che cosa siamo

Ora che si sanno le identità dei due ragazzi morti (non erano la stessa persona, nonostante le coincidenze), e che ho condiviso le mie riflessioni sulla vicenda, le quali erano basate su informazioni incomplete o false (la città non era Udine, la lettera della ragazza non era stata verificata dal giornale, eccetera…), alla luce di quelle nuove preferisco togliere il post, per non doverlo riscrivere ogni volta. Tanto il senso si era capito. Lascio solo i commenti. Il blog torna al suo letargo.

 

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10 risposte a “che cosa siamo

  1. Partiamo dal fatto che la “classe” dei “giovani” è un’altra di quelle scemenze che ereditiamo dagli anni ’70. Il mondo non si cataloga con le “classi” e non si spiega coi rapporti tra “classi”.
    Proseguiamo osservando due fenomeni: il fatto che i “diritti acquisiti” non si possono revocare, da cui corsa al “diritto” come la corsa ad accaparrarsi la concessione aurifera più redditizia nel Klondike. Il fatto che gli studenti universitari italiani sono analfabeti. Essere analfabeti non è questione di grette regole e nozionismi, è questione di non sapere pensare.
    Concludiamo che i “giovani” non sono una “classe” quindi ognuno fa storia a se. Il “giovane” trova tutte le porte sbarrate perché altri si sono assicurati i “diritti” e la società è cristallizzata, immobile in teoria ma in realtà, causa consumo maggiore delle risorse, declinante. Il “giovane” è fondamentalmente ignorante, vittima del lavaggio del cervello, incapace di pensiero indipendente.

    Venendo al “noi non siamo”: Se tu sei internamente vuoto, cosi vuoto che se ti venisse un pensierino sentiresti l’eco, hai il terrore di fermarti a pensare, anche perché fermarsi significa uscire dalla ruota del criceto dello “svago”, per cui se non fai X e non compri Y non ti diverti e se non ti diverti sei morto. Attenzione però, il fenomeno da osservare non sono i suicidi, sono quelli che non si suicidano. La cosiddetta “media”.

  2. Cara Gaia,
    grazie per aver portato alla nostra attenzione questa vicenda, e soprattutto grazie per averlo fatto sollevando quelle domande che forse avrebbero fatto piacere anche a Michele. Grazie anche per aver segnalato il bell’intervento di Veronica (di cui condivido tutto, e nella cui solitudine ai momenti di impegno civile/sociale mi sono tristemente riconosciuto).

    Non voglio entrare nella vicenda personale di Michele perché, anche se conoscessi tutto di lui, non avrei alcun diritto per farlo; credo però, in quanto partecipanti – anche se ai margini e in posizione antagonista – di quel mondo alla cui appartenenza egli si è dolorosamente sottratto, sia un nostro dovere il porci qualche domanda, e fare qualche riflessione sulla valenza collettiva, e non individuale, del suo gesto.

    Premetto che non voglio negare l’esistenza di una ‘questione giovanile’ o della ‘generazione persa’, della cui problematicità mi è spesso capitato di commentare su questo blog; ciò che ora mi preme denunciare, e che appunto travalica i conflitti inter-generazionali, è la quasi assoluta dissimulazione del «conflitto» che avviene oramai praticata in quasi ogni contesto sociale. Ovviamente parlo della società italiana, perché di altre realtà ho scarsa dimestichezza; però mi pare che anche altrove le cose non vadano poi così tanto diversamente. La narrazione (suadente nella sua falsità e ottusità) è la seguente: viviamo in una società nella quale, se se ne accettano i compromessi e si sta al gioco, prima o poi un posto comodo lo si trova. Le comodità e i benefit arrivano prima, e più numerosi, se si è più scaltri, se si ha qualche competenza, se si ha gli amici giusti. L’importante è non finire tra coloro che sono tagliati fuori, come i diseredati, gli immigrati, i reietti, e non creare grossi conflitti. Ce n’è per tutti, a ben vedere.

    Io credo che l’accusa di «alto tradimento» che Michele fa alla nostra società sia questa: io sono stato ai patti, mi sono comportato secondo le regole, mi sono formato (magari non brillantemente, non ho avviato una start-up nella Silicon Valley, però un qualche straccio di competenza comunque ce l’ho); allora perché non riesco a trovare una collocazione in questa società che sia anche soltanto ‘grossomodo conforme’ alla mia sensibilità e alle mie aspettative? La verità è che la nostra è diventata una società per pochi eletti, dove il tanto celebrato ascensore sociale non solo è fermo, ma addirittura è diventato una trappola mortale perché, a salirci sopra, si rischia di sprofondare in giù, piuttosto che risalire. Se ai miei tempi, circa un quarto di secolo fa, uno su dieci riusciva a crearsi uno straccio di posizione sociale senza prostituirsi in qualche modo, adesso il rapporto è peggiorato tantissimo e le chance per una persona comune, dotata di una dirittura morale che gli precluda lo scegliere discutibili scorciatoie, si sono ridotte davvero all’osso.

    La nostra Costituzione, che ci indica come dovrebbe essere la nostra società, è abbastanza chiara in proposito: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro (art. 1); la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4); Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa… (art. 36)

    Fa ancora effetto leggerla così nero su bianco e poi guardarsi intorno, vero? Fa ancora più effetto pensare che tanta gente, e tanti ragazzi, siano morti per poterci arrivare; e fa ancora più effetto pensare che, nonostante il loro sacrificio, ci sia oggi un altro ragazzo che sacrifica la propria vita perché in questo posto non riesce a viverci più come vorrebbe.

    Ora, se fossi un alieno calato sulla terra con un disco volante, vista l’enorme sproporzione tra il numero delle persone che «non vivono esistenze serene» e chi invece se la gode con lo sguardo fisso unicamente al proprio ombelico, mi aspetterei quanto meno qualche turbolenza, o un inizio di conflitto tra i disgraziati che devono combattere per il proprio quotidiano, e chi invece ha eletto il proprio benessere personale a cifra aurea della propria esistenza; e invece niente. Ma proprio niente. Come raccontava Veronica, siamo sempre di meno nei contesti dove si cerca di capire o si propongono alternative; fatto ancora più inspiegabile, è sempre più alta l’età di coloro che vorrebbero cambiare, quando da sempre i movimenti di progresso e cambiamento hanno visto in prima fila proprio i più giovani.

    La butto giù grossa, ma è giusto per dare un’immagine forte alla mia disperazione sociale: mi sembra come se fossimo in un gigantesco esperimento di Milgram, in cui ognuno è carnefice dell’individuo posto nella categoria sociale appena sottostante la sua, solo perché c’è qualcuno che ci continua a ripetere, dagli smartphone, dai media, ovunque, di continuare a comportarci come già stiamo facendo, perché in fondo al tizio cui diamo la scossa non succede nulla di grave e l’esperimento prevede proprio questo.
    Chi siamo noi per metterci contro all’esperimento, alla scienza?

    Già, chi siamo noi?

  3. Ho aggiunto un’introduzione alla luce delle nuove rivelazioni: non solo io ma anche altri avevano dubbi, allora i genitori hanno accettato di rivelare il cognome e paese di Michele alla stampa. Questo per quanto riguarda la vicenda in sé.
    Per quanto riguarda i commenti:
    – Lorenzo, sono d’accordo su una cosa, e cioè che la strada bloccata ai giovani è dovuta in buona parte al fatto che le possibilità declinano, ma ci sono persone che con la scusa dei diritti acquisiti trattengono per sé una fetta indiscutibile della ricchezza e del potere, impedendone ad altri l’accesso
    – Michele, io ogni volta che sento parlare di ascensore sociale penso che per me non esiste un alto e un basso, anche se la società li considera tali, e che, anche se esistessero, per evitare un insostenibile affollamento in cima alcuni dovrebbero ‘scendere’ mentre altri ‘salgono’. Solo che tutti pretendono soltanto di salire. Leggendo la lettera di Michele ho visto tante pretese che, per quanto comuni, non condivido. Io non credo che nessuno mi debba niente e se denuncio le ingiustizie non è per far sentire in colpa qualcuno ma perché spero che chi come me ne è vittima o non le vuole mi aiuti a far qualcosa per cambiare la situazione.

  4. Gaia, quelli dei “diritti acquisiti” non sono i Marziani e nemmeno la Finanza, sono i babbi e i nonni dei “giovani”.

    Se sappiano che i pensionati delle Ferrovie (esempio a caso) hanno incassato e incassano pensioni che sono tot volte le somme contribuite, sappiamo anche che il vitalizio di ogni pensionato è pagato con la fiscalità ordinaria, vedi alla voce pressione fiscale insostenibile e pagato col deficit, da cui Debito Pubblico fuori controllo.

    Sulle altre cose non si tratta di essere d’accordo, sono dei fatti. I “giovani” sono analfabeti a causa dello sfascio del Sistema Scolastico, massacrato da riforme ridicole (vedi “alternanza scuola-lavoro” di Renzi) e dalla impostazione generale alla “educazione” che viene dal famoso ’68.

    Nello stesso tempo gli viene fatto il lavaggio del cervello con la faccenda dei “cittadini del mondo”, oggi su Radio 24 (altro gruppo editoriale fallito) sentivo l’intervista ad una signora che fa la ricercatrice in Francia, come se la “media” a cui mi riferivo sopra non fosse fatta dagli Italiani che non sanno leggere e scrivere o fare di conto e che sperano nel lavoro al call center ma dai geni della matematica che vanno a guadagnare il triplo all’estero.

    Chiudo facendo presente un’altra cosa ovvia: io cercavo casa, sono andato a vedere le case di edilizia popolare della mia città, sono tutte abitate dagli stranieri. Il “giovane” che non è il genio della matematica e non gli fanno i ponti d’oro a Cambridge, non solo deve fare i conti con una società dei “diritti” IN DECLINO ma se non è notaio figlio di notaio, deve anche competere con gli stranieri in ogni aspetto del vivere. Intere categorie professionali ormai sono presidiate da loro e lo stesso dicasi per i famosi “servizi sociali”.

    Io non penso che gli aneddoti di cronaca, belli o brutti, siano significativi. Mi sembra che sia più significativo quello che vedo appena esco di casa. Tutti i giorni.

  5. @Gaia: anche per me l’ascensore non deve necessariamente andare in un solo senso, solo che vorrei fosse un po’ meglio bilanciato, e non tarato sull’elite di appartenenza di chi vi entra. E poi per me sarebbe importante che il primo piano, un minimo di possibilità di vita dignitosa, per quanto dura, fosse concesso a tutti (per dignitosa intendo avere un lavoro che ti consenta il minimo indispensabile per sopravvivere, non la villa, il suv e la piscina con le ragazze compiacenti. Sono fermamente convinto che avere meno ti fa vivere meglio). Anche a me hanno molto colpito l’uso dei verbi “pretendere” e l’idea di un mondo che “dovesse essere consegnato”, e proprio essi hanno richiamato alla mia mente l’idea del conflitto che viene sottaciuto: la reazione non è: questo mondo non mi piace per come è strutturato, allora cerco di cambiarlo; bensì: perché io non ho avuto ciò che mi era dovuto? Se qualcosa ti è dovuto vuol dire che c’è un accordo e non c’è alcun conflitto; invece purtroppo non è così, perché non solo devi lottare praticamente per tutto, ma addirittura ora la lotta non è più neppure equa. Io vorrei che questi conflitti emergessero con più chiarezza, in modo tale che le persone prenderebbero posizione; invece sono nascosti o dissimulati, e le persone se ne accorgono solo quando ci sbattono il muso (e allora vedi che cominciano a rivendicare «i diritti»: quello allo studio quando si rendono conto che non hanno i mezzi per pagarsi gli studi, quello al lavoro quando capiscono che il massimo che possono ottenere è essere sfruttati in nero, quello alla salute quando vanno in ospedale e non sono curati, e così via). Ma, come giustamente osservava Veronica, fino a quando non acquisiremo una coscienza di questi conflitti e ci uniremo per cambiare le storture, fino a quando resteremo ciascuno chiuso nel proprio individualismo nella speranza che prima o poi il mondo che meritiamo “ci sia consegnato come deve essere”, un po’ come fosse un articolo ordinato su Amazon, allora non cambierà mai nulla. C’è un urgente bisogno di rimettere in discussione un sacco di assunti dati per scontati in questa società, solo che a quanto pare la cosa interessa a pochissimi, perciò ben vengano le Gaie e le Veroniche.

  6. Solo io trovo che sia turpe (nel senso religioso del termine) e fin anche osceno pubblicare e dare in pasto ai commenti degli sconosciuti, come i nostri, lo sfogo di un ragazzo suicida, che probabilmente non era stato scritto per essere letto urbi et orbi, ma dalla cerchia dei familiari?

  7. Leggendo quella lettera ho avuto la netta impressione che fosse stata scritta per essere condivisa, visto che chiamava in causa, oltre ai genitori e agli amici (affettuosamente), a cui è esplicitamente indirizzata, anche la società, le donne in generale e il ministro Poletti. C’è un uso ricorrente di “voi” in senso lato, “voi tutti che mi sopravvivete”. Mi sembrava un intento abbastanza palese, restando il fatto che io non sono nella testa di nessuno e non posso esserne certa, e che quando muori perdi ogni effettivo controllo su te stesso, piaccia o no.

  8. Sì ma sempre trattasi di uno sfogo privato. Trovo vi sia del morboso e, appunto, dell’osceno nel dare in pasto all’opinione pubblica una vicenda tragica come questa. Molto più dignitoso e rispettoso trovo il silenzio che avvolge magari la vicenda del ragazzo di colore (per quello che se ne sa) sopra cui non volano le cornacchie che si chiedono Ma era un disadattato? Era sfigato? era stato mollato dalla morosa? ecc ecc cose che secondo me devono rimanere nell’intimità della famiglia, per una questione di decoro e rispetto.

  9. No, erano due persone diverse, adesso aggiorno il post con le nuove informazioni.

  10. Non credo si possa dare una risposta definitiva. Perché la società possa conoscersi al di la’ dell’ufficiale, qualche privacy dev’essere violata. Attraverso la cronaca nera scopriamo cose che altrimenti rimarrebbero non dette – non parlo dei dettagli di un singolo caso, ma dei valori, delle malattie psichiche, degli stili di vita, delle strutture comunitarie e familiari… Dall’omicidio di Vasto ad esempio potremmo apprendere che la legge e la società sembrano tendere all’indulgenza nei confronti dei reati stradali, o che la vendetta non e’ più’ non solo richiesta, ma neanche tollerata. Studiando i casi di femminicidio ne scopriamo le radici e le dinamiche, per quanto si cada nell’orrido.
    Se uno davvero vuole mantenere la sua privacy, ci sono dei modi. Scrivere una lettera palesemente rivolta a una società intera non mi sembra una richiesta di intimità. Se poi vuoi criticare i giornali, faccio notare che questa vicenda ha offerto l’occasione per aprire un dibattito con un impatto difficile da ottenere altrimenti, perché le statistiche parlano meno delle storie.

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