tecnologia

Certe persone hanno un’idea curiosa di cosa significhi essere ambientalisti. Il sindaco del paese in cui vivo, ad esempio (che saluto), ogni volta che mi vede al bar con un computer mi attacca dicendo che io, essendo ambientalista, non dovrei usare l’elettricità. Quando provo a spiegare, prima ancora che possa dire alcunché, lui ribatte: “eh, troppo comodo così!”, e poi va via.

Non solo io non sono contro “la tecnologia”, ma non vedo proprio come sia possibile essere contro “la tecnologia”. Cioè, uno può dichiararsi contro la tecnologia, ma mi aspetto che, se è coerente, qualche giorno dopo questa dichiarazione sia morto. La tecnologia è controllare il fuoco, è non dover mangiare a mani nude strappando il cibo con i denti, è curarsi, lavarsi, mettersi degli occhiali per vedere meglio, è la carta, la stampa, l’ago e il filo… Piuttosto, così direi al sindaco se mi lasciasse il tempo per spiegarmi (e anche agli assessori perché non è l’unico a maltrattarmi al bar), si tratta di trovare quali tecnologie hanno senso secondo una serie di criteri che è difficile ma indispensabile stabilire, e poi adoperarle di conseguenza, scartando le altre. Ad esempio, l’automobile privata (non salgo su un’automobile, nemmeno come passeggera, da quasi cinque anni con una sola eccezione) non è una tecnologia che ha senso: troppo dispendiosa e ingombrante per quello che fa. Altri mezzi di trasporto consumano e ingombrano molto meno, in proporzione al peso che trasportano e alla frequenza di utilizzo. Ultimamente ho scoperto la bicicletta elettrica: io non ce l’ho ma l’ho provata e adesso ogni tanto anche la uso, e devo dire che per la montagna è ottima. Certe salite sono molto faticose e non tutti ce la fanno in bicicletta; inoltre una simile fatica è scoraggiante, soprattutto per tutti i giorni, anche per chi ce la farebbe. La bicicletta elettrica consuma relativamente poco e fa fare le salite senza fatica. La consiglio. Dirò di più: penso che sia uno dei mezzi di trasporto del futuro. Non è economica, per il momento (qui quelle decenti costano sui 1500 euro), ma consuma poco, non ha ulteriori oneri a parte l’acquisto, le riparazioni e l’elettricità, non è particolarmente pericolosa e occupa poco spazio.

Un altro problema con l’alta tecnologia attuale non è tanto l’aggeggio in sé ma la sua obsolescenza programmata: il meccanismo per cui dopo poco tempo uno smartphone, un elettrodomestico o ormai qualsiasi altra cosa si rompe senza possibilità di riparazione, o con possibilità di riparazione così costose che ci verrà invariabilmente consigliato di “comprarne uno nuovo”. No!! Mi rifiuto! Piuttosto sto senza! La docilità con cui ci facciamo imporre come assolutamente indispensabili degli affari progettati per scassarsi giusto nel tempo che ci serve per non riuscire più a immaginarci di vivere senza è per me uno dei tratti più umilianti dell’uomo moderno. Ieri ho scoperto che esiste una comunità di persone che spiega come aggiustare apparecchi tecnologici e vende pezzi di ricambio. Non so se funzioni, o se ci sia qualche ulteriore loscaggine dietro, ma guardate il sito e decidete voi: https://it.ifixit.com/ A me sembra fatto bene.

Infine, sto leggendo con calma e attenzione il primo numero di una nuova rivista dedicata interamente all’ecocentrismo. http://ecologicalcitizen.net/ Posso finalmente dare un nome a idee che in parte ho sempre avuto e in parte ho formato negli ultimi tempi, inquadrarle in un movimento, per quanto possibile, mostrare che esistono altre persone che, ognuna a modo suo, si muovono in questa direzione. Questo nuovo (per alcuni antichissimo) modo di vedere il mondo deve essere diffuso e spiegato: d’ora in poi quando parleremo di sfamare l’umanità, di costruire muri, o di carenza di infrastrutture, dovremo sempre includere questa nuova prospettiva, che potrebbe cambiare radicalmente la nostra percezione della realtà. Io spero che lo faccia.

Infine, uno dei miei pallini è che dobbiamo assolutamente recuperare gli escrementi umani e tutti i nutrienti che contengono (e fare miniere nelle discariche, forse). Una volta si tiravano fuori, volenti o nolenti, e si usavano per concimare. Ora si buttano via e si compra il cibo al supermercato. Non potrà andare avanti a lungo: tutti sanno che se coltivi senza concimare, prima o poi la terra non dà più niente (il fosforo, ad esempio, è indispensabile per produrre cibo, ma pochi sanno che attualmente stiamo usando fosforo di origine minerale e non durerà per sempre). E i nostri escrementi questo sono: concime – al pari di quelli di tutti gli altri. Ma, a quanto pare, non solo: https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/25/not-crap-turn-faeces-urine-treasure-astronauts-recycle-bodily-waste

 

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25 risposte a “tecnologia

  1. Non sono d’accordo.
    La parola “ambientalismo” sta per (cito) “ideologia e insieme delle iniziative politiche finalizzate alla tutela e al miglioramento dell’ambiente naturale”.
    Siccome lo “ambiente naturale” non esiste da nessuna parte, non esiste in Antartide e meno che meno esiste in Europa, è una finzione, un concetto astratto, un luogo comune, uno stereotipo vuoto di significato, se ne ricava che il termine “ambientalismo” non significa niente.

    La “tecnologia” è la teoria su come si fabbricano le cose. la tecnologia non obbliga a farle, le cose, non obbliga ad adoperarle, ne dice quante se ne devono fare.

    Prendiamo la bicicletta con una batteria (questo significa “elettrica”). A parte che per fare la bicicletta devi scavare, fondere, forgiare e saldare il metallo e questo non ha certo impatto zero sulla “natura”, il punto debole è lo stesso di qualsiasi cosa con una batteria, cioè la batteria. Che bisogna costruire coi materiali appositi, dura per un certo numero di cicli di ricarica e poi va smaltita. In teoria tu non hai bisogno di una centrale nucleare per caricare la batteria, basta un generatore eolico. Ma la batteria in se va comunque costruita e poi smaltita. Anche se non è proprio vero, poniamo il caso che un domani tutti usino veicoli elettrici, alla sera quando tornano dal lavoro e attaccano la ricarica, ci sarebbe un picco del consumo di corrente e, oltre rifare l’impianto condominiale, bisognerebbe strutturare l’intero apparato per erogare quel picco, ma la produzione di energia non è “modulabile”, quindi il resto della giornata andrebbe semplicemente sprecata (a meno di non caricare una batteria con un’altra batteria e “randomizzare” la carica della prima).

    Se poi parliamo del computer la cosa si moltiplica per “n”, non solo per la necessità di adoperare materiali rari per la fabbricazione dei circuiti, eventuale altra batteria, non solo per il necessario smaltimento ma anche perché “computer” significa Internet e questo significa cavi sottomarini, server farm che consumano un botto di corrente e producono un sacco di calore che deve essere smaltito con dei sistemi appositi che consumano altra corrente, eccetera. Tieni presente che, esattamente come le centrali che producono l’elettricità, anche Internet non si spegne quando non la usi, va sempre e va alla massima capacità possibile.

    Allora vedi bene che non solo lo “ambientalismo” è un concetto vuoto ma anche accentandone il significato della “vulgata”, cioè immaginando che esista la “natura” metafisica, immaginaria e che lo “ambientalismo” sia l’idea di preservarla, qui stiamo parlando di COMPROMESSI.

    Ovvero, te fai fatica ad andare in salita, soluzione, batteria. Per fare la batteria serve una certa filiera che intacca la natura di X? Pazienza. Te vuoi collegarti alla Rete col computer. Oltre alla filiera per fabbricare i circuiti e un’altra batteria, serve anche tutta la filiera che costituisce la Rete. Intacca la natura di Y? Pazienza.

    Da cui, se anche lo “ambientalismo” significasse qualcosa, sarebbe non “assoluto” ma “relativo” e ognuno lo misura su se stesso e sui propri compromessi. C’è gente che non è disposta a rinunciare a niente e altri che rinunciano a tante cose. Ci sono anche quei fenomeni che, mentre fanno le loro vite coi loro compromessi, più o meno sensati, teorizzano la necessità di fare scomparire il genere umano per il bene dello “ambiente”. E li andiamo oltre.

  2. Aggiungo, a proposito di mangiare con le posate. Sarebbe istruttivo provare a forgiare un qualsiasi strumento di ferro partendo da zero, cioè dalle mani nude. Secondo me, davanti alle quantità e qualità in gioco, si capirebbe sia il significato proprio di “tecnologia” sia il motivo per cui il termine “ambientalismo” non significa niente.

    Gaia, il sindaco e i compaesani non ti “attaccherebbero” (termine che a sua volta andrebbe indagato) se tu non ti definissi “ambientalista” e se il termine non avesse sia un significato positivo nella vulgata che un significato negativo, speculare. Ironicamente, siccome non ha significati, non ne ha ne positivi ne negativi.

    Per esempio, potresti usare il termine “conservatrice” o “conservazionista” da “conservazione” o “conservazionismo”. Termini auto-esplicativi, cioè resistere, opporsi ai cambiamenti del “progresso” non strettamente necessari o controproducenti. Tutta la “natura” che hai è quella che esiste adesso non quella che esisteva centomila anni fa e quindi puoi cercare di conservare lo status quo (l’inversione è improbabile). Ci ho pensato dieci secondi ma secondo me non ci vuole molto a tirare fuori qualcosa di meglio delle cretinate sparate fuori dagli anni Settanta. Eh lo so, significa collocare il “progresso” nel campo del “male necessario” invece che del “bene a priori”.

  3. Gaia, complimenti per il bel post. Il sindaco delle tua città è un classico esempio dell’arroganza del potere, visto come (non) ascolta e maltratta i propri concittadini. Peccato che fra i politici è la regola e non l’eccezione.
    Essere contro la tecnologia inutile, ad obsolescenza programmata, tecnobarocca, ecocida, che serve esclusivamente a rimpinguare i bilanci delle multinazionali e le tasche dei relativi amministratori multimilionari, è per me quasi un imperativo. Certo, poi mi sento dire dai colleghi omologati al pensiero comune che “sono vecchio”, quando mi vedono con in mano un semplicissimo telefonino tradizionale gsm, che però fa meglio degli smartphone il proprio lavoro, cioè telefonare: per me in realtà è motivo di vanto non essere piallato dalla persuasione pubblicitaria che ci vuole tutti uguali.
    Vivo in campagna e sono convinto che prima o poi il fosforo fossile finirà. Nelle mie zone, da tempi millenari, si spargeva nei campi il letame bovino per fertilizzare la terra, ora non lo fa quasi più nessuno. La cosa più intelligente sarebbe costruire una compost toilet che, oltre a raccogliere elementi indispensabili per la crescita vegetale, ha anche il non trascurabile vantaggio di non sprecare acqua (potabile): due vantaggi in una sola volta.
    Ma non mi illudo … mi rendo conto che il nostro pensiero è limitato a pochissime persone: la massa purtroppo è una mandria di dementi che seguono le mode e quello che dicono i pifferai di turno al potere.

  4. A proposito degli escrementi, mandare un litro d’acqua sulla Stazione Spaziale Internazionale costa, se ricordo bene, oltre 10 mila euro. Lo so perché ho letto che ad un certo punto tra i contributi dell’Agenzia Spaziale Italiana c’era appunto la fornitura d’acqua in due versioni, quella con le specifiche americane e quella con le specifiche russe.

    Capisci che è questione di costo/beneficio. Riciclare gli escrementi non è e non può essere “buono” di perse, perché l’operazione ha un costo. Se un litro d’acqua prodotto riciclando le feci costasse una cifra inferiore ma prossima ai 10 mila euro, non avrebbe nessun senso fare bere agli astronauti l’acqua riciclata (a parte il caso di emergenza in cui non può arrivare il rifornimento).

    Inoltre la ISS è un sistema non autosufficiente che tende a decadere. Perché continui ad esistere bisogna “pompare” materiali ed energia, costi quello che costi (perché in effetti non c’è un ritorno concreto). Sulla Terra siamo nella condizione opposta, il sistema è autosufficiente e noi lo facciamo decadere estraendo e consumando materiali ed energia. Il rapporto “costo/beneficio” è completamente diverso, speculare quasi, perché noi possiamo decidere di fare a meno di tante cose perché abbiamo troppo, mentre sulla ISS devono decidere se aggiungere qualcosa, perché hanno tutto centellinato. Un esempio banale è che sulla Terra, se non consideriamo l’approvvigionamento usuale, possiamo confrontare la macchina che estrae acqua dalle feci con quella che la estrae dal mare, dall’aria o da una fonte non potabile mentre sulla ISS non si pone la questione.

    Ultima considerazione: l’uso di feci umane per qualsiasi cosa, per esempio come concime, è ovviamente pericoloso da un punto di vista epidemiologico. Si può fare tutto ma c’è sempre il conto economico da considerare in funzione delle opzioni.

  5. Cara Gaia,

    grazie per i link, interessanti come al solito. A me la tecnologia interessa in quanto applicazione concreta della fisica, di per sé già esteticamente meravigliosa in quanto proiezione fenomenica della matematica nel mondo reale. E’ qualcosa di davvero molto umano, come facevi notare tu, sono tutti prodotti della nostra capacità intellettiva.

    Ciò che a mio avviso ha snaturato la tecnologia sono i sistemi economico-produttivi: oggi la tecnologia è diventata una delle qualità di un prodotto da piazzare sul mercato. E’ davvero triste: siamo passati da un’arte coltivata dall’uomo per risolvere problemi concreti e contingenti, ad un insieme di conoscenze su come accrescere le potenzialità e le appetibilità di prodotti che, non essendo effettivamente necessari, non avrebbero mercato.

    C’è una bella differenza tra le motivazioni degli architetti romani, che studiavano soluzioni per condurre a Roma le acque dell’Anio Novus, distante 87 km da Roma, sfruttando solo il campo gravitazionale terrestre e la meccanica dei fluidi (ogni volta che ci penso mi sembra una cosa davvero impossibile), e i ricercatori del MIT che si impegnano nella «selfie technology» per raggiungere il sacro Graal del… selfie a 360 gradi (sic).

    Lo snaturamento delle motivazioni della tecnologia così come intesa tradizionalmente («…controllare il fuoco, non dover mangiare a mani nude strappando il cibo con i denti, curarsi, lavarsi, mettersi degli occhiali per vedere meglio, la carta, stampa, l’ago e il filo…»), purtroppo ne ha stravolto anche gli effetti: se un tempo nessuno avrebbe mai utilizzato 2700 litri di acqua per produrre una sola t-shirt (una quantità sufficiente a dissetare un adulto per più di 900 giorni), o distruggere due isole (meravigliose) in Indonesia, Belitung e Bangka, soltanto per estrarre lo stagno necessario a costruire gli smartphone, oggi ciò accade naturalmente sotto gli occhi di tutti, con il beneplacito dei politici (il PIL cresce!) e dei consumatori (ho una t-shirt nuova e un cellulare fichissimo!).

    Io immagino di andare dagli architetti romani, ancora a grattarsi la testa disperando di far arrivare l’acqua a Roma da 87 km, e dire loro: «Ehi! Lo sapete che con 2700 litri della vostra acqua vi produco una bellissima maglietta di cotone?». Credo che mi ucciderebbero di botte sul posto, senza portarmi neppure dal pretore.

    Con questo non voglio dire che ami girare nudo o non possedere uno smartphone: sono strumenti (uno per proteggere la nostra epidermide, l’altro per comunicare) e come tale sono eticamente neutri: è l’uso che ne facciamo, ma soprattutto il loro ciclo di vita e di produzione che a mio avviso è questionabile (è così necessario avere 50 magliette nel cassetto o… 4 smartphone?: il primo lo tengo per affetto perché me lo regalò la morosa, sul secondo ho delle foto che non riesco a trasferire, il terzo è quello del lavoro e il quarto è il mio personale).

    Abitiamo da millenni su di un pallido puntino blu, che nell’universo è davvero un granellino di sabbia: perché non tenercelo stretto, visto che finora è l’unico posto su cui riusciamo a vivere?

    Un abbraccio e buon fine settimana,
    mk

  6. Bel post ma purtroppo per me trppo denso di argomenti suscettibili di approfondimenti specifici. Mi limito al solo tema delle deiezioni umane. Già oggi i fanghi residui dei depuratori urbani vengono reimpiegati in agricoltura. Non è la soluzione ideale ma è già qualcosa. I giacimenti di fosfati sono ancora molti e lontani dall’esauirirsi. Quello che invece prima o poi finirà è l’energia fossile necessaria all’estrazione trasporto e spandimento. Quindi è meglio imparare a riciclare il fosforo che abbiamo e non farcelo dilavare dalle pioggie. Nei corsi di agricoltura sinergica più estremi raccomandano il riciclo integrale delle deiezioni umane per l’orto. Anche nella Cina imperiale il’riciclo delle deiezioni era praticato a livelli estremi.
    Il cosi detto waste mining già esiste in alcuni paesi. Si riaprono le discariche per estrarre le parti riciclabili dei rifiuti sepolti quando non esisteva alcuna differenziazione. Credo pero che siano per ora attività antieconomiche utili solo a recuperare terreni finalizzati ad altro o a fare immagine.

  7. Di al sindaco e soci che prenderai in considerazione le loro critiche solo quando dimostreranno che la loro impronta ecologica è inferiore alla tua. Forse no sapranno neppure cos’è, ma intanto avranno modo di informarsi.

  8. Io stavo parlando soltanto di feci sulla Terra. Ovvio che bisognerebbe risolvere il problema della contaminazione; sicuramente un modo c’è, ma ancora non sono riuscita a capire quale.

  9. Però quegli stessi romani sviluppavano tecnologie belliche volte alla conquista e alla sottomissione dei popoli vicini… è avvilente pensare a quanta intelligenza viene diretta non solo ad alimentare il desiderio di prodotti inutili o a creare l’obsolescenza programmata, ma anche a distruggere il corpo e la vita di altri esseri umani… la tecnologia militare si evolve da millenni, è un esempio di genialità umana, eppure il suo scopo non fa che sottolineare una stupidità di fondo, direi, un’incapacità di risolvere i nostri problemi collettivi…

  10. Gaia, il problema “sanitario” delle feci umane si risolve cuocendole. La cottura fa evaporare i liquidi che raccogli a parte e produce una cenere “asettica” che puoi usare come fertilizzante.

    Il fatto è che sulla Terra di acqua purchessia e di materia organica utile come fertilizzante ne trovi a bizzeffe, quindi la procedura per ricavarli dalle feci è anti-economica da un punto di vista energetico. Che io sappia si va nella direzione opposta, ovvero usare le feci (o meglio i gas della fermentazione delle feci) come combustibile.

    Anticamente per rigenerare i campi si usava la semplice rotazione delle culture e del “maggese”, (oggi si potrebbe usare una rotazione tipo barbabietola-frumento-pomodoro-orzo) dato che, contrariamente a quando scritto sopra, c’erano troppe poche bestie nelle stalle per produrre sufficiente letame per concimare tutto. Il letame o la cacca delle galline diluita come faceva mio nonno (puzza tremenda), a volte anche il sangue delle rare macellazioni, si usavano nell’orto, non nei campi. Però l’ho visto fare certe volte, per esempio nel Parco di Monza ci sono dei cavalli in un maneggio e ammonticchiano il letame in una certa area per poi spargerlo una volta all’anno sui prati.

    Non so in Europa ma nel Giappone pre-moderno esisteva il commercio delle feci umane come concime, passava l’omino col carretto a ritirare la cacca raccolta in un secchio della latrina in cambio di una monetina. Mi dicono che questa pratica sussiste nella Cina rurale.

    A Milano girava solo l’omino col carretto che raccattava dalle strade la cacca dei cavalli che tiravano le carrozze, i carri merci e i tram e univa l’utile al dilettevole.

    Comunque, dai retta ad un cretino, se non si ricicla la cacca umana è perché non conviene, non perché non si può fare tecnicamente. Tra l’altro i concimi per ampie superfici si basano su elementi semplici come Potassio, Fosforo e Azoto che non sono un problema per l’industria chimica. Il problema è nel dosaggio e nell’uso improprio.

    Tornando al discorso del “ambientalismo” contro il mio “conservazionismo”, invece di reinventare la ruota, specie per contesti limitati, secondo me avrebbe più senso recuperare le antiche tradizioni, puntando sulla qualità invece che sulla quantità. Invece di rifarsi alla Stazione Spaziale io mi rifarei al Medioevo.

  11. A proposito della “tecnologia”.
    Il problema è sempre nei soldi. Uno studioso oggi guadagna se pubblica. Pubblicare significa scrivere un articolo su un argomento scientifico che deve superare una certa trafila “accademica” per l’approvazione. Non c’è nessuna correlazione tra l’argomento, l’articolo ed eventuali ricadute pratiche, ovvero nella maggior parte dei casi è pura indagine speculativa.

    I Romani notoriamente non erano portati per la speculazione teorica, erano pragmatici, quindi copiavano quando serviva e si impegnavano solo nelle cose utili o necessarie. Niente fronzoli e accademia per il gusto di farlo. I citati acquedotti sono un esempio di come una cosa funzionale possa essere anche involontariamente “bella”.

    Una cosa che abbiamo in comune coi Romani è “pecunia non olet”, che in origine si rifaceva all’orina usata per tingere le stoffe. Se gli studiosi devono pubblicare articoli puramente teorici, i “tecnici” sono pagati da aziende che vendono cose superflue, in un mondo dove abbiamo troppo di tutto. Non solo c’è il problema della obsolescenza programmata, c’è il problema dei bisogni indotti, sempre più parossistici. Per esempio, anche se un certo gadget funziona (ovvero non si è ancora autodistrutto con la obsolescenza programmata) io devo essere spinto ad accantonarlo per comprarne un altro differente e poi ancora e ancora. Un esempio ovvio, a parte l’elettronica, è quello delle auto e degli “standard” fittizi (vedi scandalo Volkswagen) introdotti progressivamente per forzarne il ricambio.

    Bisogna considerare un fatto fondamentale: le aziende non sono capitanate dai tecnici ma da gente con una formazione “economica” o “legale” o in genere delle “discipline umanistiche”. Questo orienta le logiche delle aziende in modo che gli aspetti tecnici siano secondari, pretesti, per le “relazioni umane”, interne alla azienda ed esterne, verso i clienti. Alla fine non conta come funziona il prodotto X, il management non lo sa e non lo vuole sapere, conta come la gente si relaziona col prodotto e con l’azienda. Tornando all’elettronica, non a caso si parla e straparla di “user experience” piuttosto che di cosa fa l’aggeggio e di come lo fa. Non a caso gli scemofoni sono completamente sigillati.

  12. @gaia: purtroppo anche la volontà di dominio e sopraffazione sono proprie del genere umano… quello che trovo insopportabile è che oggi i lati peggiori della natura umana vengano esaltati e quasi innalzati a virtù: l’egocentrismo, il dispostismo, l’anteporre i propri interessi/bisogni a quegli degli altri, la cupidigia, l’avidità, la lussuria, etc. Sei un uomo di successo (almeno questa è la vulgata comune) se «il mondo gira attorno a te», se sei sfondato di soldi, se cambi una donna a sera, se ti puoi permettere il lusso di sperperare tempo, risorse e danaro. In questo sistema di valori dire «cerchiamo di non usare l’aereo» o «adottiamo stili di vita un po’ più ecosostenibili» è un affronto, una bestemmia, perché limita la tua capacità/volontà di affermazione, se autoaffermazione vuol dire quanto sopra. Possono dire/fare quello che vogliono, ma la Terra resta sempre quel minuscolo pallido puntino blu, neanche un pixel, che scivola silenzioso nello spazio attorno al sole.

    Non volevo esaltare la civiltà romana, ma solo ricordare che nelle civiltà antecedenti la nostra il rapporto con la Natura era più intenso, più intimo e più sano. Certo oggi abbiamo la tecnologia dalla nostra, ma di contro abbiamo perso il contatto autentico con la natura. 70 anni fa i nostri bambini cercavamo di stare quanto più possibile in campagna o nei boschi e i genitori urlavano per farli ritornare a casa (o quantomeno nei paraggi); oggi si rinchiudono nelle loro stanze davanti ad uno schermo blu fluorescente e i genitori devono urlare se vogliono portarli fuori. Avere le scuole primarie che organizzano le «gite scolastiche» negli agriturismo o sulle malghe per mostrare ai bambini come si fa il formaggio, o come sono le capre o le mucche, mi mette una tristezza infinita. Tra un centinaio d’anni magari li porteranno a vedere come si respirava senza maschera filtrante, o quanti pesci c’erano negli oceani prima che diventassero acidi.

  13. Gaia: “bisognerebbe risolvere il problema della contaminazione; sicuramente un modo c’è, ma ancora non sono riuscita a capire quale”

    E’ più semplice di quel che sembra: gli agenti patogeni possono essere di natura chimico/fisica o batteriologica. Per quelli di natura fisico/chimica puoi farci poco o nulla, per quelli di natura batteriologica basta limitarsi ad usare “materia prima” che proviene da ambienti nei quali i patogeni sono assenti: tu sei malata?

    Prima che i capziosi tirino in ballo la naturale carica batterica fecale, quella viene distrutta dai processi di fermentazione, quelli che, come si diceva un tempo, fanno sì che il letame sia o non sia “maturo”. Si tratta di processi facilmente controllabili che richiedono tempi che oscillano tra i sei mesi e l’anno, a seconda delle condizioni “di contorno” (umidità, temperatura, contaminazioni chimiche).

    In altre parole: mischia feci sicure (le tue?) con materiale vegetale (paglia, erba secca, segatura… quel che ti pare) almeno in rapporto 1:2, dopo di che ammucchia il tutto anche in un semplice cumulo in pieno campo e… aspetta. Al limite, bagna di quando in quando. Da sotto e da sopra, passata la botta di calore iniziale (che non di rado supera i 50°-60°) interverranno miriadi di batteri, funghi, vermi, insetti e cominceranno a lavorare al posto tuo.

    Come capire se il processo è completato? Prendi in mano il “materiale” e vedi se “sfarina” o se “appiccica”. Se “sfarina”, annusalo: non deve puzzare! Al più può sapere un po’ di sottobosco/muffa. Detta in altre parole, se puzza di merda marcia non è proprio ancora ora di metterlo tra la lattuga.

    Se non mi credi, e essere come San Tommaso è sempre un bene, fai un giro invernale dalle parti della Lomellina: vedrai un sacco di cumuli grandi come una villetta che non sono altro che cataste di letame (oggi anche suino) in attesa di “maturazione”.

    P.S. Essere ecologista non vuol dire essere per forza fanatici, esattamente come essere cristiani non significa essere per forza di CL.

  14. Lorenzo, il fosforo sta rapidamente diventando un problema, leggi il link che ho messo. Ora si estrae ma non si può estrarre all’infinito. Qui una volta si recuperavano anche le feci e l’urina umane e si spargevano sulla terra (vanno concimati sia orti, che campi, che pascoli). Però c’è il problema della contaminazione.
    Sono passata in paese con gli asini e la gente si è lamentata della cacca. Hanno ragione, perché puzza e sporca, però io ingenuamente speravo che tutti si affrettassero a raccattarla per aggiungerla al compost… sono troppo avanti o troppo indietro 🙂

  15. Grazie Ugo. Il processo mi sembra quello del compost o del letame, ma mi sembra che rimanga il rischio di contaminazione delle acque, visto che un po’ di questa roba verrà dilavata. E comunque, per ora non ho uno spazio in cui farlo: potrei costruire un baracchino in giardino, è vero, ma devo già rispondere ad abbastanza domande così 🙂

  16. Michele: io è un po’ che sono scettica sull’idea di fattoria didattica – non perché ci sia qualcosa di male, anzi, ma perché così come il turismo è diventato il sostituto di una vita decente, l’agriturismo e la fattoria didattica mi sembrano sostitutivi di un rapporto con la produzione di cibo e gli animali che dovrebbe essere accessibile e prossimo a tutti i bambini. Magari qualcuno ha esperienze o argomentazioni diverse.

  17. A proposito di reinventare la ruota.
    Questa estate sono stato proprio ad un santuario costruito nel Seicento in una valle un po’ sopra un paese come supplica per fare cessare una epidemia di non si sa quale malattia diarroica, presumibilmente era colera ma chi sa. L’epidemia coinvolse tutti i villaggi della Valsassina. Ogni anno c’è la tradizionale processione.

    Oltre le cose che dovrebbero sapere tutti sulle epidemie storiche, bisogna tenere presente che anche il letame non è privo di problemi, per esempio è l’origine del tetano, che vive nell’intestino delle bestie. Cosi come il colera si riscontrava più facilmente in chi viveva presso i corsi d’acqua (per via degli scarichi), chi svuotava i secchi delle latrine o nelle lavandaie, in passato il tetano era frequentissimo tra chi maneggiava il letame o la terra concimata col letame.

    Sempre per dire che la “natura” è tanto buona e cara, basta lasciarle fare il suo corso.

  18. A proposito del fosforo, è tutta la vita che sento qualcuno che predice l’imminente l’esaurimento di questo o di quello, mi sarei un po’ stufato.
    Direi che concimare l’orto con la propria cacca perché si teme che finisca il fosforo è un po’ contorto.
    Anche perché torniamo al fatto che per concimare solo col letame bisogna produrre tantissimo letame, ergo allevare tantissimi animali con tutte le conseguenze I/O. Sono abbastanza sicuro che c’è più fosforo nelle rocce che cacca di animale, vecchia e nuova.
    Riguardo l’inquinamento, vale per qualsiasi cosa. Si diceva sopra dell’utilizzo dei fanghi dei depuratori come fertilizzante, faccio presente che negli scarichi fognari non ci vanno solo tutti i prodotti chimici che la gente butta nel cesso, ci sono anche tutte le sostanze che vengono ingerite dalle persone, per esempio tutti i medicinali. Certo, ci sono anche nell’acqua dei fiumi che raccolgono gli scarichi, è questione di concentrazione.

  19. Gaia, scusa se faccio il pedante ma mi sembra sia il caso.

    La contaminazione delle acque è peggiore per il tuo mucchietto nell’orto o per gli scarichi fognari direttamente nel rivo più prossimo? Tieni conto che i liquami di percolazione rilasciati dal “mucchietto” prima di giungere in falda o nel rivo devono attraversare X metri di terreno che costituiscono a) un formidabile filtro fisico e b) la dimora abituale di una miriade di microorganismi ghiotti di altri microorganismi, compresi gli eventuali patogeni presenti nella tua cacca.

    Un’alternativa al “mucchio” (che in effetti per i vicini non è il massimo) è la buca, quella che dalle mie parti un tempo si chiamava tampa e che oggi in pochi ricordano cosa fosse.

    Ancora meno impattante dal punto di vista estetico ed olfattivo può essere un solco profondo una trentina di centimetri, da riempire e coprire quotidianamente, salvo stitichezza, una spanna alla volta. Prima che tu inorridisca immaginandoti accovacciata sotto alla finestra del tuo vicino Pippo, esistono i vasi da notte o, molto più comodo, un comune secchio con coperchio che si può usare anche in bagno (mettici un po’ d’acqua sul fondo e libera le viscere magno cum gaudio! — nessuno saprà mai niente) e svuotare con comodo, nella più piena riservatezza.

    L’igiene è senza dubbio una bella cosa, ma oggi come oggi è stato trasformato in un feticcio che davvero ci porta oltre i limiti del buon senso. Pensa già solo allo scandalo che provoca una persona che “sa di sudore”, e quanto ci sentiamo a disagio se quella persona siamo noi. Dico, sudare è poi così turpe? Eppure…

  20. Nessuno sta parlando di concimare con solo il letame. Riguardo all’esaurimento, le teorie del picco non parlano solo di esaurimento ma anche di aumento dei prezzi, diminuzione degli investimenti, distruzione della domanda…

  21. Si ma le “teorie” sono “scientifiche” solo se si possono convalidare o dimostrare false con degli esperimenti (il che richiede che gli eventi considerati dalla teoria siano ripetibili a piacere). Altrimenti si tratta di metafisica, cioè qualcosa a cui devi “credere” per fede. Mi affascina sempre vedere come non sia chiara a tutti la differenza, per esempio che la “Economia” non è “scientifica” per la ragione di cui sopra. Se io affermo che il Sole gira attorno alla Terra la mia teoria è perfettamente plausibile e infatti è rimasta “valida” per secoli. E’ perfino più plausibile delle “teorie” sul Fosforo perché tutti giorni vedo il sole che mi gira attorno. Ma è sbagliata.

    @Ugo (se sei “cassandra”, complimenti per i contenuti e per come amministri il tuo blog, sono sarcastico).
    L’igiene la puoi ignorare fintanto che una forma del tuo formaggio, un uovo del tuo pollaio, una zucchina del tuo orto, non manda qualcuno all’ospedale o all’obitorio. Torno a dire, qui si fanno ragionamenti strampalati che immaginano un sistema completamente isolato tipo “base spaziale” e che ignorano la Storia, antica, media, recente.

    Faccio un esempio banale, a parte l’ovvia assurdità di mettere la merda umana nell’orto quando non esiste la ragione per farlo: le nostre case sono infestate di parassiti. Grazie al fatto che sono intrinsecamente più “igieniche” delle case antiche o vecchie, più l’uso di “igienizzanti” vari, riusciamo a tenere relativamente separati i parassiti da noi. Per esempio, gli scarafaggi che sono bestioline relativamente innocue e sono ovunque sotto i duemila metri di quota, non solo camminano portando in giro la sporcizia che raccolgono negli anfratti e nei luoghi umidi e marcescenti dove gli piace vivere, hanno anche l’abitudine di defecare e rigurgitare il cibo ingerito mentre sono intenti a mangiare (per inciso, mangiano le feci e il rigurgito degli altri e anche i loro cadaveri, su questo principio si basano le esche avvelenate). Ergo, gli scarafaggi non danneggiano gli ambienti o gli alimenti fisicamente, consumandoli, li danneggiano perché sono vettori di (cito): dissenteria, salmonellosi, epatite A, poliomielite, malattia del legionario.
    Non entro nemmeno nella faccenda dei ratti.

    Facile dire che il letame di mucche e cavalli non è un problema se sei vaccinato contro il tetano. Una volta, credo fino agli anni Sessanta, quando si cominciò a vaccinare i contadini, ti tagliavi con un arnese e morivi. Prego notare che il tetano non è contenuto solo nel letame “fresco” ma in forma di spora anche nel terreno e nella polvere. In questo caso non vale nemmeno la furbata di fare vaccinare tutti gli altri per rimanere “naturali”, perché l’infezione non si trasmette da persona a persona.

    Nota di colore: il tetano ai tempi di Ippocrate era chiamato “il flagello delle partorienti”, significava banalmente che le mani, il corpo, gli arnesi e l’ambiente dove si partoriva erano sporche di terra. Il che ti fa inquadrare un po’ meglio la faccenda della “igiene” moderna e ti fa anche capire che la vita a contatto con la “natura” non è di per se stessa “salutare”.

    A proposito del “sudore”: noi siamo programmati per andare verso le cose che ci fanno bene e fuggire le cose che ci fanno male. Le cose che puzzano, cioè che al nostro olfatto risultano sgradevoli, sono inevitabilmente tossiche. A parte l’ovvietà che la prolungata esposizione ci rende meno sensibili allo stimolo, quindi se tutti puzzano allo stesso modo non ci accorgiamo dell’odore, percepire il cattivo odore di una persona (es. alitosi) serve perché questo è il segnale che questa persona è malata, quindi bisogna scansarla per non esserne contagiati. Allargando un po’ l’argomento, alla base è quello che ci fa trovare “bello” o “brutto” qualcuno, in origine “bello” sta per “esemplare in salute” e “brutto” sta per “malconcio, portatore di geni sfavorevoli”.

  22. Mmm… Lorenzo… direi che in questo momento sei al di sotto del tuo standard. Guarda che non è che t’ammali appena ti passa uno storno sotto alla finestra, eh! Tra conigli e galline sono cinquant’anni buoni che manipolo escrementi, e per almeno vent’anni ho dormito in prati dove le vacche ti si assembravano attorno di notte sganciando qualsiasi cosa, liquida e solida. Ovviamente in quei prati ci ho pure mangiato. Son stato punto da non so quante zecche. Le zanzare manco le conto. Le mosche, idem. Vespe. Graffi di rovi a profusione, sempre in posti non certo igienizzati con amuchina. Tagli alle dita, unghie spezzate… Tutto un armamentario di potenziali fonti di infezione e contagio. Eppure… eppure gli unici luoghi nei quali mi son buscato malattie sono quelli nei quali si assembra la gente: scuole, bar, supermercati, mezzi pubblici… UNA volta ho rischiato la vita — in un tamponamento (il tamponato fui io, perché mi fermai a un semaforo giallo).

    Con questo non voglio dire che ammalarsi è impossibile. Più realisticamente, per una persona non deperita e con un sistema immunitario ragionevolmente in ordine, è meno probabile di quel che si crede. A meno che si frequentino persone malate, e quando vivi in un posto dove incroci quotidianamente innumerevoli “chiunque” sai quante più occasioni di infezione (e infestazione) hai rispetto a quando te ne stai confinato in un ambiente magari sporco ma non frequentato da altri che da te?

    Se davvero sei preoccupato per la salute, non pensare al letame (foss’anche il tuo letame) e al tetano: lascia alla svelta il luogo nel quale vivi.

  23. Questa discussione non ha molto senso. Le “malattie”, mortali e non, si evolvono, così come si evolve la nostra capacità di curarle, prevenirle, o debellarle. Alcuni sono più immuni, altri più fortunati: bisognerebbe guardare la casistica e le evoluzioni della medicina, non solo l’esperienza personale. Jared Diamond fa notare che le grandi epidemie dell’Occidente solitamente derivavano dagli animali domestici (cito di seconda mano, devo ancora leggere il libro), quindi dire “mi sono rotolato nella cacca e non ho preso niente” non ha molto senso. Meno di un secolo fa le vacche potevano passare la tubercolosi. Anche gli animali di allevamento vengono vaccinati e curati, non solo gli esseri umani. Spesso non ce ne accorgiamo perché non lo vediamo fare, ma è così, e questo vale anche per le bestie al pascolo in cima a una montagna.
    È ovvio che le malattie sono di origine “naturale”, perché non è che ce le costruiamo da soli (in realtà facciamo anche questo, pur di far fuori altri esseri umani, ma non divaghiamo), com’è anche vero che ci siamo evoluti per rispondere agli attacchi dell’ambiente circostante, mentre adesso circolano nuove sostanze a cui i nostri organismi non sono abituati, o non in tali quantità: per questo molte persone cercano cose “naturali”. Infine, non ci sono solo infezioni, contagi e parassiti, ma anche altri modi di farci del male e morire che derivano da nuove invenzioni e dal progresso tecnologico, ma cosa c’entra? Qui poi si stanno tirando in ballo incidenti, inquinamento, agenti patogeni, un gran minestrone che mi sembra un po’ solo a fini di polemica.
    Una gara se sia più sana la natura o la civiltà non porta da nessuna parte perché si tratta di concetti nebulosi e i parametri sono vaghissimi (come puoi paragonare la malaria all’inquinamento agli antibiotici agli incidenti?)
    Riciclare gli escrementi non è una quesitone di SE, ma di COME, dato che da qualche parte devono andare a finire per forza, e che se qualcosa esce senza rientrare mai prima o poi finisce.

  24. Nessuna gara e nessuna polemica. Riporto quelle che sono le osservazioni che ho condotto nel mio particolare, in un arco di vita ormai neppure più tanto limitato.

    L’unica infezione seria che mi ha afflitto è stata un’infezione fungina che non mi sono preso sfruculiando nel fango di qualche fiume (cosa che da ragazzo ho fatto ben bene), bensì frequentando, gagliardo venticinquenne, una palestra di quelle che tre volte al giorno vengono “sanificate” a norma di legge. Ci misi ben due anni a liberarmi di quell’infezione.

    =========

    Tra ieri e oggi mi son venuti in mente altri ambienti assai rischiosi: alberghi, ospedali, piscine, palestre, cinematografi, sale giochi, stadi, auditorium, teatri, vie cittadine sature, spiagge…

    Potendoselo permettere, che fecero i protagonisti del Decamerone per evitare la peste? Andarono in centro a fare qualche decina di “vasche” avanti e indietro per il corso principale della città? E’ un’opera di fantasia, d’accordo, ma in genere ai letterati vengono in mente cose che richiamano quel che vedono nella realtà — Orazio non scrisse mai di televisori ed automobili.

  25. Lo smartphone ti instupidisce anche se non lo usi. Basta averlo vicino: https://www.theatlantic.com/technology/archive/2017/08/a-sitting-phone-gathers-brain-dross/535476/
    Tra l’altro questo studio sembra confermare una mia intuizione per cui è meglio non avere distrazioni vicino che averle e resistere. Molte persone sembrano considerare questa una debolezza di carattere, ma se davvero resistere alle tentazioni richiede energia mentale, anche riuscendoci sprechiamo questa energia che potrebbe essere spesa in altro modo. Questo vale per molti campi: è uno dei motivi per cui ad esempio cerco di non tenere cibo spazzatura in casa. Se non ce l’hai, non solo non ne mangi, ma neanche devi fare lo sforzo di costringerti a non mangiarlo.

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