Cecenia

Ogni volta che sento elogiare Vladimir Putin come ‘uomo forte’, o difendere le ragioni della Russia nei vari conflitti in cui è coinvolta, mi viene in mente la Cecenia.

La Cecenia è una piccola repubblica facente parte della Federazione Russa e popolata a grande maggioranza dai ceceni, di religione musulmana. Nonostante secoli di resistenza non è ancora riuscita a ottenere l’indipendenza, ma solo guerre su guerre. Attualmente la Cecenia è governata da Ramzan Kadyrov, accusato di molti crimini tra cui torture, assassinii, sparizioni, e una violenta repressione del dissenso. Le traccie della guerra sono state cancellate, la Cecenia “pacificata”, e la popolazione vive in uno stato di terrore e sospetto reciproco forse ancor più terrificante della guerra. Se sentiamo parlare della Cecenia adesso è perché salta fuori qualche combattente ceceno nei vari focolai di guerra in giro per il mondo, in particolare in quelli che coinvolgono paesi islamici, o per la nuova notizia della persecuzione violenta degli omosessuali.

Io non sono mai stata in Cecenia, né conosco personalmente dei ceceni. Ho iniziato ad approfondirne la storia nel 2006, quando stavo facendo uno stage all’Osservatorio sui Balcani, che stava aprendo una pagina anche sul Caucaso, e io dovevo occuparmi di quest’area geografica con traduzioni e altre attività editoriali. Ho cominciato, com’era ovvio, leggendo i libri di Anna Politkovskaja, una giornalista russa che aveva seguito a lungo e con grande rischio personale (fu uccisa quello stesso anno) le vicende cecene. Lessi Un piccolo angolo d’inferno e La Russia di Putin, in cui la Politkovskaja descrive come le violenze commesse dall’esercito e dal governo contro i ceceni si ritorcano contro la società russa stessa, nella forma ad esempio della corruzione, della crudeltà contro gli stessi soldati nell’esercito, nell’assalto al Teatro Dubrovka.

Di storie tremende ne ho sentite tante, di guerre ne ho studiate, ma nessuna mi ha lasciato la stessa tetra, disperante impressione delle guerre in Cecenia. Dopo aver letto i libri della Politkovskaja, i pochi altri reportage che provenivano dalla regione, e i rapporti delle associazioni per la difesa dei diritti umani, avevo la sensazione di un inferno in terra, senza uscita e senza speranza; sapere di esistere nello stesso mondo in cui certe cose esistevano cambiava il senso che davo alla mia stessa vita. Era il genere di letture che fa stare seduti in silenzio con lo sguardo davanti a sé, chiedendosi che cosa significhi essere umani.

Ognuno ha una sensibilità diversa, e quello che tocca uno non è lo stesso di quello che tocca un altro. Se non emotivamente, però, almeno razionalmente ci sono cose che non possiamo che considerare tutti tremende. Ricordo una scena i cui la Politkovskaja va a pregare un ufficiale di stanza in Cecenia di permetterle di lavarsi, perché tutti i corsi d’acqua della regione sono contaminati da migliaia di cadaveri. In un’altra storia, una ragazza viene prelevata da casa dai soldati russi, trascinata per le scale per i capelli con tanta forza che glieli strappano, stuprata e uccisa.

Sono passati più di dieci anni da quando ho letto queste cose, e sto andando a memoria, ma non ne dubito né dubito dell’impressione che mi fecero. Non c’era nessun finale eroico, perché alla fine i ceceni nonostante la loro resistenza hanno perso, non solo per mano dei russi ma anche di altri ceceni; nessuna catarsi, e nemmeno qualche avvincente strategia militare o rompicapo geopolitico. Non c’era nemmeno la possibilità di compiacersi nel leggere una storia estrema, sapendo che è finta o comunque lontana. Non c’era giustizia, o consolazione. Solo orrore.

A me non piace la retorica, ma in questo caso non so quale linguaggio usare. L’Occidente non ha mai avuto il coraggio di fare niente per i ceceni, e non so nemmeno cos’avrebbe potuto fare. Di sicuro non poteva sfidare militarmente la Russia, né aveva l’autorità morale per intervenire. Avrebbe potuto provare con delle sanzioni, ma come vedete appena qualcuno mette sanzioni alla Russia c’è un sacco di gente che dice che non è giusto e un sacco di altra che se ne frega se è giusto o no ma vuole esportare.

Io credo nell’autodeterminazione e nella responsabilità collettiva dei popoli, ma alle volte il nemico è davvero troppo forte. Con l’incoerenza lampante tipica dei potenti, la Russia non si fa scrupoli a sostenere alcuni movimenti separatisti, come quello del Donbass, e a considerare criminali altri, come quello del Kosovo o della Cecenia. Si accoda al già assordante coro di condanna del “terrorismo”, quando la sua scelta di negare a un popolo l’autodeterminazione e a infliggergli atroci sofferenze contribuì a creare quel terrorismo che ora denuncia. Mentre l’Islam si è diffuso in Cecenia anche come forma di resisenza all’aggressione russa, la sconfitta del separatismo ha dirottato quella voglia di combattere che restava definitivamente verso la causa dell’ISIS, mentre la violenza si è scagliata contro le donne e gli omosessuali. I problemi non risolti non fanno che presentarsi con nuovi volti.

Non si sente molto parlare del Caucaso; la maggior parte della gente, e io stessa prima di andare all’Osservatorio, probabilmente non sa neanche che paesi ci sono di preciso o come sono fatti i suoi abitanti. La guerra cecena, già poco nota, è dimenticata, e ora Putin è una specie di eroe per una buona fetta dell’Occidente. Non è giusto attribuire a lui tutti i crimini dell’esercito russo in una guerra che cominciò prima che lui arrivasse al potere; ma fu lui a decidere che le cose sarebbero dovute andare così, e non altrimenti. È lui a sostenere, ricambiato, Ramzan Kadyrov. Aver approfondito la storia dei Balcani mi ha insegnato che spesso i cattivi non sono tutti da una parte; ma tutte le mie ricerche sulla Cecenia non hanno fatto che riconfermare la mia idea dell’enorme sproporzione dei crimini e delle colpe tra russi e ceceni.

Non riesco a convincere nessuno che quello che Putin fece o permise di fare in Cecenia è così tremendo che quest’uomo e il sistema di potere che rappresenta non potranno mai redimersi; che mentre noi giustamente ci indigniamo e ci interroghiamo su Guantanamo o i morti nel Mediterraneo l’esercito russo ha massacrato, torturato, umiliato e terrorizzato una popolazione civile per vent’anni con un’efferatezza che ha pochi pari nella storia recente. Cosa posso fare? Solo non dimenticare e provare, nel mio piccolo, ogni tanto a ricordare che successe anche questo.

Su uno degli ultimi numeri di Internazionale ho letto il necrologio di un fotografo americano, Stanley Greene, che aveva lavorato a lungo in Cecenia. Così scrive l’articolo del New Yorker tradotto da Internazionale: “Il suo lavoro nella repubblica, raccolto nel libro del 1998 [sic] Open wound: Checnkya 1994-2003, è estremamente tetro: ci sono molte immagini di persone morte o morenti, e molte altre che testimoniano inconcepibili atti di crudeltà. Una foto mostra uno scheletro sdraiato al suolo con braccia e gambe spalancate. In un’altra, la sagoma di un corpo è impressa sulla neve fresca. Un uomo ferito a morte alza lo sguardo dal terreno coperto di neve dopo un bombardamento russo, chiedendo disperatamente aiuto a Stanley con gli occhi. In altri ritratti, incontriamo mogli e vedove che hanno imbracciato il fucile dopo essere sopravvissute a stupri e torture. […] ‘La Cecenia fu l’esperienza decisiva per Stanley: vide un popolo con cui s’identificava fortemente dilaniato dalla brutalità russa, ma si rese conto che le sue immagini erano un documento eccezionale della loro sorte. A differenza di molti fotografi di guerra, Stanley non manteneva la ‘distanza professionale’ dal suo lavoro. […] Aveva una fiducia quasi infantile ma esaltante nella nostra possibilità di fare la differenza, sperando contro ogni aspettativa – e contro la sua stessa esperienza – che in qualche modo le sue immagini avrebbero spinto il mondo ad agire. Era l’aspetto più bello di Stanley: malgrado tutto il male che aveva visto, non ha mai smesso di credere nella bontà.’ ”

Forse comprerò questo libro: non bisogna dimenticare, e ognuno può assegnare a se stesso un pezzo di memoria. Per tornare sulla Cecenia e per scrivere questo post ho aperto di nuovo il sito dell’Osservatorio, che mi ricorda non solo che le ferite sono ancora aperte, ma anche che la vita va avanti e ci sono nuove storie da raccontare. Spero di aver fatto venire questa curiosità anche a qualcuno di voi.

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4 risposte a “Cecenia

  1. Io vorrei qualsiasi cosa, persino il demonio, Staln, se iniziassero ad affrontare, qui, il problema islamico e poi a risolverlo annullandolo.
    Nei Balcani e in Russia lo conoscono e l’hanno provato sulla loro pelle in secoli e hanno sviuppato un sistema immunitario efficace.

  2. Non riesco a capire cosa intendi. Vorresti fare un genocidio di tutte le persone di religione islamica?
    L’Islam nei Balcani era più moderato del cristianesimo, e si è andato radicalizzando come conseguenza delle guerre. I ceceni volevano l’autodeterminazione. Tra l’altro c’erano prima loro dei russi in quell’area, quindi non mi pare molto giusto invadere un territorio e poi lamentarsi della religione dei suoi abitanti.
    Se tu fossi nato in un paese a maggioranza islamica invocheresti lo sterminio di tutte le persone che conosci?
    Certe affermazioni mi lasciano senza parole.

  3. Prego osservare la fine dei serbi in Kosovo.

    Mamma li turchi!

    Vorrei solo ricordare che in arabo esiste una parola che traduciibile piu’ o meno in “conquista di un territorio in modo demografico”.
    In rete ci sono varie mappe di territori e paesi originariamente non islamici, poi misti e qundi, in seguito a pulizia etnica, resi (quasi) esclusivamente islamici.
    Oltre al Kosovo c’e’ il caso dimensionalmente rilevante dell’Egito, la Siria stessa, etc. ‘na listya lunga cosi’ (praticamente tutto il vicino oriente).

    Gaia, anche se a te non piacciono, nella realta’ esistono i gioci a somma zero.

  4. gaiabaracetti

    Questo non è il caso della Cecenia. Semmai, in Cecenia sono stati i russi a usare l’arma demografica, prima insediandovisi e poi deportando l’intera popolazione cecena dopo la seconda guerra mondiale.
    Nelle Americhe e in Australia furono i cristiani a far fuori quasi tutti gli altri. Allora cosa bisogna fare, uccidere i cristiani in Europa? In Africa? Per punizione?
    Ci sono tanti esempi di tanti tipi, non è che sono sempre solo alcuni ad essere invasori e altri invasi.
    La questione del Kosovo è complicatissima, ma se vuoi andare proprio all’origine origine origine probabilmente i primi lì erano gli albanesi (gli slavi arrivarono nei Balcani dal quinto secolo dopo Cristo, poco prima che altrove iniziasse l’espansione araba di cui parli).
    Se devi commentare sulla Cecenia commenta sulla Cecenia. Quello che hanno fatto altri islamici in altri luoghi del mondo non è rilevante.

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