non si può avere tutto

Stamattina sentivo alla radio un gran discutere su come far sì che le donne italiane lavorino di più, nel senso di lavoro salariato, dell’entrare nella forza lavoro. E perché le donne dovrebbero lavorare di più? Per la crescita economica, naturalmente. Però le donne dovrebbero anche fare più figli – anche questo per la crescita economica, sempre lei.

E come si fa a far sì che le donne lavorino di più fuori casa e facciano più figli? Si spendono soldi (derivanti dalla crescita economica) per pagare qualcuno che faccia quello che loro facevano gratis, cioè badare ai figli, o che non facevano perché dovevano lavorare, cioè badare ai figli. Per quanto io sia favorevole alla libertà e realizzazione delle donne, anzi proprio per questo, a me non sembra una gran soluzione: siccome le donne che lavorano non lasciano solo la cura dei figli ma anche quella della casa e dei parenti malati ad altre donne (quasi mai ad altri uomini), il risultato è solo che si è spostato il carico di lavoro da una donna all’altra, non che si è raggiunta la parità tra i sessi. E spesso, siccome badare ai bambini o ai vecchi è pesante e pulire la casa è sgradevole, sono le donne che hanno meno possibilità di scelta e che accettano di guadagnare poco che si sacrificano perché le altre facciano carriera. Però così le statistiche diranno che c’è un alta occupazione femminile e tutti dovremo essere contenti perché si fa PIL, anche non è un sistema né giusto né soddisfacente.

L’unica soluzione sarebbe coinvolgere di più gli uomini. Il problema qui è in buona parte culturale, ma non solo: anche gli uomini devono lavorare. A tempo pieno, se no le statistiche dicono che ci sono troppi part-time e troppi atipici e i sindacati si arrabbiano e il popolo si arrabbia e siamo tutti più poveri e il PIL non cresce abbastanza.

Nessuno ha il coraggio di dire che non si può avere tutto. Non si può avere un alto reddito e un’occupazione a tempo pieno per tutti, uomini e donne, e un’alta natalità e un alto livello di soddisfazione personale. Per quanto ci additino gli esempi del fantomatico nord Europa come prova di questa possibilità, quando poi si va a guardare non è che loro hanno scoperto qualcosa che a noi sfugge o, come va di moda credere, che sono migliori di noi: c’è sempre qualche compromesso. Magari ci sono più donne che lavorano, ma anche più lavori part-time. Magari la natalità è più bassa di quanto ci aspetteremmo, o è tenuta alta dall’immigrazione o da perversi incentivi che pagano chi fa figli anche se non se li potrebbe permettere, oppure ci sono lunghe liste d’attesa negli asili e genitori che non sanno dove mettere i figli. Oppure, nel migliore dei casi, ci sono uomini che fanno la loro parte in casa come se fosse una cosa normale – ma o lavorano di meno o hanno eserciti di manodopera a basso costo a cui far fare quello che non gli va. C’è sempre un prezzo da pagare.

Ma ci dicono di no, che possiamo e dobbiamo essere e fare tutto. Perché, dico invece io, dobbiamo sacrificarci a tutti i costi? Perché dobbiamo lavorare, guadagnare, riprodurci, essere produttivi, spendere, al massimo delle nostre possibilità, con le sole 24 ore al giorno che a ogni essere umano sono concesse finché non finiscono i suoi giorni, senza preoccuparci della nostra serenità, della libertà di scegliere come vivere, dei piaceri quotidiani, del valore del tempo che passiamo gli uni con gli altri, del fatto che non siamo tutti uguali, non vogliamo tutti le stesse cose e non abbiamo tutti le stesse inclinazioni?

La risposta sta nella venerazione dell’unica grande divinità del nostro tempo, una divinità che sta diventando demoniaca: la crescita. La medicina per tutti i mali, l’insindacabile obbiettivo, la misura del valore di ogni popolo e di ogni azione, l’unico valore universale, il mezzo dei mezzi, il fine dei fini… Avete mai sentito un politico o un giornalista dubitare della desiderabilità assoluta della crescita economica? Viene data per scontata come Dio nel Medioevo. Si può discutere sul come, mai sul se.

Fateci caso, se non l’avete già fatto: ormai tutto viene giustificato in termini di crescita, di PIL o demografica. Qualsiasi cosa che dovrebbe essere un valore in sé, ma anche qualsiasi minaccia – la parità tra i sessi, uno stipendio dignitoso, persino la tutela dell’ambiente (che con la crescita economica è incompatibile), la salute, l’onestà delle persone, l’uguaglianza economica o l’immigrazione, viene valutato in base a un unico parametro: la crescita economica. Se una cosa fa bene alla crescita, la vogliamo, altrimenti, fosse anche il paradiso in terra, non ci interessa. Se la crescita fa danni, diciano che esiste (anche se nessuno l’hai mai vista) una crescita diversa, una crescita migliore, ma sempre crescita.

(Tra l’altro, la crescita raramente è espressa in termini di PIL pro capite, il che rende l’ossessione ancora più assurda: se il PIL del mio paese aumenta dell’un per cento, e la popolazione dell’uno virgola cinque, è chiaro che ognuno ne ha in media un po’ di meno).

Sempre alla radio (Radio 3), qualche settimana fa un ascoltatore aveva chiamato durante il filo diretto per proporre al giornalista quella che secondo lui sarebbe una buona soluzione al problema della disoccupazione. Il giornalista aveva mostrato molto interesse, ma quando questa soluzione si era rivelata – “lavorare meno, lavorare tutti” – non era riuscito a trattenere un: “ah…”, di delusione, come a dire: ancora con questa vecchia storia? Non era passata di moda da un pezzo? Certe persone non riescono a capire che non tutti i lavori sono gratificanti e non tutti i lavori utili sono salariati e non tutti hanno bisogno di molto denaro per vivere. Ci sono tanti ottimi motivi personali e sociali per lavorare meno ore ma il tema è ancora un tabù.

Mettiamoci il cuore in pace: a qualcosa dovremo sempre rinunciare. È la vita. Se vogliamo la carriera, dovremo passare meno tempo con i figli. Se vogliamo lavorare tutti a tempo pieno, la vita sarà pesante e la famiglia il luogo in cui scaricheremo il nostro stress. Se vogliamo fare figli, il tempo a disposizione per le altre cose si ridurrà. Se vogliamo che la famiglia ci aiuti con i bambini, dobbiamo rinunciare alla libertà di vivere dove ci pare. Se vogliamo che i nostri genitori vadano in pensione presto e bene, dopo dobbiamo lavorare per pagargliela questa pensione; se vogliamo pagare poche tasse, dobbiamo accettare meno servizi e meno pensioni.

Non c’è niente di terribile in questo: le soluzioni si possono trovare. È più terribile vedere le persone barcollare sotto il peso di troppe cose – lavori impegnativi, case e famiglie da mandare avanti, la fatica dello stare al passo con i consumi indotti e altrui. Io non credo che si possa vivere bene, a meno di non avere un gran carattere, lavorando otto ore e passa fuori casa, facendo i lavori domestici, crescendo i figli e cercando magari anche di fare qualcos’altro delle proprie vite. Su tutte le persone che conosco che ci hanno provato, comprese alcune di quelle che sono riuscite a scaricare parte di questa fatica su donne di servizio, ho visto i segni della stanchezza e dello stress. Se si fosse potuto togliere a queste persone un giorno di lavoro alla settimana (e conseguentemente un po’ di salario a meno che non fosse già molto basso) credo che le loro vite sarebbero migliorate.

È il fatto di credere di aver diritto ad avere tutto contemporaneamente, e l’arrabbiarsi perché pensiamo che c’è qualcuno che non sta facendo quello che dovrebbe per rendercelo possibile, che ci fa vivere scontenti e arrabbiati, non solo come singoli, ma anche come società. Accettare le rinunce fa parte della vita, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.

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26 risposte a “non si può avere tutto

  1. gaiabaracetti

    Ho fatto una piccola modifica: mi sono resa conto che ci sono salari talmente bassi che sarebbe meglio non abbinare una riduzione dell’orario del lavoro a una riduzione del compenso.

  2. Peccato che questo racconti parta da una premessa sbagliata, ovvero che le cose succedano “per caso”, spontaneamente. Non si sa come, siamo qui.

    Invece no, le cose succedono perché qualcuno le pianifica e le mette in pratica, applicando ingenti risorse e legioni di scagnozzi. Il trucco è appunto questo, fare in modo che la gente percepisca quello che gli capita come “normale”, “naturale”, “spontaneo” e quindi l’accetti senza fiatare, senza cercare un rapporto causa-effetto e senza risalire la catena all’indietro.

    Il “diritto di tutti a tutto” è una conseguenza ovvia della riduzione della persona al minimo comune denominatore, ovvero il servo-consumatore-infante. Le persone devono vivere in funzione dei loro “bisogni”, che altro non sono che “voglie”, “capricci”, indotti dal condizionamento, devono avere menti cosi semplificate da non concepire che ci sia altro senso della vita che soddisfare queste “voglie”, devono quindi essere disposti a qualsiasi cosa, in ultimo a dare via tutto il proprio tempo-vita pur di ottenere quello che “vogliono”.

    Sul mio blog scrivevo del “giochino” contemporaneo per cui tutti esibiscono il “relativismo morale” o la “assenza di morale”. Dove per “morale” non si intende il precetto religioso sul comportamento sessuale, si intende più propriamente la “misura” nel fare le cose, ovvero il modo giusto di comportarsi. L’idea attuale è che non esista “giusto” e “sbagliato”, ogni idea e ogni azione (sono due aspetti della stessa cosa) è un po’ giusta e un po’ sbagliata, quindi non si può giudicare quindi alla fine è giusta, nel momento in cui il singolo la concepisce. Tornando a sopra, significa che qualsiasi mio “capriccio” DEVE tradursi in soddisfazione concreta, azione, senza alcun filtro, censura, valutazione, giudizio, ante o post. Il concetto che un mio “capriccio” non venga soddisfatto è un torto inconcepibile.

    Il “diritto di tutti a tutto” non è solo questione di spazio, di tempo, di risorse, è questione di scardinare il vivere sociale, ridefinire l’individuo come monade e alla fine come nano-divinità o più precisamente, come infante. Il cerchio si chiude. Voglie assolute, senza freni o inibizioni e anche senza ragione, dentro ad un contesto di obblighi e limiti assoluti e indiscutibili come leggi della fisica. Ormai siamo indifferenti alle contraddizioni e ai paradossi.

    Una mandria di dementi, che fa comodo al regista dello spettacolo e ai suoi scagnozzi.

  3. Cara Gaia,

    sono ovviamente d’accordo con te. L’ossessione della crescita è insopportabile. In qualsiasi telegiornale ogni giorno si parla di crescita, di previsioni di crescita. Perché senza crescita non ci saranno nemmeno nuovi posti di lavoro e chi glielo va a dire agli eserciti di disoccupati della ricca Europa che si devono rassegnare? La mia obiezione è: ma che cosa deve crescere? Il mercato dell’automobile e degli elettrodomestici o delle scarpe e dell’abbigliamento? Domanda ingenua ovviamente, perché tutto deve crescere. Ma tutto cosa santo cielo? Se c’è una flessione nei consumi perché la gente con un minimo di cervello non fa acquisti dalla mattina alla sera o anche perché vuole mettere qualcosa da parte per i tempi che verranno e che non si prospettano rosei, apriti cielo! Chi mette in dubbio la necessità della crescita infinita è nel migliore dei casi un imbecille. Lo sai quante macchine circolavano nel mondo intero nel 2000, cioè ieri? “Solo” cinquecento milioni. Oggi abbiamo già superato il miliardo e se ne prevedono due miliardi fra qualche anno (per la gioia di Marchionne, ma anche di Renzi, della Merkel e magari anche del papa). L’Italia è uno dei paesi più motorizzati del mondo. Che vita sarebbe senza macchina?
    Chi non consuma come un folle mette a rischio la crescita. Bastaaaaaa!
    Leggevo ieri un pezzo di Massimo Fini in cui mi sono imbattuto in questa frase:
    “Chiunque oggi parli di crescita – mi riferisco naturalmente alle classi dirigenti non al cosiddetto uomo comune – è un criminale.” Un criminale, ben detto. Ogni volta che un politico o un economista vi parla di crescita ditegli che non è solo un imbecille, ma un autentico criminale. Perché lui pensa ovviamente a una crescita infinita (non lo dice espressamente, ma è implicito nel suo pensiero). Se tutto deve crescere, compresa la popolazione – anzi la crescita demografica è il presupposto della crescita economica – avremo “necessariamente” una crescita esponenziale. La gente non sa che cosa sia una crescita esponenziale – e non sa nemmeno cosa significhi 1 miliardo (per es. di persone). L’Africa aveva 200 milioni di persone alla fine della seconda guerra mondiale, oggi ha superato il miliardo, si prevedono due miliardi di Africani nel 2050 e quattro per fine secolo. Ma a quel punto si fermeranno? Che eresia per economisti e politici! Chi è contro la crescita – di tutto – minaccia la pace sociale. Persino i cattolici gridano: “Ma quale decrescita d’Egitto!”. Già, la gente ha bisogno di tante cose. Il filosofo Flores d’Arcais sogna un “welfare spinto” per tutti (ovviamente non solo per la popolazione italiana, ma per il mondo intero), welfare spinto che sarà possibile grazie alla crescita ormai esponenziale di tutto grazie alla tecnologia applicata. Un folle, un altro filosofo matto, come Emanuele Severino che prevede il “paradiso della tecnica” ormai alla nostra portata (paradiso che però avrà bisogno della sua filosofia).

  4. La coda all’articolo di Fini, il programma del PD, non c’entra con l’articolo. Avevo trovato questo entusiasmante o esilarante programma da qualche parte e l’avevo incollato sotto l’articolo di Fini che ho poi copiato intero nel messaggio. Non c’entra, ma è lo stesso interessante anche questo. Ormai la libertà di pensiero e di espressione è abolita o la sarà presto.

  5. Valuta un momento quel che ti scrivo…

    Il “sentire comune” è pilotato dalle dirigenze (in senso lato). Il tipo umano/disumano del dirigente è una figura ai limiti o oltre i limiti della sociopatia, un tipo umano/disumano al quale puoi attribuire senza timore di sbagliare quella che son solito definire la mentalità del mandriano.

    Al mandriano, nonostante le tante belle storielle confezionate (sempre dalle dirigenze) e spacciate da trasmissioni tipo “Linea verde” e simili, il benessere dei capi di bestiame interessa nella misura in cui rende quei capi redditizi. Anzi, per essere più precisi dovremmo dire che al mandriano interessa il benessere della mandria nel suo insieme nella misura in cui rende l’insieme della mandria più redditizio. Se per aumentare il reddito deve abbattere alcuni capi, lo fa. Se torchiarli aumentando la mungitura rende, aumenterà i livelli di mungitura fino al punto in cui il malessere della mandria nel suo insieme (non del singolo capo) farà sì che la produzione cominci a declinare, e non un millimetro prima.

    Ora, che c’entra tutto questo con il far lavorare (anche) le donne, visto che così si impedisce loro di occuparsi di un sacco di mansioni certo non inutili che vanno conseguentemente affidate ad altre donne, estranee al nucleo familiare? A essere sufficientemente cinici per vederlo, è semplice: la donna che non lavora non paga tasse sul reddito (ovvero non si presta alla mungitura se non in modo indiretto e marginale); la donna che lavora viene munta dalla tassazione ed è costretta ad appoggiarsi ad un’altra donna che lavora sul reddito della quale peseranno ulteriori tasse. Questo a voler fermare la catena a due sole persone.

    Lo stesso meccanismo lo vedi all’opera per quel che riguarda i pensionamenti. Chi si pensiona a 55-60 anni fornisce lavoro non retribuito (e quindi non tassato) sotto forma ALMENO di cura dei nipoti. Se le persone in quella fascia d’età sono al lavoro aggiogato, non solo continuano a pagare essi stessi una quantità maggiore di denaro, bensì fanno sì che anche i genitori (costretti ad appoggiarsi a entità lavorative da retribuire in forma monetaria) saranno costretti a pagare più tasse, ad esempio assumendo una baby sitter o iscrivendo i figli a corsi, corsini e corsetti affinché trascorrano il proprio tempo libero sotto il controllo di qualche professionista (ne consegue che paradossalmente “meno servizi e meno pensioni” finiscono per significare tassazione più elevata, ovvero un aumento dei tassi di mungitura della mandria da parte dei mandriani).

    Mi fermo, perché quando mi lascio prendere la mano scrivo dei romanzi. Quel che ho scritto è stato scritto “al volo”, quindi so benissimo che può giusto costituire un piccolo suggerimento circa un filone di ragionamenti sul quale(secondo me) vale la pena soffermarsi. So anche che non c’è niente di “misurato” nelle mie affermazioni, nel senso che non ho fornito cifre, percentuali, riferimenti a studi accademici… Non importa. Fai tu.

  6. gaiabaracetti

    Sergio, perfavore potresti semplicemente fornire il link all’articolo di Massimo Fini? Apprezzo il gesto ma vorrei evitare commenti troppo lunghi, soprattutto se riferiscono pensieri altrui che si possono leggere altrove (mi interessano più i pensieri che i commentatori esprimono qui!) Grazie.

  7. gaiabaracetti

    Il punto è che non tutte le persone che non lavorano sono socialmente utili. Altre vivono a scrocco, in vari modi (ce n’è molti). Non è giusto pretendere che siano solo le donne a fare certi lavori, né delegare tutta la cura dei bambini ai nonni, anche perché c’è un sacco di gente che non ha i genitori, non li ha sani o non li ha vicini. Inoltre non si può giustificare la pensione con il fatto che i pensionati badano ai nipotini, innanzitutto perché non tutti lo fanno, e poi perché io neanche voglio pagare così tante tasse sul lavoro perché qualcuno viva comodamente mentre dedica qualche ora alla settimana ai nipoti. Se ci fosse il part-time per genitori e per nonni, tutti avrebbero tempo per i bambini senza pesare su chi i bambini non li ha o li ha grandi.
    Quello che tu dici è vero, infatti anch’io aspiro a uscire in parte dal sistema, ma non è la storia intera. C’è anche il fatto che le persone stesse si sono convinte, a forza di sentirselo dire e di vedere modelli irrealistici (soprattutto le persone famose), di poter avere tutto nella vita.

  8. Le riflessioni di José (Pepe) Mujica sull’imperativo della crescita, il tempo e la vita:

  9. Be’, è più o meno quel che dice Massimo Fini nel testo che ho segnalato sopra: l’assurdità della crescita infinita o esponenziale di cose superflue o inutili per comprare le quali sacrifichiamo la nostra vita, sprechiamo il tempo prezioso che potremmo impiegare meglio.
    Però mi permetto di dissentire quando dice: “i poveri dell’Africa subsahariana che fanno chilometri per attingere acqua non sono i poveri dell’Africa ma
    dell’intera umanità”. Questo è un discorso colpevolizzante che rifiuto. È colpa mia o nostra se gli Africani si riproducono come cavallette e poi invadono il nostro territorio facendo poi terra bruciata anche in casa nostra? Diceva Sartori: dove non c’è acqua non dovrebbero viverci nemmeno uomini. I cattolici dementi, ma anche economisti, uomini di stato, capi religiosi e persino atei (Ferrara e soci) dicono che la bomba o esplosione demografica è una gran palla: c’è da mangiare per tutti. E da bere? L’oro blu sarà ancora più importante del petrolio, e la risorsa è scarsa. Per dissalare il mare ci vuole immensa energia che non c’è (o volete migliaia di centrali nucleari?). Ah, ma con la fusione nucleare il problema dell’energia non si pone più. Davvero? Chissà.
    Ma cosa succederebbe se i milioni o miliardi che alcuni loschi individui tengono nei loro forzieri fossero distribuiti ai poveri di questo mondo? Lo Stato poi potrebbe pure lui distribuire a tutti diciamo un milione di euro. Se lo fa il falsario Draghi che stampa euro a tutta forza perché non potrebbe farlo lo Stato? Saremmo allora tutti ricchi o benestanti, potremmo allora non solo mangiare, vestirci e abitare in modo più che decente (con l’acqua corrente, il sogno dei poveri dell’Africa subsahariana), ma toglierci tante altre voglie?
    Ne dubito. Abbiamo perso la coscienza del limite, come dice Fini. Che aggiunge: il nostro futuro è alle nostre spalle.

  10. Quello che tu dici varrebbe per un’economia e un pianeta a compartimenti stagni. In un pianeta invece in cui i popoli commerciano, sfruttano o aiutano gli uni gli altri, le cause della povertà sono più complesse: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/05/africa-poor-stealing-wealth-170524063731884.html
    Anche questa analisi ovviamente è incompleta. È vero che noi sfruttiamo l’Africa, ma questo va in parte a beneficio di alcuni africani stessi (che si arricchiscono); soprattutto, non è emigrando che si risolvono questi problemi ma pretendendo condizioni più eque o facendo cose tipo buttare fuori dalle acque del Senegal tutti i mega pescherecci cinesi, russi o europei che rubano il pesce.

  11. Un pianeta a compartimenti stagni non esiste più, la stragrande maggioranza dei circa duecento paesi di questo mondo sono ormai interdipendenti e lo saranno sempre più. Questa è una cosa anche positiva: dove passano i commerci non passano gli eserciti. Effettivamente i confini statali conteranno sempre meno. Sarà un processo graduale. Ciò non significa che dobbiamo accettare di essere invasi e chiamati razzisti – oltretutto facciamo fatica anche noi a vivere.
    Noi sfruttiamo l’Africa? Ma sai quante migliaia di miliardi di dollari sono stati investiti in Africa dopo la decolonizzazione? Non so niente dei mega pescherecci cinesi russi ed europei che rubano il pesce ai senegalesi. Sarà pure vero, ne prendo nota. Che fare? Hai un’idea? Saprai pure che gli Europei vendono prodotti agrari sottoprezzo (perché sovvenzionati) rovinando i mercati locali. Gli Africani non dovrebbero comprarli per salvaguardare i propri mercati ma non avendo soldi abboccano (come fai a resistere se quei prodotti costano meno?). Anche questo è considerato un crimine (vendere i nostri prodotti sovvenzionati agli Africani).
    Mah! Uno immagina che ci si potrebbe mettere d’accordo, che non dovrebbe essere impossibile trovare dei compromessi. Facciamola allora questa conferenza internazionale per spartirci le ricchezze e i beni del pianeta, come vuole l’ONU e il Vaticano. Ma c’è un ma. Tra dieci anni ci sarà un’altro miliardo in più di “ospiti al tavolo della vita” e bisognerà spartirsi la torta non più tra 7,5 miliardi uomini-formiche, ma tra 8,5 miliardi, e poi dopo altri dieci anni tra 9 e passa miliardi ecc. Difficile credere che la torta si faccia sempre più grande.
    Come avrai capito io sono un fissato con la demografia. Se rifiutiamo di affrontare questo problema penso che non ci sia via d’uscita e andrà sempre peggio. E inutile tirar fuori che l’Europa ha sfruttato il mondo intero nei secoli passati. Tutto è partito dall’Europa. Gli USA sono una nostra colonia (emancipatasi, fin troppo ahimé). Senza questo schifo di Europa colonialista e razzista non ci saremmo nemmeno noi qui a battere sui tasti.

  12. gaiabaracetti

    Anch’io penso che la demografia sia una questione imprescindibile, soprattutto adesso. Su questo non ci piove e insisto spesso: l’errore è però pensare che sia l’unica variabile che conta.
    Non è vero invece che dove passano i commerci non passano gli eserciti: si commercia da millenni e da altrettanti ci si fa la guerra. Oltretutto la guerra è anche un ottimo modo per fare affari.
    Gli europei sono stati particolarmente aggressivi, ma se guardi, solo per fare qualche esempio, la storia degli arabi, degli imperi dell’attuale America Latina, dei popoli centroasiatici o delle conquiste dell’India, vedrai molte più aggressioni, predazioni e genocidi di quanti i soli europei siano stati in grado di commettere.
    Sul perché gli europei siano stati i principali colonizzatori in tempi recenti si è dibattutto: fra poco spero di leggere Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, che io sappia il tentativo più noto e forse completo di rispondere a questa domanda.

  13. Ora, a sentire certi marpioni d’alto bordo io dovrei sentirmi colpevole per aver sfruttato le genti di un qualsiasi altrove. Se quell’altrove è popolato da gente appena appena più scura dovrei pure sentirmi un turpe razzista. Oh, bella! E quanto è colpevole e razzista il “fratello” nero come la pece e miliardario che conserva le proprie ricchezze (ben superiori alle mie) anziché mollarle al suo dirimpettaio (che ha abbondantemente sfruttato per mettere insieme quel che ha)? La vogliamo smettere con queste stupide manipolazioni, che poi c’è chi ci casca e si sente davvero colpevole?

    Dico, ma quanta ne vedete di propaganda del “dona 10 euro al mese” a base di bambini frignanti, fatta in modo da stuzzicare proprio i sensi di colpa (guarda caso trasmesse regolarmente ore-pasti)? Avete idea di quanto costi trasmettere a raffica quei tormentoni in quelle fasce orarie su reti a diffusione nazionale? A gonzi, quanti dei vostri dieci euro ci vogliono per uno solo di quei “passaggi”? Chi spende quel che spende per organizzarli? Chi li trasmette lo fa per beneficenza? E quanti dei miliardari più o meno “ombreggiati” contribuisce (in pingue proporzione con le proprie ancor più pingui sostanze) a salvare quei bimbi che mi vengono sventolati sotto al naso esattamente come fa la questuante (ROM?) con il fagotto che porta pelosamente tra le braccia e che non si sa neppure da dove venga?

    Finiamola, per piacere. Chi è il colpevole?

  14. La logica di colpa lascia un po’ il tempo che trova. La logica di causa-effetto mi sembra più utile. Se una parte dei consumi degli italiani viene prelevata altrove, come è ampiamente dimostrato, significa che gli italiani non vivono solo delle proprie risorse ma anche di quelle altrui. Uno può sentirsi “in colpa” o “innocente”, sta di fatto che se il petrolio nella tua macchina è estratto in Nigeria a prezzo di corruzione e danni ambientali, o se il pesce sulla tua tavola è pescato in Senegal togliendolo ai senegalesi, poi queste persone sono più povere di quanto sarebbero se vendessero il proprio petrolio a condizioni più eque o potessero mangiarsi il proprio pesce. Questo indipendentemente da quanto i loro cittadini ricchi rubino, che è un problema complementare.

  15. Bene. Parliamo un momento del Nigeriano che viene a vivere in Italia e che quindi peggiora la situazione degli altri Nigeriani, o del Senegalese che viene a vivere in Italia e quindi peggiora la situazione degli altri Senegalesi. Perché il Nigeriano in Italia diverrà sfruttatore dei suoi pari, contribuendo alla corruzione e al danno ambientale della Nigeria, e il Senegalese in Italia affamerài suoi pari, togliendo loro il pesce. Dunque siamo di fronte a due sfruttatori, con l’aggravante “morale” che questi sfruttano i loro simili. Ma, no, loro non sfruttano nessuno, perché sono vittime. Gli sfruttatori siamo noi, no?
    Cambiando punto di vista: che dire del modo in cui questi milioni di persone sfruttano e inquinano il poco territorio che rimane nelle mie disponibilità? Quello vale meno del petrolio Nigeriano e del pesce Senegalese? Il mio benessere (non parlo di soldi) vale meno di quello dei Nigeriani e dei Senegalesi?
    Ancora: perché parli dei Nigeriani e dei Senegalesi soltanto? Potremmo parlare anche dei Colombiani, dei Filippini, degli Indiani, dei Cinesi, dei Rumeni, dei Polacchi, dei Lituani… non c’è differenza nel discorso che si sta facendo. Eppure, e soffermati a pensare al perché (son certo della tua buona fede), hai fatto esempi con riferimento esclusivo all’Africa…

    Corollario, al netto delle distinzioni nero/bianco, che in questo discorso non hanno alcun peso: più gente aggiungi sul territorio italiano, più aggravi la situazione nei luoghi dai quali chi vive in Italia trae i propri mezzi di sostentamento. La popolazione autoctona italiana ha avviato un processo di riduzione numerica che comporterebbe, di riflesso, una riduzione del cosiddetto “sfruttamento” dei cosiddetti “Paesi poveri”, ma tale riduzione viene invertita dall’iniezione di alloctoni e dalla loro prolificità, di fatto aumentando quel cosiddetto “sfruttamento”. Questo è causa/effetto.

  16. Su questo sfondi una porta aperta. Sono cose che ho già detto spesso su questo blog. Le due realtà non si escludono a vicenda; io sono per una limitazione dell’immigrazione in Italia proprio per questi motivi che tu citi.

  17. Comunque ti faccio notare che ci sono anche circa 4-5 milioni di italiani che vivono all’estero. Se mandassimo via gli stranieri (e non è questo che propongo, solo ridurre gli ingressi o aumentare le esplusioni in alcuni casi), dovremmo riprenderceli.

  18. Bene, accetto lo sragionamento a patto che allo stesso modo ogni regione italiana si riprenda i propri. E, ovviamente, vale anche per quegli Italiani che da qualche altrove tutto italiano son venuti a bazzicare dalle mie parti. E per i loro discendenti. Fino a che generazione vogliamo risalire in questo “gioco”? E fino a quale livello di parcellizzazione territoriale? Perché mi basta scorrere i cognomi sull’elenco telefonico della mia provincia per rendermi conto che, al netto delle migrazioni degli ultimi 50/70 anni, dalle mie parti staremmo belli larghi e non avremmo certo bisogno di “sfruttare” alcuno, anche immaginando che i pochi sopravvissuti tra coloro che migrarono nella notte dei tempi dovessero far ritorno.

    Diversamente, di cosa stiamo parlando? E di CHI stiamo parlando?

    P.S. L’immigrazione non va limitata, va arrestata. Solo per un brevissimo momento, dopo il quale il flusso dovrebbe riprendere — in uscita.

  19. Se il Friuli dovesse riprendersi tutti i discendenti dei friulani emigrati credo che non ci staremmo. Questo è sicuramente vero per l’Italia in generale, la Scozia, l’Irlanda… non si può andare indietro all’infinito.

  20. C’è una saga o un romanzo, un libro di 1600 pagine, sull’esodo degli Svedesi verso l’America del Nord nell’Ottocento, autore Vilhlem Moberg. Ne fu tratto un bellissimo film di cinque ore nel 1969/70. Gli Svedesi morivano di fame e videro la loro salvezza nell’emigrazione. Anche gli Svizzeri ticinesi facevano la fame e sciamarono in California e anche in Australia. Tempi durissimi. Ma andarano in paesi semiabitati, immensi, con un densità di poche persone per km2 – e per lavorare: il lavoro c’era, le loro prestazioni erano richieste, e dovevano lavorare duro. Gli Italiani a loro volta nel XX secolo andarono a lavorare in Svizzera, Germania, Belgio. In Svizzera li chiamavano Gastarbeiter, lavoratori ospiti, perché si pensava che dopo aver raggranellato una sommetta se ne sarebbero tornati a casa, come infatti avveniva, ed sarebbero stati poi rimpiazzati da altri Gastarbeiter. Questa rotazione era ben vista perché gli Italiani erano manodopera da sfruttare che poi se ne andava fuori dai c…i: meno impegni previdenziali per la Svizzera. Ma poi col tempo anche gli Italiani rimasero e s’integrarono assai bene, oggi i Tschingg (leggi cing, termine spregiativo con cui erano chiamati) sono assimilati e ben visti. Mio padre e il sottoscritto sono due di quei Tschingg. Ma non mi sono naturalizzato, resto italiano e non ho nessuna intenzione di tornare nel Belpaese. Il rientro dei milioni di Italiani all’estero non lo esige nessuno, Stanno bene o piuttosto bene dove stanno e molti si sono completamente assimilati o almeno integrati. Già la seconda generazione parla meno bene l’italiano. I Nilsson svedesi nel film suddetto sono diventati dei Nelson.
    Ma quello che stiamo vivendo ora è tutta un’altra cosa. Questa non è una immigrazione voluta dagli autoctoni bisognosi di manodopera ma una vera e propria invasione voluta e patrocinata dalle elite che accusano la propria gente di xenofobia e razzismo. Per chi nutrisse dei dubbi sulle intenzoni delle elite si legga le dichiarazioni di Scalfari nell’ultimo numero dell’Espresso che copio dal blog di Lorenzo:
    “… Ma se invece di ragionare su un processo millenario ragioniamo di un processo di pochi secoli, allora l’Africa diventa un elemento positivo, che va aiutato in tutti i suoi problemi. E non solo l’Africa, ma tutti i popoli migranti che hanno di mira Paesi di antica ricchezza, con i quali convivere nel tentativo di ridurre le disuguaglianze. La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana.
    Scalfari su L’Espresso.

    Più chiario di così !

  21. Se in Piemonte dovessero esserci solo i Piemontesi, compresi i pochi, ormai ultranovantenni, che emigrarono in passato, saremmo meno di un terzo di quanti siamo ora. In calo. Invece ci tocca vivere in un formicaio caotico e lurido sgomitando da mane a sera, stranieri in quella casa che è stata nostra e non la è più. Eh, ma la crescita e l’economia, e poi l’accoglienza e la carità cristiana, e poi tanti altri piccoli e meno piccoli meccanismi di ricatto e manipolazione… Propaganda, pura propaganda con intenzioni vergognosamente basse da parte delle dirigenze, che da tutto questo traggono “ossigeno” per i loro traffici — il peggio distilla verso l’alto.

    P.S. mi son trattenuto per non usare un linguaggio poco urbano; lavora di fantasia e metticelo tu.

  22. Ragionamento di Ugo inceccepibile.
    Da sempre sostengo che i sinistranti sono riusciti nella fantastica, unica, irripetibile impresa di superare B. nella demagogia, più becera demagogia :- “Più tutto per più tutti!”.
    Diritto alla kasa okkupata per i fratelli migranti.
    Diritto alla fabbricazione di pargoli scelti da catalogo per i fratelli diversamenti cososessuali., con diritto all’utilizzo dell’utero di macchine femminili umane per la loro fabbricazione.
    Diritto all’assistenza dei genitori diversamente malati per insegnanti (del Meridione) con cattedre ricevute al Settentrione,
    Diritto alla pensione verso 20 prendo 80.
    Diritto a farsi pagare la pensione dai fratelli migranti e diritto ai ftratelli migranti di realizzare il loro desiderio irrefrenabile di immigrare in Italia per pagare le pensioni agli italiani.
    Diritto ad emigrare e diritto a non avere confini quindi no stati e diritto dei fratelli migranti ad essere accolti a spese e con le strutture degli stati dell’accoglienza obbligatoria.
    Diritto alla mobilità immobile per sovraccarico delle infrastrutture di e diritto a dire di no alle limitazioni alla mobilità.
    Diritto al lavoro.
    Diritto al lavoro creativo.
    Diritto al lavoro piacevole.
    Diritto al lavoro socialmente e logicamente inutile.
    Diritto ad assentarsi dal lavoro per il diritto alla tutela della propria salute, lotta ai medici nazifascisti che negano i certificati per insussistenza delle presunte malattie che comportano il diritto a stare a casa per malattia. Lotta ai metodi fascisti e repressivi di controllo di reperibilità dei lavoratori in casa durante il periodo di malattia.
    Diritto alla riproduzione. Diritto alla natura, alla montagna democratica, diritto alle infradito sui ghiaccia dopo ave utilizzato, con diritto, la funivia per andare sul ghiacciaio con diritto di ascoltare della trap in cabina,
    Diritto alla montagna per tutti. Diritto degli orsi a non essere ammazzati. Diritto degli umani alla montagna sicura senza orsi e predatori,
    Diritto al sei politico, diritto a non essere discriminati nella valutazione con metodi meno soggettivi (INVALSI).
    Diritto di accesso a tutti nelle biblioteche della UniBo, diritto a masturbarsi eiaculando sulle donne che stanno studiando e diritto di farsi una pera nella biblioteca della UniBo, diritto a studiare per tutti con diritto delle kompagne di non essere molestate da schifosi atti di machismo patriarcalfascista nei luoghi di studio della UniBo,
    Diritto alla ospedalizzazone per i fralelli migranti, per i genitori, gli zii, i cugini dei fratelli migranti, per le cognate dei cugini dei fratelli migranti.
    Diritto alla pensione sociale per i genitori che hanno usufruito del diritto di ricongiungimento dei propri figli col diritto di trasferirsi in Italia.
    Diritto alle moschee per i gioiosi fratelli dell’islam religione di pace.
    Diritto allo stipendio (Sala) per i fratelli migranti.
    Diritto ai consumi per i lavoratori e diritto al taglio delle ritenute fiscali.
    Diritto a più diritti per più tutti.
    Diritto al dirittismo.

  23. Sergio, mi dispiace ma questa tua versione dell’emigrazione europea non ha nessuna base nella realtà. Per emigrare nelle Americhe gli europei commisero un vero e proprio genocidio (alle volte involontario, con le malattie, altre del tutto volontario, con l’uccisione o la deportazione dei nativi, tutte cose molto ben documentate e note). Le Americhe cosiddette pre-colombiane erano abitate da una grande varietà di popoli, che spesso erano riusciti a mantenersi in equilibrio con l’ambiente in cui vivevano, e solo per questo all’europeo sembrava che il continente fosse disabitato. Non lo era: era abitato da una straordinaria varietà umana e biologica che gli europei distrussero e che non si è ancora ripresa. Stesso discorso per l’Oceania.
    La favola dell’italiano gradito e dell’africano sgradito non regge: tutte le migrazioni di massa richiedono la distruzione di qualcuno o qualcosa. Gli italiani oltre al lavoro esportarono anche mafia e terrorismo, soprattutto in America. Poi ci sono quelli “graditi” (da chi?), e quelli “sgraditi”, dipende dal momento e dalla persona, ma la storia della migrazione più o meno è sempre la stessa: molte buone cose, moltissima distruzione.

  24. Ugo: devi contare anche i discendenti. So che ad esempio ci sono più scozzesi e discendenti di scozzesi fuori dalla Scozia che dentro: immagino che anche per l’Italia valga lo stesso.

  25. Volendo tralasciare gli stranieri, io vedo dei gran discendenti di meriodionali e Veneti. I Piemontesi in Piemonte sono ormai minoranza etnica, e come tali subiscono quel che si subisce in quel caso.

    Ripeto: dove ci si ferma con questo (s)ragionamento? Quale parcellizzazione territoriale? Quante generazioni? Le quantità, quando si considera una situazione, non sono un fattore secondario, anche se le nostre dirigenze ci mettono un gran impegno a farci credere il contrario.

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