il dovere di resistere

Comincio subito dicendo che lo so che sto parlando di cose di cui non ho esperienza diretta, e che quindi non posso garantire che io stessa farei quello che sto chiedendo ad altri di fare. Inoltre, spero di non trovarvi mai nella situazione di cui parlo – se è per quello, vorrei che nessun altro ci si trovasse. So bene anche che la realtà è molto più complicata degli ideali e che nessun ideale vale sempre e in tutte le situazioni prese una per una.

Detto tutto questo, un’idea si sta rafforzando in me così tanto che sento il dovere di esprimerla.

Questa idea, in parole semplici, è che qualunque popolo attaccato debba difendersi, e non scappare, e che abbia il diritto di chiedere aiuto assieme al dovere di interrogarsi su cosa la sua fuga può fare ad altri popoli. Penso anche che, se un popolo è dilaniato da conflitti interni, chi non vuole subire le conseguenze di questi conflitti dovrebbe chiedersi se ha, direttamente o indirettamente, contribuito al loro scatenarsi, e se può fare qualcosa per mitigarli o porvi fine.

In altre parole, io non credo nel diritto d’asilo, soprattutto quando è applicato alle masse e non ai singoli. Se in alcuni casi speciali l’asilo può aiutare non solo la persona che lo chiede, ma anche la causa per la quale rischia la vita, applicato alle masse si riduce solo a un’autorizzazione a invadere il proprio territorio. Inoltre, quando sono le burocrazie ad essere chiamate ad applicare un principio semplice a una realtà complessa, come succede in tutti gli stati moderni, si verifica l’inevitabile conseguenza di ogni burocratizzazione: il giusto diventa indistinguibile dallo sbagliato, e i più furbi si aprono la strada a suon di cavilli e abusi. Questo è esattamente quello che sta succedendo: a causa dell’applicazione di un principio semplice e rigido a una realtà complessa e mutevole, ci stiamo riempiendo di persone mantenute a oltranza anche quando non lo meriterebbero, e di potenziali aggressori nascosti tra gli aggrediti.

Io credo invece nel diritto e nel dovere dell’autodifesa. Questo non solo per un principio astratto, ma perché constato che una parte molto consistente delle catastrofi che ricorrono nella storia dell’umanità sono state dovute proprio alla fuga in massa di popolazioni che soffrivano, e che hanno scelto di imporsi su altre popolazioni anziché difendersi. Questo non è l’unico elemento, ovviamente, ma dietro a quasi ogni invasione c’è sempre una guerra, una persecuzione, un esaurimento di risorse, un problema di sovrappopolazione – uno cioè dei motivi che ci vengono oggi presentati come sufficienti per accettare di riempire l’Europa di un numero potenzialmente illimitato di bisognosi. Più e più volte, incontrando delle difficoltà spesso generate da loro stessi, i popoli scappano, e scappando portano con sé i problemi da cui credevano di fuggire. La retorica della “fuga da guerre e persecuzioni” vale tanto per l’elemento popolare del tanto vituperato colonialismo europeo quanto per l’attuale ondata migratoria accolta da profusioni di buoni sentimenti. È lo stesso meccanismo in diverse circostanze: non sto bene dove sono, vengo da te e tu mi devi dare quello che mi serve per vivere. Se lo fai bene, se non lo fai ti attacco in nome del mio Dio (cioè di me stesso). L’intera storia dei movimenti umani è caratterizzata da fughe: tra i tanti fattori scatenanti, si trova sempre quello del popolo che scappa da qualcosa di oggettivamente drammatico e nel farlo ricrea un conflitto altrove. Solitamente, se la gente sta bene dove sta, si muove poco. Il non star bene in alcuni casi è dovuto all’avidità, e in tanti altri al bisogno. E così i barbari che saccheggiavano l’Impero Romano, i coloni europei che massacravano gli indigeni, gli ebrei che hanno creato lo stato di Israele e i profughi palestinesi e iracheni che hanno contribuito alla destabilizzazione dei paesi arabi vicini… tutti scappavano da quello da cui scappano i profughi odierni: o guerre, o fame, o persecuzioni, o tutte queste cose.

Due obiezioni vengono mosse a questo punto: che le migrazioni di massa ci sono sempre state, e che hanno contribuito alla ricchezza e alla varietà dell’Europa odierna (e dell’America, eccetera). Il fatto però che qualcosa ci sia sempre stato non significa che non bisognerebbe lottare per eliminarlo, o ridurlo: ci sono sempre stati anche la schiavitù, lo stupro, la tortura e lo sfruttamento minorile, se è per quello. Dovremmo lasciarli esistere? Inoltre, le migrazioni di massa del passato avvenivano in un mondo meno popolato da un punto di vista umano. Le primissime della nostra storia avevano l’effetto di sterminare principalmente gli animali e alterare gli ecosistemi (se vi interessa, ci sono studi sull’estinzione della megafauna, ad esempio nelle Americhe e in Oceania, come conseguenza delle migrazioni umane). In seguito, provocavano conflitti tra gruppi umani. In un mondo con oltre sette miliardi di noi, dove dovremmo tutti ridurre le nostre popolazioni, spostarle non fa che creare ulteriori problemi potenzialmente ancora più catastrofici di quelli passati (e cui sappiate che preferirei sbagliarmi che avere ragione e vedere la mia terra dilaniata).

Riguardo agli effetti positivi a posteriori delle migrazioni di massa, rispondo che ogni grande fenomeno tende a portare sia conseguenze negative che positive. Alle volte sono più le une, alle volte le altre, e in generale si tratta spesso di punti di vista. Quello che io chiedo è di guardare gli avvenimenti dal punto di vista di chi li ha subiti, non di noi oggi: la bellezza delle piramidi non giustifica la schiavitù. Allo stesso modo, l’affascinante sovrapposizione di influenze culturali in Italia non significa che le ripetute invasioni, con annessi assedi, saccheggi, battaglie, repressioni, non siano state traumatiche per chi le ha vissute. L’europeizzazione del continente americano ha creato innumerevoli combinazioni culturali della cui ricchezza ha beneficiato il mondo intero, ma questo non annulla e nemmeno giustifica lo sterminio dei popoli che abitavano il continente e la negazione della possibilità future che le loro culture e società contenevano. Le società si evolvono e si diversificano naturalmente, imitando le influenze esterne anche senza subirne la violenza, oppure diversificandosi in creativi isolamenti: non c’è bisogno di massacrare intere popolazioni per avere novità.

Io oggi osservo che le migrazioni di massa che interessano tutto il mondo, e in particolare l’Europa, il continente in cui vivo, e che più si trova esposto dal punto di vista della varietà se non della quantità di flussi, stanno creando sempre più problemi ai paesi riceventi. Il nostro continente è sovrappopolato; dovrebbe ridurre la sua popolazione, e invece la aumenta. L’ingresso in tempi brevissimi di così tante persone con culture diverse, nonostante tutte le prediche di una parte della società all’altra, sta provocando conflitti, rancori, tensioni, e sta spaccando le società riceventi, senza offrire d’altra parte, e questa è però un’opinione personale, altrettanti vantaggi. Certo, è affascinante incontrare persone che portano storie da altri angoli del mondo, conoscere altri punti di vista è utile e, se si stesse verificando su scala più ridotta, l’immigrazione sarebbe probabilmente un fenomeno molto più positivo; così com’è adesso, è insostenibile dal punto di vista ambientale, economico, istituzionale, sociale e persino umano. La gente non ce la fa più. Gli autoctoni, che si sentono invasi, soffrono, subiscono o attaccano; gli alloctoni, o i figli di immigrati, spesso soffrono, subiscono o attaccano – il rancore, la crisi di identità, la percezione del rifiuto altrui sta portando molti di essi a colpire l’Europa in quanto tale e a peggiorare la situazione. Permettetemi anche di aprire una parentesi sulla tanto decantata integrazione. Che cos’è l’integrazione? Di fatto, è la pretesa che milioni di persone adulte abbandonino la gran parte di quello che dà loro un’identità – leggi, usi e costumi, lingua principale di comunicazione, aspettative – per assumerne un’altra. Questo è irrealistico e, in una certa misura, violento. Naturalmente, gli individui si sono sempre inseriti in gruppi diversi dal proprio di origine, e così facendo ne hanno adottato gli usi e costumi, e questo ha portato sia conflitti che arricchimento Ma non si può pretendere che quella che è una scelta individuale, assistita da numeri molto maggiori di persone che si prendono cura del forestiero personalmente, diventi praticabile quando le proporzioni cambiano, i numeri salgono, i tempi si accorciano, e la distanza tra culture è così grande. Come si può pensare che milioni e milioni di arabi, o afghani, o africani, tutti assieme, rapidamente e avendo la forza dei numeri rinuncino alla propria identità e ne assumano un’altra? E siamo sicuri di avere il diritto di pretendere che lo facciano? Inevitabilmente, la loro identità condizionerà anche quella degli altri: cambieranno i comportamenti demografici, le religioni, i costumi, ci saranno deroghe alle leggi… e tutto questo può anche andare bene, da tanti punti di vista oppure con il senno di poi: qualcuno fra duemila anni guarderà all’Europa di oggi come noi guardiamo l’Europa pre-cristiana, cioè come qualcosa destinato a finire. Non illudiamoci, però, che pronunciando la parola magica “integrazione” si neutralizzi l’impatto di un afflusso immane, e che le persone smettano di essere quello che sono state fino al giorno prima.

Ma tutto questo potrebbe anche passare in secondo piano se esistesse un dovere superiore di accogliere chi è in difficoltà. Per come presentano la questione molte persone, in buona o cattiva fede, è così: siccome non possiamo rifiutare un aiuto, dobbiamo risolvere i problemi che derivano da esso, senza metterlo in discussione.

Nessun paese da solo, però, può farsi carico di tutti i mali del mondo, nemmeno quando contribuisce a causarli. Neanche un intero continente. Tra guerre, persecuzioni, mancanza di prospettive economiche e fame, ci sono miliardi di persone in difficoltà. Se venissero tutti in Europa, crollerebbe anche l’Europa. L’unica cosa che possono pretendere da noi è che smettiamo di contribuire ai loro problemi: ma il primo sforzo in questo senso deve venire da loro. Ed è qui che arrivo al punto principale.

Chi subisce un’ingiustizia ha, nella mia visione del mondo, tutto il diritto di difendersi. Non il diritto di chiedere parte dei profitti di quella ingiustizia, non il diritto di andare da qualcun altro a pretendere la salvezza. Quando l’ingiustizia subita è collettiva, il diritto diventa collettivo ma diventa anche un dovere. Chi scappa senza affrontare la fonte della propria sofferenza sta lasciando la sua gente in balìa di chi la tormenta.

Chi stiamo aiutando, noi europei, quando aiutiamo i profughi? Chi abbadona il suo popolo. Stiamo aiutando chi o ha avuto un ruolo nello scatenarsi di un conflitto e ora lascia che gli altri ne paghino le conseguenze, oppure pensa solo alla sua pelle a discapito di tutto il resto. Questo è ancora più grave vedendo che molti dei richiedenti asilo sono uomini giovani e in perfetta salute: ne consegue che o si stanno approfittando del sistema e non scappano da nessuna guerra, oppure stanno lasciando in questa guerra le parti più deboli delle loro società.

Lo so, è facile per me parlare. Nessuno mi vuole uccidere, nessuno mi tortura. Non ho figli da proteggere, eccetera. Però io so che nella storia umana c’è sempre stato anche chi ha resistito – anzi, che prima del colonialismo, della globalizzazione, e di quella rete criminale planetaria che porta fin qui i cosiddetti disperati, lasciandone morire una buona parte per strada, non era per niente scontato che davanti a una minaccia si mollasse tutto per rifugiarsi dall’altra parte del mondo. A tutto questo inneggiare, soprattutto a sinistra, all’accoglienza, io rispondo: ma vi risulta che i partigiani, davanti ai nazisti, siano scappati in massa in Pakistan? No: hanno cercato le armi, si sono organizzati, e hanno contribuito alla liberazione.

C’è chi mi dice che, se il problema è la guerra, farne altra non può risolvere la situazione. Io invece credo che esista un tipo di guerra giusta, che è l’autodifesa, l’unica guerra giusta. Rinunciare all’autodifesa davanti a un attacco non significa essere pacifisti, ma spianare la strada ai prepotenti. Per quello che ne so, è così che si sono formati i grandi imperi, da quello mongolo a quello coloniale: ci si arrende davanti a un nemico spesso inizialmente inferiore, e così lo si rende forte.

Ma non è necessario combattere, se non si vuole combattere. Si possono curare i feriti, soccorrere gli assediati, informare il mondo, cercare aiuto, mediare una pace… il problema è che, in moltissimi di questi casi, si incontrerà la morte. Lo so. Ripeto: non posso giurare che non sarei presa anch’io dalla tentazione di scappare. Posso solo giurare che lo considero sbagliato. Quando penso ai combattenti curdi, ai medici in Siria, alle coraggiose donne afghane, provo rabbia a vedere quanta gente li abbandona. Preferirei che i miei soldi fossero spesi per portare cibo alle città assediate, per agire sulle cause dei conflitti, per osservare dove finiscono le armi che produciamo, piuttosto che per mantenere persone che si autoassolvono da ogni responsabilità. E lo dico sapendo che ci sono cose così tremende che forse anch’io vorrei scappare. Lo dico anche per farmi forza, per impegnarmi in un futuro possibile a degli atti di coraggio dei quali si scopre di essere capaci o incapaci solo quando è l’ora di compierli.

Ho perso amici e litigato con persone care per queste mie posizioni, ma più passa il tempo, più aumenta la tensione in Europa, più peggiorano le cose anziché migliorare, più mi convinco di aver ragione. E ora vi dirò che non sono solo io, con la mia razionalità inflessibile, la mia severità, a pensarla così. Scomoderò due uomini il cui solo nome è simbolo di pace.

Intervenendo sulla questione degli ebrei perseguitati, nel 1938, Gandhi disse che, pur provando nei loro confronti solidarietà e amicizia, si sbagliavano a pretendere la Palestina, la quale apparteneva agli arabi così come l’Inghilterra agli inglesi o la Francia ai francesi. Gandhi pensava che gli ebrei nati in Germania dovessero rivendicare la Germania come loro terra. Dovevano rifiutarsi di essere espulsi o di essere perseguitati; dovevano resistere ai nazisti. Ovviamente Gandhi aveva in mente una resistenza non-violenta. Io sono dell’idea che non fosse possibile una resistenza non violenta contro i nazisti – penso, però, che c’era bisogno dell’aiuto di tutti i popoli coinvolti per fermarli. Io ora vi chiedo, e nessuno ha la risposta, ma vale la pena pensarci: cosa sarebbe successo se, anziché concentrare le loro energie sulla creazione di Israele, anziché emigrare, gli ebrei d’Europa avessero deciso soltanto di resistere ai nazisti, di opporsi alla propria persecuzione? Ci sarebbe stato un Olocausto? Ci sarebbe stata l’infinita persecuzione dei palestinesi, l’infinita insicurezza di Israele?

È la prospettiva di un altrove che impedisce all’uomo di chiedere giustizia nel qui ed ora. Accogliendo i migranti in massa, noi stiamo disincentivando la resistenza. Stiamo offrendo una scappatoia, scoraggiando una riflessione. Stiamo premiando i disertori, stiamo boicottando gli eroi di ogni popolo.

E il perseguitato può poi diventare il più feroce dei persecutori. Lasciando l’Europa, gli ebrei di Israele hanno portato un po’ di Hitler con sé. Ora così tanti di loro odiano i palestinesi, li vogliono annientare – e a chi obietta ricordano, come un ricatto eterno, la Shoah. Fuggire dalla guerra non significa lasciarla alle spalle. Non sto proponendo di trattare chi scappa dalla guerra come un appestato. Ma la realtà è che i conflitti seguono le persone: basta guardare all’Europa di oggi, agli attentati quotidiani, per vederlo. Al tempo stesso, i conflitti finiscono, e una libertà guadagnata rafforza un popolo più di una libertà ereditata, o, peggio ancora, rubata ad altri. Certo: noi siamo in parte responsabili dei conflitti in Medio Oriente. Ma a cosa può servire colpirci qui? Che si difendano da noi, che mandino ambasciatori a spiegare ai nostri popoli i danni che stiamo facendo. Io sono la prima a protestare contro le guerre mosse altrove, a non voler sfruttare le ricchezze degli altri paesi, a ridurre la mia impronta per non calpestare gli altri. Ma questa è tutta un’altra cosa rispetto a una richiesta di asilo.

L’altro uomo di pace che vorrei scomodare è niente meno che il Dalai Lama. Sapete cos’ha detto il Dalai Lama ai tedeschi? Che in Europa ci sono troppi profughi e sta diventando difficile gestirli; che la Germania dev’essere la Germania, non può diventare un paese arabo. L’ospitalità ai profughi dev’essere temporanea, perché poi loro devono tornare e ricostruire il loro paese. Lo dice il Dalai Lama, che non solo è un uomo di pace ma anche un profugo, un profugo che spera di tornare, e che utilizza il suo status di profugo per parlare del proprio popolo e delle sue sofferenze, non per rifarsi una vita e lasciarsi alle spalle il passato. Il diritto d’asilo ha senso per pochi ambasciatori di un popolo oppresso, i quali possano usare la relativa sicurezza in cui si trovano per risolvere i suoi problemi, non per sfuggirvi. Non solo: credo che il Dalai Lama parli così perché sa che la demografia è un’arma dell’invasione, e l’ha vista usare dai cinesi han in Tibet.

Io mi guardo intorno, in questi giorni, e vedo moltissimi richiedenti asilo, quasi esclusivamente provenienti dall’Afghanistan e dal Pakistan. Seguo anche le notizie, e vedo che quello che avevo previsto sta succedendo, cioè che tra i richiedenti asilo ci sono anche individui con intenzioni aggressive (forse venuti apposta?), e che le tensioni interne alla nostra società stanno aumentando, con attacchi da parte di europei contro stranieri o tra europei favorevoli all’immigrazione e altri contrari. Intanto, lentamente, sono sempre più le persone le cui terre stanno finendo sott’acqua. Per quanto mi riguarda, questi sono gli unici per cui la ricorrente espressione “costretti a fuggire” vale. Con tutta la buona volontà, non possiamo proprio vivere sott’acqua. Bisognerà farsi carico di loro, e sono molti. Tutti gli altri, però, devono fare la loro parte e prendersi le proprie responsabilità. I conflitti non nascono dal nulla: sono i prodotti dei comportamenti e delle scelte delle persone. E per scelte non intendo solo “convincere qualcuno ad ammazzare il vicino”, ma anche fare troppi figli, distruggere l’ambiente, disinteressarsi delle prime avvisaglie. La corresponsabilità altrui non è una scusa.

Mi si può dire, certo, che non esiste nessuna lealtà dovuta al proprio popolo, e che ognuno deve pensare per sè. Se questo è vero, allora non dovrebbe esistere neanche nessun dovere nei confronti dell’umanità intera e quindi dei profughi. Non dobbiamo niente a nessuno. La mia etica però non è questa: siamo tutti collegati, siamo tutti esseri umani e viventi, ma non possiamo far finta che il mondo sia un marasma indifferenziato in cui l’individuo, e solo esso, ha il diritto di scorrazzare a piacimento. Siamo divisi in famiglie, comunità, società, e chi abbandona le proprie nel momento più difficile non è l’uomo più meritevole di aiuto, ma il meno.

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56 risposte a “il dovere di resistere

  1. Gaia, adesso provo a leggere il post ma sappi che è troppo lungo. Poi commento. 🙂

  2. “So bene anche che la realtà è molto più complicata degli ideali”

    Errore. Lasciamo perdere le conseguenze del cogito cartesiano, la “realtà” non è sullo stesso piano degli “ideali”. Non si possono confrontare, sono incommensurabili, indipendentemente dal concetto di “complicato” che secondo me nella “vulgata” si usa con l’implicito significato del “relativismo assoluto”, ovvero che ogni affermazione è vera e falsa contemporaneamente, che una carota è uguale ad un treno e lo scopo è di non prendere posizione su niente.

    “che nessun ideale vale sempre e in tutte le situazioni prese una per una”

    Dobbiamo tirare fuori Platone? L’ideale è come l’idea del triangolo. In natura non esiste nessun triangolo, non esiste nemmeno in luogo con le proprietà della geometria piana. Quindi secondo la tua logica, l’ideale di triangolo non vale MAI. Non fa nessuna differenza, infatti il triangolo è un artificio che la nostra mente adopera per interpretare la “realtà” di cui sopra. In effetti noi non “aderiamo” alla realtà 1:1, la viviamo attraverso una serie di eventi elettro-chimici che avvengono nel nostro corpo e di cui sappiamo poco o nulla, eventi che producono una “rappresentazione mentale” dell’universo. Con tutti gli ovvi inconveniente riguardo la “oggettività” del “reale” e la possibilità di comunicare/condividere.

    “si verifica l’inevitabile conseguenza di ogni burocratizzazione: il giusto diventa indistinguibile dallo sbagliato”

    No no, non dipende dalla “burocratizzazione”. Invece è un concetto che è stato inserito di proposito nel lavaggio del cervello a cui sono sottoposte le persone con lo scopo di ridurne al minimo la resistenza individuale e trasformarli cosi in burattini che esistono in due forme, quella del “consumatore” e quella del “sociale”.

    “L’intera storia dei movimenti umani è caratterizzata da fughe”

    Non proprio, la Storia è caratterizzata da invasioni. Certo, le invasioni a loro volta sono determinate dalla penuria di risorse perché chi sta comodo a casa sua non va a scannare il vicino di casa, cosi, per nulla. Ma il tuo errore è ragionare in termini di “povero profugo” invece che di “pirata con l’ascia”.

    “i barbari che saccheggiavano l’Impero Romano”

    Ancora, non esatto. I “barbari” non volevano saccheggiare, volevano fare parte dell’Impero. All’inizio furono assoldati come milizia territoriale e coloni che ripopolassero aree divenute disabitate causa epidemie, carestia, crisi demografica (che poi era la ragione per cui non si potevano armare le legioni).

    Il “saccheggio” cominciò quando non furono rispettati i patti, un po’ come si vede nei film con i nativi americani gabbati dai “bianchi” con un trattato che viene puntualmente ignorato e violato. All’inizio i “barbari” si presero quello che pensavano gli spettasse, poi cominciarono a esigere il pizzo dai Romani e alla fine decisero che l’impero andava rifondato e che spettasse a loro assumerne la guida. Ancora nel ‘900 c’era questa idea, il famoso “Terzo Reich” altro non era che l’idea di rifondare l’Impero Romano.

    “i coloni europei che massacravano gli indigeni”

    Non esatto. Massacrare è un lavoraccio. Gli Europei hanno sempre usato due espedienti, il “divide et impera”, facendo massacrare gli indigeni tra di loro e la guerra biologica, diffondendo di proposito il Vaiolo tra gli indigeni. Dopo poco questo causava il collasso delle società locali.

    “gli ebrei che hanno creato lo stato di Israele”

    Esempio di invasione, non di fuga. Se gli Ebrei avessero voluto fuggire, potevano andare, che ne so, in Australia che è quasi interamente disabitata.

    “Due obiezioni vengono mosse a questo punto: che le migrazioni di massa ci sono sempre state”

    No. Una volta si armavano poche navi, si caricavano coi giovani e si mandavano alla ventura. I giovani trovavano un posto e fondavano una colonia. Ci volevano decenni o secoli perché da quel seme nascesse una civiltà. Nella antichità non si potevano spostare le “masse” per l’ovvio problema logistico.

    Il problema logistico vale anche oggi e tu sei una dei tanti che cade nell’inganno della propaganda secondo cui si possono spostare milioni di persone semplicemente perché uno si alza la mattina incomincia a camminare in ciabatte, paga un passaggio su un camioncino e dopo un po’ arriva a 5000 km di distanza, attraverso deserti, foreste, fiumi e oceani. E’ ridicolo. Palesemente le “migrazioni di massa” sono organizzate e gestite da entità che hanno le risorse necessarie per la logistica. Queste entità sono apolidi e parzialmente occulte, se dovessimo fare delle ipotesi, chi ha oggi risorse economiche illimitate?

    “Io oggi osservo che le migrazioni di massa che interessano tutto il mondo, e in particolare l’Europa”

    Ecco, osserva. Mentre osservi però prova a pensare che il fenomeno non sia casuale ma pianificato a tavolino ed eseguito da quelle entità apolidi di cui sopra.

    “l’immigrazione sarebbe probabilmente un fenomeno molto più positivo; così com’è adesso, è insostenibile”

    Contraddizione: hai cominciato a parlare di “asilo” e di “profughi” per finire con la “immigrazione”. Sono concetti NON EQUIVALENTI. Non ti accorgi di quanti stereotipi propagandistici stai elencando?

    “la distanza tra culture è così grande. Come si può pensare che milioni e milioni di arabi, o afghani, o africani, tutti assieme, rapidamente e avendo la forza dei numeri rinuncino alla propria identità e ne assumano un’altra? E siamo sicuri di avere il diritto di pretendere che lo facciano?”

    Oh signore. Hai un modo di pensare tutto sbagliato. Milioni di Arabi, ecc, non vengono qui per diventare europei, vengono qui per conquistare, sono invasori. Quindi impongono la loro cultura alle genti che invadono, non il contrario. Infatti i miei concittadini mangiano il kabab ma loro non mangiano il salame. Loro sposano e convertono le nostre donne ma noi non possiamo sposare e convertire le loro. La domanda sul “diritto di pretendere” fa veramente ridere.

    Noi stiamo combattendo una guerra civile e questo ci paralizza. La guerra civile è quella che la “sinistra” (per motivi storici è sinonimo di Comunismo) ha dichiarato alla “società borghese”. Gli invasori sono usati come arma. Inoltre, la “sinistra” è finanziata e eterodiretta da quelle elite apolidi di cui sopra, i “leader” consapevolmente, la “base” senza rendersene conto. Lo scopo della “sinistra” è appunto quello di causare la “caduta dell’impero” per rendere possibile il “rinascimento”, lo scopo delle elite apolidi è renderci tutti schiavi.

    “Non illudiamoci, però, che pronunciando la parola magica “integrazione””

    Infatti la parola magica dovrebbe essere “sottomissione”.

    “Nessun paese da solo, però, può farsi carico di tutti i mali del mondo”

    Sei il Caro Leader Renzi?
    Non hai capito, parte della strategia in essere, come delineata sopra, è la abolizione degli Stati nazionali per farli confluire in una entità amministrativa indifferenziata. Lo scopo non è formale, è sostanziale, ovvero cancellare i Popoli, le Nazioni. I “mali del mondo” sono una delle leve con cui compiere questo movimento.

    “Chi stiamo aiutando, noi europei, quando aiutiamo i profughi?”

    Vedi sopra.

    “Nessuno mi vuole uccidere, nessuno mi tortura. Non ho figli da proteggere, eccetera.”

    Sei sicura? Ti sbagli. Non solo concretamente c’è gente che ti vuole sbudellare con un coltello ma hai anche la necessità di reclamare per te la terra dei tuoi avi, senza la quale sei il nulla.

    “Ma non è necessario combattere, se non si vuole combattere. Si possono curare i feriti, soccorrere gli assediati, informare il mondo, cercare aiuto, mediare una pace…”

    Certo, cioè fai combattere qualcun altro. Comodo no?

    “Ho perso amici e litigato con persone care per queste mie posizioni”

    Amici e persone care, aspetta, fammi indovinare, “di sinistra”. Ahahah.

    “Gandhi pensava che gli ebrei nati in Germania dovessero rivendicare la Germania come loro terra.”

    La faccenda è relativamente complessa e origina nella diaspora. Cosa dicesse Ghandi è irrilevante. Il fatto è che essere “ebreo” non è una questione di fede religiosa ma di etnia. Sono gli Ebrei per primi che hanno fatto di tutto per secoli per mantenere la propria identità separata. La etnia degli Ebrei non ha alcun diritto di reclamare la Germania, ovvero la terra dei Germani, che non si chiama “Ebraia”, la terra degli Ebrei. Questo non significa che un ebreo non possa vivere in Germania. Poi dopo secoli di convivenza la faccenda diventa sfumata, non sarebbe stato un problema se il Nazismo (Nazional Socialismo) non si fosse inventato il concetto ridicolo di “purezza della razza”.

    Un arabo che vive in Germania non ha nessun diritto di reclamare la Germania come la sua terra. Non importa dove è nato, infatti come vedi nel caso della Francia, gente nata li non si sente per nulla francese ma piuttosto reclama la Francia come terra di conquista. Che è tutta un’altra faccenda.

    La costruzione delle moschee non serve a ufficializzare la “francesizzazione” degli Arabi, serve ad ufficializzare la conquista della Francia.

    “Dovevano rifiutarsi di essere espulsi o di essere perseguitati; dovevano resistere ai nazisti.”

    Dove l’hanno fatto, per esempio il ghetto di Varsavia, sono stati sterminati.

    “Ovviamente Gandhi aveva in mente una resistenza non-violenta.”

    Ovviamente Ghandi è un mito sopravvalutato. Se invece degli Inglesi del suo tempo avesse incontrato gli Inglesi di qualche secolo prima, l’avrebbero ammazzato immediatamente e buonanotte.

    “Che si difendano da noi, che mandino ambasciatori a spiegare ai nostri popoli i danni che stiamo facendo.”

    Purtroppo non hai elaborato la Storia. Quando due culture entrano a contatto, quella più forte sottomette quella più debole. La forza di una cultura ha due componenti, tecnologica e demografica. L’Europa ha creato imperi perché aveva un grande vantaggio tecnologico. Mandare ambasciatori serve a niente perché la diplomazia è una componente secondaria ed accessoria della guerra. Cartago delenda est, mostrando al senato i fichi importati. Comunque, come dicevo, il problema nostro è la guerra civile, non la guerra coloniale.

    “Sapete cos’ha detto il Dalai Lama ai tedeschi?”

    Se io fossi tedesco direi “fotte sega di quello che dice il Dalai Lama”.

    “Io mi guardo intorno, in questi giorni, e vedo moltissimi richiedenti asilo, quasi esclusivamente provenienti dall’Afghanistan e dal Pakistan.”

    Io invece vedo pizzaiolo egiziano, barista e parrucchiere cinesi, impresa di pulizie indonesiana, muratore albanese, neri che strappano le erbacce ai giardini. I richiedenti asilo sono una invenzione della “sinistra” che è venuta dopo il famoso “fanno i lavori che gli Italiani non vogliono fare” e si è reso necessario da quando abbiamo scoperto che milioni di Italiani sono sotto la soglia della povertà e affollano le mense della Caritas. Quindi la accoglienza da una “furbata” è diventata un “obbligo”, da cui il “richiedente lavoro” è diventato “richiedente asilo”.

    “Mi si può dire, certo, che non esiste nessuna lealtà dovuta al proprio popolo”

    Te lo dicono, indovina un po’, in chiesa, perché siamo tutti una comunità di credenti sotto lo sguardo di Dio e te lo dicono i Comunisti perché siamo tutti una “classe” sotto gli occhi del Segretario del Partito. In entrambi i casi, se vogliamo essere Popolo, dobbiamo farlo CONTRO la Chiesa e il Partito. Da cui il neologismo di “populisti”. Perché reclamare la terra degli avi e la propria identità è “populismo”.

    “Non dobbiamo niente a nessuno”

    Falso. Uno dei trucchetti più usati è portare la gente in mezzo al mare, scaricarli su un canotto e poi mandare una richiesta di soccorso via radio. Lo “jus gentium”, cioè le usanze che derivano dal buon senso, obbliga i marinai a soccorrere i naufraghi. Dobbiamo qualcosa a qualcuno, non niente a nessuno.
    Ergo, si tratta di avere la capacità di decidere cosa dobbiamo e a chi lo dobbiamo. Certo, non dobbiamo tutto a tutti, vedi alla voce “i diritti”, che sono usati come altra leva per scardinare la nostra società.

  3. Lorenzo, credo che tu abbia in alcuni punti frainteso quello che stavo cercando di dire. Prendo categorie che ci vengono presentate e le analizzo. Ad esempio, riguardo alle categorie “profughi” e “immigrati”: quello che vorrei dire è che la motivazione originaria (fuga) non altera il risultato (immigrazione). Alla fine anche un profugo è un immigrato, anche se non è necessariamente vero il contrario.
    Riguardo all’essere nato e all’essere discendente, qui davvero la questione non è semplice. Lo vedo nel paese di montagna in cui vivo e in altri vicini. Chi vive qui, è nato qui e discende da gente di qui non ha molti dubbi sulla sua identità. Ma gli altri? Non si può fingere che non esistano, né li si può certo sopprimere. Come si collocano dal punto di vista dell’identità? Alcuni sono figli o nipoti di emigranti e ritornano nel paese da cui il loro “sangue” discende, ma parlano la lingua dei cittadini e vengono visti come cittadini. Altri sono appena arrivati, ma hanno intenzione di restare qui, e hanno preso case disabitate e pezzi di terra che la gente stessa del luogo vorrebbe vedere tornare a campo o pascolo. Altri ancora hanno seconde case ereditate, spesso sono nati qui, ma non partecipano alla vita del luogo e al tempo stesso avanzano pretese o disturbano.
    A chi appartiene il paese? Non si può negare la realtà passata dell’emigrazione, né pretendere di emigrare in massa in città senza che qualcuno dei cittadini emigri in montagna. Io penso che non ci sia solo il diritto di nascita, ma anche il diritto dato dalla residenza di lungo corso. Più stai in un posto, più puoi avere voce in capitolo in esso. Più a lungo ti sei allontanato, meno ne hai. Non solo: devi anche essere accettato dagli abitanti, ma l’accettazione non è qualcosa che si può accendere o spegnere facilmente a seconda dei comportamenti. A un certo punto l’immigrato, e i suoi figli, diventano abitanti; il loro contributo, il loro legame è tale che non si può negare. Per questo bisogna pensarci prima, o al massimo durante, e non dopo, perché non si può neanche dire a gente nata in un posto che quella non è casa sua, lasciandola di fatto apolide senza colpe. Forse una delle grandi tragedie degli ebrei è stata avere una patria di fatto e una patria ideale che non hanno coinciso per duemila anni. Parlavo con un amico canadese dei canadesi di oggi, che ancora si sentono legati alle loro orgini europee e ignorano o maltrattano gli indigeni del Canada. Questa è una fantasia: la discendenza è importante, ma l’esperienza di più, e infatti anche il senso di appartenenza legato alla discendenza, di fatto, deriva soprattutto dall’esperienza. Cioè: se io per tutta la vita ti parlo di un’altra terra, di un’altra cultura, di un’altra identità, alla fine ti separerò da tutto quello che ti circonda e che per te è familiare. Questo è uno dei conflitti da cui nasce il terrorismo in Europa, ed è in parte inevitabile quando ci sono così tanti rancori tra i popoli e i numeri sono così alti.

  4. “Prendo categorie che ci vengono presentate e le analizzo”

    Eh no.
    Non ci vengono presentate “categorie”, ci viene presentata una storia che comincia con le Genesi e arriva ad un nanosecondo fa. Le tue “categorie” sono degli istanti dentro questa storia. Nel momento che tu le accetti, produci una reazione a catena, come succede per i concetti primitivi che danno luogo alla matematica.

    “Ad esempio, riguardo alle categorie “profughi” e “immigrati”

    Infatti, nel momento in cui dici “profughi” hai due alternative, o accetti il concetto primitivo della propaganda attuale, ovvero che “profugo” è una persona che di sua sponte decide di spostarsi da un punto del mondo ad un altro punto del mondo per una ragione qualsiasi (es. piove poco, piove troppo), oppure lo rifiuti e, volendo, introduci un’altra definizione, ovvero che “profugo” è un esule, qualcuno esiliato dalla propria terra per causa di forza maggiore, tradizionalmente uno come Enea, che fugge da Troia in fiamme col figlio per mano e il padre sulle spalle. Noterai che la differenza sta che nel primo caso si tratta di uno stato “istantaneo” che deriva da una “auto-certificazione”, mentre nel secondo caso è uno stato “pregresso” (e di solito, permamente) che viene determinato da altri.

    “quello che vorrei dire è che la motivazione originaria (fuga) non altera il risultato (immigrazione).”

    Ti sbagli. Infatti la immigrazione è ILLEGALE in tutto il mondo mentre l’accoglienza dei profughi è subordinata a certi trattati che la rendono obbligatoria. Vedi bene che limitandoti a prendere le “categorie” che ti vendono date sei costretta a giocare con le regole prestabilite, nel nostro caso si vuole evitare il “respingimento” degli immigrati (che lo ripeto, è legge ovunque nel mondo) trasformandoli in “profughi”. Il pizzaiolo egiziano non è fuggito, è venuto qui per cercare fortuna. Gli è stato consentito di rimanere perché l’Italia (e L’europa) ormai è una regione popolata di mentecatti e buffoni. Che poi è quello che pensa il pizzaiolo.

    “anche se non è necessariamente vero il contrario.”

    E’ falso, punto. Il “necessariamente” significa che certe volte è vero. Lo stato di “profugo” esclude quello di immgirato e viceversa. Infatti, come ho detto, sono regolati da leggi differenti.

    “Altri ancora hanno seconde case ereditate, spesso sono nati qui, ma non partecipano alla vita del luogo e al tempo stesso avanzano pretese o disturbano.”

    La tua divagazione è meramente strumentale e serve a sostenere l’idea che non esiste legame tra sangue e terra (si lo so cosa è successo nel Novecento, per cui certe cose non si possono dire). Allora mi tocca la spiegazione pedante. Io vivo nei pressi di Milano. Sono andato militare negli Alpini a Trento, con gente che parlava dialetti che io non capisco. Eppure, dato che i nostri nonni hanno lasciato le ossa negli stessi posti in cui noi portavamo la divisa, vivevamo la continuità. ANche li, guarda caso la leva è stata sospesa e gli Alpini non adottano più il reclutamento regionale. Che coincidenza eh? Io magari ho nelle vene sangue di antenati celti o latini o germani o bizantini o francesi o spagnoli o austriaci o anche ungari, vai a sapere. Il punto è che tu non dai via non dico casa tua ma nemmeno il muretto a secco che hanno tirato su gli antenati, chiunque essi fossero, al primo venuto. Perché farlo significa due cose, la prima una questione di idiozia, ovvero non capire il valore delle cose. La seconda è una questione molto più grave, ovvero che lo Stato esiste se e solo se esiste un “patto fondativo” tra un certo gruppo di persone che si identificano in una comunita. Non è un caso che in questi giorni, mentre “accogliamo” milioni di stranieri, si lavori per smantellare le entità statali e togliere agli Europei la sovranità. Vai a sentire i discorsi della signora Boldrini sul tema della “Europa”.

    “A chi appartiene il paese?”

    A chi lo reclama. Infatti noi stiamo dicendo che l’Italia non ci appartiene. Non la vogliamo. Se la prendano pura. Noi siamo “cittadini del mondo” e ci piace vivere indifferentemente a Nairobi o ad Osaka (senza contare che non ci vogliono in entramni i posti).

    “Non si può negare la realtà passata dell’emigrazione, né pretendere di emigrare in massa in città senza che qualcuno dei cittadini emigri in montagna.”

    Non c’entra una fava. Se non lo capisci, non c’è molto che posso fare perché oltre un certo livello la pedanteria diventa rumore di fondo.

    “Io penso che non ci sia solo il diritto di nascita”

    NON ESISTE NESSUN DIRITTO.
    La terra è tua se sei in grado di reclamarla con un’ascia in mano. Ma non capisci che è quello che sta succedendo in questi giorni? Qualcuno sta reclamando la mia terra con un’ascia in mano e a me viene detto che devo stare buono e zitto, che va bene cosi.

    “A un certo punto l’immigrato, e i suoi figli, diventano abitanti”

    Lo diventano a patto che, invece di fare come sopra, ovvero reclamare la terra come propria, si facciano adottare dalla comunità autoctona. Tradizionalmente si fa alla maniera di Pocahontas o del Capitano Kirk, o di Balla Coi Lupi, ovvero sposando la figlia del capo villaggio. Ma cosi facendo ti vesti da indiano e parli indiano, non ti vesti come ti vestivi a casa tua, parli la lingua tua, mangi le cose tue, costruisci una moschea, eccetera.

    “il loro contributo, il loro legame è tale che non si può negare”

    Invece io lo nego. Infatti ho litigato nel condominio per mantenere la signora delle pulizie italiana invece della impresa indonesiana. Ma gli altri condomini sono piallati dal lavaggio del cervello e “il contributo” esiste perchè costa meno. Lavoro nero, niente assicurazioni, gente pagata a giornata, che ogni giorno uno diverso, eccetera.

    “Per questo bisogna pensarci prima, o al massimo durante, e non dopo”

    Giusto. Infatti come dico sempre da UomoCoso e come ho scritto sopra, noi non siamo in guerra con gli immigrati, siamo impegnati in una guerra civile. Il mio nemico è il sindaco di SEL che favorisce l’immigrazione, lo stanziamento di stranieri nel mio paese e che se io mi ribello mi fa sparare da qualche sicario (metaforicamente ma nemmeno tanto). Dietro il sindaco c’è un apparato enorme che include la Scuola, i Media, la Magistratura, tutta la Pubblica Amministrazione, Parlamento, Governo, su su attraverso l’Europa fino alle segrete stanze dove si riunisce il Gruppo Bilderberg.

    Tu pensi sbagliato per molti versi, dal mio punto di vista hai una visione delle cose indiretta e romanzata. Dovresti, tanto per prova, indagare cosa pensano gli immigrati di te in quanto donna italiana e europea. Una volta che l’hai accertato, torna qui e dimmi “non si puo negare”.

    L.

  5. Ah, scusami Gaia ma questo passaggio secondo me non l’hai recepito: gli immigrati non vengono qui per caso o spontaneamente o spinti da eventi naturali, catastrofi, guerre, eccetera.

    Vengono qui perché sono reclutati, radunati, istruiti, trasportati, alloggiati, nutriti, lungo tutta la catena logistica che va dalle località remote della Terra fino alla tua montagna. Una volta in Italia, vengono presi in carico dalle organizzazioni locali che curano l’ultima tratta, tra cui appunto, il Governo e gli azionisti di Corriere e Repubblica (nel caso ti chiedessi chi decide la “linea editoriale” e perché).

    Tutto questo fa parte di un disegno di ingegneria sociale su scala planetaria, vedi alla voce “globale” – “globalizzazione”. Lo scopo è l’annientamento etnico e culturale degli Europei, balcanizzare tutto e creare il “meticciato”, in modo che siamo tutti asserviti alla Macchina, senza nemmeno saperlo, come la maggioranza degli Italiani di oggi.

    Fa parte della stessa strategia lo adeguamento di leggi e costumi alla “modernità”, per esempio la faccenda dell’eugenetica che stiamo introducendo vigliaccamente con la scusa dei “diritti”. Si diceva sopra della continuità e del legame tra sangue e terra, pensa cosa può essere per un bambino concepito in un laboratorio, che non sa chi siano i genitori, che viene condizionato nel “politicamente corretto” (es. gli insegniamo l’arabo, non importa se non sa scrivere correttamente l’italiano), che mangia cose che non hanno nessuna tradizione locale, non sa distinguere una patata da un pomodoro, eccetera.

    Siamo abbastanza oltre, in tutte le direzioni.

  6. Io sinceramente sono felice che Albert Einstein non abbia deciso di “resistere”, ma sia emigrato negli USA dove formò una nuova generazione di fisici e contribuì al progetto Manhattan: forse, se non avesse fatto così, a quest’ora ci troveremmo senza neri, ebrei, zingari e migranti vari nel mondo, però tutti sotto una bella svastica.

    Sono anche felice dell’egoismo e della pavidità di Enrico Fermi che, pur di salvare la moglie di origine ebraica, prese la stessa decisione di Einstein e invece di resistere eroicamente al nazifascismo sulle Alpi o a Roma, finì il resto della sua vita negli USA dove creò cosette come la pila atomica, il primo sincrociclotrone, e diede origine ad una serie di branche della fisica di cui beneficiamo un po’ tutti (chiunque entri in un dipartimento/laboratorio di medicina nucleare, dovrebbe esclamare un bel «Grazie Enrico» appena attraversata la soglia).

    Mi domando di cosa stiamo parlando, perché davvero faccio fatica a capire il significato dei commenti.

    Rileggiamo le pagine dei condannati a morte della Resistenza Italiana: sono tutti giovani e disperati, di solito poveracci contadini o operai, che scrivono: Cara mamma/fidanzata/sorella/nonna/etc. oggi muoio, ma ti lascio un futuro migliore, un paese finalmente libero, una democrazia, almeno tu potrai avere orizzonti liberi, etc. etc.
    Sicuramente eroi, sicuramente personaggi straordinari, ma il minimo comune denominatore era uno: avevano una speranza in cui credere, e un ideale per cui morire.

    Se non hai speranze, né ideali, non ti immoli per niente. C’è poco da fare, a meno che tu non abbia dei sani impulsi autodistruttivi; ma lì, allora, c’è solo lavoro per un buon analista. Vogliamo forse pensare che tutte le persone che vengono da noi perché in patria non stanno bene, siano tutte da psicoanalizzare o lo facciano per puro egoismo, perché vogliono anche loro la macchinona, il portafoglio pieno e la moglie barbie? Mi sembra un tantino riduttiva come lettura analitica del problema, fosse solo in termini statistici.

    Io – sinceramente – se abitassi in { Siria | Nigeria | Afghanistan | Iraq | Libia | Egitto | qualsiasi altro posto del genere } e vedessi i familiari morti al mercato mentre fanno la spesa, o interi strati sociali – tra cui il mio – che vivono di espedienti e, fatte 2 semplici divisioni, roba da scuola elementare, capissi che ho più probabilità di allungare la mia vita anche solo di un decennio se partissi, mentre avrei la quasi certezza della fine che farei se rimanessi in patria, non ci penserei su due volte e partirei anch’io, a meno di non avere un ideale forte o una speranza plausibile per cui restare. Che diamine, almeno un motivo per morire o schiattare devo pur averlo! Chi ha il coraggio, al giorno d’oggi, di guardare negli occhi un iracheno, un afghano o un siriano, dopo tutto quello che hanno passato, e dirgli: “Ma dai, resisti dove abiti, ce la puoi ancora fare!” senza la (giusta) aspettativa di avere quale risposta come minimo uno sputo in pieno viso?

    Io il coraggio non ce l’ho, perché nelle loro condizioni farei esattamente quello che fanno loro (immagino di essere, sotto questo aspetto, un buon campione del genere umano), e per principio non chiedo agli altri di fare ciò che non riesco/voglio fare io. Tra l’altro, quando hai la guerra in casa o nessuna chance per il futuro, argomentazioni colte quali i flussi migratori, la sovrappopolazione, l’impronta biologica o la decrescita tendono a non distinguersi più dall’assordante rumore di disperazione che ti circonda.

    Chi è disperato, se non è bloccato dal panico e può farlo, fugge: è una legge sempre valida, come il principio di conservazione dell’energia, a qualsiasi scala.

    P.S.
    Mi spiace di avere usato toni un po’ aggressivi/sarcastici, però mi pare che stiamo parlando del modello descrittivo del fenomeno, perdendo di vista completamente l’oggetto reale che dovrebbe descrivere.

  7. MK, domandina facile facile: visto che le condizioni presenti in Africa e in Asia sono per lo meno uguali se non migliori di quelle presenti negli ultimi 100 anni, mi dici perché “loro” si mettono in movimento in ciabatte dai loro poveri villaggi solo adesso? Cosa è cambiato nel frattempo? Hanno acquisito la capacità di fabbricare migliori ciabatte?

    Seconda domandina facile facile: hai presente quel gioco che sottoponevano ai ragazzi tanti anni fa per vedere se erano scemi, quello dove dovevi infilare un oggetto di una data forma nel buco della forma corrispondente? Ecco, spiegami come si fa ad infilare geometricamente un miliardo di Africani dentro l’Europa. Sottoparagrafo della seconda domandina facile, spiegami per cortesia cosa succede se (per ipotesi, eh) non ci entrano.

  8. La speranza te la puoi dare da solo, nessun altro è obbligato a farlo per te. La differenza tra i partigiani e la gente che fugge e chiede asilo è, innanzitutto e come sottolinea giustamente Lorenzo, che adesso c’è un’organizzazione internazionale estremamente redditizia che organizza spostamenti per nulla ovvi – l’Europa è molto lontana dal Pakistan, ad esempio, com’è che proprio adesso vengono tutti proprio qui? La seconda differenza è che i partigiani erano pronti a sacrificare se stessi e la propria famiglia per tutti, non solo per sè, e chi scappa dalla guerra non lo è. Se il problema fosse la mancanza di speranza, mi spieghi come mai in ogni paese da cui fuggono le masse ci sono così tante persone che resistono e lottano e non se ne vanno? Cosa distingue un curdo, o siriano, o afghano, che scappa da uno che lotta per difendere o migliorare la sua terra? Perché il primo non trova niente in cui credere e l’altro sì? La tua spiegazione non mi convince per niente. C’era anche un sacco di gente italiana disperata durante l’occupazione nazista. Solo che nessuno si offriva di portarla da nessuna parte, per cui o aiutava i partigiani, o collaborava, o si barcamenava come poteva.
    (Sì, qualcuno è anche emigrato, ma durante la guerra non era tanto semplice)
    Comunque tu dici una cosa vera: chi è solidale con i richiedenti asilo è perché pensa che al posto loro farebbe la stessa cosa. Io non voglio credere di essere così vigliacca, mi dispiace. Io voglio credere di essere disposta a rischiare la vita per difendere la mia gente. E se non lo sono, non mi aspetto che qualcun altro mi aiuti più di chi lo è.
    Il fatto che molti emigrati ebrei abbiano contribuito alla scienza o alla cultura dei posti in cui sono fuggiti non cambia la mia idea. È ovvio che ognuno di noi potenzialmente, e non si sa finché non è finita la vita, può fare qualcosa di grandioso per l’umanità. Allora nessuno dovrebbe mai rischiare la vita perché restando vivo può potenzialmente fare una grande scoperta scientifica. Siamo tutti dei potenziali Einstein, e la nostra pellaccia vale più di quella di tutti gli altri. Di nuovo, io non ragiono così: è un individualismo troppo estremo, un si salvi chi può che non mi appartiene. Inoltre, succede spesso che le scoperte o le invenzioni vengano fatte da più persone contemporaneamente. Se non ci fosse stato Einstein, senza nulla togliere al suo genio, probabilmente il suo contributo l’avrebbe dato qualcun altro: il mondo è strapieno di scienziati brillanti e la scienza avanza tutti i giorni. E che ne sai che Einstein non sarebbe sopravvissuto anche a una resistenza antinazista? E quanti potenziali Einstein sono morti per colpa di chi è scappato anziché combattere quando si era ancora in tempo?

  9. Lorenzo, temo che tu non abbia capito il senso di quello che ho scritto (non è un’offesa a te: forse non sono stata chiara).
    A parte il fatto che non è vero che l’immigrazione è illegale in tutto il mondo, perché è semplicemente regolamentata, quello che voglio dire io è che c’è sempre un’alternativa all’essere profugo, e nessuno è del tutto e completamente “costretto a fuggire”.

  10. Io credo che si faccia un grande torto ai popoli da cui provengono i migranti (nonché all’evidenza dei fatti) nel supporre che, mentre i nostri partigiani avevano qualcosa in cui credere, loro non siano ancora riusciti a partorire nulla. Questa è la tipica condiscendenza implicita soprattutto a sinistra (scusa, Michele), per cui gli altri vanno aiutati perché sono messi peggio di noi a prescindere da tutto il resto. Qualunque cosa facciano, restano sempre dei poverini.
    Io, invece, considero afghani, arabi, africani, eccetera, come considererei i friulani o gli italiani. Come il popolo italiano ha saputo partorire una resistenza (e altri atti eroici di resistenza alle mafie, alla corruzione, eccetera), così sono capaci di farlo anche loro e infatti lo stanno facendo. In un’intervista su un giornale femminile (mi pare fosse quello di Repubblica o del Corriere) ho letto di una comandante curda che diceva di essere contraria all’esodo perché la gente dovrebbe restare e combattere. Non so quanto sia rappresentativo questo punto di vista, ma io lo condivido: accogliendo i profughi, stiamo mettendo in difficoltà ancora maggiori chi resta. Naturalmente, rimandando indietro tutti corriamo il rischio di allungare il conflitto, è vero. Niente è semplice in questi casi, ma a me sembra che costringere la gente a difendersi sia la cosa migliore. Tanto più che, continuando a incoraggiare questi ingressi, non mettiamo a repentaglio solo le nostre società ma anche la vita di chi parte, perché il viaggio resta molto pericoloso e per moltissime persone mortale.

  11. Aggiungo un’altra cosa, sempre in risposta a Michele. Mi sembra di capire che tu supponi che guerre e catastrofi varie siano qualcosa che semplicemente capita alle persone, situazioni in cui si trovano all’improvviso. Questo può essere vero, ma spesso non è così. I conflitti maturano nel tempo e sono la conseguenza di scelte e azioni. Perché non crediamo che le stesse persone che scappano possano in qualche modo essere responsabili delle stesse guerre da cui fuggono? Certo, non sempre è così, in particolar modo per i minori. Spesso però lo è. Contribuire direttamente o indirettamente, fosse anche solo per la popria ignavia, al degenerare di una situazione, e poi pretendere di essere salvati, non mi sembra giusto.
    Tornando agli ebrei che si rifugiarono in America, non dimentichiamo che questa poteva accogliere così tanti europei perché i suoi abitanti precedenti erano stati sterminati, e il continuo afflusso impediva loro, sempre più irreversibilmente, di riprendersi le proprie terre. Il fatto che nell’immaginario collettivo l’America fosse una terra vergine di salvezza non significa che questo corrisponda a tutta la verità.

  12. L’estate è il momento delle letture rilassanti. Eccone una a proposito di Gandhi, e un’altra a proposito dell’ospitalità senza se e senza ma, l’ospitalità Boldryni Style così trasversalmente gradita a tutte le dirigenze (anche a quelle che vogliono far sembrare diversamente).

  13. I collegamenti, spero corretti: su Gandhi e sull’accoglienza.

  14. TL;DR

    @Alle zusammen: io non faccio discorsi teorici sul perché adesso i fenomeni migratori siano diversi rispetto a cent’anni fa (basta un buon libro di storia delle secondarie inferiori e tanta voglia di capire), né quale sia il numero massimo di migranti che l’Europa possa accogliere (basta del semplice buon senso), né ritengo che esista un Dio malvagio che crea le guerre e le carestie e ci giochi a tiro a segno con l’Africa o il Terzo Mondo. Non mi interessa neanche fare discorsi sul perché ci sia la guerra in quel posto piuttosto che in quest’altro, altrimenti iniziamo a parlare di chi vende le armi, di quali siano gli interessi in gioco, di quali nazioni abbiano interesse a cosa, e, sinceramente, dopo avere sentito questi discorsi per anni, ne sono poco interessato (e credo interessino poco anche agli altri).

    Poiché le persone sono scarsamente attente a quello che uno scrive, e giudicano gli altri non per quello che dicono, ma per ciò che presumono che esse pensino in base ai pregiudizi che hanno su di loro, alzo bandiera bianca e rinuncio da subito al contraddittorio.

    Faccio solo notare (a futura memoria di chi leggerà questo commento) che io non sono a favore dell’immigrazione tout-court (chi segue questo blog da tempo pure dovrebbe saperlo) e non ho mai parlato nell’intervento precedente di eventuali ipotesi di accoglienza (pregasi rileggerlo in modalità pregiudizi-off). Ho solo espresso il mio pensiero, probabilmente in modo infelice, che cerco di esemplificare ulteriormente: ci sono dei posti nel mondo, dove attualmente si vive molto male (indipendentemente da come si viveva prima, e da chi abbia provocato questo male: aspetti, peraltro, che se uno ha voglia di conoscere, oggi può studiare abbastanza agevolmente). Le persone che vivono in posti dove si sta male, tendono ad allontanarsi da essi, e a spostarsi dove si sta meglio, indipendentemente se ciò possa piacere o meno a terzi (anche questa mi sembra un’affermazione che non ci sarebbe neanche il bisogno di ribadire). Chiedere ad una di queste persone, dalla nostra posizione privilegiata, di restare lì dove si trova perché a noi danno fastidio e creano problemi, mentre sarebbe meglio per tutti se continuassero a vivere male (ma da eroi) dalle loro parti (così noi avremmo la casa in ordine e nessuno tra i piedi, e loro un glorioso destino di martiri a casa loro), equivale palesemente a chiedere ad un’altra persona di compiere una scelta svantaggiosa per sé, ma vantaggiosa per noi (anche questo mi sembra un punto abbastanza condivisibile). Che questa persona – che non vive al pieno delle proprie possibilità (eufemismo) – possa anche pensare più urgentemente alla propria critica situazione personale, piuttosto che al radioso avvenire delle proprie genti, o allo scacchiere politico internazionale, o ai problemi connessi al differenziale di CO2 qualora si stabilisse dalle nostre parti, pure credo ci possa stare, e l’evento non mi sembra così inverosimile (difatti oggettivamente succede: *non tutte* le donne curde combattono, *non tutti* i siriani restano tra le macerie, *non tutti* gli sciiti si oppongono all’ISIS, etc.). Che difatti queste stesse determinazioni siano state adottate (e sempre continueranno ad esserlo) anche da altre persone, alcune pure di vivace intelligenza e ampiezza di vedute come Fermi, Einstein, Bahrami, neppure mi lascia sorpreso.

    Fine del mio ragionamento.

    Un altro esempio, forse ancora più semplice: se una casa va a fuoco, e una parte degli abitanti dello stabile resta a spegnere l’incendio, mentre l’altra scappa via e viene sul nostro marciapiede e si rifugia nel nostro condominio, io non mi sognerei mai di dire loro: Vigliacchi! Ritornate nel vostro palazzo a combattere contro le fiamme! Unitevi agli eroi che stanno spegnendo l’incendio!
    L’eroismo coatto non esiste.

    ## Considerazione finale da bar ##
    Qui la gente non paga le tasse (sacrificio ben più misero per la nazione, rispetto a rischiare la propria vita) e froda lo Stato in tutti i modi e a tutti i livelli, e noi ci arroghiamo il diritto di intimare agli altri: «Sacrificatevi per il bene della vostra patria!» ??! …Ma fateci il piacere, avrebbe detto Totò.

    Ovviamente, Gaia, non mi riferisco a te, ma con quello che sta succedendo oggi nel mondo occidentale non credo proprio si sia nelle condizioni di pretendere ‘gesti nobili’ da altre popolazioni, quando in generale qui non tutti fanno mostra di un comportamento non proprio esemplare. Forse una differenza c’è tra il ragazzo che corre per il PokemonGo, e quello che corre perché dietro gli piovono schegge di granata.

  15. Michele, qui non si tratta di pretendere che gli altri facciano cose che noi non facciamo, solo perché ci sentiamo superiori. Ti faccio notare, ma non è il punto principale, che la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo (la totalità qui in FVG) sono giovani uomini: se davvero la motivazione fosse la fuga, non si capisce perché nella metaforica casa in fiamme lascino donne, bambini e anziani, e scappino solo loro. Sono evidentemente (e basta parlarci per capirlo, infatti) soprattutto migranti economici, e non hanno nessuna certezza di tornare indietro una volta finito il conflitto (che in Pakistan non c’è). Questo non vale per tutti.
    Comunque, il punto è che loro stanno chiedendo qualcosa a noi, e non viceversa. Continuando con la tua metafora, è come se qualcuno in fuga da una casa in fiamme, anziché chiamare i pompieri e aiutarli a spegnere l’incendio, lasci lì la casa, vada a casa di qualcun altro e pretenda di vivere lì a tempo indefinito, di essere mantenuto, e che gli si trovi delle stanze. Allora gli si potrebbe legittimamente chiedere conto di come ha preso fuoco la casa, perché non ha fatto il possibile per mettere in salvo le persone che c’erano dentro almeno chiamando i pompieri, e perché non si preoccupa di tornarci appena l’incendio è stato spento, e ricostruirla. Inoltre, nel caso che ci interessa, questo ipotetico incendio è anche contagioso, come vediamo oggi in Europa.
    La metafora, ad ogni modo, non è calzante. I conflitti sono situazioni complessissime, a differenza di un incendio, e ad essi si può rispondere in una grande varietà di modi. La fuga non è il modo più scontato, e la scelta della fuga dipende anche dalle opzioni disponibili. Siamo noi che contribuiamo al crearsi di queste opzioni.
    Secondo me però la questione si può vedere in modo molto semplice, evidenziando una contraddizione nel tuo ragionamento: dato che, ormai, l’accoglienza su larghissima scala è di fatto uno sforzo eroico per l’Europa, perché gente che rifiuta di fare qualcosa di eroico (o meno) per gli altri dove serve dovrebbe pretendere da altri qualcosa di altrettanto eroico?

  16. MK, per essere uno che alza bandiera bianca hai tanta voglia di elencare luoghi comuni. Quello che mi fa più ridere è “libri di scuola”. Veramente spassoso. I “libri di scuola” sono uno dei veicoli con cui si fabbricano i robot come te.

    Gaia, l’immigrazione non è “semplicemente regolamentata”, è vietata. Per entrare in un Paese qualsiasi del mondo devi presentarti con passaporto e visto di ingresso. Che non fa di te un “immigrato” (con una delle tue equivalenze), fa di te un turista o un residente temporaneo. Oppure, invertendo il ragionamento, anche l’omicidio è “semplicemente regolamentato”. In entrambi i casi, ci sono immigrati nonostante l’immigrazione sia illegale cosi come ci sono morti ammazzati nonostante l’omicidio sia illegale.

    Nel caso nostro, siccome dopo cent’anni di lavaggio del cervello l’Italia e l’Europa sono popolate di MK, si è deciso prima di “sanare” il reato con un sequenza di condoni, poi di depenalizzare il reato, cosi che rimane una violazione di legge in teoria ma in pratica, siccome non esiste sanzione, non esiste legge. Quindi chiunque può andare e venire come gli pare. Violazione dei principi costituzionali di uguaglianza davanti alla legge, per inciso, in quanto al turista giapponese viene richiesto passaporto e visto e violazione del “buon senso” di MK sopra (che ridere) per via della assenza di reciprocità.

    Gaia, ti dico un’altra cosa: ognuno si misura dalle sue azioni e dagli amici che ha. Vedi un po’ come stanno le cose alla luce del fatto che certe cose non le puoi dire.

  17. Ah, Gaia, l’avevo già scritto e lo ripeto:
    “quello che voglio dire io è che c’è sempre un’alternativa all’essere profugo, e nessuno è del tutto e completamente “costretto a fuggire”.”

    NON CI SONO PROFUGHI, il pizzaiolo egiziano sotto casa mia NON E’ FUGGITO dalla casa in fiamme, è venuto qui perché qui si vive meglio che in Egitto.

    Inoltre, gli immigrati NON SONO COSTRETTI, sono portati qui da organizzazioni che li vanno a prendere nei loro villaggi, promettendogli mari e monti, ovviamente. Noi non vediamo cosa succede a Fankulandia però vediamo cosa fanno le ONG qui, ovvero compiono reati e facilitano reati. Per fare un esempio, prego leggere la biografia della signora Kyenge.

  18. In attesa di avere più tempo per commentare adeguatamente il teme, cito solo come Giovanni Sartori (che non è esattamente il primo pirla che passa al bar, ne un fascioleghista di quelli che ci piacciono ai sinistrorsi) ha espressamente definito un “demente” mons. Galantino, sostenitore di un accoglienza per tutti.
    Mik, caro Mik! ma secondo te, vuoi che gli americani non si prendessero in casa Fermi o Einstein, visto che si sono presi anche tutti gli scienziati nazisti dopo la guerra!!?? Dai dai….

  19. Prego tutti di essere educati e rispettosi degli altri commentatori, altrimenti sarò costretta a cancellare i commenti.
    Michele: continuiamo, e mi scuso per la pedanteria, con la metafora della casa che brucia, che sento spesso e che mi sembra una di quelle scorciatoie ammazza-pensiero critico della serie “i poveri sono solo indiviosi dei ricchi” e simili.
    Una guerra, una carestia o una crisi economica non sono impellenti come un incendio (posso sopravvivere a sei anni di guerra in Siria, anche se non è tanto garantito, ma non dentro a un fuoco).
    La casa brucia e io scappo. La cosa accettabile da fare è correre a cercare aiuto per spegnere l’incendio e salvare chi ancora sta lì. Quello che sta invece succedendo è l’equivalente dell’uscire dalla casa, pagare qualcuno per portarci nella villa più ricca della città, entrare e pretendere un lavoro. A chi sta ancora bruciando rispondiamo: quando riesco vengo a prendere anche te.
    La fuga è una reazione istintiva al pericolo, è ovvio. Anche dare un pugno a chi ci insulta è una reazione istintiva. Infatti c’è chi lo fa, ma c’è anche chi preferisce un’altra soluzione. Un aggredito può: scappare, difendersi, sottomettersi, uccidersi. La scelta tra le reazioni dipende non solo dall’indole individuale e dall’entità del pericolo, ma anche dal sistema di valori e dalle opzioni esistenti. Il fatto che uno pensi per sé in questi casi non significa che noi dobbiamo incoraggiare il suo comportamento: lui non si preoccupa di risorse, del benessere dei paesi riceventi, eccetera, ma noi possiamo farlo. E comunque, la storia è piena di popoli che hanno resistito. Mi sembra di capire che tu pensi che i nazisti siano stati sconfitti grazie ad Einstein. I nazisti sono stati sconfitti dal sacrificio di milioni di russi, britannici, europei, americani e cittadini delle colonie. Tutti zoticoni? Si sono salvati i geni al prezzo della morte dei non geni?
    Lorenzo, fammi capire: tu sei veramente convinto che non esistano paesi in cui, a certe condizioni, l’immigrazione è legale o addirittura incoraggiata? Secondo te è illegale ovunque? Sono un po’ perplessa davanti a questa tua affermazione palesemente falsa. Se per “vietata” intendi dire che è consentita solo dietro presentazione di certi documenti, è come dire che comprare una pizza è vietato solo perché sei anche obbligato a pagarla.

  20. Un’ultima cosa: io non credo che sia così automatico che chi sta male si sposta per stare meglio. Un’altra alternativa, direi anche molto più comune, è provare a stare meglio dove si è. Quest’alternativa è più comune perché spostarsi non sempre è facile, e richiede di abbandonare luoghi, persone e affetti; inoltre, potrebbe dare la sensazione di venir meno a un proprio dovere.
    Mi spingo addirittura a dire che, se la risposta più comune allo star male fosse davvero spostarsi, le conquiste dell’umanità sarebbero immensamente inferiori alle attuali. Chi si sarebbe mai preso la briga di risolvere un problema, se la soluzione è semplicemente andare dove quel problema non c’è?

  21. Eppure, Gaia, se tu sostituissi il concetto dello “spostarsi” come “vado una settimana sul Mar Rosso” con lo “spostarsi” come “prendo una barca e vado nottetempo ad ammazzare dei contadini al di là del mare per rubargli tutto quello che ha un valore”, tutto tornerebbe.

    La risposta allo “stare male” non è spostarsi, è ammazzare qualcuno per prendere la sua roba, vedi alla voce “mors tua vita mea”. Eppure, ci sono quei millemila anni di Storia da ricordare.

    Quando leggi notizie come questa, più i corollari, solo se sei completamente condizionato non ti viene il dubbio che ci sia qualcosa in movimento che è tutto tranne che “accidentale”, “spontaneo” e “inevitabile”. Eccoci:
    Il sindaco sposa l’idea di trasferire a Musocco l’imbarcazione sulla quale nel 2015, al largo di Tripoli, morirono 700 profughi. “Servirà anche un supporto digitale per avvicinare i giovani. Spero che le scuole decidano di visitare il museo”

    Riguardo la “immigrazione incoraggiata”, io potrei chiederti di farmi un esempio di una Nazione dove puoi recarti e risiedere senza documenti e senza visto. Non te lo chiedo perché se tu lo sapessi, l’avresti gia scritto, invece di limitarti a dire “falso”. Ci sono dei modi legali per risiedere in altri Paesi, ovviamente, cosi come esistevano modi legali per risiedere in Italia e anche per ottenere la cittadinanza. Questi modi prevedono che tu abbia determinati requisiti, che servono sia a ridurre il numero che a controllare la “qualità” degli ingressi. Un fisico nucleare non fa molta fatica a ricollocarsi, un pastore analfabeta o un muratore non li vuole nessuno.

    In Italia abbiamo “legalizzato” di fatto comportamenti che in passato erano reati e sono ancora degli illeciti, non perché l’Italia sia un covo di fascisti ma perché è lo stesso ovunque nel mondo. Abbiamo “legalizzato” l’illegale perché c’è una strategia di lungo periodo in essere.

    Qui parliamo del principio “no borders”, ovvero che non ci devono essere confini, barriere, quindi non ci devono essere Stati e Nazioni. Una persona deve essere libera di spostarsi e vivere come e dove gli pare. Questo principio ha delle ricadute ovvie se consideriamo al contrario che “Nazione” sia un valore e consideriamo anche le conseguenze sul principio di “sovranità popolare” ma ha anche delle ricadute ovvie da un punto di vista meccanico/geometrico/topologico, ovvero l’idea di infilare miliardi di persone dentro uno spazio già sovrappopolato come l’Europa.

    Oggi leggevo che un “richiedente asilo” nigeriano ha cercato di sparare ai presenti quando gli hanno negato lo status di “rifugiato”. Ora, in Nigeria vivono 180 milioni di persone. Se solo un nigeriano su dieci (10%) decide di venire in Italia, sono 18 milioni di immigrati.

    Poi mi tocca leggere di “libri” e di “scuola”.

  22. Non ci capiamo. Incoraggiato non vuol dire senza documenti. È come dire: un ristorante desidera i clienti, però vuole che si presentino con dei soldi per pagare il pranzo. Questo requisito non significa che non li desideri.
    L’Australia ha recentemente aumentato di molto la sua popolazione con l’immigrazione (attraverso un sistema di permessi relativamente facile), ad esempio, così come hanno fatto molti paesi arabi in cui sono state costruite in breve tempo intere metropoli grazie a questa manovalanza. Non tutti vogliono solo fisici nucleari: gran parte dell’immigrazione è costituita da lavoratori a basso costo e disposti a fare qualunque cosa serva, ed è anche questo a creare conflitti con la popolazione locale.
    Riguardo al barcone, io non penso che le morti in mare siano qualcosa che vada ignorato o peggio ancora celebrato. Vorrei un mondo in cui questo non accade, solo che la mia strategia per realizzarlo è minoritaria (scoraggiare le partenze rifiutando l’accoglienza, smettendo di sfruttare economicamente i paesi di provenienza e aprendo un dialogo onesto con loro).

  23. Devo dire che ho letto con grande interesse questa discussione, riconoscendomi ora nell’una e ora nell’altra posizione ma soprattutto ponendomi una serie di interrogativi che, lo dico sinceramente, mi ero posto in altri termini. Merito di Gaia, di Lorenzo, di Mk e di tutti quelli che hanno dato un contributo vivace e intelligente. Condivido con Gaia l’obbligo di resistenza e con Lorenzo il fatto che questi flussi sono necessari al funzionamento della “macchina” che, permettetemelo, mi pare la questione più importante, Niente macchina, niente casino (forse anche niente vita, o forse sì, magari si può vivere anche senza carta di credito, oppure si schiatta all’istante, chissà, non lo sapremo mai, probabilmente). Mi incuriosiscono in particolare i ragionamenti di Lorenzo, con cui mi sembra di condividere diverse premesse ma quasi nessuna delle sue conclusioni.Lo seguirò di più, Grazie mille a tutti, davvero.

    p.s. a proposito di come una scelta individuale diventi un fatto collettivo mi viene in mente un film di alcuni anni fa, “Big night”, che con molto garbo e con una certa ironia affronta il tema dell’identità e della metamorfosi che forse dovrebbe stare alla base di ogni processo di integrazione. Me ne vado dalla mia patria e scelgo di diventare altro. Se voglio rimanere lo stesso devo difendere la mi patria (metaforicamente, il mio corpo). Come la storia di Droctulft il vichingo, di Borges.

  24. @Gaia.
    Non ci capiamo perché tu fai un uso delle parole volutamente “labile”. Quando dici “incoraggiare” non dici “consentire”, sono due concetti differenti.

    Incoraggiare significa invogliare le persone a fare qualcosa che normalmente queste persone non farebbero. Gli devi instillare il coraggio. Se ti serve coraggio per fare una certa azione significa che questa azione come minimo non è piacevole, come massimo prevede un certo livello di rischio.

    Consentire significa che le persone devono avere il tuo permesso per fare una certa azione e se la fanno senza il tuo consenso vengono punite (infatti la Legge non esiste senza la forza di applicarla).

    Prego notare che se una azione è consentita e, nel nostro caso, conveniente, non c’è nessuna ragione per incoraggiarla. Infatti gli immigrati si muoveranno perché gli conviene.

    Ora, il caso di una Nazione che valuta le sue necessità di forza lavoro o di competenze e di conseguenza concede il permesso di ingresso e di soggiorno è ESATTAMENTE IL CONTRARIO di quello che fa l’Italia e l’Europa in generale.

    Infatti, oggi non si dice più che gli immigrati sono una “risorsa” ma che è un obbligo accoglierli perché sono “profughi”. Anzi, li chiamano “rifugiati” come se il conferimento dell’asilo fosse automatico per il solo fatto che questi si presentano alla porta. Non si dice che gli immigrati sono una risorsa perché in questi giorni il Parlamento ha approvato una legge per fornire aiuto agli Italiani che versano in condizioni di povertà assoluta, i quali sono milioni. A cui si aggiungono quelli che sopravvivono grazie ai familiari, come altri milioni di disoccupati.

    Noi incoraggiamo l’immigrazione in tutti i modi proprio perché abbiamo appositamente RINUNCIATO a consentirla, cioè a regolarla, in qualsiasi modo. Allo stato attuale chiunque metta piede in Italia di fatto diventa italiano. Quando scrivo “di tatto” intendo che ogni situazione illegale viene legalizzata appena possibile tramite sanatorie, condoni e imbrogli vari, se proprio non si riesce, la persona rimane in uno stato di “illecito amministrativo” per cui non esiste sanzione, quindi è una condizione “di fatto” analoga alla residenza legale.

    Poi c’è sempre pendente, anche se superata dagli eventi, la faccenda dello “Jus Soli”; cioè la cittadinanza automatica a chiunque nasca in Italia. Nessuno dice che, per via del diritto di ricongiungimento, non solo i genitori ma tutti i familiari del bimbo “italiano”, acquisiscono ancora la “cittadinanza italiana di fatto”.

    A proposito delle “morti in mare”. Ciccia, se tu muovi milioni di persone e lo fai cercando di dargli l’apparenza di un fenomeno spontaneo, quindi non puoi usare navi da sbarco, è inevitabile che ogni tanto capitino degli incidenti, sopratutto se spesso e volentieri si deve mettere in scena un finto “naufragio” per obbligare i natanti nei pressi a prestare soccorso. La cosa che mi fa ridere è che “le morti in mare” sono una frazione ovviamente irrisoria delle “morti in terra” ma per qualche motivo nessuno pensa di mandare le Forze Armate a “salvare vite” la dove la gente muore come le mosche. No no, le Forze Armate devono traghettare gli immigrati dall’Africa, punto. Cosa succede al contorno non ci interessa.

  25. @L.
    Le mie premesse sono queste:
    1. esiste una elite apolide dotata di mezzi inimmaginabili che ha un Piano di riorganizzazione del mondo (vedi alla voce Globalizzazione). Questo piano viene attuato con tutti gli strumenti necessari, in alto si condizionano o si incaricano governi, in basso si annientano i popoli cancellandone l’etnia, la lingua e la cultura. Niente di nuovo rispetto alla Storia, solo la scala è qualcosa che non ha precedenti.

    2. la “sinistra”, che ormai è sinonimo di Comunismo e post-Comunismo, invece che di “borghesia” come in origine (grandissima ironia della Storia), è il braccio armato delle “elite apolide” di cui sopra, i cui livelli più bassi sono quelli che vediamo nell’azionariato dei grandi “gruppi” industriali, editoriali, eccetera. La “sinsitra” comprende tre categorie, gli idioti assistiti, gli eterni ribelli e i furbastri in carriera. Solo i furbastri hanno la nozione, più o meno completa, di fare parte del Piano, di esserne agenti della Macchina. Ma gli sta bene perché distruggendo per costruire il Mondo Nuovo si creano tante opportunità per gente motivata e col pelo sullo stomaco.

    Le mia conclusioni sono queste:
    Come dice quel buffone di Hollande, siamo in guerra. Ma il “nemico” non è lo straniero. Lo Straniero è l’arma, anzi una delle armi, che ci viene tirata contro. Il Nemico sono i due gruppi di cui sopra. Il primo invincibile perché evasivo e dotato di mezzi quasi onnipotenti, il secondo invincibile perché ormai, causa lavaggio del cervello continuo e pervasivo, controlla/rappresenta la maggioranza inconsapevole della popolazione europea. Vedi Gaia e gli amici di Gaia.

    Io sto contemplando l’apocalisse e più che strillare inutilmente ai miei concittadini non posso fare. Quando un cittadino di Milano legge che il neo-sindaco Sala vuole fare in modo che “i nostri cimiteri siano aperti al mondo”, trasferendo il “barcone” ripescato dal mare a Milano per poi portare le scolaresche in gita… ebbè, almeno i Troiani non hanno pagato per costruire il cavallo di legno.

    Dai, siamo stra-finiti.

  26. Lorenzo, ti prego di non rivolgerti a me (o ad altri) come “ciccia”. È scortese e ci tengo che la discussione non diventi antipatica.
    Riguardo al resto, in questo post io mi concentravo più sulle motivazioni per la partenza che su quelle di chi incentiva l’arrivo. Naturalmente le due cose sono collegate.

  27. Purtroppo non ho avuto il tempo che leggere parte dell’articolo a spizzichi e bocconi e solo qualche commento, sebbene sia una questione, un problema di vitale importanza.

  28. D’accordo ma prova a capire la frustrazione di chi è costretto a ripetere l’ovvio un milione di volte a gente che ce l’ha sotto il naso.

    Mi devi spiegare perché quando affonda un barcone, posto che, lo ripeto, affondano di proposito per creare “falsi naufragi”, si tratta di una COLPA che ricade sul genere umano ma sugli Europei e gli Italiani in particolare, mentre se si schianta un aereo di linea è un “incidente” dovuto o a cause tecniche o ad errore umano.

    Perché si devono portare le scolaresche al museo dei “profughi morti in mare per colpa tua”; una specie di museo dell’Olocausto, per convincere i bambini italiani che i loro due babbi o le loro due mamme hanno affogato i poveri bimbi neri e non si portano le scolaresche a visitare la stazione di Viareggio, l’isola del Giglio o la torre di controllo di Linate.

    Le motivazioni della partenza sono UNA, che si vive meglio in Svezia che a Fankulia o nel Fankulistan. Un corollario elementare è che gli Svedesi possiedono cose che i Fankuliani e i Fankulistani vogliono, per esempio il cesso in casa e donne molto ma molto più amichevoli verso l’uomo esotico. Ma con la semplice motivazione non attraversi a piedi o sul camioncino scassato, deserti, fiumi, foreste, zone di guerra e mari. Sopratutto non basta per spostare milioni di persone.

    Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti il concetto della logistica, per portare le armate al nemico i Romani costruivano strade e ponti non solo per la marcia dei reparti in armi ma sopratutto per le salmerie. Solo grandi potenze navali hanno potuto costituire teste di ponte nelle colonie e via via ingrandirle. Quando la logistica fu insostenibile, come nel caso dei Regni Crociati, le imprese fallirono. Basta prendere un atlante geografico, valutare le distanze e la orografia, poi considerare se ha senso che la “migrazione di massa” sia un fenomeno spontaneo e auto-sostenuto.

    Poi, inutile dire che sul barcone il povero “profugo” ha il suo tablet o il cellulare, carico, con la connessione Internet.

  29. gaiabaracetti

    Io non nego che la migrazione di massa sia organizzata: lo è perché evidentemente ci sono persone che ci guadagnano un sacco di soldi (le più responsabili dei naufragi, se chiedi a me, visto che li mettono ampiamente in conto) e parti dei paesi riceventi che allo stesso modo ne traggono beneficio, che sia per la manodopera a basso costo o per i soldi che ricevono per gestire i richiedenti asilo, o anche solo per convinzione ideologica.
    Solo che il mio post non era su questo: era sul fatto che secondo me il fatto che i partenti fuggano da una situazione peggiore da quella che sperano di trovare (che si tratti di non avere il cesso in casa o di essere braccati dai talebani) non ci obbliga ad accoglierli, perché secondo me – non è ovvio né evidentemente universale, ma io ne sono convinta – c’è un obbligo più grande di quello dell’accoglienza che è quello di prendersi le proprie responsabilità, lottare per quello che si vuole e non abbandonare la propria gente in difficoltà. Se l’accoglienza fosse un obbligo più grande di questo, allora nessuno conquisterebbe mai niente perché sarebbe sempre più facile cercare di prenderlo a qualcun altro.

  30. gaiabaracetti

    Senza contare che qualche responsabilità ce l’abbiamo: abbiamo mandato il nostro esercito in Afghanistan, consumiamo il petrolio mediorientale, compriamo terre in Africa, mangiamo il pesce del Senegal…

  31. Gaia, la ragione per cui uno sconosciuto entra in casa tua senza chiedere permesso E’ IRRILEVANTE. Tu se puoi chiami la Polizia, altrimenti lo minacci con qualsiasi cosa puoi prendere in mano, per scacciarlo.

    Infatti, lo sconosciuto bene intenzionato al quale si è guastata l’automobile sotto la pioggia o che ha bisogno di un po’ di sale per cucinare, bussa alla porta e ti chiede per favore se lo puoi aiutare. Non entra dalla finestra o, peggio, non trovi me, il tuo vicino di casa, (vedi Boldrini, Vendola, Il Papa, le ONG, eccetera), che gli tengo la porta aperta con un piede di porco in mano.

    Riguardo il concetto della “colpa”, mi rattristi. E’ triste vedere ancora una volta gli effetti del lavaggio del cervello. Ci sono due ragioni per cui il concetto è paradossale:
    1. se uno entra in casa tua non solo le sue ragioni sono irrilevanti, sono irrilevanti anche gli eventuali torti che tu gli hai fatto in precedenza. Infatti, se io litigo con un vicino o anche gli rigo la macchina, questo non lo autorizza ad introdursi in casa mia. Non esiste nel mondo reale la “legge del taglione” che non sia amministrata da una autorità terza. Se non esiste questa autorità terza, si parla semplicemente di guerra. Le guerre si combattono per vincere e sottomettere il nemico. Gli Americani a scanso di equivoci stanno ancora occupando militarmente l’Italia e la Germania, se ti fosse sfuggito il dettaglio.
    2. noi abbiamo mandato l’esercito in Afghanistan come conseguenza del trattato NATO invocato dagli USA. Ovvero l’obbligo di mutua difesa che scatta quando un membro della NATO viene attaccato. Non avevamo la facoltà di rifiutare (senza contare l’occupazione militare di cui sopra, che fa di noi dei vassalli obbligati). Il petrolio è l’unica ragione per cui nel Medio Oriente gli sceicchi, i califfi e i loro sudditi vivono senza lavorare. Se noi non gli comprassimo il petrolio (sorvoliamo sul meccanismo delle multinazionali, delle lobby e dei loro rapporti coi suddetti sceicchi) nel Medio Oriente tornerebbero al Medio Evo, dato che non sono in grado di fabbricare, produrre, coltivare, allevare, studiare o inventare nulla. Nota che le risorse economiche e tecnologiche che noi mandiamo in Medio Oriente vengono usate sia per gli ammazzamenti tra i locali ma ci vengono anche rivolte contro. Anche se è ovvio che le “comunità islamiche” sono l’arma migliore che abbiano escogitato. Da cui torniamo ai rapporti perversi con multinazionali, lobby e governi.

    L’obbligo di accoglienza?
    Ma questa dove l’hai sentita? Dai tuoi amici? Dai giornali che usano la parola “profugo” come sinonimo di “immigrato clandestino”?
    L’Italia ha sottoscritto dei trattati che prevedono degli obblighi. Ho fatto l’esempio sopra del trattato NATO. In virtù di questi trattati possiamo essere obbligati a concedere asilo a stranieri che abbiano determinati requisiti.

    Ripeto, certi stranieri che abbiano determinati requisiti.

    E’ diverso da “no borders”, ovvero dal concetto che un essere umano ha IL DIRITTO di decidere liberamente dove vivere, quindi nel nostro caso di introdursi in Italia e pretendere tutti i diritti derivanti dalla cittadinanza senza ovviamente i doveri.

    Noi NON ABBIAMO IL DOVERE DI ACCOGLIERE GLI IMMIGRATI, i quali nella stragrande maggioranza (per esempio tutti gli stranieri che incontro quando esco di casa, pizzaiolo, barista, parrucchiere, muratore, pulizie, consegne, ecc) NON SI QUALIFICANO per il diritto di asilo.

    Infatti, lo ripeto per la centomillesima volta, sulle prime i nostri “leader” non dicevano che eravamo obbligati ad accoglierli, dicevano che CI CONVENIVA accoglierli perché servivano a fare funzionare l’economia di un Paese in declino demografico. Solo quando questa frottola è diventata insostenibile sono passati alla retorica del “profugo”.

    Sveglia Gaia, ti prego.

  32. gaiabaracetti

    La Turchia è nella NATO, e non è andata in Afghanistan.

  33. La Turchia ha fornito la logistica tramite le sue basi militari, che poi è la ragione per cui è nella NATO. E’ la piattaforma logistica nell’area del Medio Oriente.

    Forse ha fornito anche un contingente di Forze Speciali ma non gli è stato richiesto di partecipare con un contingente “regolare” perché le forze armate turche non hanno un livello di integrazione sufficiente con le altre forze NATO (leggi, sono appena sopra il Terzo Mondo, come la faccenda del golpe dimostra). In compenso, non so se lo sai, in Afghanistan ci sono andati anche i Tedeschi e i Giapponesi, che hanno restrizioni costituzionali che l’Italia non ha.

    Se tu avessi voluto fare un esempio rilevante alla discussione, invece dell’Afghanistan (che non interessa nessuno) avresti dovuto citare che ne so, la Libia oppure il Mali.

    Torno a dire, il problema è tutto e solo nella retorica “mondialista” da cui “No Borders”. Se togli quella retorica, andare a bombardare della gente in un certo posto ha lo scopo di sottomettere quella gente, di asservirla. Quindi “accoglierla” in casa è un comportamento illogico, irrazionale, contraddittorio. Non solo non funziona meccanicamente, non è compreso da nessuna delle parti coinvolte, da cui confusione di idee e di azioni.

  34. A proposito, gli unici “profughi” sono quelli della Siria. Pare evidente che gli USA hanno armato e finanziato, in proprio o tramite amichetti sceicchi, i vari movimenti “ribelli” per destituire il regime di Assad (amichetto dei Russi). Lo stesso meccanismo è all’opera in tutte le zone di guerra del mondo, in un modo o nell’altro. Sono tutte “proxy war” ma mentre in passato erano inquadrate nella logica della guerra fredda, adesso è solo un gioco di interessi e di lobby.

    Mentre succede tutto questo, i nostri intellettuali si inventano cose come la “primavera araba”. Non so se mi spiego. Prendiamo il caso della Turchia di cui sopra, siamo come l’asino di Buridano, tra le due alternative di un regime “pseudo-democratico” ma fondamentalista islamico e una dittatura militare ma “laica”. I nostri intellettuali non sanno più dove attaccare l’etichetta “fascista” e “vittima dell’imperialismo capitalista”.

  35. > in passato erano inquadrate nella logica della guerra fredda, adesso è solo un gioco di interessi e di lobby

    Prego leggere qui

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-carte-hillary-clinton-francia-distrusse-litalia-1292792.html

    come le guerre sono intestine anche all’Europa.
    Sempre con gli USA a tenere le redini del tutto.

    Prego notare che per gli USA tutto ciò che non è USA è nemico, come succede sempre nel caso della potenza egemone.
    E l’Europa è un competitore quindi un nemico (non per nulla gli USA impongono le loro basi qui e non sono gli italiani o i danesi a imporre le loro negli Stati Uniti).

    USA – castalie marxiste, massoniche, ultracapitaliste – invasori islamici

    Sono nemici che lavorano a livello diverso per lo sfascio sociale dell’Europa e dell’Italia, non so se i primi o i secondi ad essere registi dell’opera.
    Resistere? Assolutamente sì!

  36. gaiabaracetti

    Le guerre per procura sono possibili solo se esistono persone disposte a combattere e con motivi per farlo. Possono darmi armi finché vogliono, ma non possono costringermi a sparare. C’erano dei problemi molto grossi in Siria, in buona parte responsabilità dei siriani stessi, pur con tutti gli inopportuni eventi esterni che io sia chiaro condanno. Infatti sono in gran parte i siriani che combattono. E la responsabilità di risolvere la guerra civile in Siria è in primis dei siriani stessi. Questo era tutto quello che volevo dire.

  37. gaiabaracetti

    Questo, tristemente, si riallaccia a quello che sto cercando dire: http://www.aljazeera.com/news/2016/08/syrian-refugees-regret-greece-160803075913713.html

  38. Ci tengo innanzitutto a sottolineare alcune problematiche pratiche della tua proposta: entrare a far parte di uno schieramento di combattenti significa fornire più risorse umane e quindi accrescere la possibilità che il conflitto armato perduri piuttosto che subentri uno stato di attenuazione che porti alla fine ad un negoziato.
    Se i civili decidano di rimanere in un teatro di battaglie per resistere, stanno riducendo la possibilità che si utilizzino bombardamenti tattici per colpire uno degli schieramenti. Sono a tutti gli effetti degli scudi umani. Poi le bombe vengono sganciate comunque e ci lamentiamo degli alti costi in termini di vittime civili. Un civile dovrebbe scappare da una zona di guerra così da rendere più chiare le linee di demarcazione tra combattenti e non combattenti.
    Quando i civili decidono di rimanere in una città assediata stanno creando più problematiche di quante ne risolvano, ci sono più bocche da sfamare, più malattie e meno risorse per tutti. In una condizione di inedia è difficile fare della «resistenza». Davvero pensi che un medico afghano preferisca dieci collaboratori in più che da un momento all’altro si possono trasformare in dieci pazienti sanguinanti?
    Di quanti informatori abbiamo bisogno? Di quanti video di case distrutte e brandelli di essere umano? Credi che un cittadino qualunque possa «mediare la pace» con degli uomini armati?
    In questo testo si richiama al fare una scelta etica in nome di un’idea superiore a noi stessi, in questo caso la difesa della propria «terra».
    A mio modo di vedere si compie una scelta etica per tre ragioni principali.
    La prima è di stare bene con noi stessi. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele riconosce che una vissuta in maniera etica e coerente porta ad una condizione di felicità e di autosufficienza. Vi è pertanto un elemento di egoismo in ogni azione etica.
    La seconda è ovviamente il desiderio di agire sul mondo circostante in una maniera che, secondo i nostri parametri ideologici, porti ad un miglioramento della situazione.
    Infine non va sottovalutato che si può incorrere in un orgoglio ubristico dato dal sentirsi migliori degli altri ed autorizzati a decidere come gli altri si debbano comportare per rientrare nei nostri parametri ideologici.
    Se per ragioni etiche si impone come un dovere il sacrificio della propria vita si sta calpestando l’istinto di autoconservazione, quel naturale egoismo che accomuna tutti gli esseri viventi.
    E’ bene domandarsi in nome di quale ideologia ci si ritiene giustificati a fare questa richiesta, visto che nel corso della storia milioni di persone sono morte per le cause sbagliate.
    A mio modo di vedere, stabilire che il luogo in cui si nasce determini un senso di appartenenza e che da questo derivi il dovere di difendere la propria terra è ancora più artificioso che affermare che perché uno è nato con degli organi sessuali maschili debba essere eterosessuale. In poche parole, può valere per la maggioranza, ma non per tutti.
    Riteniamo ideale un sistema democratico in cui la maggioranza può compiere delle scelte che compromettono la libertà individuale dei singoli e accettiamo questo contratto sociale. Ma alcuni diritti fondamentali vanno garantiti. Il diritto alla vita è uno di questi diritti fondamentali. Nessuno può richiedere ad altri di sacrificare la propria vita in nome di un’ideologia.
    Nella maniera in cui presenti la scelta tu però qui si tratta di decidere il destino del pianeta e di tutti gli esseri viventi che lo abitano. Si tratta di compiere delle scelte che ne consentano la preservazione o che conducano invece ad un’estinzione di massa. La libertà individuale non può reggere di fronte a questa minaccia che coinvolge tutti.
    Il problema è che il destino del pianeta e di tutti gli esseri viventi che lo abitano è già determinato. In 500 milioni di anni il sole entrerà nella fase di Gigante rossa e gradualmente tutte le piante ed animali si estingueranno, poi i batteri fino a che la superficie della terra non sarà simile a quella di venere: una distesa di acido solforico.
    Se ciò che conta è esclusivamente il mantenimento della vita sulla terra e se sappiamo che questa è destinata alla fine, che differenza fa che essa duri 100, 1000 od un milione di anni in più?
    Se invece a contare è la vita degli esseri senzienti che vivono su questa terra ora, se vogliamo ridurre il più possibile la loro sofferenza e quella delle generazioni successive, dobbiamo partire dal principio che ogni vita ha lo stesso valore e non possiamo chiedere a nessuno di sacrificare la propria in nome di un ideale fittizio e irrealizzabile.
    E’ questo l’assurdo su cui si affaccia ogni ambientalista o ogni attivista. Come dice Camus, ci si può rivoltare di fronte all’assurdo, si possono trovare delle risposte che vanno bene a noi stessi, che ci facciano sentire coerenti e in pace con noi stessi. Il rischio è quello di voler imporre le nostre risposte sugli altri e pretendere che essi cambino il proprio comportamento.

  39. Il fatto è che qui non si tratta solo di imporre ad altri il proprio volere: si tratta di altri che chiedono (o pretendono) qualcosa da noi: assistenza, mantenimento, che ci stringiamo in paesi già esasperatamente sovraffollati per fare posto a loro. Nel momento in cui si tratta di questo, e non solo che la loro vita venga risparmiata, noi possiamo fare delle obiezioni perché ci si sta chiedendo un sacrificio che diventa via via più grande. Se uno ti chiede un sacrificio hai diritto di sapere 1. se ne ha bisogno 2. se se lo merita
    Inoltre, i teatri di guerra sono moltissimi. Se tutti i paesi non in guerra fossero obbligati a priori ad accogliere tutti i cittadini dei paesi in guerra, la guerra probabilmente diventerebbe di conseguenza planetaria (sovraffollamento, instabilità, conflitti che si spostano con lo spostarsi dei partecipanti…)
    Ti faccio una domanda: durante la prima o la seconda guerra mondiale qualcuno ha preteso che i siriani, gli afghani, gli eritrei, i somali, eccetera, accogliessero gli italiani, i tedeschi, gli inglesi che venivano attaccati oppure non erano d’accordo con i loro governi? No. C’era il colonialismo, ma non dappertutto e ora lo condanniamo. Nessuno però, che io sappia, ha preteso che i pochi paesi in pace accogliessero gli europei in massa perché gli europei non avevano voglia di combattere le guerre da loro stessi scatenate.
    Per me la distinzione tra civili e soldati è estremamente artificiosa. Intanto, tra i profughi pare ci siano molti ex combattenti. Inoltre, il fatto che tu decida di non combattere non significa che tu non abbia responsabilità in tutto quello che ha portato allo scatenarsi di una guerra. Non si tratta di un gioco di ruolo in cui qualcuno è “combattente” e qualcun altro è “cittadino vittima”. Si creano delle situazioni via via più insostenibili fino al punto in cui qualcuno decide di combattere o per difendersi, o per rendere la vita meno insopportabile, cioè per ribellarsi a qualche sopruso. Magari la sua vita era insopportabile per colpa di quelli che adesso scappano dicendo che loro non vogliono saperne di combattere. In Siria è stato proprio così.
    Inoltre, chi non prende parte nella difesa da un sopruso che avviene attorno a lui è corresponsabile di quel sopruso. Non è possibile che governo, ribelli, curdi, Isis siano tutti uguali e indifferenti. C’è qualcuno che è peggio di altri.
    Non credo sia dimostrato che meno gente partecipa alla guerra meno dura: che basi hai per affermare questo? A me sembra piuttosto il contrario: quando un esercito aggressore inizia a conquistare territori, li usa per rifornirsi di cibo, ricchezze, e spesso anche combattenti. Meno resistenza incontra, più manovalanza ha. Prima viene fermato, spesso, meglio è. Pensa se nessuno avesse resistito all’Isis. Ora probabilmente controllerebbe tutta l’area.
    (Tu dici: se non ci fossero civili, l’ISIS non potrebbe reclutare combattenti. Obiezioni: 1. l’ISIS impedisce alla gente di scappare 2. avrebbe comunque tutte le risorse 3. il trasferimento dell’intera popolazione di Libia, Iraq, Siria e magari anche Turchia in Europa mi sembra poco realistica nonché parecchio dolorosa per chi vorrebbe restare a casa sua)
    Infine, in Friuli ci sono SOLO, li vedo tutti i giorni, uomini afghani, pakistani e forse bengalesi. Di solito, sono donne, bambini e anziani che non combattono. Dove sono?
    Se non esistono principi perché tutto finisce, va bene, ma non esiste neanche nessun principio di accoglienza. TUTTO è irrilevante.

  40. Gaia, bisogna che tiriamo fuori la testa dal buco, qualsiasi esso sia, dove l’abbiamo infilata. Non esistono ne mai sono esistite, “guerre giuste”. Le guerre si combattono per vincere e sottomettere il nemico. Si tratta del semplice e coinciso “mors tua, vita mea”.

    Quello che non funziona di questi giorni è che combattiamo guerre che per definizione non si possono vincere. Non perché ci sia un ostacolo meccanico, quello fantasioso degli anni ’70 per cui il guerrigliero della “guerra di popolo” non può essere sconfitto ma perché vengono di proposito rallentate e soffocate in modo che si traducano in un attrito costante, durata infinita.

    Allora chiediamoci quale sia lo scopo della guerra, se non è di sottomettere un nemico. La risposta te l’ho data in altra sede, le guerre che apparentemente si combattono altrove, in realtà sono mirate contro di noi. Lo scopo ultimo è la “globalizzazione”, l’abbattimento delle frontiere, l’abolizione del concetto di Nazione e di Popolo, quindi anche l’abbattimento degli Stati nazionali.

    Siamo in una situazione simile alle malattie auto-immuni, in cui il sistema immunitario aggredisce delle parti dell’organismo a cui appartiene. Mandando gli eserciti in giro a “pacificare” o a “esportare la democrazia” oppure bombardando obbiettivi mirati con i droni, non siamo facendo del “colonialismo”, MAGARI FOSSE. Non stiamo nemmeno sottomettendo un nemico. Stiamo invece creando le condizioni generali della nostra decadenza e collasso, ci stiamo auto-distruggendo. A questo punto bisogna fare la classica domanda “cui prodest”.

  41. Suturn, altre due cose.
    Non si tratta di imporre a tutti l’amor di patria, che, come tu sottolinei, è molto diffuso ma non universale (per quanto diversamente si declini il concetto di “patria”, la maggior parte delle persone è legata al posto in cui è cresciuta e alle persone che lo abitano, ma c’è anche chi preferisce stare da un’altra parte). Se succede qualcosa in un paese, però, io presumo che chi ci abita e ha abitato fino a quel momento debba essere il primo a farsene carico, anche perché è assai probabile che quando qualcosa va storto ci sia una responsabilità anche collettiva. Se c’è la guerra in Siria, se quella in Afghanistan non è ancora finita, non è solo responsabilità del solito Occidente, ma anche di siriani, afghani, eccetera. Inoltre, anche se non posso obbligare qualcuno a sentirsi legato al suo paese, nel momento in cui, anziché chiedermi di aiutarlo a difenderlo, lo abbandona nella difficoltà, io posso decidere di non volerlo aiutare come lui non aiuta la sua gente (tralasciando il fatto che combattere non sia necessariamente un aiuto: è almeno un impegno). È come se un uomo che ha appena abbandonato i suoi figli venisse da me a chiedermi un aiuto economico: per lo meno esiterei. Questo non significa che tutti i padri siano obbligati ad amare i figli, anche se sono molto rari quelli che non lo fanno. C’è una differenza tra qualcuno che decide che gli piace di più un altro paese, che magari non ha nessun problema ad accoglierlo, e un’intera collettività il cui mondo va a rotoli e che si considera non responsabile di tutto questo e scappa in massa (in posti che tra l’altro si trovano molto in difficoltà come conseguenza). Infatti, avevo letto e linkato tempo fa anche articoli su siriani che non vogliono emigrare. Tra l’altro, l’emigrazione dalla Siria era un fenomeno presente già prima della guerra: da qualche parte ho letto che si chiedeva ai giovani siriani non “cosa vuoi fare da grande”, ma “in quale paese europeo vuoi emigrare”. Idem in molti paesi africani. Noi non possiamo sostenere un meccanismo del genere: né per noi, né per loro.
    Riguardo alla vita sulla Terra, tu contrapponi la distruzione ineluttabile del pianeta alle sofferenze attuali. Il realtà qui stiamo parlando di sofferenze attuali in entrambi i casi: da un lato, i danni causati ora dagli esseri umani ad altri esseri umani e agli ecosistemi, dall’altro, il primato assoluto di principi quali la vita umana. Se io dimostro che accogliere i profughi provoca danni ora (non è così semplice, ma supponiamo), questi danni vanno conteggiati nel presente tanto quanto i benefici del farlo. Cosa succederà in futuro sulla Terra è un altro discorso.
    (Considera anche che accettare tutti i profughi significa incoraggiarne le partenze, le quali sono molto pericolose: chi mette più a repentaglio la vita umana, chi scoraggia o chi incoraggia?)

  42. Inizio dalla fine, ovvero l’equazione accoglienza rifugiati oggi = sofferenza attuale. Per confermare la tua tesi dovresti riuscire a dimostrare che accogliere i profughi provoca direttamente morti, in un numero comparabile allo stare sotto le bombe.
    Concordo con te che il diritto d’asilo così come funziona ora non è sostenibile e tende a favorire chi approfitta di questo sistema pur non essendo in immediato pericolo. Non concordo invece con l’assunto opposto, ovvero che tutti hanno il dovere di restare e resistere.
    Nelle prime righe della tua risposta affermi che siccome i rifugiati non pretendono solo che la loro vita venga risparmiata ma che vogliono anche assistenza e mantenimento possiamo fare delle obiezioni.
    Quindi se essi chiedessero solo che la loro vita venisse risparmiata non gli contesteresti nulla? In tal caso, come suggeriresti di garantire la loro sicurezza ma al contempo fare in modo che non vadano ad intaccare le nostre risorse sul lungo termine?
    Tendi a parlare dei rifugiati come una collettività e a contrapporla alle scelte di singoli che emigrano. Io sostengo che la collettività sia innanzitutto la somma dei singoli, delle loro aspirazioni e del loro desiderio di autoconservazione. Affermo questo anche perché essi per ora non hanno una o molteplici volontà condivise ed organizzate politicamente. Sono persone che percorsi di vita diverse hanno portato ad una condizione comune. I trafficanti d’altro canto sono organizzati e lucrano sulle ambizioni dei singoli.
    Parli di siriani che non vogliono emigrare e li poni come contraltare a coloro che scappano, ma non guardi specificamente alle condizioni dei singoli, non sai se hanno abbastanza risorse per sopravvivere, se si trovano in una zona in cui sono in corso delle battaglie.
    Vorrei esplorare un attimo questo ragionamento del «conflitto che ha contribuito a creare», la trovo una scorciatoia logica, un’affermazione non falsificabile volta a giustificare la tua tesi. A tuo modo di vedere ogni membro di una società è responsabile per «tutto» ciò che avviene all’interno della società stessa, e quindi è tenuto a prendere parte alla risoluzione del problema. Penso che sia molto semplice trovare la confutazione di questo in casi concreti, ma proviamo a fare un esercizio di logica astratto: se A (governo) bombarda B (ribelli) e le bombe piovono in testa a C, qual’è la responsabilità di C in tutto questo?
    Certo, si possono stiracchiare i concetti quanto si vuole, si può affermare che siamo tutti interconnessi e parlare di responsabilità collettiva, ma sia in termini giuridici che di etica, trovo che l’unica responsabilità dimostrabile è quella diretta.
    Più riflessioni sulla fragilità del concetto di responsabilità collettiva sulla pagina wiki (purtroppo priva di sources): https://en.wikipedia.org/wiki/Collective_responsibility
    Inoltre, non dimentichiamo il rapporto tra capacità di influenzare un evento e conseguenze dell’evento stesso. Se ho votato il partito nazista nel ’30, un voto su milioni ,e poi ho continuato con la mia vita di impiegato senza ulteriori coinvolgimenti nei successivi avvenimenti, non significa che sono automaticamente responsabile del genocidio di milioni di persone. No, neanche in minima parte. Per essere veramente considerato responsabile dovresti dimostrare che avevo la possibilità di influenzare gli eventi in maniera significativa. Quindi non concordo con te che chi non prende parte nella difesa da un sopruso è necessariamente corresponsabile.
    Il fatto è che, a mio modo di vedere, non basta avere una gran volontà di fare resistenza per poter effettivamente cambiare le cose, bisogna essere nel tempo e nel luogo adatto con le risorse adatte, avere quella finestra di possibilità per rendere le proprie azioni utili. Non tutti si ritrovano in questa situazione ed hanno le abilità per sfruttarla. E’ davvero una semplificazione pensare che è solo mancanza di buona volontà che porta le persone a non agire per cambiare il mondo. Sono molti altri i fattori che svolgono un ruolo. Certo, qualcosa si può sempre provare a fare, vi è comunque un elemento di scelta personale, non siamo completamente in balia di ciò che ci avviene attorno, ma come ho già affermato non c’è nessuna causa che può giustificare la perdita della propria vita, se non vogliamo metterla a rischio di nostra iniziativa.
    Non penso che il confine tra combattente e cittadino sia artificioso in termini teorici ed etici, anzi il fatto che nei conflitti odierni queste distinzioni siano poco chiare ostacola la conduzione di una guerra nella maniera più etica possibile. L’obiettivo primario della International Humanitarian Law è la protezione delle vittime dei conflitti armati ed uno degli elementi fondamentali perché questo possa avvenire è lavorare per rendere la linea di demarcazione più netta possibile. Come ho mostrato, la fuga di civili da zone di conflitto facilita questo processo e anche per questo motivo ISIS non permette ai civili di scappare (cosa che tu accetti come dato di fatto, mentre questo dipende anche dalle possibilità alternative che vengono fornite ai civili).
    Per quanto riguarda il rapporto tra combattenti coinvolti e durata del conflitto, non sono in grado di dare una risposta inequivocabile ed entrambi potremmo argomentare a favore o contro la tesi presentando riflessioni e dati con poca valenza statistica.
    Ad ogni modo affermi che combattere non e’ un aiuto, ma e’ perlomeno un impegno. Qui mi sembra tu stia assumendo un approccio “deontologico”, pensi che l’intenzione (il voler difendere la propria patria), sia più importante delle conseguenze di quella azione. Ovvero combattere con l’ISIS o con altri schieramenti che intendono instaurare un regime autoritario è meglio che scappare. Trovo invece che l’inazione sia sempre meglio dell’azione dannosa. D’altra parte è difficile stabilire cos’è effettivamente dannoso sul lungo termine. Se ISIS riuscisse effettivamente ad instaurare uno stato con una burocrazia funzionante come ha cercato di fare in Libia e si riuscisse ad avere una pace, coloro che fossero forzati a lavorare per esso andrebbero considerati conniventi? In un processo di riappacificazione, come quello che è avvenuto in Rwanda è fondamentale che le leadership vengano punite e la popolazione che è stata da una parte o dall’altra del conflitto venga assolta.
    Prima di fare ulteriori riflessioni ti propongo questa lettura che pur banalizzando la questione paragonando la guerra in Siria ad un conflitto all’interno di un pub ha il pregio di sottolineare il tipo di fallacie logiche in cui cadiamo quando osserviamo il conflitto da lontano.
    http://www.independent.co.uk/voices/think-syrian-refugees-should-take-up-arms-and-sort-out-their-own-country-you-need-this-pub-brawl-a6862526.html
    Tu affermi che l’unica guerra giusta è una guerra di autodifesa o di resistenza. Da quello che ho capito la tua posizione è giustificata da una visione della difesa della propria terra come azione nobile ed alta. Non consideri le conseguenze pratiche, ad esempio che una milizia non addestrata ha più probabilità di compiere azioni non etiche, per le quali non deve rispondere a nessuna catena di comando o tribunale, rispetto ad una forza internazionale.
    Tieni comunque conto che nel contesto di una guerra civile il «difensore» di oggi può essere l’attaccante di domani. Caso concreto: i peshmerga curdi hanno difeso la loro regione, ma ne hanno approfittato per creare le condizioni per l’annessione di territori, in particolare in futuro si potrebbe profilare un nuovo conflitto per il controllo di Kirkuk e delle sue risorse.
    L’etica e la scienza militare hanno esaminato lungamente questo campo e hanno definito una guerra giusta in termini abbastanza diversi dai tuoi. Faro’ un breve riassunto su quello che e’ il consenso accademico oggigiorno, pur non negando l’esistenza di opinioni diverse.
    Vi sono due categorie di condizioni che vanno rispettate perche’ un conflitto armato si possa considerare etico.
    La prima categoria e’ chiamata jus ad bellum e indica le condizioni necessarie per entrare in un conflitto armato. Occorre avere la legittima autorita’ per dichiarare guerra ad un paese o ad un gruppo. Solo le Nazioni Unite hanno questa autorita’. Deve esserci una giusta ragione, ovvero deve essere una questione di autodifesa ed una giusta intenzione, ovvero non devono essere altri evidenti motivi oltre a quelli dichiarati. La soluzione bellica deve essere un mezzo adatto a cio’ che si intende ottenere e deve essere l’ultima soluzione a cui si ricorre. Infine prima di cominciare un conflitto armato e’ necessaria una ragionevole sicurezza che si riuscira’ a vincere questo conflitto.
    Per quanto riguarda la Jus in Bello, i mezzi utilizzati devono essere proporzionali alla minaccia nemica e deve essere garantita il piu’ possibile la differenziazione tra combattenti e non combattenti.
    Sulla base di questa teoria ti propongo un’altra idea di una guerra giusta. Una forza internazionale con un chiaro mandato delle Nazioni Unite che svolge un ruolo di peacekeeping e collabora a promuovere una risoluzione politica del conflitto. Sebbene ci possano venire in mente i molteplici casi in cui qualcosa è andato storto voglio citarne invece in cui una guerra è stata effettivamente prevenuta ed un conflitto politico non è divenuto armato.
    https://en.wikipedia.org/wiki/Macedonia_(comics)
    Per quanto riguarda la questione dei rifugiati siriani. Penso si possa e si debba trovare un compromesso rispetto alla soluzione attuale e a quella da te suggerita. Un’analisi dettagliata di quale potrebbe essere il compromesso esula dalla discussione che stiamo avendo ora ma penso potremmo concordare su alcuni punti: più risorse investite in assistenza all’internally displaced population (6,6 milioni vs 4 milioni di rifugiati Fonte: http://www.internal-displacement.org/middle-east-and-north-africa/syria/) perché più efficace (meno soldi per aiutare un maggior numero di persone), investimento in campi rifugiati dei paesi limitrofi per favorire un futuro ritorno in Siria, diritto d’asilo con termini di tempo ben definiti, pressione a livello internazionale su paesi del Golfo perché facciano la loro parte nell’accoglienza.
    Rispetto ai campi profughi nei paesi limitrofi, oltre alla minaccia di instabilità ed al problema dell’effetto domino in paesi come il Libano di cui parlavi in passato, penso anche vi sia il rischio che avvenga ciò che è già avvenuto per i rifugiati palestinesi: il conflitto è continuato, i campi profughi sono diventati baraccopoli e i suoi abitanti hanno portato avanti per decenni una vita-non vita caratterizzata da estrema povertà, sovrappopolazione, disoccupazione e così via. E’ la soluzione più sostenibile? Quali alternative ci sono per rendere queste vite più utili a se stesse e al mondo visto che un ritorno in patria non è possibile (e non lo è neanche per i siriani fintanto che le attuali condizioni permangono)? E se alcune di queste persone fosse consentito di lavorare in un paese in cui è necessaria manodopera e potessero inviare i proventi a casa e promuovere crescita economica? O se organizzazioni internazionali investissero in progetti di sviluppo volti a promuovere imprenditorialità e sviluppo?

  43. A molte delle tue obiezioni ho già risposto, credo, in questo post o altri. Una cosa che vorrei sottolineare è che non c’è solo una responsabilità nel senso di azione politica, militanza, o combattimento: quando un conflitto scoppia in buona parte per motivi legati all’ambiente e alle risorse, la malagestione è responsabilità di tutti. Chi ha fatto troppi figli senza pensare a come sostenerli non solo personalmente ma anche dal punto di vista ambientale, chi ha scavato pozzi troppo profondi, chi ha venduto e comprato petrolio senza preoccuparsi dei cambiamenti climatici… quando leggo: “X, madre/padre di dodici figli, si chiede come farà adesso”, io penso che poteva pensarci prima. Quando vedo donne incinta o con bambini molto piccoli che chiedono asilo, mi arrabbio perché secondo me è da irresponsabili fare figli in situazioni del genere (escludo ovviamente le donne violentate).
    Le altre questioni che sollevi mi sembrano principalmente formali (per me giusto è difendersi da un’aggressione, non mi importa cosa dice Caio o Sempronio). La responsabilità non è un concetto semplice, ma se tu eri un tedesco negli anni ’30 e non hai fatto niente per opporti alle politiche genocide del tuo governo sì, sei responsabile. Quando arrivano i bombardamenti alleati sulle tue città perché il tuo paese ha aggredito mezzo mondo, o i russi a vendicarsi perché un esercito che serve anche te ha fatto morire milioni di suoi abitanti (e non dico che alleati o russi abbiano fatto bene) tu non puoi cadere dalle nuvole: “ma io mi facevo i fatti miei”…

  44. Riguardo alla dimostrazione della possibilità di influenzare gli eventi, è ovvio che non è possibile dimostrare una cosa del genere. A meno che uno non sia prelevato di notte, incappucciato e rinchiuso in un bunker da cui gli è completamente impossibile uscire e in cui non ha contatti umani, chiunque può sempre, potenzialmente, influenzare gli eventi. Il concetto di responsabilità individuale e collettiva è sicuramente complesso, ma questo non significa che non esista. Qualcuno che prova a fare qualcosa non è uguale a qualcuno che non fa niente e sposta l’onere della prova su chi lo accusa di inazione.
    Riguardo alle azioni collettive come somma di azioni individuali, io credo che invece esista una differenza data dal contesto. Se migri in un posto in cui vedi che non ci sono problemi di accoglienza e siete in pochi, è un conto; se sai di creare problemi migrando, è un altro. Salire su un bus di per sè non è un atto immorale, ma se ti vedi passare davanti un autobus dove la gente è pigiata, urla e sviene, e sali lo stesso, non è la stessa cosa.
    Per quanto riguarda comunque la particolarmente difficile e prossima crisi in Siria, un dibattito più costruttivo e dovuto sarebbe come fermare la guerra. Questo dibattito stenta anche perché richiederebbe di rimettere in discussione i rapporti dell’Italia con Stati Uniti. Nato, Russia e Turchia, e la nostra totale dipendenza dal gas.

  45. “Chi ha fatto troppi figli senza pensare a come sostenerli non solo personalmente ma anche dal punto di vista ambientale, chi ha scavato pozzi troppo profondi, chi ha venduto e comprato petrolio senza preoccuparsi dei cambiamenti climatici” e chi non ha fatto niente di tutto questo e si ritrova comunque all’interno di un conflitto?

    “La responsabilità non è un concetto semplice, ma se tu eri un tedesco negli anni ’30 e non hai fatto niente per opporti alle politiche genocide del tuo governo sì, sei responsabile.”
    Come dici tu, la responsabilita’ e’ un concetto complesso ed ovviamente ci sono diversi gradi di responsabilita’, io qui mi sono focalizzato sulle conseguenze della responsabilita’. Il punto e’: e’ giusto che il tedesco debba perdere la vita per le colpe del suo governo?

    “Salire su un bus di per sè non è un atto immorale, ma se ti vedi passare davanti un autobus dove la gente è pigiata, urla e sviene, e sali lo stesso, non è la stessa cosa.”
    Il fatto e’ che se manca agli italiani la percezione che il nostro continente sia sovrappopolato, figurati se dei disperati hanno la sensibilita’ per rendersene conto. La responsabilita’ dipende anche dalla capacita’ di rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni.

    Ho sollevato diversi punti, ma possiamo considerare la conversazione esaurita se ritieni che le questione sollevate sono gia’ state discusse. Non posso sapere in quali post hai risposto ad un punto o all’altro, ma mi rendo conto che puo’ essere estenuante dover continuare ad argomentare per qualcosa che hai gia’ discusso decine di volte.

  46. Suturn: ovviamente se svisceri ogni questione da un punto di vista così astratto, nessuna risposta ti soddisferà mai – nè le tue, nè le mie. Non esistono soluzioni che vadano bene per tutti i casi e da tutti i punti di vista. Non è giusto che magari il singolo tedesco che ha fatto di tutto per far cadere i nazisti e il singolo siriano che non ha fatto altro che preoccuparsi del suo paese, dell’ambiente e della democrazia paghino assieme al complice o al menefreghista. Non è giusto ma è così; soprattutto, è praticamente impossibile far sì che sia altrimenti in ogni singolo caso. Cosa facciamo, un processo a ogni profugo non solo sulla sua situazione ma anche sul perché non ha agito diversamente per tutta la sua vita? Creiamo bombe che bombardino solo i cattivi? Siamo responsabili di salvare ogni singola persona in difficoltà su sette miliardi di noi perché potrebbe essere innocente (in teoria, possiamo anche dire di sì, in pratica sarebbe impossibile)?
    Guardala dal punto di vista opposto: succedono tante cose ingiuste nel mondo, ma questo non significa che ogni singola persona abbia il dovere di risolvere *tutte* le ingiustizie. Così sarebbe impossibile vivere. Se limitiamo la nostra responsabilità alle persone a noi più vicine – famiglia, comunità, al limite paese – e al non far danni, già abbiamo un bel da fare. Possiamo poi fare volontariato, ma ad un certo punto dobbiamo considerare il nostro compito esaurito, altrimenti saremo perennemente colpevoli di tutto quello che non facciamo. L’Europa non è colpevole di tutti i mali del mondo e non può essere considerata responsabile di tutto quello che succede. Non possiamo farci carico di tutte le guerre, le dittature, le carestie e i disastri del mondo. Inoltre, aumentando il nostro carico antropico non facciamo che aumentare l’impatto extra-europeo dell’economia e dello stile di vita europeo, aggravando proprio le situazioni da cui poi la gente scappa per venire qui… ad un certo punto è praticamente e addirittura moralmente obbligatorio dire: basta. Dobbiamo concentrarci sui nostri problemi.
    Per farti capire cosa intendo ti faccio un esempio. Mettiamo che tu stia bene, abbia abbastanza per vivere e giusto quel poco in più che dà soddisfazione. Però ci sono tante persone innocenti che stanno male. Allora tu devi dargli quello che hai, perché non è colpa loro. In una certa misura, è anche giusto, perché probabilmente parte del tuo benessere è legato a un sistema ingiusto che sfrutta certi popoli. A un certo punto, tu hai perso il di più e sei sulla soglia della sopravvivenza. Ma c’è ancora qualcosa che ti si può togliere senza che tu muoia di fame. Non puoi opporti: c’è gente denutrita e tu una volta alla settimana mangi una brioche. Devi condividere ancora. Ovviamente a questo punto hai una casa microscopica, ti muovi solo a piedi, mangi solo verdure e non compri mai un vestito o un libro: tutta roba superflua davanti alle guerre, carestie, eccetera. Ma non basta: ci sono ancora persone che stanno peggio di te, perché non sono libere. Devono venire a casa tua, dove si sentono meglio. Devi stringerti. Tu magari hai una moglie, e loro nessuna: sono cinesi o indiani, e non è colpa loro se la generazione precedente ha fatto morire milioni di bambine. Devi condividere anche tua moglie. Sembra assurdo, ma se si accetta la logica di essere responsabili di ogni singola difficoltà altrui, non esiste un momento in cui si può dire di aver fatto abbastanza fino al momento in cui non stiamo tutti ugualmente malissimo.
    Riguardo alla sovrappopolazione: la legge non ammette l’ignoranza, ma neanche la realtà. Anche se non ti rendi conto delle conseguenze delle tue azioni, e questo vale veramente per tutti e non solo per le persone di cui stiamo parlando, questo non significa che le tue azioni non abbiano conseguenze. Comunque, io sto cercando di convincere proprio gli italiani che il loro paese è sovrappopolato, altrimenti è chiaro che non si risolve nessun problema.

  47. E’ diverso tempo che non venivo a leggere il tuo blog perché certe tue idee come la svalutazione del lavoro o dei soldi solo perché sono stati guadagnati prima e quindi dopo diverso tempo sembrava giusto che valessero di meno dato che anche le verdure e le cibarie si deteriorano e quindi anche i soldi dovrebbero deteriorarsi come fanno fare i banchieri e tutti quelli che sfruttano il lavoro dato che le ore che lavoro oggi mi devono dare da mangiare anche se le stesse ore le lavorassi tra venti anni e quindi ho preferito non commentare più.
    Riguardo alla immigrazione molti non si rendono conto che quello che lasciano fare nella loro stupidità e vigliaccheria lo pagheranno i loro figli che per fortuna io non ho e di cui non mi devo preoccupare anche se faccio come te limitando il mio impatto sulla Terra al necessario.
    Riguardo al fatto che i governanti continuano ad obbedire a cio che dice la chiesa e i grandi sfruttatori a cominciare da certi banchieri e monopolisti e guerrafondai vi é da dire che nel momento che gli italiani con le palle ( anche se sono rimasti in pochi) si sveglieranno sarà la guerra anche se sono disarmati e useranno solo la clava o pezzi di mattoni.
    Personalmente penso che tutti coloro che desiderano essere invasi meritano di essere sottomessi dando ragione a tutti i traditori del paese Italia e del popolo italiano che benché la maggioranza sia in fuga da ogni problema e conoscenza (ossia che non si informa di quello che succede ) quando si sveglieranno e si troveranno in casa lo straniero che ci vive sarà pure contento volente o nolente.
    Del resto di traditori del proprio paese con la scusa dell’accoglienza ne é piena l’italia e anche altri paesi anche perché a essere dei traditori ci si guadagna sempre sia nei soldi presi che nello sfruttamento e declassamento degli autotocni che di coloro che lavorano per un tozzo di pane.
    Una volta davano un po di sale per pagare una giornata di lavoro cosa che sta riprendendo con i costi orari e le paghe orarie odierne sia per italiani che stranieri anche se si é ingegnere o pilota di aereo boeing o altro tipo. Gli unici pagati bene sono solo gli assassini e i piloti di caccia che buttano bombe di tutti tipi, i politici e i magistrati che colaborano con il nemico.

  48. Mi sono sempre chiesta perché in Europa ci sono così tanti profughi siriani e così pochi iracheni, nonostante ci sia una guerra in entrambi i paesi. Non lo so, comunque oggi ho trovato questo: https://www.theguardian.com/world/2016/nov/26/mosul-refuse-to-abandon-homes-isis-iraqi-army

  49. Un articolo abbastanza impressionistico e senza vere statistiche che conferma la tua visione che in fondo non e’ poi cosi’ impossibile rimanere quando c’e’ una guerra in corso.
    Concordo su tutta la questione della psicologia delle masse e che se tutti scappano/restano attorno a noi allora siamo piu’ portati a fare lo stesso.
    D’altra parte dobbiamo tenere conto che ogni teatro di guerra, ogni citta’ e’ un caso a se’. Associare quest’articolo alla relativa presenza o meno di profughi di un paese piuttosto che di un altro mi sembra insensato. Comunque ecco un po’ di statistiche rispetto ai richiedenti asilo iracheni e siriani: http://openmigration.org/analisi/come-afghani-e-iracheni-sono-diventati-profughi-di-serie-b/

  50. La conoscenza può essere sia quantitativa che qualitativa, non credo che una escluda l’altra. Che sia possibile rimanere con una guerra in corso lo dimostra la storia, non questo articolo; che sia desiderabile è tutto un altro discorso e dipende dalla disponibilità e natura delle alternative, dalla cultura (amor di patria, legami familiari, struttura delle famiglie, individualismo…), dalle prospettive di pace, dal carattere, da quello che fanno gli altri e probabilmente da tante altre cose che non so. Rimanere e subire la guerra è poi diverso dal prendervi parte. Io trovo la stessa distinzione tra civili e soldati un po’ fuorviante, dato che solitamente i soldati combattono per conto di qualcuno.
    Quello che ho letto è che i siriani erano complessivamente molto propensi a emigrare in Europa anche prima della guerra; non so se lo stesso fosse vero per gli iracheni. Comunque per rispondere a questa domanda bisognerebbe sapere non quanti tra i richiedenti asilo sono iracheni ma quanti iracheni sul totale della popolazione sono profughi, e quanti lo sono nei paesi limitrofi rispetto a quelli che cercano di venire in Europa.

  51. Certo, una non esclude l’altra, anzi penso che una (quella qualitativa) sia la prerogativa dell’altra. Senza aver sondato il terreno ed aver intuito come le cose funzionino non e’ possibile sviluppare una domanda di ricerca quantitativa che sia falsificabile. Cio’ che intendevo e’ che non ci si puo’ fermare alla fase qualitativa per analizzare fenomeni di massa come questi.
    Penso che i dati che richiedi siano facilmente rintracciabili. Fai una lista di elementi che influenzano la scelta di restare o di partire, ma non nomini il piu’ importante, ovvero l’impressione che si ha rispetto alle possibilita’ di sopravvivere al conflitto senza rimanere feriti/morire.

  52. Sì, scusa, era sottinteso in prospettive di pace. Per fortuna, però, ci sono persone per cui c’è qualcosa di più importante della propria sopravvivenza. Senza queste persone, l’umanità non potrebbe mai migliorare in nulla.
    Non dico che scappare davanti a un pericolo sia una risposta di per sé disdicevole. Penso però che non sia né l’unica possibilità né mediamente, in casi come questo, la migliore (abbandoni qualcuno, crei problemi a qualcun altro, rinunci a una cosa che poi potresti non poter più avere…)

  53. E comunque hai ragione, sono stata un po’ pigra. Probabilmente con un po’ di ricerca avrei la risposta. Penso ad esempio che molti profughi iracheni siano in Siria, il che avrebbe potuto contribure alla guerra (così ho letto) e forse creato una specie di effetto domino.
    Sto raccogliendo articoli con storie di gente che non scappa principalmente perché controbilanciano la versione più diffusa, che è quella per cui si scappa per forza e non ci sono alternative. Inoltre, mi ispirano più simpatia: mi dispiace per chiunque soffra, ma una persona che dice questa è la mia terra e la mia gente, io non me ne vado, suscita in me una maggiore comprensione e solidarietà. Spesso hanno anche motivazioni interessanti, quali la sensazione che l’Europa li aspetti per sfruttarli e non sia veramente interessata al loro benessere. Non so se avrei lo stesso coraggio o la stessa dignità, ma questi rappresentano per me un ideale verso cui tendere – in cui includo non solo il non andare, ma anche il provare a fare qualcosa di buono.
    Detto ciò, è ovvio che ci sono motivazioni comprensibili per entrambi i comportamenti (e l’intera gamma di comportamenti intermedi).

  54. Devo dire che quest’ultimo commento sembra molto piu’ moderato rispetto a quelli ai quali sono abituati, ma forse sto solo riempiendo i vuoti (filling the blanks) mentalmente.
    Sono generalmente in disaccordo con questa frase: “ci sono persone per cui c’è qualcosa di più importante della propria sopravvivenza. Senza queste persone, l’umanità non potrebbe mai migliorare in nulla.” La maggior parte dei miglioramenti non e’ dovuta a martiri e soldati, ma a persone che hanno deciso di utilizzare le proprie capacita’ e la propria passione per servire gli altri. Anzi direi che parlando generalmente i martiri ed i soldati tendono a peggiorare le cose. Non nego che vi siano casi isolati in cui resistenze locali (partigiani, peshmerga) salvano vite e contribuiscono a migliorare le cose sul lungo termine, ma nella maggiorparte dei casi la lotta armata conduce ad abusi di diritti umani e conseguenze piu’ negative che positive.
    Questa ricerca http://jpr.sagepub.com/content/50/3/415.abstract
    legata a questo database: http://www.du.edu/korbel/sie/research/chenow_navco_data.html
    mostra come le campagne non violente conducono al successo piu’ spesso delle campagne armate. Una delle ragioni e’ proprio nella loro capacita’ di coinvolgere piu’ persone e non solo quelle pronte a rischiare la propria vita. (Certo, in alcuni contesti avviare questo tipo di campagna puo’ portare alla morte, ma la logica mi dice che i partecipanti abbiano lo stesso atteggiamento verso l’eventualita’ di morire che elogi nei martiri).

  55. Bè, per sacrificare la propria vita non è assolutamente necessario imbracciare un fucile. Ci sono molti altri modi: essere disposti a fare resistenza pacifica o attività utile (medica, informativa, politica, sociale, letteraria, giudiziaria…) in contesti pericolosi, oppure essere disposti a rinunciare alle proprie personali aspirazioni di carriera, lavoro, famiglia o gratificazione, rischiando la miseria, la frustrazione o l’emarginazione, pur di fare una cosa buona. Anche questo significa essere disposti a valutare il proprio contributo più della propria sopravvivenza.
    Riguardo allo studio che tu citi, mi sembra che non dica quello che dici tu, ma solo che “studying nonviolent resistance may yield novel insights for conflict scholars by replicating an influential study of civil war onset.” Si occupa di cosa scatena le campagne nonviolente, non di quali funzionano di più, quindi, sulla base dell’abstract, mi sembra che tu abbia frainteso i risultati. È la solita storia accademica del “bisogna approfondire questo” su un tema che va avanti all’infinito ma è semplicemente troppo complesso per essere mai risolto in maniera definitiva.
    Non sempre i dati hanno la risposta. Credo sia impossibile fare una simile affermazione così generale come quella che tu fai, data l’immensa varietà di contesti, motivazioni, risultati, oppositori, scale temporali… Come si fa a dire, in assoluto: “la non violenza funziona più della violenza”? Funziona a fare cosa? Dopo quanto? Contro chi? Una simile affermazione richiede una tale quantità di definizioni da essere pressoché impossibile da dimostrare in maniera significativa. La stessa definizione di “violenza” e “nonviolenza” è estremamente relativa. Se una persona sta massacrando un’altra sotto i miei occhi, è più violento non fare niente o portarla via con la forza per impedirle di nuocere? Ed essere la causa di un’azione violenta ma non muovere un dito, come si colloca?
    Nel caso in questione, poi, dovresti dirmi se è più “non violento” fare il medico sotto le bombe in un paese in guerra o scontrarti con la polizia per entrare in un paese in pace; non intervenire davanti a una fucilazione di massa o attaccare chi si macchia di questi atti…

  56. gaiabaracetti

    Un interessante punto di vista dalla Nigeria: https://www.today.ng/opinion/270077/battered-bruised-broken

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