un’idea di libertà

Ultimamente ci viene detto molto spesso che dobbiamo temere il ritorno dei nazionalismi. Anzi: quando ci viene raccontato che il nazionalismo sta tornando, si dà già per scontato che ne abbiamo paura. La parola “nazionalismo” indica immediatamente un negativo assoluto; su questo punto siamo tutti d’accordo. Chi non è d’accordo è una persona molto cattiva. Il nazionalismo, accompagnato dai suoi fratelli xenofobia, protezionismo e, con qualche deroga parzialmente comprensiva, populismo, è il male e va sradicato al suo minimo ripresentarsi. Curiosamente, in realtà, questo trattamento viene riservato solo ad alcuni nazionalismi, cioè a quelli che corrispondono a una nazione formalmente riconosciuta come stato sovrano, preferibilmente se ricca e occidentale, e non tanto ai movimenti separatisti, come quello scozzese, filoeuropeista, o catalano, o basco, considerati ‘di sinistra’, o ai nazionalismi delle ex colonie, che ci mettono in crisi, o al nazionalismo curdo, che è eroico.

Questo orrore automatico nei confronti del nazionalismo europeo fa parte dei luoghi comuni contemporanei e delle barriere che vengono continuamente erette nel dibattito pubblico, per poi procedere a far finta che non esistano e che al di fuori di quelle barriere non esista che il nulla o il male. Ma il nazionalismo non è sempre stato aggressivo, razzista, guerrafondaio o addirittura genocida, e questo sotto sotto lo sappiamo ancora, altrimenti gli scozzesi verrebbero trattati come dei naziskin e non come un popolo con il suo diritto all’autodeterminazione.

Io direi, anzi, che la storia del nazionalismo offre molte risposte ai problemi attuali e che dovremmo ripassare come questa idea nacque e perché. È anche utile per ricordare che ogni buona idea prima o poi degenera, e si trova a dover lasciare il passo a un’altra buona idea che a sua volta degenererà. Anzi: ogni buona idea contiene in sé i germi della sua perversione. Successe al cristianesimo, per dire, al comunismo, al nazionalismo, alla globalizzazione… per alcuni queste idee erano pessime già da subito, ma per altri contenevano un potenziale emancipatorio o di progresso che offriva una soluzione ai problemi del momento. Generalmente, chi ci credeva pensava di aver trovato una soluzione definitiva, non temporanea. Il fatto è, però, che la stasi non è di questo mondo e nessuno stato di cose può considerarsi permanente. Come un ecosistema, qualsiasi società umana non può aspettarsi di approdare alla perfezione, ma solo di adattarsi via via alle circostanze che inevitabilmente mutano. Le idee sono risposte alle circostanze.

Non proporrò di resuscitare il nazionalismo: le idee si ripresentano ciclicamente, ma sempre un po’ modificate. Mi limiterò a offrire qualche spunto, usando come guida una serie di lezioni tenute nel 1947 dallo storico Federico Chabod e pubblicate con il titolo L’idea di nazione. Quando tenne queste lezioni, Chabod era appena stato testimone delle espressioni più estreme e devastanti dei nazionalismi europei, e ne aveva fatto anche le spese di persona, trovandosi a vivere la contraddizione di essere un italiano di madrelingua francese, in quanto valdostano, quindi soggetto ai tentativi di snazionalizzazione del regime fascista. Nonostante questo, racconta una storia onesta e affascinante del nazionalismo europeo.

L’idea di nazione emerse insieme al Romanticismo e servì ad affermare il “principio di individualità” in contrapposizione alle “tendenze universalizzanti dell’Illuminismo”; inoltre contribuì a riportare al centro della vita pubblica e culturale le emozioni e le passioni dopo un periodo intellettuale di esaltazione della ragione. La ragione è universale; la fantasia e il sentimento si esprimono in ciascuno in modo diverso. L’amor di patria non è un ragionamento: è un ardore, uno slancio dell’anima. La ragione parla a tutti gli esseri umani, ma non è l’unica lingua possibile; la fredda razionalità non lascia spazio ai sentimenti, alla grandezza e agli atti eroici, ed evidentemente l’umanità senza di questi non può stare tanto a lungo. Lo vediamo anche adesso: mentre alcuni si compiacciono dei progressi dell’economia, del commercio e della tecnologia, altri si sentono insoddisfatti e non vedono l’ora di immolarsi per un ideale, che sia il fondamentalismo islamico (guerre di religione, già viste), o la liberazione del proprio popolo, in particolare nelle ex colonie (nazionalismo, già visto).

Inoltre, a un’ideologia che – semplificando molto – tendeva al cosmopolitismo e all’universalismo, e quindi anche ad un certo appiattimento della natura umana su alcune linee comuni, il Romanticismo si opponeva esaltando le differenze e l’unicità di ciascuno. E come ogni individuo è diverso dagli altri, così anche ogni nazione ha le sue caratteristiche, la sua unicità, e la sua personale funzione storica.

La storia è ciclica. L’Illuminismo era in buona parte una reazione al fanatismo, all’oscurantismo, ai crimini commessi in nome di princìpi superati. Il Romanticismo allora fu una reazione all’Illuminismo. Tra le varie cose, come ho detto, il Romanticismo esaltava l’unicità degli individui e delle nazioni; questa non era solo una questione filosofica ma anche una pratica, perché nell’Ottocento in molti si diedero come obbiettivo riscoprire tradizioni popolari (letterarie, musicali, di costume…) che rischiavano di cadere vittime dell’oblio, del progresso o degli imperi. È grazie a questo interesse che abbiamo le storie dei Grimm o la musica di Dvořák, per fare degli esempi.

Il rapporto tra diversità e uniformità è molto interessante perché nella realtà l’una presuppone l’altra. Senza uniformità interna, non esistono collettività che si distinguano le une dalle altre; con un’eccessiva uniformità, non resta che l’individualità del singolo come unico baluardo contro l’ugualità assoluta. Un mondo fatto solo di individui o al massimo gruppetti non è possibile e non sarebbe nemmeno tanto interessante; un mondo in cui esistono solo collettività diverse tra loro e internamente omogenee sarebbe soffocante per chi non si riconoscesse in un modello costituito. Infatti, non esistono né l’uno né l’altro estremo, anche se continuano a cercarci di propinare il primo, chiamandolo multiculturalismo.

Qui apro una mia parentesi: la “diversità” tanto esaltata sui media e nel dibattito pubblico, anche qui senza possibilità d’appello (non sarai mica CONTRO IL MULTICULTURALISMO???), a me sembra invece un cosmopolitanismo omogeneizzante. Se non esistessero culture diverse, non potrebbe esistere il multiculturalismo; se non esistessero gruppi etnici, non potrebbe esistere un ambiente multietnico. Culture e gruppi etnici non nascono solo dalla mescolanza, ma anche dall’esclusione. Se tutto si rimescolasse continuamente, le persone non riuscirebbero a formare i gruppi relativamente stabili dai quali hanno poi origine le diverse tradizioni, i div-ersi stili, le lingue, le caratteristiche somatiche… voler imporre la più assoluta mescolanza a qualsiasi angolo del pianeta significa negare i presupposti stessi dai quali nasce quella diversità di cui ci si fa paladini.

Se allora dobbiamo accettare che qualsiasi luogo del mondo, dal piccolo paesino alla metropoli, sia sempre e comunque multi-tutto, dobbiamo rinunciare a quell’isolamento nel quale nascono le tradizioni che poi vanno a mescolarsi. La vera diversità presuppone una differenza; la differenza presuppone un confine. Un confine non è necessariamente impenetrabile (anzi, rarissimamente lo è), ma ha varie funzioni tra cui quella di preservare le differenze che poi servono da arricchimento per tutti o addirittura da salvezza in momenti di crisi (la resilienza di cui tanto si parla, ma divago).

La consapevolezza delle differenze tra popoli c’è sempre stata, ma secondo Chabod le prime manifestazioni della specifica idea di nazione di cui stiamo parlando, che era, più che un’osservazione esterna, un senso di appartenenza e “un fatto spirituale”, si trovano in Svizzera, anche come reazione all’egemonia culturale della Francia. Caratteristiche di questo nazionalismo sono l’idealizzazione della montagna (che continua ai giorni nostri), e della semplicità, della saldezza e della virtù dei suoi abitanti, e la tradizione svizzera di libertà: città libere, cantoni liberi. Per gli svizzeri si trattava di un patrimonio comune, nazionale, da difendere contro le ingerenze esterne e gli influssi corruttori soprattutto francesi. Per gli italiani, invece, la libertà non era un retaggio del passato ma andava conquistata. Chi tanto deplora il nazionalismo al giorno d’oggi dimentica che l’Italia è stata a lungo non soltanto divisa in città e principati autonomi spesso in guerra tra loro, ma anche sotto dominio straniero, con tutto quello che ne consegue, tra cui invasioni, sfruttamento e limitazione delle libertà politiche. E perché gli italiani (o quelli che sarebbero diventati gli italiani) fossero disposti a dare la vita per unire l’Italia e porre fine al dominio straniero, serviva che l’idea di patria fosse qualcosa per cui valeva la pena morire – non solo un ideale, ma una passione, quasi una religione – la patria era sacra. Questa idea adesso fa ridere, ci sembra una roba da Casa Pound, ma in un momento storico in cui l’alternativa era una perenne sudditanza, la patria era davvero la salvezza. Non solo: chi non aveva sacra la patria, aveva sacro qualcos’altro – ad esempio, il re.

A questo punto Chabod fa un’osservazione interessante: “nell’unico Stato anazionale europeo, l’Impero austro-ungarico (svizzeri e belgi si sentono nazione non meno delle altre), la religione della patria fu sostituita dal culto della dinastia, l’unica forza morale che riuscì a tenere insieme, a lungo ancora, quell’agglomerato di popoli vari.”

[L’altro giorno ho visto sul Messaggero Veneto un annuncio che ricordava la morte di non solo quale imperatore asburgico, con la scritta in friulano, tedesco e sloveno: i tuoi popoli ti ricordano. Per dire che c’è chi ci crede ancora con lo stesso ardore]

Questo per me è interessante perché è evidente che, se si vuole che le persone siano disposte a sacrificare qualcosa senza un tornaconto immediato – ricchezza, tempo ed energie, la propria vita – bisogna che credano in un’entità collettiva che li comprende e in funzione della quale il sacrificio ha un senso. Per alcuni questa entità non va oltre la famiglia; per altri arriva alla comunità, che può coincidere con la nazione oppure no, per altri è l’impero, o addirittura una religione globale, come il cristianesimo o l’Islam. Curiosamente, l’identità che ci viene proposta adesso, quella dell’Europa, è forse quella che nella nostra storia ha fatto più fatica a mobilitare le masse e scaldare gli animi. È una cosa che piace alle elite, ai colti, ai viaggiatori cosmopoliti, ma la gente non la sente perché non la vede e non capisce bene cos’è, se non il contrario della guerra, e questo è già qualcosa.

Chabod, però, ricorda che il nazionalismo italiano originariamente non era anti-europeo, ma, al contrario, europeista: l’obiettivo dei patrioti non era solo liberare la propria patria, ma creare una Patria delle Patrie, come diceva Mazzini, cioè un’umanità libera e fraterna. Umanità quella volta voleva principalmente dire Europa; i nodi del colonialismo non erano ancora veramente venuti al pettine. Tra l’altro, il nazionalismo italiano come tanti altri era un fatto europeo: i suoi esponenti andavano in giro per l’Europa a rifugiarsi o a mobilitare forze e denaro, venivano aiutati, ascoltati, discussi, addirittura venerati in altri paesi, che fosse per tornaconto o per simpatia, o entrambe le cose assieme. Queste sono cose che succedono ancora adesso in Europa, ma soprattutto con popoli extra europei. Gli italiani nell’Ottocento erano un po’ i curdi d’Europa: un popolo con una grande tradizione, ma smembrato dalla geopolitica. E, come adesso c’è chi lavora per l’idea e chi fa i suoi conti, nell’Ottocento c’era chi si chiedeva se fosse il caso di aiutare gli italiani a unirsi o fosse meglio lasciarli così com’erano, divisi e deboli. Qui entravano in gioco l’economia, la geopolitica, la logica di potenza… ma questo non significa che non ci fosse gente che credeva nell’idea punto e basta.

Questa dimensione europea del nazionalismo è forse l’aspetto più dimenticato nel dibattito attuale, eppure fa parte anche dei nazionalismi contemporanei e quindi dovremmo essercene accorti: esiste un nazionalismo esclusivo, basato sulla sopraffazione, tanto quanto esiste un nazionalismo cooperativo, basato sull’idea che i popoli non sono uguali e interscambiabili, ma che, ognuno seguendo la sua strada, tutti hanno diritto all’indipendenza e alla libertà e il dovere di rispettare l’indipendenza e la libertà altrui.

Il libro ha un’interessante appendice su Rousseau, che contrariamente a quanto si potrebbe pensare era un sostenitore piuttosto estremo del nazionalismo, arrivando addirittura a incitare alla xenofobia – non i francesi però: i polacchi. Questo è interessante: Rousseau, ginevrino di nascita e residente in Francia, osservava che ciascun popolo ha le sue caratteristiche e le sue esigenze, e che riconoscersi in queste può voler dire anche disprezzare quelle altrui. In effetti, tra l’essere orgogliosi di quello che si è e il ritenersi migliore degli altri il confine non è così netto, per cui un popolo troppo orgoglioso potrebbe scivolare facilmente nel disprezzo degli altri popoli. Anche qui, però, si tratta di un meccanismo umano che non appartiene soltanto al nazionalismo – e neanche soltanto alla religione. Ad esempio, in ambienti cosmopoliti, sedicenti anti-razzisti, anti-xenofobi, eccetera, il disprezzo non si rivolge contro uno specifico gruppo etnico (guai!), ma, spesso, contro il proprio popolo, colpevole di non essere abbastanza aperto, colto, di votare i politici sbagliati… la necessità di identificarsi in un gruppo è sempre presente: c’è chi è onesto riguardo al gruppo a cui appartiene, e chi finge di essere al di sopra di ogni discriminazione e poi discrimina chi non è d’accordo con lui.

Un altro pensiero interessante e antiuniversalistico di Rousseau era che non importava tanto che le leggi di un paese fossero giuste in un senso astratto e universale: le leggi giuste sono quelle che un popolo sente come tali. Questo per me è un pensiero saggio e uno dei motivi per cui l’Europa non può funzionare: perché quello che è normale e accettato in un paese scandinavo non necessariamente funziona in Italia, in Grecia o sulle Alpi. Sarebbe meglio che ogni popolo avesse le sue leggi.

Ma cos’è un popolo?

Uno dei problemi del nazionalismo europeo, e di come venne copiato ed esportato altrove, è che non è possibile tracciare una linea pulita tra una nazione e un’altra. L’Italia, che nacque da così nobili ideali, contiene al suo interno troppa varietà di storie, costumi, economie e persino lingue per stare insieme. L’unità d’Italia è stata ottenuta al prezzo non solo del sangue di chi combattè per essa, ma di politiche economiche, linguistiche e migratorie che causano tutt’ora rancori tra una regione e l’altra.

Tra le prime vittime del nazionalismo europeo, forse prima ancora degli stati vicini, ci furono le minoranze interne agli stessi stati-nazione che si volevano creare. Per fare l’Italia bisognava smussare o sminuire le differenze tra italiani, uniformando la lingua italiana e mortificando tutte le altre, snazionalizzando toponimi, imponendo la stessa scuola a tutti e persino spostando le persone in massa per guerra o per lavoro – il che ebbe un effetto lento e taciuto ma alla fin fine profondamente alterante. Infine, l’unità italiana si ottenne umiliando gli appartenenti alle minoranze, soprattutto quelle che si sentivano nazione a sé, facendoli sentire inferiori, ridicoli, ignoranti – oppure direttamente perseguitandoli. Questo è successo in tutta Europa, fino all’estremo: incarcerazioni e torture, leggi contro l’uso pubblico delle lingue, spostamenti forzati o manovrati di popolazioni… Ma qual è stata la risposta a questo tipo di nazionalismo che opprimeva le nazionalità non riconosciute? Non l’internazionalismo, ma una serie di separatismi nazionalistici che miravano a dare alle comunità mortificate dallo stato nazionale a loro volta libertà e autonomia o indipendenza – persino il sedicente internazionalismo jugoslavo aveva avuto bisogno di una misura di nazionalismo anti-italiano per mobilitare le masse slovene e croate, che spesso degli italiani non ne potevano più. Comunque, tra queste nazionalità senza stato in lotta con lo stato si è spesso creata una solidarietà inter-nazionale che ricorda quella che ci fu, nell’Ottocento, tra le nazionalità contro gli imperi.

Io questo l’ho notato osservando il mondo delle “lingue minoritarie” (ora si dice: “minorizzate”) e il modo in cui tra baschi, sardi, sami, friulani, irlandesi e scozzesi di lingua gaelica, e tanti altri, c’è una collaborazione e reciproca comprensione basata anche sulla comune esperienza nazionale. Mi immagino che tra greci, italiani, polacchi dell’Ottocento dovesse esserci qualcosa di simile.

Se il nazionalismo può portare alla solidarietà e alla celebrazione delle differenze, direte voi, allora perché ha una così cattiva reputazione? Principalmente perché siamo traumatizzati dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ora, io non vorrei fare in poche righe del revisionismo spicciolo, ma l’idea che fu il nazionalismo a portare i popoli d’Europa a scannarsi tra loro è quantomeno superficiale.

Innanzitutto, osserverete che nella storia umana le motivazioni per scannarsi a vicenda non sono mancate e si sono riproposte per millenni con ciclica, implacabile originalità. Ci sono state le conquiste degli imperi, le guerre di religione, quelle etniche e quelle ideologiche; ci sono stati i massacri dei governanti contro i loro popoli, il colonialismo, le folle inferocite, le rivoluzioni, il terrorismo… ogni volta che una qualche collettività scatenava la sua furia contro un altro gruppo di esseri umani si trovava un motivo per farlo: si trattava di infedeli, razze inferiori, barbari, nemici del popolo, borghesi, terroristi, ribelli, eretici, oppressori… e poi, guardandosi indietro, si scopre che queste persone da sterminare o da sconfiggere erano lì da un bel po’, e che prima non davano così tanto fastidio; spesso c’erano incroci, migrazioni, commerci, spesso si stava tutti nella stessa città… Cos’è che scatena la violenza?

Ovviamente, io non posso dire di detenere la risposta definitiva, ma la mia interpretazione della storia è che si tratti sempre di condizioni materiali. A un certo punto, succede che un popolo si espande ai danni di un altro e ne vuole le risorse, oppure non può più sfamarsi ed emigra, oppure che crollano le istituzioni e chi non si sbriga ad accaparrarsi quello che resta finisce travolto; oppure un impero ha fame, oppure è debole e i popoli attorno, lì da secoli, finalmente hanno la loro occasione per depredarlo un po’, oppure il padrone adesso calca troppo la mano e non offre abbastanza in cambio, rispetto a prima, o fa meno paura… abbiamo un motivo che prima non c’era, e allora salta quel limite che ci impedisce di uccidere, violentare, distruggere… l’impensabile diventa possibile, e l’orrore realtà. E nell’orrore spesso c’è anche la liberazione, e nella liberazione una nuova schiavitù…

Prendiamo Italia e Germania, il cui ruolo storico viene spesso sbandierato come esempio per eccellenza degli orrori del nazionalismo. I due paesi non si equivalgono: come ricorda Chabod, il nazionalismo tedesco era più “naturalistico”, e cioè etnico, e quello italiano “volontaristico”, persino durante il fascismo, per cui era almeno teoricamente possibile trasformare in italiani quelli che non ancora lo erano per sangue o lingua – ma tralasciamo questo aspetto. Cosa fecero Italia e Germania?

L’Italia e la Germania volevano espandersi come avevano fatto tutti gli altri paesi europei, ma non era rimasto molto. Gli italiani provarono ad allargarsi a spese di quel poco che era rimasto dell’Africa, mentre i nazisti puntavano all’Europa dell’est. Che nel caso dell’Italia non si trattasse solo di nazionalismo di tipo fascista può ricordarlo ad esempio il discorso di Giovanni Pascoli sull’Italia “grande proletaria”. Il colonialismo non fu un’invenzione italiana; era un’esperienza europea che durava da secoli con motivazioni ufficiali che cambiavano con il tempo ma che nascondevano sempre spinte demografiche e interessi economici e che facevano da copertura a orrendi massacri e sfruttamento.

I crimini italiani in Africa, di cui gli italiani sanno ancora poco principalmente perché non vogliono sapere, non furono tanto diversi da quelli commessi da tutte le altre potenze europee nelle Americhe (dove a loro volta degli imperi autoctoni avevano assoggettato e schiavizzato altri popoli autoctoni prima dell’arrivo degli europei), in Africa (vedi sopra) e in Asia (idem). La Germania voleva colonizzare dei territori europei per prenderne le risorse e sterminarne o soggiogarne le popolazioni. Non esattamente una novità.

La Germania scatenò una guerra in Europa dopo millenni che gli europei si facevano guerre a vicenda; perseguitò i rom e gli ebrei che gli europei e i cristiani perseguitavano sin dai tempi dell’Impero Romano (prima li avevano perseguitati gli altri) e commise un genocidio che, anche se viene ora considerato eccezionale, e anche se voi credete che lo sia (io non lo credo), fu comunque “solo” uno dei numerosi genocidi che si verificarono nella storia umana sotto forma di massacri veri e propri, deportazioni, carestie organizzate, conquiste o incarcerazioni di massa, su base etnica, religiosa o politica, ad opera di regimi imperiali, teocratici, comunisti, o di bande sciolte variamente composte. Noi conosciamo l’Olocausto meglio di altri genocidi perché è vicino a noi geograficamente e temporalmente, perché è molto ben documentato, perché le sue intenzioni furono pubblicamente dichiarate, e perché i sopravvissuti ebbero la volontà e i mezzi per sostenere il faticoso lavoro della memoria. Ma la storia è strapiena di questo genere di cose, nazionalismo o non nazionalismo.

Quello che voglio dire non è che quello che fecero Italia e Germania negli anni ’30 e ’40 non fu grave, ma che non fu l’unico sbocco possibile né l’unico sbocco storico di un pensiero nazionalista e che, viceversa, crimini simili ai loro furono commessi con motivazioni molto diverse in innumerevoli altre circostanze. Forse dico addirittura cose banali: in fondo non mi sto rivolgendo a un dibattito storico, che va ben oltre queste cose, ma a un dibattito mediatico. La retorica nazionalista, con il suo corredo di superiorità e purezza della razza, aggressività internazionale, unità interna al servizio di una divisione gerarchica della società, eccetera, fu il volto che venne dato a una spinta aggressiva che aveva così tanti precedenti nella storia umana e che esiste ancora con altri nomi.

Se siamo pronti ad accettare che il nazionalismo porti inevitabilmente all’aggressione, dovremmo anche accettare che la religione faccia lo stesso; dovremmo quindi trattare nel dibattito pubblico la religione con lo stesso unanime orrore con cui trattiamo il nazionalismo. Prendiamo l’Islam: è o non è una religione di pace? A leggere le scritture, probabilmente no, così come non lo è l’ebraismo o il cristianesimo. I libri sacri sono pieni di schifezze.

(Comincio a temere per la mia incolumità)

E anche se lo fosse, questo non basterebbe: in Asia i pacifici buddisti sono impegnati a perseguitare indù e musulmani (e viceversa) tanto quanto lo furono atei, cristiani o correligionari su correligionari.

Al tempo stesso, ci sono tantissimi musulmani (e cristiani, eccetera) che vivono in modo completamente pacifico, e questo perché non basta un libro a far sì che la gente molli la sua vita, la sua famiglia, i suoi piaceri quotidiani, per andare ad ammazzare qualcuno che non la pensa come lei. Quello che solitamente la gente fa è credere in un libro sacro che difficilmente ha letto per intero, spesso solo perché lo fanno tutti gli altri e quindi si fa così, e se poi per caso ci trova un passaggio che gli sembra pertinente alle sue circostanze, al suo sistema valoriale e alle sue esigenze, lo segue; altrimenti, fa finta di non averlo letto. Per questo i cattolici vanno dai conquistadores a San Francesco, da mia nonna a Carlo Magno.

Il nazionalismo è lo stesso. Il nazionalismo nacque con delle idee belle. Queste idee erano che i popoli dovevano essere liberi, e non sottomessi. Il nazionalismo diceva anche che le tradizioni avevano un valore e che i popoli non sono tutti uguali, così come non lo sono le persone; che ognuno ha la sua storia, le sue caratteristiche, le sue preferenze, il suo ruolo, e che in questa diversità sta la ricchezza dell’umanità. Il nazionalismo diceva che le nazioni possono collaborare senza uniformarsi, che non c’è solo il ragionamento ma anche il sentimento; che ci sono cose sacre anche su questa terra, e che per la libertà si può morire.

Da questo, si passò alle guerre: guerre che l’Europa non aveva mai smesso di fare neanche prima, con altre motivazioni ufficiali. La colpa venne data alle nazioni, perché durante la guerra ci si era trovati divisi così; quindi si provò a fare un’Europa unita, superando le nazioni e sperando che questo bastasse, e guarda adesso questi guastafeste di nazionalisti che rischiano di rovinare un progetto che sta funzionando!

Il problema è che il progetto europeo non sta funzionando, perché opera come un impero, che allontana le decisioni dal popolo, drena risorse verso il centro, e vessa le masse con regole e balzelli. Inoltre, l’Europa tende a uniformare, e ci sono persone che alle loro tradizioni ci tengono e che non vogliono essere uniformate. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che queste cose le fanno anche gli stati, e infatti io penso che, dopo aver provato gli stati nazione, gli europei non ci cascheranno di nuovo. La storia non si ripete mai con gli stessi identici nomi: il fascismo non tornerà a breve in Italia o Germania ma altrove con altri nomi, e, come abbiamo visto, l’idea di nazione non fa più così tanta presa, soprattutto se è associata a una nazione che la sua possibilità l’ha già avuta e ha già deluso.

Io vorrei solo che non si demonizzassero né movimenti storici che hanno avuto un ruolo anche emancipatorio, né il bisogno delle persone di non sentirsi travolte in una massa globale identica ovunque, spersonalizzante e omologante, ma di potersi riconoscere in qualcosa e governarsi da sé.

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12 risposte a “un’idea di libertà

  1. Ma a chi parli, a chi ti rivolgi, o Gaia?
    Rivolgersi a quelli della Marcia di Milano è inutile come è inutile discutere di Dio con un credente. Rivolgersi a me è inutile perché la penso come te anzi di più perché il concetto di Nazione in Europa è molto precedente il romanticismo, anche se non era esplicito, formalizzato. Rivolgersi a quelli che sono ignari di tutto è inutile perché questi sono fabbricati in serie da un sistema che ci vuole tutti servi riducendoci ad idioti.

    Teniamo presente una cosa: se all’inizio del Novecento certi strumenti di controllo del pensiero erano artigianali, sperimentali, oggi sono completamente ingegnerizzati. Niente succede per caso o in maniera spontanea, è tutto studiato a tavolino, calcolato. Un po’ come i supermercati che invogliano all’acquisto disponendo i prodotti in un certo modo, sottoponendo i clienti a stimoli sensoriali, eccetera. Ma su scala planetaria.

    Per inciso, noterai che non c’è solo il Governo Mondiale all’orizzonte, c’è la “società fluida” dove tutti si drogano, non esiste morale sessuale, non esistono ruoli, non esistono legami familiari, eccetera. Basta scorrere le proposte di legge del nostro ridicolissimo Parlamento.

    Se hai tempo e voglia, fai un salto sul mio blog, non che io sia particolarmente interessante ma ci sono dei link che forse lo sono.

  2. Quando questi parlano di “nazionalismo” te lo vogliono fare coincidere con il nazionalsocialismo per demonizzarlo. Ma a loro non interessa tanto evitare un nuovo nazionalsocialismo, quanto attaccare il concetto di nazione in sé, ovvero di stato, come luogo di difesa e coltivazione di diritti/interessi comunitari. E quindi se il nazionalismo è cattivo e quindi lo stato è male..beh..privatizziamo! riduciamo la sua azione di controllo dell’economia! ecc ecc Questo va a vantaggio dei soliti noti e soddisfa, almeno fino a che non arriva alle loro tasche, i ben pensanti di sinistra, modello antifascismo 70 anni dopo, che non si accorgono che non è al fascismo che si corre il rischio di tornare, ma all’epoca precedente, quella dei robber-barons tipo Rockfeller o Vanderbilt. gente insomma che diceva “La legge? ho il potere!”.

  3. Io non penso che nazione e stato siano proprio la stessa cosa. Anche l’Unione Sovietica era uno “stato”, però non coincideva con una nazione. La Svizzera, una nazione, ha un sistema di governo federale e decentralizzato, dove molte decisioni vengono prese con referendum popolare. Uno stato può essere multi-nazionale o multi-etnico. La Jugoslavia lo è stata a lungo; molti degli stati post-coloniali non coincidono con le nazioni. Esistono le nazioni senza stato (anche l’Europa ne è piena) e quelle che stanno cercando forme di indipendenza che prescindano dall’organizzazione statale, considerata intrinsecamente coercitiva e violenta – come i curdi.

  4. Gaia però anche te mi cadi su cose facili.
    La Unione Sovietica non è scaturita dal vuoto, era un neologismo con cui si ribattezzo l’impero Russo degli Zar dopo la rivoluzione. Quindi ereditò la “statualità” che poteva avere un impero in cui la Nazione russa era egemone e altre Nazioni erano più o meno periferiche e soggette. Situazione che esiste tutt’oggi, per inciso. Che è la ragione per cui le Nazioni più “esterne” si sono affrettate ad associarsi alla NATO o alla UE, quando hanno potuto. E dall’altra parte, la ragione per cui NATO e UE sono viste come antagonisti dalla Russia, non tanto per la minaccia militare in se quanto per la minaccia alla egemonia russa sul resto delle Nazioni dentro o attorno all’ex-impero.

    Secondo me il concetto di Stato presuppone un patto fondativo tra i cittadini dello Stato, mentre la Nazione scaturisce dalla identità di se, che si eredita dagli avi. Quindi le Nazioni creano gli Stati e ci possono essere Nazioni che sono contenute in più Stati.

  5. Come ci hanno abbondantemente insegnato le dirigenze d’ogni tempo, basta cambiare le parole per rendere desiderabile l’inaccettabile. Sostituiamo “nazionalismo” con “amor di patria” e siamo a posto. Chi spende una moneta (falsa), sia pronto a riceverla in cambio o getti la maschera.

  6. Quando arrivano i fondamentalismi, in genere per piccole menti scadenti, ecco che la realtà viene “corretta” a insiemi di poche regole storte e rozze: in altre parole salvi le moltitudini dalla dignità dell’osservare, capire, studiare e agire.
    Dunque ora la peristalsi ideologica sinistrante evacua, tra le molte bizzarrie e assurdità delle quali è sempre stata connotata, tra i molti antiquà e antilà l’antinazionalismo.
    Slogan vacui come “il mondo è di tutti”, “il diritto di emigrare”, “solo l’Europa può risolvere il problema” e altre fanfaluche del genere che non sono mai esistite.
    Ovviamente, come ogni oppiaceo religioso, anche l’oppio marxista/mondialista/ugualista è farcito di mezze verità.
    Non solo ci sono i nazionalismi buoni (come quella dei combattenti curdi) e quelli cattivi (ad esempio, i razzisti anti, o autorazzisti, o razzisti al contrario, sono incredibilmente e ferocemente razzisti con le culture europee, una sorta di patologia ideologica autoimmune che tende a distruggersi, ad annichilarsi).
    Poi c’è la mezza verità dell’apologia delle migrazioni di massa da una parte (un’insieme colossale di cretinate come ci pagano le pensioni, apportano culture altre, sono più funky, islam religione di pace, fanno i lavori che gli europei [che non si vogliono schiavizzare] non fanno, scappano dalla guerra, fanno crescere il PIL, eccetera eccetera), dall’altra la rimozione sistematica della verità scomoda, ovvero che le migrazioni di massa sono storicamente i fenomeni più cruenti che hanno portato al genocidio di intere culture, anche se la loro intensità bellica è media o bassa.

    I nazionalismi, come il razzismo, ora sono meccanismi di reazione, di resistenza ad una omologazione sìglobal sempre più spinta, pervicace, disumana: qui e ora, sostanzialmente, sono ecologici, utili come i globuli bianchi per la salute di un animale. Dunque i marxisti sì global (erano a baloccarsi a fare i no global finché il vento ideologico non è girato di 180°) si scagliano con veemenza contro ciò che resiste ai progetti di ingegnerizzazione sociale planetaria ultracapitalista dei quali sono idioti utili strumentalmente e si scagliano quindi contro i nazionalismi. Sempre in modo bizzarro e storto (ad esempio, i Palestinesi sono eroi che resistono all’invasione della loro terra, ma se un ferrarese o un pesarese o un grossetano alza garbatamente sollevando qualche critica allo tsunami migratorio imposto coercitivamente ai territori, contro i territori, dai vertici, dai nuovi soviet sostituzionisti, allore, le piccole menti scadenti, iniziano a scagliare i loro patetici epiteti, sei un fassista, sei un leghista, sei un nazista).

    Qui e ora il nazionalismo come OGNI altra reazione alla frantumazione sociale e culturali delle migrazioni di massa, alla distruzione della koinè europea, sono una cosa eccellente e giusta.

  7. Non condivido che il cristianesimo sia una idea che come ogni idea creata dall’uomo ha la sua parabola. L’uomo è imperfetto quindi ogni cosa che fa è imperfetta. Anche nel suo ragionare e pensare. Penso che non hai una sufficiente conoscenza di Gesù e del suo messaggio che è immutato da 2000 anni e lo sarà per sempre. Il cristianesimo è la prosecuzione dell’ebraismo. E’ il cammino del popolo di Dio verso la santità cioè dal recupero dal degrado causato dall’inizio con il peccato d’origine. La conseguenza di quell’ incidente lo si vede nelle guerre, violenze, sopraffazioni in poche parole l’uomo è lupo all’uomo. Così la storia ci fa vedere un susseguirsi di nascite e di morte di nazioni o stati o imperi e di continue divisioni o separazioni da quello che prima era stato unito faticosamente dall’umanità. Vedasi l’italia che ora ci sono movimenti di separazione o di autonomia. Ritornando al cristianesimo voglio dirti che è stato creato da Gesù e non dall’uomo altrimenti sarebbe già scomparso da tempo. In 2000 anni nonostante tutti gli scandali che si sono succeduti la chiesa cattolica è più viva che mai. Poi nel cristianesimo si rispetta l’individualismo dentro la grande famiglia del popolo di Dio.
    Come avrai capito sono cristiano libero di amare Gesù. Egli non mi costringe, non mi impone la sua legge ma mi invita ad aderire volontariamente facendo perno sulla mia capacità di intendere e volere.
    Desidera che noi ragioniamo su quello che ci dice, questo si vede nel vangelo come instancabilmente predica=istruisce, risponde alle domande.
    Il male del mondo e nell’uomo e se si capisce da cosa è nato o causato si capisce anche l’amore di Dio che ha verso l’umanità e del suo modo di operare.
    Concludo facendo i miei complimenti per la tua scelta di cercare di vivere tra i monti per assaporare la vita in montagna.

  8. Il peccato originale, quello al quale sfuggono in pochi, è la generazione di una nuova vita laddove ancora non esiste. Chi si macchia di quel peccato, si macchia di ogni singola sofferenza che affliggerà colui (uomo, animale, vegetale o che altro) che prima non esisteva e che, per un atto di volontà poco soppesato o intenzionalmente maligno, da un certo momento prende ad esistere per volontà altrui. Chi crede in un dio, quale che sia, chieda a lui perdono. Tutti chiedano perdono a coloro ai quali infliggono la vita.

    Ovviamente il primo motore, se esiste, è alla base di questa immensa montagna di peccati, il che ne fa quell’entità maligna che, a seconda del sistema di credenze, assume varie denominazioni. “Dio padre” (o “madre”, a seconda dei casi) non è un complimento.

  9. Non a tutti dispiace essere vivi.

  10. Caro Ugo devo ribadire un fatto che è la realta in cui noi viviamo, tutta l’umanità la vive sulla propria pelle. Perchè ogni uomo e donna in questo pianeta nasce con il peso dell’ “peccato d’origine”. Nessuno sfugge. L’umanità è tarata geneticamente. Ogni uomo che nasce deve morire e prima di questo generalmente invecchia, si ammala, e vive una buona parte della sua esistenza in una precarietà fisica e psichica in progressivo aumento fino al punto di non ritorno: la morte. Essa per tanti è una disgrazia, la fine di tutto e purtroppo la mentalità del mondo porta a pensare a questo concetto. Ma per tanti altri non è così. Da cristiano la morte è un passaggio alla Vera Vita con Colui che è , che ha creato tutto.
    Con la colpa d’origine siamo tutti inclinati al male più che al bene, anche quando sappiamo cosa è bene e cosa è male. Questa menomazione è stata causata dal primo uomo che non ha saputo ubbidire a Colui che lo ha creato. Dio avendolo creato libero d’arbitrio ha rispettato la sua scelta di libertà come rispetta tuttora la nostra.
    Volenti o nolenti alla fine ogni essere umano di ogni credo si troverà da solo a faccia a faccia con Gesù e renderà a lui conto di come ha vissuto e di come ha usato quel dono che gli è stato dato che è la sua vita.

  11. Quattro cose che potrebbero apparire inutilmente acide nonostante la mia intenzione di essere invece solo razionale.

    1. Scrivi: “Da cristiano la morte è un passaggio alla Vera Vita con Colui che è , che ha creato tutto.” Epperò continuo a vedere dei cristiani che, quand’anche capita l’occasione, si oppongono al disegno divino cercando di evitare di passare alla Vera Vita il più a lungo possibile.

    2. Non mi pare molto urbano il comportamento di chi fa un dono e poi lo rivuole indietro.

    3. In genere, chi fa un dono cerca di conoscere i desideri del ricevente e di assecondarli il più possibile, né consegna quel dono corredandolo con una serie di precetti da osservare, nel goderne, pena la dannazione eterna.

    4. Donare, che so, un elettrodomestico progettato in modo da esplodere dopo una manciata d’utilizzi non credo sarebbe pratica molto gradita da chi lo ricevesse (non avendo modo, tra l’altro, di rifiutarlo).

  12. Gaia, ovvio — una volta che sei in ballo puoi fare altro? L’istinto di sopravvivenza ha una cogenza molto forte (proprio quell’istinto e quella cogenza sono alla base delle esperienze peggiori legate alle disavventure della vita).

    La confusione che vedo fare troppo spesso è quella in base alla quale si sovrappone la non-esistenza con la morte. Non sono la stessa cosa e, nel momento in cui si sta prendendo una decisione importante come quella di imporre la vita a chi ancora non esiste, varrebbe la pena mettere in fila qualche pensiero che vada oltre ai propri desideri di genitore. Magari tenendo presente che anche l’istinto riproduttivo ha una cogenza assai vigorosa.

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