non da sola

Alcuni di voi avranno visto il mini-reportage di Veronica Sauchelli e l’articolo sul Messaggero Veneto da esso tratto che si occupano di me e della mia vita quassù. Molti altri stanno leggendo ora questo post proprio e solo grazie ad essi: dopo l’articolo sul Messaggero, le visite al blog sono schizzate. Come ho avuto modo di notare negli anni, non c’è niente da fare: uno può organizzare presentazioni, raccontare la propria storia alla gente che incontra, apparire su media di ogni tipo, fare banchetti… ma non c’è niente come un articolo sul Messaggero Veneto. O suoi equivalenti. In una società mediatizzata come la nostra, esistono alcuni media che attirano l’attenzione di quasi tutti, subito, mentre altri, fossero anche migliori, funzionano pochissimo. Magari il fenomeno mediatico si esaurisce subito, mentre il resto rimane, ma intanto è così.

Avevo quindi pensato di scrivere un post per ringraziare per lo spazio ricevuto (parzialmente a mia insaputa, e anche questa sarebbe una storia interessante), o per rettificare alcune inesattezze. Ma stanotte, mentre stavo distesa a letto con una caviglia slogata, mi sono resa conto che c’è solo una cosa importante da aggiungere.

Nessuno dei due articoli ne ha parlato, non per incompletezza d’informazione ma per mia richiesta. Come risultato, sembra quasi che io faccia tutto quello che si racconta (che poi non è chissà che) da sola. È un po’ che questo sottinteso mi mette a disagio, ma ho sempre pensato che la vita privata è la vita privata e la mia testimonianza, che è sincera ma parziale, che è solo una narrazione e non un’autobiografia, contiene già quello che mi sembra rilevante. Solo che ora che mi trovo “eco-eroina” che vive con le sue pecore sui monti mi sento in dovere di specificare che non è possibile fare questa vita senza l’aiuto degli altri, e che nessuno deve pensare che lo sia.

Prima di scrivere ho passato mentalmente in rassegna le persone che conosco che allevano animali, più seriamente di me, in montagna. Conosco in effetti un ragazzo che tiene una malga da solo, e altri allevatori che gestiscono in proprio l’azienda mentre mogli e mariti fanno altro, ma nessuno deve contare solo ed esclusivamente sulle proprie forze. La meccanizzazione ha ridotto di molto il bisogno di manodopera, ma non completamente, e poi può sempre capitare che uno debba andare via un paio di giorni oppure che si faccia male, e né i campi né, men che meno, gli animali possono aspettare.

Per quanto riguarda me, il mio fisico non è assolutamente in grado non solo di allevare animali su scala commerciale, ma nemmeno di farlo come integrazione del reddito e come autoproduzione senza aiuto, anche perché abito su una montagna particolarmente ripida e mi sono messa in testa di fare il più possibile a mano. Non essendo allenata ed essendo piuttosto imbranata, una volta mi si blocca la schiena e striscio per una settimana, un’altra mi scortico l’occhio con un filo di paglia e mi muovo a tentoni per giorni, un’altra ancora, come ieri, passo in un baleno da: “la la la, andiamo a trovare gli asinelli” a: ponf, pancia in giù sul prato polifitico, urlando dal dolore. Adesso zoppico per la casa e uso un vecchio bastone come stampella, probabile preludio ad altri incidenti. Chi porta l’acqua e il fieno? Chi falcia? Chi strappa le erbacce e innaffia?

Sempre passando in rassegna molte esperienze oltre alla poco rappresentativa mia, ho concluso che la forma più comune di collaborazione è quella tra coniugi o tra parenti stretti, come genitori e figli o fratelli. Queste persone hanno il vantaggio di non richiedere necessariamente uno stipendio (tasse comprese, il che lo fa lievitare parecchio) e di non poterti piantare in asso senza quantomeno un po’ di preavviso o pesanti sensi di colpa. Sono inoltre flessibili: un figlio che vive fuori, un marito con un altro lavoro o un genitore in pensione sono comunque disponibili a dare una mano. A livello di famiglia allargata, le economie di scala rendono sensato investire nell’attrezzatura e nell’apprendimento necessari per produrre qualcosa in quantità più consistenti di quelle che servono a un singolo (come la legna), e la disponibilità di persone diverse per età e capacità rende conveniente specializzarsi. Nessuno fa tutto di tutto. Ma forse spiego male: il lavoro in famiglia precede di gran lunga quello salariato, a quanto ne so. Per decine di migliaia di anni l’organizzazione familiare è sostanzialmente servita come forma di organizzazione del lavoro, che si trattasse di allevare i figli, procacciare cibo o fare la guerra. Conseguentemente, la scelta di sposarsi, convivere o riprodursi teneva necessariamente se non prevalentemente in considerazione l’aspetto produttivo. Fare figli perché ci fa piacere e sposarsi per amore sono due pratiche molto recenti e non ancora assolute. Anche tenere animali per pura compagnia è un lusso che oscura il fatto fondamentale che gli animali domestici nacquero per collaborare con l’uomo alla sua sopravvivenza.

La nostra società, frantumata e basata sul denaro, sembra offrire opportunità diverse di collaborazione – se hai soldi forse puoi pagare qualcuno per fare qualsiasi cosa – a patto, ovviamente, che la società funzioni, il denaro abbia valore, le infrastrutture, il sistema legale, il mercato e il welfare siano garantiti, la sanità coperta, le assicurazioni oneste, eccetera. Anziché dipendere da dieci, venti o cento persone, dipendi da milioni.

E comunque, anche adesso, non tutti hanno i soldi, e men che meno chi si pone come obiettivo la costruzione di un’alternativa al sistema attuale. Per ora un’attività come la mia non rende abbastanza per assumere qualcuno, e quindi mi ritrovo ad aver bisogno degli altri che mi aiutano non perché li pago, o li costringo, ma perché mi vogliono bene o credono in me e nel mio progetto.

Dico questo perché adesso va molto di moda, per quanto si cerchi di presentare la mia scelta come “originale” quando non lo è affatto, sognare di trasferirsi in un luogo remoto e vivere della terra. Innanzitutto: non si vive solo della terra. Non siamo nel paleolitico e non siamo più in grado di sopportare né le privazioni né l’altissima mortalità che richiederebbe rinunciare all’economia, alla tecnologia e alla medicina contemporanee. Dovremmo essere inoltre molti di meno per poter trarre quello che ci serve dalla terra senza industria e con pochissimo artigianato.

Al di là di questo, chiunque abbia in mente, senza rinunciare alla modernità in toto, di rinunciare ad alcuni aspetti di essa e di vivere la famosa vita con gli animali, nella natura, eccetera, deve porsi il problema di chi lo aiuterà. E più autentica sarà questa scelta, più remota, più semplice, più spartana, più questa persona avrà bisogno di una collaborazione basata non sul pagamento dei servizi altrui ma sull’aiuto delle persone, solitamente le più vicine. Alcuni sono molto forti fisicamente, resistenti alle malattie e al dolore, ma tutti hanno bisogno di un coniuge, un amico, un socio, un figlio o un genitore che aiuti almeno nei momenti di emergenza. Io non faccio eccezione: anzi, io ne sono un esempio lampante, anche se non voglio dire esattamente quali sono le persone che mi aiutano tutti i giorni.

Non si tratta solo della cerchia dei più intimi, come famiglia, compagni o figli. Senza l’aiuto degli abitanti del paese in cui vivo io non avrei fatto niente di tutto quello che ho fatto. Sono stati loro a concedermi gli spazi per coltivare e per tenere i miei animali, a insegnarmi come si porta il fieno, come si fila, come si spacca la legna, a darmi l’erba tagliata e il pane vecchio, a lasciarmi prendere l’acqua dalle loro case, ad avvertirmi quando un animale era scappato e a chiudere i pollai quando ero via.

La comunità è la dimensione fondamentale e imprescindibile che manca dalle narrazioni contemporanee sul ritorno alla natura – anche se non c’è niente di più naturale per l’uomo che vivere in gruppo.

Da solo, il protagonista di Into the wild è morto quasi subito. Il famoso eremita Thoreau viveva a venti minuti da casa e mangiava i biscotti della mamma. In malga solitamente lavorano più persone o quantomeno c’è un via vai continuo di gente che porta quello che serve. La narrazione dell’eremita solitario è quasi sempre illusoria: la nostra società individualista vuole credere che l’individuo possa sopravvivere anche da solo, magari inseguendo un’ideale di comunione con la natura e ripudiando una società corrotta. Non è così: la natura ti uccide tanto quanto ti nutre. Abbiamo bisogno dei nostri simili.

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8 risposte a “non da sola

  1. Tempo fa ho scritto la stessa identica cosa a proposito del fatto che le comunità umane hanno una soglia minima sotto la quale non possono funzionare e una soglia minima sotto la quale non possono sopravvivere, cioè si estinguono ed era vero anche nel paleolitico.

    In questi ultimi giorni però ho aggiunto un altro concetto: la soglia minima non significa solo che se mandi tutti a caccia nessuno sorveglia il villaggio, viene la tigre e ti mangia i figli. Significa anche che se non esiste una certa “massa critica” di competenze e di capacità materiali, certi prodotti tecnologici non possono esistere. Ergo, tu vivi nel villaggio, tutto bene. Se ti servisse una protesi dovresti andare a cercare un ospedale che serve un bacino sufficientemente ampio di popolazione da avere sia le attrezzature necessarie che i chirurghi esperti. Non basta, la protesi deve essere concepita, perfezionata, testata dalla grande industria perché nessun altro ha i mezzi per farlo. La grande industria si muove per profitto, quindi studia le cose che servono a gente che paga ma si muove anche come tu ti muovi nel villaggio, ovvero si rivolge ad altri quando non ha le capacità di fare qualcosa in proprio. Significa che una certa industria studierà i materiali della protesi, un’altra fabbricherà i pezzi, un’altra li assemblerà, un’altra li distribuirà. Ancora, in un contesto in cui manca questa “complessità”, o se vuoi “spessore”, una certa tecnologia non può esistere.

    Da cui, la “decrescita” non può essere qualitativa, può essere solo quantitativa e anche in quel caso non può scendere sotto la soglia minima.

  2. Voglio dire Gaia che se tu avessi bisogna della protesi non ti accontenteresti, giustamente, di una fatta da me in garage con pinza e martello. Vorresti che ti mettessero il meglio del meglio possibile. Ma questo meglio ha come pre-requisito che DA QUALCHE PARTE, anche se tu non lo vedi da dove abiti, ci sia la “massa” che esprime la protesi che ti serve, cioè che abbia la conoscenza e la capacità produttiva al livello massimo possibile della tecnologia. Vale per qualsiasi cosa. Se c’è la corrente elettrica al villaggio non è perché gli abitanti si sono auto-costruiti tutti i pezzi di un alternatore, poi l’hanno montato, poi l’hanno collegato ad un mulino, poi hanno fabbricato i cavi, eccetera. Da qualche parte c’era una “massa” che non sono ha concepito e costruito gli strumenti necessari, ha anche sostenuto i costi di una installazione economicamente in perdita. Idem per il telefono, idem per qualsiasi cosa. Se tu vieni da me con la lana delle tue pecore io ti posso dare delle patate (ad esempio) non ti posso dare un generatore elettrico, perché anche se ho la conoscenza teorica di come funziona, non ho la miniera per scavare i metalli, non ho la fornace per fonderli, non ho il maglio per forgiarli, non ho il tornio per scolpirli, eccetera. .

  3. In parte, è concepibile produrre alta tecnologia anche in un sistema meno consumistico, iniquo e dispendioso. O, per lo meno, nessuno può dimostrare che sia anche teoricamente impossibile.
    Oltre un certo livello, sono disposta a fare delle rinunce. Magari una protesi un po’ più scadente, ma una vita migliore per me e per gli altri.

  4. Non ci capiamo. Il fatto del “consumismo” non ha niente a che fare con la capacità di inventare e fabbricare (e distribuire) tecnologia da cui dipende non solo il benessere ma anche la vita.

    Serve quella “massa critica” formata da un certo numero di persone che hanno le competenze teoriche e pratiche, ognuna che fa il suo pezzetto, collegati in una rete. La “massa critica” che è funzione della società urbana, non di oggi,, era già vero ai tempi della antica Mesopotamia, dove solo gli imperi avevano la capacità di produrre grandi opere di ingegneria come granai e sistemi di irrigazione, produrre il surplus di risorse che a sua volta consentiva di istruire astronomi, medici, storici, archivisti, alchimisti, fabbri, ogni genere di artisti, cartografi, eccetera eccetera.

    E’ la differenza tra “civiltà” (da “città” – “cittadino”) e “barbarie” (da “barbaro”, colui che abbaia invece di parlare).

    Piuttosto la Storia ha dimostrato che le “utopie” egualitarie, dovendo sottostare alle medesime condizioni meccaniche, hanno finito per ricreare una struttura di padroni e servi, i primi nel lusso, i secondi a mangiare pantegane. Mi fa un po’ ridere che tu veda la gente “stare male” per via del “consumismo” quando puoi fare il confronto con l’Italia dei primi del Novecento, quando i contadini morivano di fame o di malattia oppure con l’Europa dell’Est fino alla fine degli anni Ottanta dello stesso secolo.

    Io ti auguro di non doverti mai trovare nel bisogno di una Risonanza Magnetica perché il macchinario costa da 1 a 3 milioni di euro, più i tecnici per la manutenzione, più gli operatori, più l’addestramento dei medici nel leggere i referti, più l’edificio che la ospita, più la sorgente di energia che la alimenta. Da qualche parte nel mondo ci deve essere il luogo dove queste macchine vengono progettate e costruite e ci deve essere il luogo dove vengono adoperate.

  5. Buonasera, Gaia!
    Anche io ho letto l’articolo del MV e..pof! Eccomi qua.
    E’ molto interessante quello che scrivi e fai, immaginavo che tu avessi chi ti aiutava. Anche “pecora nera”, il ragazzo che prima di te ha compiuto una scelta di vita simile, mi pare che abbia qualche aiuto, se non altro della sua compagna che è andata a vivere con lui.
    Passare dalle proteste per il parcheggio di piazza I maggio alla vita da allevatore in montagna è un bel salto, con pro e contro come tutte le cose. Penso che, comunque, siano tanti quelli che vorrebbero vivere in un ambiente meno inquinato e più a contatto con la natura, anche se magari con una situazione lavorativa più tradizionale.
    Anche se non ti conosco, ti faccio un grande in bocca al lupo!
    Lorenzo

  6. Crepi (per modo di dire).
    Sono contraria al parcheggio anche da qui, ovviamente 🙂

  7. “la la la, andiamo a trovare gli asinelli”
    Ti ci vedo! Scommetto che chiaccheravi con qualcuno quando il fattaccio è accaduto… 🙂

  8. La dimensione comunitaria è fondamentale.
    In ambienti aspri, come quelli delle Alpi, di alcune zone dell’Appennino o dei paesi dell’Europa settentrionale, il civismo è stato il prodotto culturale delle… sinergie per la sopravvivenza.
    Aiuto te e tu aiuterai me, insieme possiamo fare cose che, singolarmente, non sono possibili.
    Di recente ho letto “L’ombra del bastone” in cui, l’autore racconta la vita di Erto in un ventennio circa che inizia poco prima della fine del XIX secolo: la sinergia è per costruire le case, per ringraziare la Madonna con una piccola edicola votiva per la grazia di aver salvato molti paesani da una slavina, per lo sfalcio e la fienagione nei prati alti.
    La vita era dura, durissima e solo in comunità era possibile sussistere.

    A “casa mia” Lorenzo C. ha animato una vivace discussione a proposito della tecnologia. Nessuna persona sensata potrebbe pensare ad una vita “neolitica” o anche premoderna. Peraltro, ancora una volta, io sottolineo che sostenibilità (ovvero carico antropico e impronta ecologica) e tecnologia sono ortogonali. Anzi, la seconda dovrebbe aiutare nel diminuire il primo.
    Qui però si torna alla centralità dell’Uomo, della filosofia: la tecnologia è utilizzata in modo storto, principalmente per fare cose insensate e poi, da strumento, è diventato fine.

    La famiglia è paradiso e inferno. I legami affettivi forti possono tenere insieme ciò che sta bene insieme e tenere insieme anche ciò che è incompatibile. La famiglia è la prima tecnologia riproduttiva e sociale, direi.

    Infine, mi piace la tua osservazione: oltre un certo livello, rinunciare alla degenerazione tecnoteistica autoreferenziale, la tecnologia delle cazzate che giustifica se stessa (in realtà per il BAU) è un approccio saggio che riporta la tecnologia ad essere ciò che è: insieme di tecniche e strumenti utili a migliorare l’esistenza, sostenibilità compresa.

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