il parmigiano in Canada (CETA)

Ieri mattina ho ascoltato la puntata di Tutta la città ne parla di Radio3 sul CETA, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada che è stato approvato dal parlamento italiano e, a larghissima maggioranza e senza che nessuno si preoccupasse di consultarci per paura della risposta, da quello europeo. Intervenivano, tra gli altri, il presidente di Coldiretti e il parlamentare PD pro-CETA Pietro Ichino. Condivido alcune mie osservazioni qui, sperando di indurre a riflettere sulla realtà che sta sotto alla retorica del Made in Italy da esportare a tutti i costi.

Innanzitutto, so di non essere stata l’unica a pensare che non si capisce mai, in questi dibattiti, chi abbia ragione, perché uno dice una cosa e l’altro dice che non è vera e che è vero il contrario, e così per un’ora. E sapete perché succede questo? Perché i giornalisti non si preparano. I giornalisti pensano che il loro unico compito sia chiamare gli esperti giusti e fare le domande giuste, ma c’è un piccolo problema: la gente mente – persino se è esperta, e soprattutto se rappresenta degli interessi. Oppure può presentare la realtà in modo formalmente corretto ma sostanzialmente equivoco. Sarebbe buona norma che i giornalisti avessero una solida conoscenza dell’argomento, così da poter dire: “veramente, il dato corretto è…”, “sul testo in realtà c’è scritto…” Questo non accade, un po’ per risparmiare tempo e denaro e un po’ perché così è il giornalismo nel nostro paese, per cui l’ascoltatore si sente come una pallina da ping pong tra due verità inconciliabili, che fa su e giù senza arrivare da nessuna parte, e poi: pubblicità!

[Esiste anche la versione del giornalista informato, alla Report-Presa Diretta: qui il problema però è che il giornalista si è anche già fatto un’idea ed è così, come si dice a Roma, fomentato, che finisce per aggredire l’intervistato con una serie di: eh, però, quindi voi, ma com’è possibile che, eccetera, e quando il poverino prova a replicare viene interrotto o tagliato e non ci è dato sapere cosa avrebbe detto]

Inoltre, c’è questa idea in giro per cui se a ogni dibattito inviti un ‘pro’ e un ‘contro’ allora il dibattito è equilibrato. Solo che ci sono cose più vere di altre, e se il giornalista non è competente ci si trova un medico che dice che i vaccini fanno male e un altro che dice che sono indispensabili e non si sa quale sia la verità.

Tra l’altro se il giornalista fosse stato più preparato forse anziché parlare fino alla nausea di Parmigiano avremmo sentito qualcosa di più sui tribunali arbitrali e sulla possibilità che le aziende americane passino dal Canada per entrare in Europa, che sono le questioni forse più controverse e che sono state nominate appena. Per non parlare di questi pericoli, si è sventolata la promessa di una maggior esportazione del Made in Italy.

Ichino ha quindi puntato sulla storiella dei poveri canadesi che si autopropinano il Parmesan cheese perché loro sono culturalmente abituati a mangiare male e il vero Parmigiano reggiano non l’hanno neanche mai assaggiato. Quando grazie al CETA i canadesi scopriranno la qualità italiana, che ormai è diventata un dogma come la verginità della Madonna, poi non non potranno più farne a meno e quindi i nostri produttori potranno esportare → crescita economica e posti di lavoro e soldi e canadesi felici.

Non prendiamoci in giro.

Innanzitutto, non è assolutamente vero, come diceva il senatore Ichino, che in Canada si mangia male perché i canadesi non hanno storia*. Io ho vissuto in Canada quattro anni e ho mangiato benissimo. Anzi: se si fa una media su un lungo lasso di tempo, direi che non ho mai mangiato bene in vita mia come a Montreal. È vero che alle volte la qualità degli ingredienti non è il massimo, ma questo succede anche in Italia (quassù è normale bere il cappuccino al bar fatto con il latte UHT…), e in compenso il Canada, essendo sostanzialmente popolato da immigrati, riesce a offrire una scelta incommensurabile tra tutto il meglio delle cucine del mondo – nel raggio di pochi chilometri da dove abitavo si potevano trovare cibo etiope, libanese, messicano, ebreo, vietnamita, tailandese, afghano… tutto eccellente, tutto servito a prezzi abbordabili in locali arredati con gusto. (E nessuno si vergognava se chiedevi di portare a casa quello che avanzava)

Non solo: a pochi passi da casa mia c’era un locale dove si cucinava in stile franco-canadese e servivano il poutine, un piatto autenticamente canadese che descritto sembra quello che si cucinerebbe Homer Simpson – patatine fritte coperte di formaggio e gravy, un salsa grassa solitamente di carne – e invece è buonissimo soprattutto a venti sotto zero – e dei locali ‘fusion’, dove cioè tutte queste diverse tradizioni culinarie venivano mescolate e rielaborate con risultati solitamente eccellenti. C’erano autentici ristoranti americani, cioè non fast food che è quello che pensiamo noi che mangino gli americani, un cinese così incredibilmente buono che si faceva perdonare i piatti sporchi impilati vicino ai tavoli… insomma avete capito. E ogni anno si faceva la festa dello sciroppo d’acero, che si può usare per condire tutto e che è una cosa dolce e buona. Quindi che in Canada si mangi male lo pensa solo Ichino. È vero, il formaggio più comune era una specie di cubetto di plastica monocolore, ma diciamoci la verità: l’universalmente decantato parmigiano reggiano che offriamo ai canadesi per salvarli da loro stessi è forse tanto diverso?

Di fatto, il grosso della produzione di uova, latticini e carne in Italia è ormai in mano a piccoli o grandi stabilimenti industriali in cui gli animali non vedono mai il pascolo e vengono alimentati con mais, soia e altri prodotti altrettanto industriali, spesso importati e perfino OGM (sì, in Italia si vendono legalmente mangimi OGM), e in cui le povere bestie vengono selezionate per produrre il massimo fino a violare le leggi della biologia e della fisica (polli che non si reggono in piedi, letteralmente, sotto il peso dei loro petti), spremute senza pietà e macellate appena iniziano a rendere meno. E pomodori e le arance sono raccolti da schiavi, che ogni tanto muoiono letteralmente di fatica. Per non parlare del Mediterraneo svuotato dei suoi pesci, degli scandali alimentari coperti da veterinari o altri controllori compiacenti, della diossina nei terreni…

Possiamo raccontarcela finché vogliamo, appiccicare tutti i marchi DOP, DOCG e compagnia bella che vogliamo, ma la realtà è che in Italia il terreno agricolo è poco e degradato, le bocche sono tante, gli ingredienti base dobbiamo importarli, compreso grano e olio d’oliva, chi ha basse rese è fuori mercato, e ormai quelli che una volta erano alimenti genuini sono dovuti soccombere alle logiche industriali, compresa la standardizzazione che si vorrebbe garanzia di qualità quando è proprio il segno per eccellenza che il prodotto è omologato. Ormai se si vuole mangiare un formaggio che sappia di qualcosa bisogna salire in malga (evitando i mesi in cui le bestie tornano nella stalla e mangiano, ormai anche quelle, mais e insilati) oppure conoscere qualche piccolo produttore che si ostina a usare pascoli e fieno e a personalizzare quello che fa. Se posso permettermi, io sono abituata a mangiare formaggi molto buoni, e sapete qual è una caratteristica dei formaggi buoni? Vengono prodotti in piccole quantità e non sono mai uguali. Vai in latteria o al mercato, chiedi cosa c’è, se hai dubbi assaggi, e senza porti il problema del marchio o del nome porti a casa quello che ti piace di più, che di solito è prodotto a pochi chilometri da dove vivi. Niente marchi, niente garanzie se non le minime regole sanitarie obbligatorie per legge, ma se il sapore non è buono o si scopre che il produttore fa il furbo, la volta dopo non lo prendi. L’unico modo di mangiare bene è sapere cosa mangi, e il marchio non ti dà quasi nessuna delle informazioni che ti servono, perché è progettato per vendere grandi quantità di un prodotto standardizzato e non per garantire l’ingarantibile, cioè la bontà. La bontà non è un dato geografico né una procedura, ma un risultato.

Alla fine della trasmissione di Radio3 sono stati letti i messaggi degli ascoltatori, che come ormai spesso accade hanno più buon senso dei giornalisti e degli esperti. Due in particolare: una diceva che non è possibile produrre il Parmigiano in quantità da esportazione senza snaturarlo, e l’altro che lui a Londra mangia una pizza buonissima fatta secondo la ricetta italiana ma con ingredienti locali. Questo dopo che era saltato fuori, come dichiarato dagli ospiti della trasmissione, che in Italia si importa già adesso grano canadese asciugato chimicamente e non al sole, perché costa meno, anziché consumare solo grano italiano. Non era chiaro perché, ma io ho una teoria: i canadesi sono pochi abitanti di un paese immenso. Una loro provincia ha dato il nome a una farina che usiamo regolarmente anche in Italia. Lo spazio che hanno è per noi inimmaginabile. Due città vicine in Canada sono a dieci ore di auto. E sicuramente i canadesi sono perfettamente in grado di produrre ottimi ortaggi, carne e formaggi, senza bisogno che ci scanniamo tra di noi per trovare il modo migliore di rifilargli i nostri.

Questa idealizzazione del cibo italiano è ridicola. Sì, in Italia c’è una cultura del cibo, come rito oltre che come alimento. Ma stiamo facendo di tutto per affossarla. E comunque, questa cultura deriva dall’accettazione delle novità, non dal purismo o da un senso indiscusso di superiorità. Il pomodoro, il mais e le patate, alla base di tante ricette tipiche, vengono dall’America, così come i fagioli che coltiviamo ora, le zucche, il tacchino. Il pollo viene dall’Asia, i limoni li hanno introdotti gli arabi, per non parlare del caffè, che è tutto importato anche adesso… Molte ricette regionali somigliano più alle ricette dei paesi vicini che a quella che uno si immagina sia la “dieta mediterranea” (e comunque esistono anche altri paesi nel Mediterraneo). Ogni luogo del mondo è in grado di produrre del buon cibo, purché nel scegliere cosa coltivare e come rispetti il proprio clima e la propria geografia.

Infine: per esportare cibo e bevande all’estero, e cioè sostanzialmente per soldi, stiamo distruggendo il nostro paese. La coltivazione del Prosecco, buona parte del quale viene esportato, sta facendo salire i prezzi dei terreni nel Nord Est, avvelenando di pesticidi lavoratori e residenti finché non possono più neanche uscire di casa, snaturando il paesaggio e sottraendo terreni a coltivazioni più utili per la sopravvivenza. Il giorno in cui i cinesi, che in questo sono bravissimi, troveranno il modo di farsi il vino da soli, voglio vedere se qualcuno dirà ai viticoltori italiani che se la sono andata a cercare e che potevano anche farci il favore di diversificare, come hanno sempre fatto i contadini che il vino lo producevano per sé e non seguivano le mode.

Per produrre latticini, carni, oli o dolci o ortaggi in quantità sufficienti sia all’autoconsumo che all’esportazione in un paese cementificato e sovrappopolato come il nostro va a finire che facciamo i furbi con i nomi e le etichette (guardate quelle dell’olio d’oliva – pare che i greci finalmente si stiano stufando di svenderci il loro), litighiamo tra di noi, impegniamo fior di menti a disquisire su trattati per poi farli passare di nascosto, ci lasciamo rimpallare tra lobby che dicono di fare i nostri interessi, e finiamo di devastare quel poco di territorio verde che ci è rimasto. In sostanza, ci stiamo prendendo in giro da soli.

Ci sono cose, come il caffè o la cioccolata, che tutti vogliono ma non tutti possono produrre. Se l’Italia li vuole, dovrà trovare il modo di offrire qualcosa in cambio, e va bene: il senso del commercio è questo. Ma non si può orientare l’intera produzione alimentare all’esportazione. Carne, latticini, cereali, ortaggi e frutta sono cose che quasi qualsiasi zona della terra può trovare il modo di produrre. Per non dipendere dalle importazioni e dalle esportazioni, e quindi per non esporsi al rischio di sanzioni, concorrenza globale, fluttuazioni dei prezzi e monocolture, il cibo ognuno dovrebbe produrselo da solo. Prima del guadagno, dei posti di lavoro e del prestigio internazionale, c’è la sopravvivenza di un popolo.

* Tra l’altro proprio in questi giorni il Canada sta celebrando i suoi primi cento cinquant’anni tra le proteste degli indigeni: “volevate dire quindicimila?”

Annunci

17 risposte a “il parmigiano in Canada (CETA)

  1. Che il CETA non sia un affare per l’agricoltura, non solo italiana, lo aveva già evidenziato una commissione del parlamento europeo. Ci si potrebbe chiedere se ciò interessa più di tanto a paesi come Germania, Danimarca, Olanda, Finlandia……E comunque il CETA non è concepito per essere un affare per l’Europa o per l’agricoltura europea, ma solo per determinati settori dell’economia o determinati attori di questi settori. E quindi Ichino ti parla del Parmigiano perché forse per i produttori del parmigiano il CETA rappresenta un affare veramente. Certo per chi andrà a comprare polli lavati col cloro e altre schifezza o per chi dovrà competere con una agricoltura estensiva meccanizzata le cose saranno diverse….
    Ichino è poi un signore che magnifica la flessibilità del lavoro dal suo scranno inamovibile di prof universitario e di senatore….cosa ti aspetti da uno del genere? Non puoi aspettarti altro che str…..te.

  2. Lorenzo, perdonami ma non posso approvare un commento così lungo che parla così velocemente di così tanti temi. Se vuoi che sia approvato scrivine uno più breve e più sull’argomento specifico.
    (Lo jus primae noctis nel Medioevo non è mai esistito, è una leggenda)

  3. Sarò banale ma condivido nella sodtanza il tuo post. In un mondo globalizzato il made in italy ha i giorni contati. Ti riporto una frase che mi disse una guida della valvenosta mai rassegnato che la su valle sia diventata da produttrice di tantissime varietà alimentari, cereali compresi, ad un unico meleto lungo 70 km.: ” la monocoltura porta al monopensiero. Meglio starci lontani”

  4. Bello.
    La monocultura/monocoltura è intrinsecamente antiecologica. L’ecologia è fatta di interazioni tra esseri viventi e non, in cui ognuno ha il suo ruolo e la diversità fortifica.
    Leggevo un articolo su come il boom della quinoa sta danneggiando le Ande e adesso ci sono progetti per sostenere l’allevamento dei lama, parte integrante dell’agricoltura tradizionale in quelle zone: http://www.lastampa.it/2017/05/27/scienza/ambiente/focus/il-boom-della-quinoa-buona-per-la-salute-non-per-le-ande-JRPFfuZqOtByOIXVnhJAvI/pagina.html.
    Una ragazza che è stata in Africa, non ricordo dove, ha detto (mi è stato riferito) che il cacao lo producono ma i coltivatori non possono permettersi di comprarlo, perché costa troppo. Questo è l’esempio migliore di cosa NON deve succedere. Magari un giorno troveremo il modo di coltivare anche qui cacao e caffè, oppure di consumarne di meno e sostituirlo con altre cose, lasciandone un po’ anche a chi lo produce.
    Non ho mai incontrato una cucina tradizionale che non fosse buona, quando cucinata bene. Bisogna celebrare questa cosa, anziché creare loghi e feticci.

  5. Per quanto mi riguarda hai scritto una serie di cose talmente di buon senso da risultare ovvie. Eppure son certo che in tanti direbbero che stai farneticando. Ad esempio, sai quanti ti darebbero della fascista retrograda (e magari anche razzista, che fa moda e ormai non si risparmia più a nessuno) per questa quanto mai opportuna frase? “Per non dipendere dalle importazioni e dalle esportazioni, e quindi per non esporsi al rischio di sanzioni, concorrenza globale, fluttuazioni dei prezzi e monocolture, il cibo ognuno dovrebbe produrselo da solo.” Già, perché ricorda tanto il vecchio e “l’Italia fa da sè”, motto del quale si è persa completamente la consapevolezza dell’importanza, particolarmente in tempi di magra. Non mi soffermo sulle implicazioni, tanto hai capito. Sei sveglia.

  6. Il problema dell’autarchia fascista era il suo essere finalizzata a un progetto imperiale aggressivo nei confronti di altri popoli. Se non fosse per questo, per la spinta fascista alla crescita demografica, e per gli impatti ambientali delle bonifiche, potrebbe anche essere un modello.

  7. E’ da quel dì che sostengo che conservare la possibilità di ripiegare rapidamente ed efficacemente su forme di autarchia d’emergenza è il minimo che possa fare chi pretende di mettere scale antincendio in ogni dove, scialuppe su ogni scialuppa e assicurazioni anche sulle gambe della sedia della zia. Il mio concetto di autarchia d’emergenza, ovviamente, non si applica a livello nazionale, bensì a livello di piccole unità territoriali che comprendano non più di una manciata di centinaia di persone. Tutto quello che si fa oltre il livello dell’autarchia d’emergenza va bene fino al punto in cui viene danneggiato il meccanismo “di fuga” — insomma, è un po’ come se su un traghetto si togliessero le scialuppe per far spazio a duecento passeggeri in più: finché va tutto bene son pacche e sorrisi; appena succede un quid è una pioggia di letame da annegarci dentro.

    Mediamente, abbiamo perso il senso della concretezza in merito alla consapevolezza sul senso degli approvvigionamenti; le dirigenze, invece, probabilmente sanno e strasanno, epperò agiscono con un’alzata di spalle pensando di poter cavalcare la tigre indefinitamente per via del vantaggio dovuto alla loro posizione. In altre parole, sanno che la fila di quelli sacrificabili prima d’arrivare a loro è ben ben lunga e, da criminali quali sono, aprofittano della situazione.

  8. gaiabaracetti

    Sì, però se sei dipendente solo da quello che produci a livello locale nel momento in cui c’è una cattiva annata o succede qualcosa che blocca la produzione, come una guerra, rischi di fare la fame se non hai buoni rapporti con i vicini o con qualcuno che ti soccorra in caso di emergenza, a patto che tu faccia lo stesso per loro. Anche una chiusura completa è rischiosa, anche se meno della dipendenza totale.

  9. Non mi sono spiegato: autarchia d’emergenza — la possibilità d’essere autarchici all’occorrenza. Noi l’abbiamo svenduta, non ce l’abbiamo più. Pensa un po’ se “i vicini” non possono o non vogliono più venderti la loro “roba”, magari perché per qualche motivo ne hanno a malapena abbastanza per sè (o neppure quello)…

    Si commercia allegramente tenendosi pronti in caso commerciare non fosse più possibile o anche solo conveniente.

  10. il costo del cioccolato per gli africani viene spiegato in questo documentario sul colpo di stato in costa d’avorio. Un documentario RAI, a quanto pare! Se avete la pazienza di vedervelo tutto…

  11. gaiabaracetti

    Manca il link.

  12. Pardon…si chiama La Francia in nero

  13. L’autarchia di emergenza mi piace. L’ho sempre pensata come la necessità di avere per quanto piccolo un’esercito o un’estintore, cioè una cosa da tenere ben oliata e da usare in caso di emergenza.
    Nel mio piccolo faccio l’orto anche se non ne ho alcuna necessità.

  14. Il globalismo e’ un nuovo oppio che affascina molte persone.
    L’illusione e’ quella di prenderne il buono e di scartarne il cattivo.
    La cosa buffa e’ una delle ennesime voltate di gabbana della “sinistra”: i No Global di Casarin che sono diventati furiosalemte, fondamentalisticamente Si’ Global, No Borders, “il mondo e’ di tutti” e altre assurdita’ del genere.
    Utili idioti al servizio dell’ultracapitalismo globale, apolide e dei progetti di ingegnerizzazione sociale mondiale.

    Quando osservo, qui, che gli allevatori possono sopravvivere solo vendendo Parmigiano – Reggiano ai cinesi, io osservo questa perdita di senso globale. La stessa perdita di senso per cui non riesco piu’ a trovare dei manufatti prodotti in Italia o in Europa che non siano il ciarpame cinese “USA, si rompe e getta” che ci impesta la vita e le discariche, che alimenta l’aereosol di rifiuti emesso H24 dagli inceneritori.

    Notare che gli “stati demoniaci” secondo la catechesi imperante sono e furono proprio quelli che si opponevano all’invasione globalista economica e culturale de loropaesi, l’Albania comunista di Enver Hohxa, ora la Corea Settentrionale, ancora, prima la comunista Birmania,i plausi scorticamani quando l’India ha deciso di imporre la GDO.
    Solo che qui, la sinistra al caviale, quella di Scalfaro, Parenzo, Soros,Testa, De Benedetti, delle sacerdoitesse Boldrini e Vendola dei loro sermoni moralisticheggianti che impartiscono a te,piccolo borghese o sottoproletario o capitalista inferiore, ignorante e rozzo che non ti adegui, etc. e gli stuoli di zelanti del politicamente corretto progressista hanno riformulato la pappa masticata da fornire agli adepti dell’oppio marxista.
    Le castalie hanno deciso Si’ Global e le masse di militanti obbediscono, giravolta di 180 gradi e via con gli slogan contrari a quelli dei luistri precedenti.

    Non si puo’ pensare che la cultura dell’agricoltura, del cibo che sono le prime culture ambientali e identitarie siano frantumate da questa hybris il cui scopo, finale, e’ la Distopia 2.0, l’inferno progettato dalle castalie neosovietiche (dopo la versione 1.0, terminata nel 1989) per lo sfruttamento globale di masse informi, tritate, mescolate, svuotate di cultura e identita’, da manipolare secondoi propri scopi e fini nel disegno della Nuova Societa’ Globale.

    P.S.
    Scusate, scrivo con una tastiera anglosassone senza accentate.

  15. La ratifica del CETA prevista per ieri è saltata…..buon segno.

  16. Bon Gaia, immagino che tu sappia che la carne del S.daniele non viene in massima parte dal Friuli e che se vai a prendere il formaggio alle malghe del Montasio il latte utilizzato non viene dall’altipiano. E che probabilmente in un futuro si produrrà Prosecco fino a Napoli, pur di stare dietro al mercato….Mi pare che bisognerebbe porre una regola più stringente sui legami tra prodotti “tipici”, dop ecc ecc e la provenienza della materia prima….un po come sui marchi MADE IN…..ma tant’è.
    Per il resto il vero scandalo è l’articolo del Fattone quotidiano, che spesso si distingue per pochezza, a dir poco.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...