morti accettabili e non

na delle mie principali fonti di informazione su quello che succede nel mondo è il GR di Radio 3. In realtà, è comodo e ci sono quasi affezionata come rito quotidiano ma non mi piace per niente. Anzi, quando lo ascolto protesto a voce alta come fanno i vecchi quando sono in casa da soli.

Innanzitutto, il radio giornale delle 18.45 di Radio Tre dedica sempre svariati minuti alle uscite quotidiane di Renzi, facendole dire prima ai giornalisti con parole loro e poi a Renzi con parole sue. Il messaggio arriva quindi due volte e, anche se Renzi fosse uno degli uomini più intelligenti e profondi della storia d’Italia, dubito che riuscirebbe a dire ben una volta al giorno qualcosa degno di nota. Infatti, non lo fa. Inoltre, tutto questo spazio dedicato a Renzi è sottratto alle dichiarazioni di altri esponenti politici e soprattutto alle innumerevoli notizie possibili su tutte le cose che succedono ogni giorno nel mondo, che ci piacerebbero se non altro per cambiare. Per non parlare del papa: anche il papa ogni giorno fa, auspica, annuncia o esprime qualcosa di insopprimibilmente interessante, per lo meno secondo i giornalisti di Radio 3. Come fa? La parte economica del GR, poi, è scandalosa: mai una notizia sull’ambiente, sempre notizie sulle borse, con un pregiudizio crescista di una sfacciataggine che, con tutto quello che ora si sa, non dovrebbe più essere possibile (praticamente tutto quello che riguarda la crescita del Pil e dei consumi è positivo, ogni calo in questi due indicatori è negativo, punto). Inoltre, ma questa è una tendenza generale, la notizia non consiste in quello che succede veramente, ma in quello che Padoan o Confindustria dicono che succederà o che è successo nonostante le prove del contrario.

Ieri, però, non sono stati male. Hanno dato la notizia della morte dei nove italiani a Dakka con dovizia di particolari, ignorando completamente il calcio (una volta tanto), hanno persino spiegato cosa ci stavano a fare lì e, superando davvero le mie più rosee aspettative, hanno parlato del settore tessile in Bangladesh ricordando le condizioni di lavoro tremende e la famosa strage di Rana Plaza.

Chiarisco subito che non ritengo il fatto di lavorare o aspirare a lavorare in un settore che sfrutta manodopera ricattabile e a bassissimo costo un buon motivo per essere smembrati vivi. Non ho potuto fare a meno, però, di riflettere sul senso che diamo alle morti di vario tipo. Davanti al terrorismo, ci ha ricordato l’immancabile Renzi, l’Italia “non arretra” (da dove? Dove dovrebbe andare?) E davanti agli incidenti causati in buona parte dall’ossessione collettiva per il profitto e per la crescita, l’Italia cosa fa? Il radio giornale ieri sera ha trasmesso due interviste a parenti delle vittime: la nipote di una e il fratello di un altro.

La nipote parlava con entusiasmo della zia, diceva che era avventurosa, che aveva creato posti di lavoro, che era sensibile ai dipendenti tanto che, durante il Ramadan, “quando vedeva che non ce la facevano più li mandava a casa” [cito a memoria]. Forse è un po’ ingiusto attribuire tanto significato alle parole di una persona presumibilmente sotto shock, ma io non riuscivo a non rimuginarci su. Cosa vuol dire “quando non ce la facevano più”? E cosa vuol dire che li lasciava andare a casa? Che normalmente si tengono lì anche i lavoratori che non ce la fanno? Che si trattano bene i lavoratori solo durante il Ramadan? Che c’è qualcuno che decide, neanche fossimo nell’Ottocento, quando i lavoratori possono andare e quando no?

Al di là di questo dettaglio, sappiamo benissimo che le condizioni di lavoro nel settore tessile del Bangladesh sono spaventose: turni massacranti, lavoro minorile, edifici che crollano, salari da fame… Proprio ora che in Cina il costo del lavoro si alza un po’, il capitalismo internazionale ha subito trovato un altro paese da sfruttare. E con la scusa del lavoro, persino questo paese non si oppone: trattateci meglio, dicono, ma non andate via.

Sempre a memoria, cito la seguente statistica dal giornale radio di ieri.

Morti italiani all’estero in attacchi terroristici negli ultimi tredici anni: 35

Questa invece l’ho verificata:

Morti nel crollo del Rana Plaza a Dacca: 1 129.

L’altro parente intervistato era il fratello di un imprenditore tessile. Esprimeva il suo dolore con parole che mi hanno colpito: “non è stata una malattia, non è stato un incidente stradale…” Il senso era, considerando anche il contesto, che questa morte era particolarmente sconvolgente perché inflitta deliberatamente: non era una fatalità che non si può evitare. Io però non credo che esistano le fatalità, anche se ci sono casi in cui una morte è estremamente probabile e la si scampa, e viceversa. Ma nessuna morte è completamente casuale. Non è la prima volta che sento esprimere questo sentimento, per il quale la morte in un incidente stradale è fatalità, una cosa che chiunque può subire e chiunque causare. Sono andata a guardare le statistiche.

Morti italiani per terrorismo negli ultimi 13 anni: 35

Morti in Italia per incidenti stradali negli ultimi 13 anni: 63 754

[Elaborazione dati Istat]

Non si tratta, lo so, solo di quante persone sono morte: vivere nel terrore di qualcosa di tremendo che si annida in ogni angolo non è facilmente paragonabile ad avere buone probabilità in determinate situazioni che ci capiti qualcosa che crediamo di poter controllare, anche se in realtà non è proprio così.

A me dispiace per queste persone. Viviamo in un mondo in cui siamo tutti responsabili di qualcosa: basta essere italiani per essere associati alle azioni del governo italiano, ed eventualmente doverle pagare di persona. È tutto molto complicato. La riflessione che offro qui, brevemente, è solo questa: uno, forse sarebbe ora di vedere quali sono, anche quantitativamente, le più grandi minacce alla nostra vita, e, due, forse questo sarebbe un buon momento per riflettere su questa corsa al ribasso che porta le aziende e gli imprenditori, anche italiani, a trasferirsi nel paese in cui la manodopera costa meno e le leggi sono più permissive, spolparlo e poi cercarne un altro.

Ci sono sempre alternative. Spero di poter, presto, offrirne qualcuna anch’io.

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14 risposte a “morti accettabili e non

  1. Cara Gaia,
    purtroppo dal 1994 la redazione del GR è unica: c’è un’unica redazione, perché la testata è stata unificata, e così la sua conduzione. Alla direzione del giornale radio si sono sempre succedute nomine politiche, e infatti se ci fai caso dopo ogni tornata elettorale cambiano i direttori del GR.

    Nel periodo berlusconiano ricordo che le notizie erano ridotte ad una sorta di radiocronaca di ciò che Silvio diceva, faceva o ritrattava. Ora c’è Renzi, e dunque si parla di ciò che il nostro ducetto proclama. Sic stantibus rebus, sarà difficile ascoltare dal GR qualcosa che sia anche solo vagamente antigovernativa o onesta intellettualmente.

    Nell’ascolto di Radio3 – che a mio avviso resta il fiore all’occhiello assoluto di tutta l’offerta Rai, sia radiofonica che televisiva, e che mi rende felice/orgoglioso di pagare il canone – purtroppo la presenza del GR è un vero è proprio corpo estraneo, che stride alle orecchie tanto quanto le «perle nere» con cui mi fanno scompisciare Stinchelli & Suozzo ne «La Barcaccia». Però questo passa il convento, e noi popolo di Radio3 simultaneamente smadonniamo secondo vari vernacoli alle 6:45 (bestemmia del mattino), 8:45 (bestemmia dell’ufficio), 13:45 (bestemmia del pranzo, peraltro a rischio soffocamento), 16:45 (bestemmia davanti all’erogatore del caffè, con immancabile macchia nervosa sulla t-shirt appena messa) e infine alle 18:45 (bestemmione finale accompagnato da strali contro maleodoranze pendolari). Sono contento di sapere che alle mie bestemmie napoletane, facciano eco altrettante blasfemie friulane, così le ascoltano in stereofonia.

    Se ti posso dare un consiglio, trovo davvero interessante alle 6:50 «Radio3 mondo», dove leggono una rassegna stampa di tutte le principali testate estere: un po’ l’equivalente di «Internazionale», però radiofonico. Strano a dirsi, ma nel 98% dei casi non si parla mai di Renzi, ma guarda un po’!
    Se poi riesci a svegliarti anche un po’ prima – ma in cuor mio spero di no, perché per me è una violenza giornaliera cui non riesco a sottrarmi – alle 6:00 in punto c’è «Qui comincia», un bellissimo programma in cui sono mescolati secondo un tema ogni giorno diverso brani di poesia, musica, passi in prosa e notizie varie. E’ un bel modo di costruirsi il proprio goya (la penultima vignetta) prima di affrontare la durezza del proprio quotidiano.

    Mandi!

  2. gaiabaracetti

    Grazie della segnalazione. Siccome qui, purtroppo, Radio Onde Furlane non prende bene, alla fine ascolto quasi sempre Radio 3 che è una delle poche che arrivano. So che ha un’ottima offerta, anche se, per come sono io, in realtà riesco a prendermela con quasi tutti i programmi (non sono d’accordo con gli ascoltatori di Tutta la città ne parla, troppa musica in inglese a Sei gradi, eccetera).

  3. gaiabaracetti

    Ho aggiornato il post, perché avevo sbagliato la ricerca dati e i morti in incidenti stradali dal 2002 al 2014 sono più del doppio di quanto avevo scritto: oltre sessantamila.

  4. Sessantamila morti… come se fossero caduti 400 (!) Boeing 737 a pieno carico… chissà se le persone se ne rendono conto…

  5. Ascoltavo Radio Popolare, alcuni anni fa.
    Adesso è diventato un punto di catechesi panmixista, mondialista, razzista positivista incredibile.

    Come scrivevo, la visione economicista, crescistista, della sinistra non può che… essere così. Il materialismo diventa la base ideologica per cui si riducono gli esseri umani a numero, a classi, il cui unico e primario obiettivo sarebbero i diritti “uguali per tutti” a più consumismo, ad un servizismo insostenibile ed altre fanfaluche per babbei del genere.
    Ignorare valori e altro che non sia monetizzabile, economizzabile significa prendere esseri umani e degradarli a tubi digerenti semoventi, senza identità, senza valori, sostituibili, rimpiazzabili.
    No grazie.

  6. gaiabaracetti

    A me basterebbe un dibattito: non pretendo che la radio che ascolto la pensi come me su tutto. Ho notato, sui media in generale, uno scollamento tra ascoltatori e lettori. Un buon esempio sono i temi dell’immigrazione e della crescita demografica: i commentatori sembrano avere molto più buon senso degli intellettuali a cui si rivolgono. Mentre economisti, giornalisti, pensatori vari lamentano il calo delle nascite, i lettori dicono che siamo già troppi e che non c’è niente di male se caliamo un po’, anzi. Proprio ieri sentivo su Radio 3 un ascoltatore che chiamava e, con una foga che mi ha quasi intenerito, diceva che non è questione di razzismo ma in Italia siamo già troppi e non possiamo imbarcare tutta l’Africa. Io ho notato che a queste frequenti espressioni di buon senso i giornalisti rispondono con un misto di imbarazzo e disprezzo, e alle volte con un contentino, ma mai mettendo seriamente in discussione la loro posizione. D’altronde, se lo facessero, non sarebbero dove sono.
    Un altro esempio di commentatori più sensati degli autori, e di gran lunga: http://www.lavoce.info/archives/41531/perche-dobbiamo-preoccuparci-della-crisi-demografica/.
    Se poi vogliamo prendere il caso di Brexit, a leggere i giornali non si capisce come una cosa presentata come così incomprensibile/disastrosa/moralmente ripugnante/ecc abbia potuto ottenere una maggioranza. Evidentemente, c’è qualcuno che non sta ascoltando.

  7. In occasione della Brexit ho letto cose vergognose da parte di Saviano, Severgnini, Daverio….robe che presuppongono un totale disprezzo della definizione stessa di democrazia. Non si fa peccato a pensare che questa mancanza di onestà intellettuale non sia “spontanea”, ma inserita in un programma propagandistico piuttosto martellante.
    E del resto i mezzi che ha a disposizione la propagando sono capillari e a volte insospettabili. Sentite il buon Lorenzo cosa dice dopo il min. 60

  8. gaiabaracetti

    A me fa ancora più arrabbiare che ci sia gente che dice che il referendum va rifatto, o che non ha nessuna intenzione di rispettarlo, come quello in Grecia. La Gran Bretagna sta facendo, sinceramente, un po’ una figura di merda. Sì, ma con calma, prima risolviamo le nostre beghe interne, e comunque non eravamo così convinti, dateci tempo, avevamo detto balle durante la campagna referendaria… Fosse successo in Italia, tutti a dire che non siamo un paese serio.
    Mi sembra che l’unica che rispetta i referendum sia la Svizzera (di cui io sappia. Ci sarà qualche altro paese…)

  9. gaiabaracetti

    Anche Daverio? Cos’ha detto? Mi è piaciuta la citazione di Brecht nei commenti all’ultimo post dell’Arcidruido (pro-Brexit):
    “Il popolo ha perso la fiducia del governo. Non sarebbe il caso che il governo sciolga il popolo e ne elegga un altro?”

  10. Daverio scriveva:
    “Prima di mettere in discussione l’ Europa occorre una riflessione semplice: l’Europa non è solo quella dell’ euro che in Italia ha talvolta fatto crescere i prezzi ma ha salvato i risparmi rispetto all’inflazione a due cifre della fine del secolo scorso, l’ Europa è anche quella delle università e delle arti, della ricerca e dell’ intelligenza…
    Per capire meglio:
    Oxford remain 70.3 % Cambridge 73.8……..
    Nell’ Inghilterra colta la voglia d’Europa si è confermata, in quella dove gli anziani e le anziane sdentati preferiscono una cassa di birra alla cura dal dentista, l’ Europa perde.
    La Le Pen e Salvini non conoscono Oxford e Cambridge”
    Come dire: i poveri coglioni che non capiscono un kaiser hanno votato leave.

  11. gaiabaracetti

    Almeno si scoprono le carte e vengono fuori i misantropi che pensano che siano tutti dei deficienti, tranne quelli che hanno studiato a Oxford. Peccato, perché Daverio mi piaceva anche.
    Mi viene voglia di scrivergli una lettera aperta.

  12. gaiabaracetti

    Comunque il disprezzo del popolo che emerge soprattutto dalla cosiddetta sinistra mi sembra maggiore di quello che emerge dalla destra, persino quella più vicina ai grandi interessi economici, e la dice lunga sul significato che hanno le categorie “destra” e “sinistra” oggi (molto diverso da quello che si suppone).

  13. “Ho strappato le mie ali per respirare la terra insieme agli altri” è solo una frase d’una canzone neppure tanto nota, ma sarebbe il caso che i dirigenti tutti la scrivessero a caratteri cubitali sulle pareti dei loro uffici dorati. Anzi, se la facessero tatuare sulla fronte sarebbe ancora meglio. A fuoco. Mi offro volontario e comincio ad arroventare il ferro.

  14. Questa notizia ieri mi ha molto turbato: https://www.theguardian.com/world/2016/jul/25/bangladeshi-child-labourer-tortured-to-death-at-textile-mill
    Immaginatevi se una cosa del genere fosse successa (e poi risuccessa) in una fabbrica italiana.

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