e di un’idea di futuro sostenibile? Quando si ritornerà a parlare della lana di Gaia?

  14. È in atto un grande movimento dei consumatori, soprattutto per quanto riguarda beni di “consumo” quotidiano come cibo e abiti, per riappropiarsi di questa conoscenza e di questo legame perduti, sia per un senso di giustizia che per avere prodotti di migliore qualità. Il punto è che è molto difficile, comunque, informarsi correttamente e in modo non mediato su cosa veramente si compra: il tempo è poco e i temi complessissimi. Inoltre, i parametri sono davvero tanti. Anch’io, che ci tengo a queste cose e passo molto tempo a informarmi, sto scoprendo solo adesso aspetti della produzione del latte, ad esempio, che ancora non conoscevo e che sono venuti fuori quasi per caso parlando con piccoli e piccolissimi allevatori, costretti a sottostare a leggi pensate per l’industria alimentare e non per chi ha un paio di mucche in una stalla. Inoltre, spesso si tratta di scegliere tra parametri in contraddizione tra loro: compro latte locale sfuso a chilometro zero, ma proveniente da animali con una catena al collo, oppure latte biologico ma che viene da lontano in imballaggi ad alto impatto?
    Continuando con questo esempio: quando ero a Udine compravo formaggi da un’azienza locale, anzi localissima, che mi lasciava tranquillamente visitare il suo stabilimento nella periferia sud della città. Trovandolo abbastanza accettabile secondo i miei parametri, mi sono fidata. Questa è una buona soluzione, ma comunque trovare la produzione perfetta è impossibile, e poi quante persone hanno il tempo e l’occasione di andare a vedersi tutti gli allevamenti, i campi e le fabbriche da cui proviene ciò che comprano? Ci si affida allora al settore in crescita delle certificazioni indipendenti, ma, anche qui, saltano fuori scandali su scandali e dubbi su dubbi.
    L’autoproduzione sarebbe una buona soluzione, ma, come si accorge chiunque ci provi, è quasi impossibile sostenere i livelli di consumo attuali, o anche livelli inferiori, autoproducendo tutto. E se si autoproducono almeno gli essenziali, quali cibo, riscaldamento e vestiti, come proviamo a fare qui, non si riesce comunque a fare tutto, e sicuramente non l’attrezzatura necessaria (particolare di cui ci si dimentica sempre: prova ad autoprodurre una zappa!), e poi, soprattutto, non si riesce a guadagnare abbastanza per coprire altri essenziali quali le visite mediche o gli spostamenti.
    Bisogna rifondare la società e l’economia, ma non è mica tanto semplice!

  15. @gaia: +1
    Questi sono infatti i temi di cui mi piacerebbe sentire parlare, invece degli scandaletti e delle beghe di partito, non fosse altro perché trattano di questioni strutturali, e non di problemi di cui dopo 20/30 anni nessuno si ricorda più. E invece l’orizzonte politico dei dibattiti abbraccia oramai lo spazio di una settimana, se tutto va bene; anzi, non ci sono più neanche i confronti, ma i video su facebook e le esternazioni su twitter… 😦

  16. Un plauso sentito per mk. Grandi considerazioni, con grandi ricadute. E “grandi” (nel senso di talmente pesanti da rendere difficile anche solo immaginare delle soluzioni concretamente attuabili) anche le cause. Senz’altro varrebbe la pena almeno prenderle in considerazione, ma se lo fai passi quanto meno per “strambo”. A me capita ogni tre per due, e di solito desisto quando vedo le espressioni dei miei interlocutori — proprio non capiscono, sono su un piano di esistenza diverso.

  17. Io credo che la scarsa attenzione alla parte “sociale” del prodotto sia anche dovuta alla crescente povertà dei consumatori. hai meno soldi? Beh, ti poni meno problemi, hai meno mezzi per filosofeggiare sull’origine delle cose. Anche perché cercherai comunque di non stravolgere radicalmente il tuo stile di vita, almeno che dietro non vi sai una scelta consapevole. Vuoi fare una vacanza ma hai solo quattro soldi? Eccoti servito: volo low cost, airbnb, altri spostamenti con blabla car, acquisti l’attrezzatura da Decathlon o l’hai comprata al black friday di Amazon. ovvio, dieto tutti questi affaroni ci sono sistemi di sfruttamento che creano lavoratori sottopagati, danni ambientali, elusioni fiscali ecc ecc ma a questo magari ci si penserà dopo la vacanza….
    E ovvio, questi sistemi economici potrebbero essere anche la causa ultima della tua di povertà, ma anche qui è difficile farsi capire: è sempre meglio l’uovo oggi (acquisto economico) che la gallina domani (un sistema economico meno distorto). Altri consumatori invece avrebbero i mezzi economici per scegliere meglio, ma sono presi dalla mania di comprare mucchi di cose di utilità limitata (tanto costano poco e te le puoi permettere tutte), dal desiderio di pagare comunque meno (che, sono fesso?), dall’idiotismo tecnologico (figo!! Amazon Prime!) e, ancora, da una volontaria ignavia nei confronti del problema.
    MK: la sinistra storica non era affatto ecologista o ambientalista, ma produttivista, esattamente come il capitalismo. Quello comunista era il partito delle fabbriche e degli operai, l’eroe era Stakanov, non Heidi. Caduto l’URSS credo abbia usato l’ecologismo per riempire il vuoto ideologico conseguente. solo che allo stesso tempo ha accolto anche l’ideologia liberal americana, che è per natura iper-capitalista. da qui la delusione, inevitabile a mio giudizio, degli ambientalisti veri di sinistra. A meno che per ambiente non si intenda il verde urbano e le piste ciclabili….

  18. …che sarebbe già qualcosa.
    Mauro, quello che tu dici è vero, ho avuto riscontri anche da commercianti che dicono che con meno soldi la gente vuole le stesse cose, ma spendendo meno. C’era anche la pubblicità: “non cambiare stile di vita, cambia supermercato!” (poveri noi…)
    Detto ciò, è anche vero che conosco gente ricca che potrebbe benissimo permettersi acquisti consapevoli, ma non riesce ad entrare nell’ordine di idee necessario, e al tempo stesso gente che è povera per gli standard della nostra società, ma fa un piccolo sacrificio per comprare biologico, equosolidale, locale…
    Il rapporto tra povertà/ricchezza e consumi è molto complesso. Sto leggendo adesso su Al Jazeera un articolo che parla anche dei risparmi dei greci dovuti alla crisi: inizia dicendo che nessuno si permette più di buttare via cibo…

  19. E comunque, non scordiamoci che se un prodotto sostenibile costa di più, anzichè di me, di un prodotto non sostenibile, questo è perché ci sono sistemi di incentivazione distorta, quali i contributi vari per i carburanti, le fabbriche, l’automazione, l’energia… mentre i danni sono scaricati sulla collettività. E il lavoro è più tassato delle macchine. Se così non fosse, sarebbe impossibile che la lana filata a mano costasse di più di quella industriale. Solo che l’inquinamento dell’industria in qualche modo lo pagano tutti, anche due volte, mentre il lavoratore lo paga chi lo assume e basta.

  20. Gaia, sei superata dalla Storia.
    Ad un certo punto si sono inventati la sopracitata “globalizzazione”. Si può benissimo filare la lana a mano, basta farlo fare ad un bambino pakistano in cambio del proverbiale pugno di riso e lenticchie, dentro un tugurio, alla luce di una candela, estate e inverno.
    Il problema non è il “delta” tra Gaia e l’industria, casomai è il “delta” tra Gaia e il bimbo pakistano.

    Noi importiamo QUALSIASI COSA, non solo tutto quello che vedi sugli scaffali della Coop, tipo, che ne so, i fagioli. Importiamo i tondini di ferro per l’edilizia, perché conviene portarli per nave dalla Cina invece che farli fabbricare alle acciaierie di Terni. Perché? Per il “delta” tra l’operaio di Terni e l’operaio cinese.

    La “qualità” è di due tipi. Quella minima necessaria ad assolvere la funzione, vedi tondino di ferro cinese e quella legata non alla necessità ma al lusso, che di solito è collegata alla “prestazione”, per esempio se uno di mestiere fa Lancillotto, non vorrà la spada fatta in Cina di ferraccio scadente e con l’elsa fissata con un rivetto approssimativo ma vorrà una lama di acciaio temprato, con geometria e distribuzione delle masse perfettamente calcolate dal mastro armaiolo e con ogni singolo dettaglio curato alla perfezione.

    Non sono dell’idea che le abitudini al consumo dipendano dallo impoverimento economico delle persone. E’ più questione di impoverimento intellettuale, ovvero non riuscire più a distinguere la merda dalla cioccolata. Nell’esempio di sopra, Lancillotto è uno che ha votato tutta la vita ad una certa pratica e ai suoi strumenti. Se lo confrontiamo con un contadino arruolato nella truppa di fanteria a fare numero, non gli servirà la spada perfetta e costosissima, gli basterà una roncola arrugginita. Ergo, sullo scaffale della Coop trovi roba importata che ha una qualità media nella “soglia di percezione” e nella “utilità” del cliente Coop, non di Lancillotto.

  21. Qui ho volutamente ignorato il fatto che storicamente i prodotti industriali superano qualitativamente quelli artigianali.

    Tornando all’esempio della spada, anche il migliore fabbro della antichità, con risorse illimitate dei re, non poteva forgiare una lama di acciaio altrettanto “buono” per caratteristiche meccaniche ed omogeneità, di quello attualmente disponibile all’industria. Non era fisicamente possibile. La conseguenza era che per quanto si impegnassero ogni spada era diversa, ogni spada aveva dei difetti anche catastrofici come inclusioni e c’era un grande “sfriso” perché si scopriva la qualità della spada a lavoro finito e quelle scadenti venivano scartate.

    Facciamo il caso degli alimenti. Paradossalmente il formaggio del contadino è mediamente inferiore a quello industriale. Per la stessa ragione della spada. Il contadino è vincolato sia dalla disponibilità e qualità degli ingredienti che dagli strumenti di cui dispone. L’industria in pratica non ha vincoli, se una qualsiasi parte non è adeguata può mitigare il problema attingendo a un’altra fonte, non solo, può anche controllare mille mila parametri durante la fabbricazione con strumenti più sofisticati. Da cui magari l’esperienza del contadino gli consente di raggiungere una vetta superiore al prodotto industriale ma se consideriamo una media, tanto più grande la media, tanto inferiore il contadino.

    Per cui la conseguenza è che la Coop, anche volendo e potendo, non ha interesse a mettere sugli scaffali prodotti INAFFIDABILI, irregolari, che una volta sono buonissimi e la volta dopo pessimi, una volta tanto e una volta poco, ecc. Il cliente poi si aspetta di trovare le stesse cose tutto l’anno e che la qualità sia sempre uguale, l’idea che la Nutella cambi a seconda della stagione delle nocciole non è di questo mondo.

  22. Lorenzo, credo tu confonda qualità con omogeneità. Bisognerebbe fare un discorso caso per caso, perché dipende dal prodotto, però la capacità umana di compensare le variazioni nella materia prima o gli imprevisti, oppure l’irregolarità del prodotto, possono essere vantaggi sia pratici che estetici. Comunque, bisognerebbe almeno competere ad armi pari: è chiaro che se tassi il lavoro e detassi l’energia e l’inquinamento, dai un vantaggio di partenza all’industria che altrimenti non avrebbe. Noi consumiamo più calorie per produrre cibo di quante ne ricaviamo: è evidente che si tratta di un trucco, che non si può andare avanti per sempre così.

  23. No Gaia, non confondo.

    L’artigiano, anche contemporaneo, non ha gli strumenti per misurare e controllare con precisione i parametri dei materiali di partenza, dei passaggi della lavorazione e del prodotto finito. Lavora “più o meno”, ad occhio. Il risultato non è solo non-omogeneo tra una lavorazione e l’altra, quello è ovvio, è anche peggiore la dove per ottenere certe prestazioni occorre raggiungere particolari condizioni di temperatura, pressione, reazioni chimiche controllate, eccetera.

    Torno a dire, NESSUNA lama antica poteva reggere il confronto con una lama che fosse prodotta con i moderni metodi industriali, picchiandole una contro l’altra, quella moderna resisterebbe molto ma molto meglio. L’unica cosa che poteva avere in più la spada antica era la geometria perché nel frattempo se abbiamo il modo di produrre leghe metalliche estremamente sofisticate, non ci ricordiamo più a cosa serve una spada e come si adopera.

    Vale per qualsiasi cosa. Se ti è mai capitato di prendere in mano un attrezzo o un meccanismo dei primi del Novecento, qualsiasi cosa fosse, avrai notato che sembra “infantile”, rispetto all’analogo contemporaneo. Non è solo per via del design o perché adesso è tutto ottimizzato per ridurre i costi. E’ perché a quel tempo non si era in grado di ottenere in nessuna fase della produzione il livello di precisione del taglio, stampaggio, eccetera e di “prestazione” dei materiali che oggi è normale. Quindi i pezzi dovevano essere geometricamente più semplici, con spessori maggiori, messi insieme con tolleranze maggiori (cioè il gioco tra uno e l’altro) e con sistemi di fissaggio altrettanto “grossolani”. Capisci che si può costruire un aereo con legno, colla e stoffa ma non lo puoi mettere insieme con uno fatto di titanio e leghe speciali.

    Oppure, cambiando argomento, la stessa cosa succedeva nella agricoltura, dove il rendimento del raccolto rispetto al seminato era inferiore di un fattore enorme, tipo un terzo o meno. Per una qualsiasi delle ragioni possibili, dalla selezione delle sementi al contrasto dei parassiti, dalla concimazione al metodo di raccolta.

    Si sente spesso il discorso di quanto più buone e più varie erano le produzioni agricole “di una volta”. Si dimentica però che lo scopo del contadino non è mai stato quello di raccogliere prodotti “più buoni” ma di raccoglierne quanto più possibile. Tanto che quando si scopriva qualcosa di diverso, tipo il mais o la patata, questi soppiantavano completamente le coltivazioni precedenti.

    A proposito dell’aspetto filosofico del consumare contro il ricavare. Questa idea si fonda sul concetto che l’universo ci sia dato in uso e che lo dobbiamo restituire. Se però tu cambi prospettiva e parti dall’assunto che tu sei la ragione per cui l’universo esiste, anzi, l’universo è solo una tua idea, capisci che non importa nulla del consumo o del bilancio dare/avere, anzi, si potrebbero spegnere anche delle stelle per mangiare due bomboloni.

    Sembra una cosa assurda ma è invece normale se pensi che l’uomo è programmato per sottomettere l’universo con la tecnologia. E’ stato l’espediente evolutivo con cui gli avi non solo sono riusciti a sopravvivere ma si sono moltiplicati a dispetto di qualsiasi ostacolo “naturale”. Ci sono uomini che vivono nel freddo estremo e nel caldo asfissiante, uomini che vivono immergendosi nel mare fino a notevole pressione e uomini che vivono ad alta quota a pressioni bassissime (nota: la base europea in Antartide è cosi in alto che la gente non dorme perché manca l’ossigeno). Cosi come gli avi hanno inventato trucchi e magheggi per imporsi, noi costruiamo stazioni spaziali che sono praticamente del tutto inutili e ci spediamo sopra un litro d’acqua che costa 10 mila euro.

    Si può andare avanti cosi “per sempre”, se consideri che “per sempre” non significa niente. A me restano ancora una ventina d’anni da vivere, non “per sempre”. La mia memoria non va più indietro del mio bisnonno di cui so poco o niente. Non riesco ad immaginare che l’universo continui dopo di me, quindi figurati cosa può volere dire “per sempre”. Ancora al tempo della battaglia delle Termopili in Grecia vivevano i leoni e al tempo dei Romani si estinse l’Uro. La specie umana potrebbe espandersi ancora, potrebbe contrarsi, potrebbe cambiare in qualcosa d’altro, tipo dividersi in due o più specie, oppure potrebbe sparire come infinite altre in precedenza. Nel frattempo stai sicura che il “dare/avere” non sarà il criterio che spingerà avanti i nostri discendenti, visto che nella Storia nessuno ci ha mai pensato.

  24. Ti dico di più, Gaia.
    Allevare pecore è abbastanza inutile come la Stazione Spaziale, per ragioni diverse. Si tratta di un atavismo, a noi non serve la lana per nessuna necessità reale, ci può piacere la lana per ragioni estetiche, affettive-psicologiche, per qualsiasi ragione irrazionale.

    Infatti io ho l’armadio pieno di maglioni di lana, uno anche lavorato a maglia da mia nonna buonanima, che non metto mai perché non sono pratici. Un “pile” fatto con il PET delle bottiglie di plastica funziona allo stesso modo, più o meno, come indumento e me ne frego di sbatterlo in lavatrice o di buttarlo via. Mia mamma va ancora in giro con la pelliccia di visone sdrucita perché una volta era uno status symbol ma io non mi metterei mai addosso una pelle di animale, con tutti i difetti meccanici che ha, quando posso scegliere una giacca in materiale sintetico, membrane impermeabili/traspiranti, imbottitura varia, con cerniera e velcro, che ancora posso pulire facilmente e se si rompe la butto via e ne compro un’altra.

    Se guardi le foto dei vecchi alpinisti o degli esploratori polari fanno tenerezza con i passamontagna, sciarpe, guanti e mille strati di lana e pelliccia stretti addosso. Scarponi di pelle ingrassata e chiodati. Se tu oggi dovessi andare nella citata base in Antartide, non ti vestiresti mai con quegli indumenti “naturali”, perché non hanno più ragione d’essere.

    Esempio, spedizione di Scott:

    Contro personale base Concordia:

  25. Non so. Io sono intollerante a quasi tutti i tessuti sintetici. È stato scoperto che a ogni lavaggio si disgregano, riempiendo l’oceano di microfilamenti di plastica che uccidono la vita marina. Derivano da risorse non rinnovabili, a differenza di quelli naturali. In più sono più brutti.
    Io ho vissuto a Montreal vestendomi principalmente di lana (tranne il cappotto, ma solo perché me l’avevano dato), e ora vivo sulle Alpi e mi metto cappotti, guanti, vestiti, cuffie e calzini di lana (o pelle, nel caso dei guanti), e sto bene.
    Non penso che tutto ciò che è vecchio sia migliore, ma sinceramente trovo le fibre naturali quasi sempre superiori da tutti i punti di vista.

  26. Non so. Io sono intollerante a quasi tutti i tessuti sintetici. È stato scoperto che a ogni lavaggio si disgregano, riempiendo l’oceano di microfilamenti di plastica che uccidono la vita marina. Derivano da risorse non rinnovabili, a differenza di quelli naturali. In più sono più brutti.
    Io ho vissuto a Montreal vestendomi principalmente di lana (tranne il cappotto, ma solo perché me l’avevano dato), e ora vivo sulle Alpi e mi metto cappotti, guanti, vestiti, cuffie e calzini di lana (o pelle, nel caso dei guanti), e sto bene.
    Non penso che tutto ciò che è vecchio sia migliore, ma sinceramente trovo le fibre naturali quasi sempre superiori da tutti i punti di vista. Inoltre le pecore trasformano in cibo l’erba, che noi non mangiamo, e che cresce anche su pendenze in cui è impossibile o molto svantaggioso coltivare qualcos’altro. Infine, una pecora è un essere vivente la cui esistenza vale qualcosa, mentre un tessuto sintetico non lo è.

  27. I tondini cinesi sono di qualità pessima.
    Pensate che molti edifici dai prezzi esorbitanti sono stato costruiti con quella merda.

  28. > storicamente i prodotti industriali superano qualitativamente quelli artigianali

    Forse storicamente.

  29. Ho alcuni maglioni di lana di qualità eccelsa, che uso da una vita.
    Le robe di plastica a cui fa riferimento Lorenzo sono prodotti con molti difetti, specie dal punto di vista della gradevolezza, della capacità di termoregolare il corpo.
    Le osservazioni di Lorenzo valgono per i prodotti tecnici, mentre sono facilmente confutabili per i prodotti non tecnici.
    Ad esempio, il cibo industriale è omogeneamente scadente ed è sufficiente acquistare il corrispondente prodotti da artigiani medi per notare la differenza di qualità a favore dei secondi. Se poi si arriva ad artigiani con un po’ di arte il paragone non esiste neppure,
    Solo che molte persone non hanno più un metro di misura, si sono abituate a prodotti (industriali) scadenti e pensano che non esista altro,

  30. Persone di buon senso unirebbero il buono di un tempo al buono attuale, gettando lo scadente di un tempo e lo scadente attuale. Vedo invece fin troppo spesso atteggiamenti simili a quelli di chi soffre del classico fideismo calcistico, quello per il quale ci si sceglie una squadra e si comincia a tifare.

    La lana è un’ottima fibra, specie se non “pasticciata” con coloranti di varia natura. L’inserimento di una porzione sintetica (purché minima) ne migliora alcune caratteristiche meccaniche, quindi non ha senso che sia considerato un tabù. Decidere di rinunciare a quelle migliorie è del tutto lecito, anche perché corrisponde a un guadagno su altri fronti.

    Un altro punto da tenere presente è che la produttività e l’efficienza sono solo uno degli aspetti che contribuiscono a determinare la qualità della vita. E’ qualità della vita anche la sensazione di benessere che deriva ad alcuni (me incluso, devo ammetterlo) dal continuare ad impiegare oggetti coi quali si è maturato un legame affettivo, quale che sia l’origine e la natura di quel legame (la camicia di flanella di mio nonno, il pentolino al quale ho sostituito il manico rotto con uno in legno realizzato a mano da me stesso, quel portachiavi fatto con un sasso raccolto lungo il fiume quel pomeriggio d’estate in cui avevo dodici anni, gli scarponi in cuoio ingrassato che risalgono alle mie prime escursioni sulla neve da sedicenne e per la risuolatura dei quali ho speso l’equivalente dell’acquisto di due paia di scarponi moderni, il bicchiere d’acciaio siglato E.I. che mi regalò mio fratello al suo ritorno dal servizio di leva, la vecchia moto che acquistai quando ne avevo ventuno e che ha la sella deformata con lo stampo esatto del mio “di dietro”… quante cose! oggetti apparentemente senza valore che sono la mia storia assai più di un costosissimo dipinto di Van Gogh).

    Molte volte questo tipo di attaccamento è antieconomico non a livello personale, bensì a livello “sistemico”. Probabilmente per questo ci sono spinte per distruggerlo facendolo apparire ridicolo. Fortunatamente sono abbastanza corazzato da infischiarmene alla grande di quel che pensano “gli altri” e per continuare ad andare per la mia strada.

    Gaia, fai bene a fare quel che fai, qualunque cosa sia, perché è così che esprimi quel che sei, qualunque cosa sia. Se non ti manca di che vivere, continua imperterrita.

  31. La cosiddetta “intolleranza”, a cui credo poco perché la “plastica” è quasi inerte, tanto che si usa per le confezioni alimentari, secondo me si risolve mettendo uno strato “naturale” tipo cotone tra la tua pelle e il resto e assicurando la traspirazione. Mia nonna mi faceva mettere la “maglia di lana”. 🙂

    “microfilamenti di plastica che uccidono la vita marina”
    Scusa ma questa è una sciocchezza. Sopratutto perché nel mare viene scaricato QUALSIASI COSA e in questo qualsiasi ci sono quantità enormemente superiori ai “microfilamenti” e sostanza enormemente più tossiche. Gaia, cerca di ragionare. Secondo te l’acqua che bevi viene analizzata per evitare che tu sia intossicata dai “microfilamenti” o dai solventi, metalli pesanti, insetticidi, diserbanti e inquinanti naturali tipo l’arsenico? Una volta risposto a questa domanda, secondo te, le sostanze che intossicano Gaia non finiscono nel fiume e da li nel mare? Faccio un caso banale, senza tirare fuori dati sulla produzione industriale e i relativi scarti. Le api. Come sai siamo davanti a due problemi, le api muoiono perché attaccate da un parassita asiatico, un acaro che succhia la loro emolinfa e perché sono intossicate dai prodotti usati in agricoltura. In più, sono praticamente sparite le api selvatiche e questo ha drasticamente ridotto la variabilità genetica della specie. Nello stesso momento stanno sparendo piano piano anche le querce europee e li ancora non si sa la ragione. Secondo te ha senso tutta la manfrina dei “microfilamenti” mentre ci crolla addosso tutto il resto?

    “Derivano da risorse non rinnovabili, a differenza di quelli naturali”
    A parte che ti ho detto che per fare i “pile” si usano le bottiglie di plastica riciclate, non esiste niente di “rinnovabile” per l’antico concetto del “panta rei”. Noi viviamo in un universo lineare, in cui tutti gli eventi NON SONO REVERSIBILI. Coltivare cotone per farne tessuti o allevare la pecora per la lana, con tutta la filiera a valle, cambia l’ambiente in ogni caso. Facciamo il caso della Pianura Padana che anticamente era coperta di foreste e adesso è completamente disboscata, sia perché il legname era una materia prima, sia perché serviva spazio per colture e allevamenti. Non solo, come sai mentre gli avi praticavano l’eugenetica per selezionare animali da allevamento partendo dai progenitori selvatici e lo stesso facevano con le piante, oppure escogitavano trucchi come gli innesti, oggi si possono introdurre esseri viventi creati mescolando geni di specie diverse. Questo per dirti che anche il concetto di “naturale” è falso. La pecora e il contesto dove vive non sono “naturali”.

    “In più sono più brutti”
    Questa è l’unica cosa sensata, ovvero la ragione estetica, emotiva, quindi irrazionale. Ha senso perché non si può obbiettare. Se a te piace di più una cosa di un’altra, allora per te vale la pena di produrla. Se ci sono altri, diventa un mercato. Sono infinite le cose che facciamo che non hanno un motivo razionale.

    “Inoltre le pecore trasformano in cibo l’erba, che noi non mangiamo, e che cresce anche su pendenze in cui è impossibile o molto svantaggioso coltivare qualcos’altro. Infine, una pecora è un essere vivente la cui esistenza vale qualcosa, mentre un tessuto sintetico non lo è.”
    Non ho capito il ragionamento. Tu allevi la pecora e te la mangi o ci cavi il latte e fai il formaggio o la tosi e fai la lana, tutto bene. Il punto è che oggi come oggi ha la stessa utilità di allevare che ne so, una carpa, che trasforma in cibo gli insetti o i vermi che noi non mangiamo, che vive nell’acqua sporca che noi non beviamo, eccetera. Una cosa che però è irrilevante.

    Quello che voglio dire è che in origine la pecora era NECESSARIA, faceva la differenza tra vita e morte perché non c’era altro. Oggi è un dipiù, una cosa che si aggiunge alla disponibilità illimitata di altre cose. Quindi non solo la tua lana compete “sul mercato” con la lana prodotta dal bambino pakistano che lavora tutto il giorno solo per mangiare, compete anche con cento, mille altre alternative tecnologiche nel campo dei filati, della tessitura, del confezionamento degli abiti.

    Io ci vedo la preservazione della memoria e questo per me è un valore. Ma è un po’ il discorso dei “borghi antichi”. Sono belli da vedere, hanno un valore storico ma se non li guardi nella prospettiva “museale”, nessuno ci dovrebbe abitare perché non possono essere confrontati con un edificio contemporaneo che idealmente avesse tutte le caratteristiche di resistenza antisismica, rendimento energetico e salubrità.

  32. Grazie Ugo.
    Aggiungo che un altro parametro da considerare, come è stato già accennato nei commenti, è l’effetto del processo produttivo sulla società. Anche se si ha un prodotto leggermente più costoso o persino “inferiore” secondo alcuni parametri, se questo significa lavoratori più gratificati e indipendenti, meno stress, meno inquinamento, e così via, non vale la pena di rinunciare al prodotto industriale, o almeno ad affiancarlo a quello artigianale?

  33. Tutte le cose al mondo esistono entro dei limiti, che se superati, provocano la loro scomparsa per estinzione o completa ed irreversibile trasformazione.
    Quante industrie sono pericolosamente vicine ad un limite inferiore o superiore? E di quale genere?.

    Si può incominciare a rispondere a queste domande anche partendo dalla fattura di un maglione di lana o di poliestere, ma finchè si è intossicati dall’idea che bisogna crescere indefinitamente è impossibile anche solo sospettare che tali domande siano meritevoli di risposta, ed urgente pure.

    Comunque, per quanto riguarda il decrescere,stiamo già decrescendo, ed infelicemete anche.In tanti modi che dovrebbero risvegliarci dal pernicioso incantesimo di una crescita indeterminata e ormai platealmente di natura criminale, in senso lato.
    Vale ancora la pena di sferruzzare un maglione di lana?
    Certamente, come vale ancora la pena di saper calcolare con carta e matita le elementari operazioni aritmeriche.O coltivarsi del basilico sul balcone.

    Poi bisogna scegliere, alla fine.
    Il migliore dei mondi possibili potrebbe essere occultato in mezzo ad innumerevoli mondi desiderabili come una spilla da balia in mezzo ad un mucchio di aghi, di chiodi, e di stuzzicadenti.
    Ma la vita dura più o meno un secolo ,non millenni.*
    *Vedi il dilemma del commesso viaggiatore.
    Un saluto.
    Marco Sclarandis.

    Marco Sclarandis

  34. Ciao Marco (confesso di non conoscere il dilemma del commesso viaggiatore).

  35. L’ho chiamato dilemma ma è conosciuto come il: Problema_del_commesso_viaggiatore

    In due parole: Il commesso viaggiatore vorrebbe visitare quanti più clienti possibile viaggiando il meno possibile.E quindi ridurre al minimo il percorso
    per andare da una città ad un’altra.

    Con poche città, meno di una decina il calcolo è abbastanza facile, ma sale vertiginosamente quando queste diventano decine, e diventa praticamente irrealizzabile quando diventano centinaia ed oltre.
    Trovare quella migliore in assoluto, diventa alla fine fisicamente,impossibile.

    Ma se ci si accontenta di una soluzione ragionevole, allora tutto si semplifica, e ce ne possono essere moltissime.
    In altre parole,a volte meglio rinunciare al pollaio un dopodomani ed accontentarsi di una feconda gallina ovaiola oggi.E allora il problema diventa un dilemma di scelta.

    Per approfondire:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Problema_del_commesso_viaggiatore

    Ciao!
    Marco.

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