per favore, non comprate i miei libri da Amazon

Seguendo un link segnalatomi (ringrazio), sono arrivata a questa pagina, contenente una lunghissima serie di motivi per non comprare niente da Amazon. Vale la pena leggere la pagina (la cui estrema semplicità non credo sia casuale: ormai quasi tutti i siti che frequento sono così pesanti che fatico a caricarli) e seguire i link agli articoli, alcuni dei quali molto interessanti. In sintesi, comunque, Amazon andrebbe boicottata perché:
– sfrutta i suoi dipendenti nell’anima e nel corpo
– tiranneggia le case editrici con metodi di intimidazione mafiosi
– trova tutti i modi per pagare meno tasse possibile
– ha acquisito un potere più che monopolistico, controllando sia l’aspetto commerciale che quello dei contenuti
– in un certo senso ci spia
Dopo aver letto queste cose ho deciso che non comprare da Amazon non era abbastanza: non volevo neanche che vendesse i miei libri (sì, immaginate come tremano all’idea). Ho chiesto alla mia casa editrice se fosse possibile. Mi aspettavo o un educato: “no, ci dispiace”, oppure un educato: “vedremo”. Invece la risposta mi ha sorpresa. Il titolare della Phasar mi ha detto che è d’accordo con me, e che Amazon ha tenuto dei comportamenti ricattatori e poco professionali anche con loro.
Mi ha anche detto che, consultando il loro distributore, hanno scoperto che no, non è possibile impedire alla Amazon di vendere il mio libro, a meno di non impedirlo contemporaneamente anche a tutti gli altri. Il mercato dei libri ha molti passaggi, forse anche troppi, e l’autore è solo uno dei moltissimi anelli della catena.
Non aggiungo altro, perché io di esperienza diretta con la Amazon non ne ho ma i giornalisti hanno fatto tantissimo ottimo lavoro su di lei e voi potete facilmente reperirlo.
(Ah: c’è anche una pagina su perché boicottare la Apple, ovviamente)
Quindi, vi prego: non comprate i miei libri da Amazon. Se li volete, potete chiederli direttamente a me, ordinarli dal sito della Phasar, farveli arrivare nella vostra libreria, oppure comprarli online da un sito di vostra scelta. Potete anche convincere la vostra biblioteca a ordinarli e poi leggerli gratis.

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10 risposte a “per favore, non comprate i miei libri da Amazon

  1. Hai fatto bene a citare “sua Maestà” R.H. Stallman!
    Qui c’è il link ai suoi feeds, e per chi fosse interessato a queste tematiche, segnalo anche la newsletter di FSF-Europe.

    Io consiglio anche sempre di non utilizzare i loro ebook client (e nemmeno quelli di apple e soci), in quanto ti tracciano in un modo osceno. Un paio di anni fa, quando Piketty e le memorie della Clinton andavano per la maggiore, lessi l’intervista ad un esperto di editoria americano per la vexata quaestio su cosa vendesse di più, il libro tradizionale o l’ebook, e cosa fosse letto di più tra i due. L’esperto, dati alla mano, sentenziò che le persone comprano (forse compulsivamente) più ebook, ma li leggono di meno, in quanto nella maggior parte dei casi non arrivano alla fine. Perplessità del giornalista, cui l’esperto risponde: le faccio un esempio. Le vendite maggiori nell’ultimo semestre le hanno avute “Il capitale del XXI secolo” di Piketty e “Scelte difficili” della Clinton, però la maggioranza dei lettori nel caso di Piketty è arrivata a pag. 25 (!), mentre per la Clinton quasi nessuno ha superato la pag. 50. Sbalordimento del giornalista, che domanda: ma come fate a saperlo? Facile: dalle sottolineature e dai bookmark, risponde l’esperto.

    Quando gli utenti sottolineano o inseriscono un segnalibro sull’ebook reader, questo viene trasmesso sul loro account e i loro provider possono pertanto fare statistiche, che rivendono a terzi, o usano per promuovere altri libri che suppongono possano interessare sulla base delle tue letture precedenti.
    Quindi, riassumendo, quando usi kindle o iBook, con la scusa che le tue sottolineature, le tue note a margine, i tuoi segnalibri devono essere sincronizzati tra tutti i dispositivi digitali per “migliorare la tua esperienza di lettura” (io sinceramente non ho mai visto un lettore che legge su più ebook reader alternativamente, oppure che legge sia sul reader che sullo smartphone e ha bisogno di sincronizzarli, ma vabbè… sono piuttosto datato). Queste deliziose applicazioncine, dicevo, dai nomi tanto coccolosi, inviano tutti i tuoi dati nei tuoi account sul “cloud” (i datacenter cui accennavo in un post precedente), e questi dati finiscono nelle bocche divoratrici dei programmi che fanno big data analytics, e li utilizzano per fare studi di marketing che rivendono a terzi o usano per sé. Ancora una volta, quando un servizio di un big data in rete è gratis, è perché stanno vendendo te…

    Per concludere: io però i tuoi libri su amazon li ho comprati, perché lo scorso Natale mi hanno lasciato a secco per un pluri-acquisto sia la Phasar che la Feltrinelli, e così ho dovuto rimediare con amazon alla figuraccia del regalo natalizio posticipato. Prometto però di non farlo più, altrimenti se mi becca Stallman mi ritira la tessera della FSF (vergogna!) 😦
    Un abbraccio,

    mk

  2. D’accordo ma allora, visto che giustamente hai citato Apple, devi smettere di comprare qualsiasi prodotto di una qualsiasi multinazionale venduto da una qualsiasi multinazionale. Sono tutte uguali, La gente che le popola è la stessa, ragionano nello stesso modo, con gli stessi modi e scopi.

  3. Lasciato a secco in che senso? Fammi sapere, che chiedo conto 🙂

  4. Lorenzo: ci sto provando. Nel momento in cui però sono “costretta” (relativamente) a comprare qualcosa che producono solo le multinazionali, allora cerco di scegliere la meno peggio.

  5. @Lorenzo: per me una multinazionale non è necessariamente «il male». Ci sono tanti organismi che hanno sedi in più nazioni, anche in campo commerciale, che non credo siano così dannosi. Ciò che a me non va giù, è quando qualcuno mi costringe a lottare per qualcosa, perché a me non piace combattere o avere nemici, e allora mi infurio quando qualcuno mi costringe a combattere per una battaglia che non ho scelto io.
    Uno di questi casi è costituito dalla privacy in rete e dal trattamento delle informazioni che conducono i giganti della rete, come Facebook, Google o Amazon. Il mio principio è: chi genera l’informazione (l’utente) deve essere *sempre* e *ovunque* capace, all’interno del workflow, di decidere chi, come e quando può fruire dell’informazione immessa, e in ogni caso decidere della sua lifetime. Invece non è così: quando apri un account su facebook, google o altri, la prima cosa che ti impongono è di rinunciare ai tuoi diritti sull’informazione (anche se l’autore sei tu!), e tutto ciò che scrivi e pubblichi – addirittura anche i metadati di ciò che posti (cioè la data del messaggio, l’ora, l’eventuale destinatario, la geolocalizzazione) – diventano di loro esclusiva proprietà, e possono farne ciò che vogliono, anche contro la tua volontà. Ho letto su «Scientific American» articoli IMHO allucinanti di ricercatori americani, contentissimi di potere prevedere il comportamento di masse nelle grandi metropoli (sempre per ‘migliorare la loro qualità di vita’) oppure di tracciare profili psicologici molto accurati delle persone servendosi solo del numero di like cliccati su uno sparuto numero di comunissime pagine web (se ti interessano gli articoli, posso recuperarteli, però adesso non ho le reference sotto mano).
    Capiamoci subito: non che io abbia qualcosa da nascondere, perché la mia vita è di un monotono bestiale per i canoni di oggi; però a me non riesce ad andare proprio giù che io legga un libro, e qualcuno (anche se un software) vada a controllare quale sia l’ultima pagina che ho letto, cosa abbia commentato, e da dove abbia postato l’ultima foto su instagram, o quant’altro (queste cose amo condividerle solo con la mia donna: ma in genere o sono solo, oppure intersecano spezzoni della mia vita compagne tanto intelligenti da non interessarsi minimamente a questi futili dettagli).

    Io credo fermamente che sia giusto pagare per ciò che uso/ritengo importante (software libero, servizi internet: posta elettronica, piattaforme social, etc.): ci sono persone che lavorano per questo, e vanno (giustamente) retribuite. In questo modo è tutto molto più chiaro e trasparente: anche noi utenti cominciamo ad avere voce in capitolo, perché se i servizi offerti non si accordano più alle nostre necessità, allora non paghiamo più, e diventiamo improvvisamente molto interessanti/importanti per i provider (te lo dico da programmatore). Se invece continuiamo a prostituire la nostra privacy per un oscuro concetto di gratuità dei servizi di rete, non solo ne perdiamo il controllo, ma finiamo davvero per diventarne la merce.
    Spero di aver espresso il mio pensiero in modo sufficientemente chiaro (sono tristemente famoso per la mia incapacità espressiva 😦 ).
    Un saluto!

    mk

  6. Paradossalmente, non è per niente facile pagare per i servizi la cui apparente gratuità tu denunci. Ci sono alcuni —— (come si chiamano? host? provider? aiuto) per la mail che accettano donazioni, ma non sono molti. Io stessa ho perso la possibilità di pagare per togliere la pubblicità da questo blog: o pago, e tanto, per avere un supersito che non mi interessa, oppure tengo un blog gratuito con pubblicità.
    Sono completamente d’accordo su tutto quello che scrivi, comunque. Sto addirittura leggendo questo*, su suggerimento, che comincia facendoti riflettere sulla natura stessa di dato e sulla necessità per uno stato di misurare standardizzando quello che era espresso in misurazioni locali comprensibili e significative solo localmente. Non solo il dato in sè, ma anche la necessità di averlo e l’unità di misura scelta sono immensamente significativi.
    Se ce la faccio, quando ho finito riassumo.

    * Sì, io uso Amazon per le recensioni, poi non compro da loro.

  7. Giusto per fare un altro esempio: chi di voi non ha mai firmato una petizione su Change.org?
    Bastardi.

  8. Accipicchia!
    D’altronde, se le petizioni online scomparissero non sarebbe un gran male. Non credo alla loro efficacia e, anche quando funzionano, secondo me deresponsabilizzano più di coinvolgere.
    “Clic. Ho fatto la mia parte. Posso tornare a disinteressarmi della questione.”

  9. Adoro le tue prese di posizione, la tua attenzione ai problemi. Ogni volta che passo davanti al parcheggio di piazza primo maggio penso che avevi ragione, che hai fatto una battaglia giusta per impedire che lo realizzassero.

  10. Grazie. Non solo io, ma anche tanti altri. Purtroppo abbiamo perso, molte delle nostre previsioni si sono avverate, e il parcheggio giace lì, mezzo vuoto, brutto.

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