soia OGM

Ciao Stefano* e Fabiano*,

vi scrivo per farvi presente una questione agricola e ambientale che mi ha colto di sorpresa e della quale penso che la politica dovrebbe interessarsi. Se già lo fa, mi piacerebbe sapere se ci sono novità. Inoltro questa mail anche a Legambiente e Coldiretti, che forse possono darmi delle risposte. Mi rivolgo infine al responsabile mangimi del consorzio da cui ho indirettamente acquistato, anche lui tra i destinatari. Questa mail sarà pubblicata sul mio blog.

Volendo dare delle proteine vegetali alle mie galline, ho chiesto al titolare del negozio di alimentari del paese in cui vivo in Carnia se poteva procurarmi della soia per animali al consorzio agrario di Tolmezzo. Me ne ha preso un sacco da 25 kg. Appena arrivata a casa, mi sono accorta che sulla confezione c’era scritto: prod. da soia GM. Dando in escandescenze, sono tornata al negozio e il titolare (che non ha nessuna colpa ovviamente) mi ha detto che al consorzio avevano solo quella. Neanche lui sapeva cosa volesse dire GM e abbiamo cercato su internet.

GM vuol dire, ovviamente, geneticamente modificata. Non essendone permessa la coltivazione in Europa Italia**, questa probabilmente proviene dall’America Latina e suppongo sia della Monsanto. Posso solo suppore perché la confezione non dà informazioni su una cosa così importante. Da una breve ricerca, ho scoperto che è estremamente difficile trovare soia non geneticamente modificata da dare ai propri animali. Ovviamente non si tratta solo di polli, ma anche di mucche, maiali e altri animali che si allevano per scopi alimentari.

Io non sono contraria all’idea di modificare geneticamente le piante di per sé, ma, per motivazioni ecologiche, economiche e legali sono contraria agli OGM. Non voglio darne ai miei animali e non voglio regalare o vendere uova sapendo che le galline sono state alimentate con OGM. Ma, in queste condizioni, come faccio a scegliere?

Io forse sono ingenua, ma vorrei sapere:

1- come può un consorzio agrario friulano-carnico offrire soia geneticamente modificata senza che nessuno dica niente? data l’estrema reperibilità di questa soia, e la difficile reperibilità di soia non geneticamente modificata, questo significa che nei mangimi per animali domestici e soprattutto per galline le cui uova poi mangiamo c’è abitualmente una prevalenza di soia OGM? Che quando teniamo dei polli in cortile per avere uova più sane gli diamo OGM?

(per inciso, io non do mangimi proprio per questo, ma solo granaglie e altri alimenti)

2 – secondo ilfattoalimentare.it, che cita l’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici (Assalzoo), “in Italia vengono prodotte ogni anno oltre 14 milioni di tonnellate di mangimi composti da diversi cereali. L’87% è rappresentato da miscele ottenute con materia prima gm importata dall’estero. Seguono i mangimi convenzionali (12,5%%) e quelli biologici (0,5%)”. Chi ci garantisce che i prodotti di origine animale che compriamo in Italia, compresi formaggi, carne, salumi, uova, quando non dichiaratamente biologici (quindi la stragrande maggioranza delle volte), non siano prodotti da animali alimentati con mangimi OGM?

3 – che fine fanno le quantità industriali di soia non OGM coltivate in Friuli? Perché importiamo soia dall’America Latina, facendola viaggiare per decine di migliaia di chilometri, quando questa cresce benissimo anche da noi?

(sempre per inciso, io l’ho seminata in un pezzo buio del mio campetto in montagna e finora sta crescendo senza problemi)

4 – che senso ha proibire la coltivazione di soia OGM in Europa Italia** e autorizzarne l’importazione e la commercializzazione, se non favorire le multinazionali dell’agroindustria e fare concorrenza sleale ai coltivatori locali? Perché i produttori di mangimi si prestano a questo gioco?

Mi scuso anticipatamente se mi è sfuggito qualcosa di ovvio.

Grazie

*di SEL

** a situazione a livello europeo è più complicata, ma in Italia, che io sappia, non dovrebbero esserci OGM

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19 risposte a “soia OGM

  1. Da molto tempo consideriamo, nel GAS, come punti assai critici, l’utilizzo di mais e soia dichiarato dai produttori zootecnici, nelle schede di valutazione critica.
    La posizione più realista è: quasi tutto il mais e la soia sono, de-facto,, antibioliogici e comportano, senza valutazione aggiuntive, l’esclusione del produttore.
    Quali le motivazioni?
    1 – le manipolazioni genetiche;
    2 – l’abuso di prodotti chimici, molti dei quali estremamente tossici, utilizzati per mais e soia OGM;
    3 – l’abuso di prodotti chimici, molti dei quali estremamente tossici, utilizzati per mais e soia, ibridi e varietà non OGM.
    Si consideri, ad esempio, il caso dei neonicotinoidi utilizzati per la concia delle sementi del mais ripetuto (senza rotazione culturale, orrore!!) a causa della Diabrotica.

    Mais e soia, sono nella maggior parte dei casi, un problema grave.

    > che fine fanno le quantità industriali di
    Si ritorna a due fattori fondamentali
    1 – l’eccessiva richiesta dovuta all’eccesso di popolazione, all’insostenibiità;
    2 – le speculazioni: si importano cereali a km varie_migliaia perch* costa di meno di quello dei produttori locali (http://www.corriere.it/video-articoli/2016/07/05/prezzo-grano-precipita-mai-cosi-basso-2009-cosa-cambia-pasta-pane/fc81b226-42c4-11e6-b736-d853470efb0e.shtml)

  2. Da questa tua lettera emerge una ovvietà che UUIC ha colto immediatamente: non è possibile che il territorio italiano possa sostenere quel che è chiamato a sostenere. Dal che deriva che il prosciutto di Parma non può essere di Parma alla base delle materie prime impiegate, il parmigiano non può essere di Parma alla base delle materie prime impiegate, il lardo di Colonnata non può essere di Colonnata alla base delle materie prime impiegate, l’olio toscano non può essere toscano alla base delle materie prime impiegate, la fontina valdostana non può essere valdostana alla base delle materie prime impiegate… e così via all’infinito. E’ tutta una colossale truffa, sostenuta dalla sostanziale negazione del dato di fatto più importante: l’Italia, fisicamente, non basta per gli Italiani (da una ventina d’anni, poi, qualcuno nelle alte sfere ha deciso che servono iniezioni di “nuovi Italiani”, per cui neppure gli Italiani possono più essere Italiani…). Smettiamola di prenderci vicendevolmente per i fondelli, dài!

  3. gaiabaracetti

    Una soluzione, oltre al comprare mangimi biologici (se lo si trova! Un grosso produttore può anche farlo, ma io dovrei farmeli spedire, il che a sua volta non è tanto ecologico), è autoprodurre. Ci sto provando, ma mi serve terra -> se volete, potete fare donazioni a questo blog e finanziare acquisto di terra 🙂 (qui non costa molto)
    Riguardo all’Italia, sono pienamente d’accordo: non può produrre abbastanza per tutti a questo livello di popolazione, senza contare il fatto che non siamo gli unici abitanti di questo paese – ci sono anche caprioli, gatti selvatici, falchi, tonni, rospi, farfalle, eccetera. Solo che quando lo dico alle persone tirano sempre fuori scuse: si spreca cibo, si mangia troppa carne, ci sono terreni abbandonati… il che è anche vero, ma la risposta è non sprecare cibo, mangiare un po’ meno carne, valutare cosa fare dei terreni abbandonati (a me il bosco piace), e così via, senza per questo aumentare la popolazione e quindi le bocche da sfamare. Queste cose non basteranno mai se la popolazione non cala. Ma avete visto quanti allarmi hanno lanciato i media alla notizia che la popolazione italiana sta lentamente decrescendo?

  4. Fabiano Miceli

    Sono disponibile a intervenire sull’argomento alimenti OGM, molto articolato anche se tutto sommato la questione è semplice. Su questo blog sarò molto sintetico, poi eventualmente ne possiamo parlare in altra sede.
    Nelle tecniche di produzione zootecnica, ad esempio nelle vacche da latte, la genetica animale ha lavorato verso produzioni elevatissime per capo. Questo fa sì che le esigenze alimentari (energia e proteine) non possano essere coperte solo con foraggi, ma servano anche mangimi concentrati.
    Per l’apporto di proteina vegetale, la migliore è la farina di soia.
    L’Europa è strutturalmente del tutto carente di soia: la granella prodotta in Europa copre meno del 10% del fabbisogno. Quindi da decenni è importata (dagli USA e dal Sudamerica), triturata estraendone l’olio e infine utilizzata nei mangimifici come farina altamente proteica.
    Dalla fine degli anni ’90 come noto, la soia nei paesi produttori è sempre più prodotta da varietà OGM, resistenti al glifosato. Dopo vent’anni la soia importata dall’America è quasi del tutto transgenica. Quindi, salvo per le produzioni biologiche e per pochi mangimisti “illuminati”, i mangimi per animali contengono abbondante soia OGM, che entra quindi in tutte produzioni zootecniche, comprese quelle a DOP (parmigiano reggiano, grana, montasio, prosciutto di Parma, prosciutto di San Daniele etc.).
    E’ questo un problema? Dipende ovviamente dai consumatori. Gli italiani non sembrano al momento molto reattivi, mentre viceversa gli austriaci sono molto sensibili.
    In Austria nel 2012 è sorta un’Associazione molto attiva per la promozione della soia europea non-OGM e dei suoi usi in ambito zootecnico ed umano: “Donau Soja”. Conosco il presidente, Matthias Kroen, che è passato da poco in Friuli per parlare con l’Assessore Shaurli. Googlate se volete e vi si aprirà un mondo…

  5. gaiabaracetti

    Grazie mille!
    Se hai notizie del signor Kroen di nuovo in Friuli, sarebbe interessante invitarlo a un dibattito, o evento, o tavola rotonda, o anche solo incontrarlo…
    Due osservazioni:
    1. Si potrebbe anche decidere di consumare meno latte e formaggio, così da consentire produzioni ridotte ma più ecologiche (uno dei miei grandi sogni nella vita è liberare le vacche della pianura e portarle al pascolo. Non so se in Friuli questo sia mai esistito. Di sicuro a memoria d’uomo sono sempre state chiuse, poverine)
    2. Qui quasi tutti buttano via il fieno. Tra l’altro, un’altra mia idea che finora non ha convinto nessuno è che tagliare il fieno e buttarlo a fondo valle è una forma di erosione del suolo. O no? Sto cercando di recuperare il fieno che mi offrono; paradossalmente, se bisognasse pagarlo, come sarebbe anche giusto, produrre il latte in montagna diventerebbe economicamente insostenibile. Qui il discorso si allarga ancora, ma lo farò quando avrò un po’ di esperienza diretta (prima o poi, spero).
    Ah: sarebbe utile ridurre il più possibile il numero di animali mangiafieno da compagnia (molto comuni quassù, cosa ancor più grave nel caso di pecore e capre perché i ruminanti emettono metano), e usare quel fieno per produrre latte, tra l’altro molto più buono, senza ricorrere alla soia. A me sembra molto logico.

    Ricapitolando:
    in montagna si butta via il fieno, la lana, il letame, le patate vecchie, non si mungono le pecore e parte delle capre, si allevano cavalli e asini solo per i turisti, poi:
    si importano direttamente o indirettamente mais, soia (OGM), latte, formaggi, carne, vestiti invernali, e i combustibili fossili per andare a tagliare il fieno e buttarlo via, andare a dare da mangiare agli animali che non si mungono, eccetera.
    Poi si va a lavorare in fabbrica per pagare queste cose.
    Sono pazza io o è pazzo questo?

  6. Ho frequentato gente “moderna” di montagna per anni, quindi parlo a ragion veduta nell’affermare che si tratta di gente in massima parte di un’avidità che è difficile perfino descrivere. Volendo fare lo “psicologo della domenica” potrei ipotizzare che si tratti della stessa reazione che porta all’obesità quegli anziani che son stati bambini nel periodo della II GM e che ora divorano qualsiasi cosa in modo compulsivo.

    Non idealizzare i “montanari” — non esistono praticamente più, e quei pochi che ancora esistono sono considerati “strambi” da tutto il vicinato.

  7. Mi sembra che si stia facendo un po’ di confusione con il significato dei marchi [DOP, DOC, IGP] e [BIO, OGM-free] che sono ortogonali tra loro, e difatti sono regolamentati da disciplinari differenti.

    I disciplinari di DOP/DOC/IGP in generale, soprattutto per quanto riguarda i prodotti di derivazione animale, non contemplano in generale i mangimi utilizzati nell’allevamento, se non in casi particolari. Posso produrre caciotta romana DOP sia BIO che non-BIO, a seconda di come alimento e allevo l’animale. Viceversa, nella produzione di un prodotto BIO, posso trovarmi nella condizione di non poterlo fregiare del marchio DOP se, per qualche motivo, esso non è conforme al disciplinare CEE 510/06.

    Cerchiamo di restare in-topic sul tema della soia OGM, che già è sufficientemente complesso, come argomento…

  8. Fabiano Miceli

    Gentile MK, naturalmente il suo commento è formalmente corretto.
    Però… alimentare gli animali con mangimi OGM (le cui materie prime arrivano dall’altra parte del mondo) e poi potersi fregiare di un marchio DOP, a me (e non solo a me) suona come una contraddizione. Non si capisce infatti con quale logica si preveda il divieto assoluto di coltivazione di colture GM e viceversa nulla osti all’importazione (gigantesca) di soia GM da Paesi del continente americano.
    So bene che il 95% dei produttori convenzionali di materie prime destinate a prodotti DOP e naturalmente i Consorzi di tutela rifiutano vigorosamente quest’approccio, indubbiamente radicale. Se però i cittadini/consumatori più sensibili al problema ci ragionassero un po’, come appunto succede in altri Paesi a noi vicini, la situazione forse potrebbe evolvere anche da noi.

  9. Sono d’accordo con Fabiano. Certo, i marchi di prodotti locali non escludono l’utilizzo di OGM nei mangimi, però è un’evidente contraddizione presentare un prodotto come “tradizionale” e “locale” (e “di qualità”) quando l’animale da cui proviene si è cibato di mangimi non tradizionali, non locali e per giunta la cui coltivazione in Italia è proibita. Mi sembra una presa in giro (come la stessa idea dei marchi, per quanto mi riguarda, ma qui davvero il discorso si allarga).
    Io sono convinta che se si facesse un sondaggio a campione tra i consumatori, chiedendogli: “secondo te, per produrre il prosciutto di Parma / grana padano / mozzarella di bufala napoletana si utilizzano OGM?”, la risposta sarebbe nella maggior parte dei casi: “ovviamente no”. L’agricoltura italiana vive di questa ambiguità: come hanno già sottolineato altri, il nostro paese non ce la fa a produrre a sufficienza per i consumi attuali, e allora si nasconde dietro a garanzie di qualità, marketing, e l’indifferenza del consumatore, nonostante tra l’altro periodici scandali.
    Faccio un altro esempio: ogni tanto compravo le marmellate Rigoni di Asiago. Siccome le trovavo ovunque, ho cominciato a chiedermi: ma quanti cavolo di mirtilli ci sono sull’altopiano di Asiago? Risposta: la frutta viene dalla Bulgaria. Il motivo è che in Italia non ci sono abbastanza terreni adatti per fare biologico. Scrivessero Rigoni di Bulgaria, scommetti che le vendite crollerebbero?
    (Io spero che almeno i Bulgari si facciano pagare bene, altrimenti è land grabbing pure questo)

  10. @Gaia
    @Fabiano
    Naturalmente non è che io sia a favore degli ogm, però dal momento che con la nuova tecnologia di dna-editing a basso costo CRISPR-Cas9 tra una decina d’anni resterà ben poco nel mondo di ogm-free (negli USA hanno già cominciato a modificare i funghi per evitare che anneriscano e deperiscano più velocemente durante la grande distribuzione), a mio avviso fare discorsi di dop/doc/igp e quant’altro è davvero di una miopia tenerissima: come farà l’allevatore di bufale di Battipaglia a produrre una mozzarella ogm-free, quando nel resto del mondo non esisterà più l’ogm-free? Dovrebbe ingegnerizzare un ciclo di produzione integrato in cui non esca/entri più nulla nella sua fattoria, il che mi pare abbastanza impossibile. Perciò metterei da parte i discorsi sul dop/doc/igp (che spesso portano a discussioni del tipo: se N bulloni della Ferrari sono importati dalla Germania, allora la Ferrari non è completamente made-in-Italy? Oppure ripensiamo a quanto successo in Svizzera con gli orologi “Swiss-made” il cui 49% dei materiali e della lavorazione era effettuata in Cina, e l’assemblaggio e le parti finali erano completati in Svizzera, dove erano venduti a prezzi allucinanti).

    A me il problema ogm sembra così grande e trascurato che mi concentrerei solo su quello – tenuto conto anche dell’avvento del TTIP – e lo considererei su scala globale (come il climate change), senza impelagarmi in beghe locali, altrimenti poi si comincia a parlare di Europa, delle direttive CEE, delle quote latte, del prosciutto mio che è più dop del tuo, della mancata copertura della produzione di latte italiana a fronte di tutto il formaggio dop/igp che esportiamo nel mondo (una buona parte dei nostri formaggi è infatti prodotta con latte proveniente dall’Europa dell’Est, ma non lo dite a nessuno), e allora non ne finiamo più, e addio post e riflessioni sulla soia ogm.
    Vi prego, cerchiamo di parlare di ogm, non d’altro, almeno per una volta.

  11. Capisco quello che vuoi dire ma, di nuovo, non sono d’accordo. Gli OGM non sono un problema a sé stante, ma una manifestazione di tendenze globali nella produzione di cibo i cui effetti si vedono a tutti i livelli, come: filiere lunghissime e imperscrutabili, dominio delle grandi multinazionali, dipendenza dai combustibili fossili, dalle importazioni, dai pesticidi, fertilizzanti e diserbanti di sintesi… Se risolvessimo il problema degli OGM tutto questo, e molto altro ancora, continuerebbe ad esistere e ad essere un problema.
    Non si tratta di beghe locali o di tirare fuori le regole europee quando non c’entrano, perché le regole e le leve economiche c’entrano sempre e il cibo è stato per tutta la storia umana, ad eccezione degli imperi, una questione locale. Se una regione non è in grado di produrre del cibo, o conquista altri territori, o emigra, o, umanamente declina (e ambientalmente rifiorisce).
    In realtà chiudere il ciclo su un’azienda agricola è completamente possibile, è desiderabile, ed è un po’ quello che si è fatto per gran parte della storia umana.
    Di nuovo: il discorso OGM non è separabile da tutto il resto. Se gli agricoltori di zone cosiddette marginali non fossero oberati dalle normative europee, ad esempio, potrebbero continuare a produrre in dette zone senza dipendere da importazioni industriali, e quindi da OGM; se i consumatori non fossero così rimossi dalla produzione di cibo e così bombardati di messaggi fuorvianti le denominazioni varie non avrebbero ragione di esistere e di fungere da maschera rispetto a quello che succede realmente nella produzione alimentare, compresi gli OGM, eccetera…
    Non sono solo le sementi OGM, ad esempio, ad essere proprietarie e a venire acquistate anno dopo anno dagli agricoltori, che da che mondo è mondo hanno sempre tenuto i propri semi. Non sono solo gli OGM a richiedere dosi massicce di chimica per dare i risultati promessi, non sono solo gli OGM a impoverire i suoli.
    Inoltre, se la causa della dipendenza dell’allevamento europeo da OGM è che si produce troppa carne rispetto alle possibilità del continente, una discussione sugli OGM non può prescindere da una riflessione su come produrne meno (cambio culturale? Decrescita demografica?)
    L’ecologia non funziona a compartimenti stagni, né lo fa l’agricoltura, che è una manipolazione umana dell’ecologia.

  12. @Gaia: il tuo ultimo commento è andato proprio nella direzione in cui auspicavo: parlare di OGM e dei problemi che hai avuto tu nel tuo piccolo (ad esempio con la soia), e non del DOP/DOC/IGP… vedi quanta carne hai già messo a cuocere? C’è n’è a sufficienza per una decina di post…

    Qualche mese fa ho letto su di una rivista specialistica a proposito dell’International Coffee Genome Network: una rete di ricerca internazionale sulla genomica della pianta da caffè. Lo scopo – apparentemente – è nobile: dal momento che le varie specie di piante di caffè hanno una bassissima differenziazione genomica, che incredibilmente però riesce a produrre aromi e sapori completamente differenti; ed essendo numerose le specie a rischio, perché curate in coltivazioni locali in zone spesso soggette a siccità o altre problematiche (come l’Etiopia), i ricercatori cercano di capire quali siano i geni che codificano per quegli aromi particolari, e tentano di migliorare la robustezza delle piante, per rendere le coltivazioni più resistenti a tutta una serie di agenti patogeni/climatici ostili alle piante.

    Leggendo tra le righe, ho scoperto che il caffè, dopo l’olio, è il secondo prodotto agricolo per valore di scambio nelle borse delle materie prime alimentari, per cui i maggiori produttori internazionali, tra cui figurano i governi di interi paesi, hanno ben pensato di consorziarsi e tutelarsi, sovvenzionando, tra le altre cose, anche network di ricerca come l’ICGN. Qui la nobiltà degli interessi viene un po’ meno, in quanto i produttori sono più che altro interessati a produrre un raccolto che sia di ottima qualità, la cui produzione costi poco, e la cui distribuzione costi ancora meno, possibilmente senza perdere alcune delle qualità di caffè che si stanno via via riducendo. La scelta è stata quella di investire tutti assieme, in modo tale da godere poi tutti delle ricadute del lavoro di ricerca. E per i laboratori che sono in massima parte finanziati da committenze esterne, è difficile non indirizzare la ricerca verso obiettivi che in qualche modo non esaudiscano le aspettative di chi finanzia… Per non parlare poi delle guerre sui brevetti, che significano davvero un mucchio di soldi per gli enti di ricerca e le università.

    Il discorso che faccio io è il seguente: supponi che l’ICGN riesca a modificare il dna di Coffea eugenioides o di Coffea arabica, magari proprio con CRISP-Cas9, e riesca ad ottenere una qualità di caffè uguale o migliore nel sapore, e inoltre più resistente alla siccità e meno degradabile nel trasporto; e che tutti i produttori del consorzio, felici di aver ben speso i loro soldi, battano cassa decidendo di adottare la nuova varietà di caffè prodotta, inondandone i mercati (come è successo, ad esempio, per la soia): il loro prodotto costerebbe di meno perché più facilmente coltivabile e meno deperibile, e pertanto dopo qualche anno sbaraglierebbe i piccoli produttori locali, mettendoli fuori mercato. Alla fine della storia, come è successo per te con la soia, sul mercato troveremmo solo caffè ogm, e la nostra facoltà di scelta se ne andrebbe a farsi benedire: trovare il buon vecchio caffè, magari un po’ meno aromatico, ma col dna non modificato in laboratorio, diventerebbe un lusso per pochi raffinati benestanti, come succede ora per chi compra l’olio o altri prodotti direttamente dal produttore, pagandoli 3 o 4 volte il costo dell’analogo di consumo, semplicemente perché può permetterselo.

    Una volta che il caffè modificato avesse inondato mercati e coltivazioni, non si tornerebbe più indietro (come è successo con la soia): semplicemente perché l’agricoltore, anche se non favorevole agli ogm, non ha la possibilità di effettuare screening genomici sulle sue piante per sapere se siano state prodotte da sementi ogm, piuttosto che ogm-free. Basta avere ai lati altri agricoltori che usano ogm, e non è che la coltivazione non trans-genica non si ibridi con quella trans-genica perché sa che c’è la staccionata, oppure perché è razzista e mette al bando la vicina ogm. Quando l’ogm esce dal laboratorio, diviene parte dell’ecosistema.

    In questo scenario, la mia domanda è: cosa possiamo fare noi cittadini per evitare di subire eugenetiche di coltivazioni che magari non tutti desideriamo? Ma davvero sono così indispensabili per noi? Non vivevamo lo stesso anche prima? Mi interessa soprattutto il fattore di scala, perché se lasciamo che gli ogm si diffondano, e ci accontentiamo del prevedibile contentino delle piccole nicchie (forse) incontaminate dei vari dop/doc/igp a beneficio dei soliti agiati che possono permetterselo, non mi pare ci abbiamo guadagnato tutti molto. Il divario tra zone ricche del mondo che vivono/mangiano meglio e zone povere che non solo sono sfruttate, ma vivono e mangiano peggio aumenterebbe, e sarebbe ancora più difficile per me spiegare all’etiope, che fino a ieri aveva il suo caffè naturale, perché sia ora io ricco cittadino occidentale a berlo, mentre lui sarebbe costretto a berne una tazza ogm imposta alla sua terra da interessi “non propriamente coincidenti” con i suoi.

  13. I consumatori hanno un ruolo preponderante in questo. Innanzitutto, non è necessariamente vero che comprare direttamente dal contadino costa di più: qui costa uguale o meno, mediamente, e la qualità è nettamente superiore. Non è neanche del tutto vero che il contadino non può scegliere tra OGM e non, dato che se vuole i semi OGM deve comprarli (il discorso della contaminazione è un po’ più complicato). Ognuno può coltivare quello che vuole (nei limiti della legge) e ognuno può prendersi la briga di cercare quello che vuole. I limiti alle volte sono più immaginari che reali, più dovuti alla percezione, all’ignoranza o alla pigrizia che all’effettiva impossibilità di fare le cose.
    Rilocalizziamo l’agricoltura, reimpariamo a mangiare i prodotti locali e a tarare anche la popolazione sulle risorse disponibili, e molti problemi si risolveranno da sè. Questo non significa non prestare attenzione a tutto il resto, anzi.

  14. MK, di base, uno dovrebbe chiedersi innanzitutto quali cause di fondo rendono utili/necessari gli OGM e cosa si può (deve) fare per eliminare quelle cause di fondo. Appurato che giocare a fare gli apprendisti stregoni non è cosa semplice né automaticamente utile, il più delle volte anzi dannosa, magari si finisce per scoprire che esistono strade praticabilissime per fare a meno dei magheggi ad alta tecnologia senza scossoni di sorta.
    Ogni questione può essere osservata da tanti, ma tanti punti di vista. Non sono persuaso che quello di chi intende il fatto compiuto che una linea guida intrinsecamente portatrice di valore aggiunto sia dalla parte della ragione. A meno che per parte della ragione si intenda esclusivamente quella di chi ha più “muscoli” e quindi maggiore possibilità di imporre la propria volontà, anche quando deleteria al massimo grado. Io la chiamerei diversamente…

  15. @ugo: parole sante, assolutamente d’accordo, Ugo! Qui con la scusa della tecnologia fanno passare di tutto, e un semplice individuo alla fine non ha più voce in capitolo. Per me la questione fondamentale, come ricorda spesso Landini, è la facoltà di scegliere: senza la possibilità di scegliere, senza la presenza di un’opzione, non c’è più democrazia. Ti faccio un esempio: in treno quando vado/ritorno dal lavoro, guardo spesso i ragazzi che ascoltano musica dai loro smartphone connettendosi direttamente a Youtube o Spotify… sarà per deformazione professionale, ma io penso a quei pacchetti di dati che vanno allegramente avanti e indietro tra il treno della Circumvesuviana e i datacenter di Yotube nell’Iowa o in Finlandia, e quanto impatto provochi all’ambiente tenere up and running non solo quei mastodontici storage, ma anche tutta l’infrastruttura di rete. Penso sempre: ma non potrebbero scaricarsi direttamente la musica a casa sullo smartphone o sul lettore mp3, e poi ascoltarla quando/dove vogliono, anche dove non c’è rete? E’ invece no, perché adesso, anche se dobbiamo fare una semplice addizione, dobbiamo fare girare qualche processo remoto sul cloud, sprecando banda passante, risorse di sistema, risorse del pianeta e quant’altro. In questo caso però la possibilità di scegliere c’è ancora, e chi vuole praticare opzioni alternative lo fa, incurante delle mode e del dileggio degli altri.
    Il problema scaturisce quando la scelta si assottiglia, inizia ad allontanarsi fuori portata, fino a poi scomparire oltre l’orizzonte: lì come la mettiamo? Lascio perdere la mia (evidente) frustrazione di non essere nelle condizioni economiche di comprare direttamente dal produttore, o di non essere capace di attuare stili di vita che mi somiglierebbero di più, non essendo nelle condizioni di disporre né del mio tempo, né del mio denaro; parliamo allora delle opzioni che perdiamo tutti, indipendentemente dalla personale condizione economica. Faccio l’abusato esempio della tratta ferroviaria FS Napoli – Roma: parecchi anni fa c’erano tantissimi diretti, con una frequenza del tipo uno ogni venti minuti, e costavano davvero poco; non erano velocissimi (né molto puliti), però permettevano a chiunque di viaggiare con poco e, soprattutto, di scegliere l’orario più utile (e infatti erano sempre affollati). Adesso i diretti non esistono più: le corse si sono ridotte dell’ordine del 60%, e quei treni che partono uno all’ora (frecciarossa, freccia1000 e declinazioni varie) costano anche una barca di soldi, e ti contingentano ad orari ben precisi neanche fossi all’aeroporto per un volo intercontinentale. Perché tutto questo? La risposta è: progresso, sono più veloci, più aerodinamici, e dentro c’è anche il wifi! Per me questa è una evidente regressione, perché se non c’è il wifi nel treno posso sopravvivere con un libro, ma se non c’è il treno nell’orario che mi serve (e a costi ragionevoli) semplicemente resto a piedi, con wifi o senza. La verità è che la scelta è stata fatta non per andare incontro all’utenza, ma per massimizzare gli utili di Trenitalia dopo la privatizzazione. Il mio problema è che, non avendo più capacità di incidere su quella scelta, quando sono costretto devo spendere una barca di soldi, ed attenermi agli orari decisi dai sapienti esperti del traffico di Trenitalia. A me questo paradigma non piace: al cittadino dovrebbe sempre essere lasciata, seppur minoritaria, la possibilità di una scelta. Invece ciò non avviene più, e siamo trascinati – obtorto collo – lì dove decide chi davvero comanda. In certi ambiti minori o residuali, anche se peggiora la qualità della vita, con qualche sforzo ci si può anche adattare; ma l’assenza di scelta diviene intollerabile quando riguarda invece i contesti/aspetti primari della tua vita, come l’alimentazione. Chi ha deciso per me che gli ogm mi facciano bene? Che facciano bene a tutta la filiera economica, sicuramente è vero, e chi li vuole comprare, liberissimo di farlo; ma deve sempre essere salvaguardata la possibilità (effettiva) per me di scegliere altro (effettiva = che siano in vendita a prezzi ragionevoli in posti raggiungibili). Se gli ogm diventano invece come le frecce rosse, e i corrispettivi ogm-free scompaiono come i diretti, io dovrò supinamente subire una scelta che – a mio avviso – danneggerà me e la mia comunità, solo a vantaggio di qualche multinazionale. Non mi sembra molto intelligente, né etico. Perciò, dal mio punto di vista, il problema è molto più radicale della questione doc/dop/igp (che pertanto preferirei venisse temporaneamente messa da parte): vogliamo iniziare seriamente a discutere della *reale* necessità degli ogm, o dobbiamo continuare a proseguire come muli in analogia a quanto fatto per i motori a scoppio e i derivati del petrolio – tecnologie di fine ottocento che ci ostiniamo ad utilizzare nonostante tutti i problemi che ne derivano)?

  16. Allora forse sarai contento, Michele, di sapere che mi ha risposto il responsabile mangimi a cui ho scritto dicendomi che loro forniscono (anche se temporaneamente non producono) anche mangimi non OGM, e che su richiesta è possibile avere anche la soia non OGM in sacco (io non voglio mangimi ma solo alimenti puri, perché i mangimi completi sono pieni di cose che non mi servono dato che le mie galline razzolano e mangiano gli avanzi di cucina).
    Adesso cercherò di prenotarla. Non saranno Scuffet, Mini, Barbino, Cippy Benigno, Alternativa* e compagnia a fare la differenza, ma pensa, se per assurdo tutti i consumatori/allevatori chiedessero soia non OGM, non la produrrebbero più!
    Ma scusa, a Napoli non ci sono mercati dei contadini?
    (Sarai anche contento che io ho cominciato a fare la predica a chi ascolta musica da youtube…)

    * Alcuni dei “miei” polli.

  17. E hanno attivato una filiera soia per la lavorazione di soia friulana.

  18. Grande Gaia. Ecco, se tutti quanti guardassero un po’ meno al portafoglio, e un po’ più alla natura delle cose…

    No, che io sappia non ci sono mercati dei contadini stabili: ogni tanto, soprattutto d’estate, organizzano delle vendite in alcune piazze, tipo quelle della Coldiretti, ma se non le becchi in quei periodi, poi tutto il resto dell’anno ti arrangi. Ci sono parecchi GAS; però anche lì la scelta è limitata, e i prezzi sono abbastanza alti. Io capisco che siano alti, perché chi lavora la terra deve pure pagare i coltivatori e le spese, però ho dei limiti che mi sono imposto di non superare, per fare fronte alle emergenze, e quindi alla fine finisco per comprare (con grande frustrazione) al supermercato. Il mio stile di vita è esattamente l’opposto di quello che penso, mi pare un perfetto contrappasso dantesco organizzato dal mio personale dio beffardo.

    Qui nella provincia/periferia di Napoli, ogni famiglia ha il proprio ortolano di fiducia, da cui si approvvigiona. Non è ancora un rapporto diretto, però almeno si accorcia la catena della distribuzione, e si ha la ragionevole certezza che gli ortaggi e la frutta non provengano da zone “concimate” a diossina o a uranio impoverito. Quella di comprare ad occhi chiusi prodotti locali, è un’altra libertà che ci hanno sottratto. A volte i miei figli vanno a raccogliere frutta (albicocche superlative) da alcuni parenti dei nonni, ed è davvero una festa. Sono prodotti fantastici che altrimenti andrebbero persi, e quando chiedo ai proprietari dei terreni perché non le vendano, la risposta è sempre la stessa: «Te le comprano a 20 centesimi al chilo», per cui ne dovresti produrre quintali per riuscire appena a pagare qualcuno che le raccolga, per cui li lasciamo lì per chi vuole prenderli. Questo è il primo effetto venefico della grande distribuzione: la scomparsa dei piccoli produttori, per i quali è improponibile la competizione (io vivo lo stesso disagio dall’altra parte dello steccato, come acquirente).

    Quello che temo, è che possano reiterare lo stesso meccanismo con gli ogm: rendere i prodotti ogm-free così poco vantaggiosi economicamente, che le persone alla fine si vedano impossibilitate a non comprarli, o per prezzo, oppure per difficoltà di reperimento.

    E’ un mondo schizofrenico quello in cui al supermercato puoi trovare il rambutan o i kumquat, ma se cerchi le albicocche della tua regione devi cominciare a fare giri e perlustrazioni…

  19. Pingback: il parmigiano in Canada (CETA) | gaia baracetti

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