non dire gatto

Ciao a tutti. Come al solito, mi dispiace non aggiornare. Il debito pubblico italiano ha raggiunto un nuovo record (siamo a oltre il 130% del Pil). Ieri ho sentito questa notizia alla radio: la media delle pensioni dei dipendenti pubblici in Italia è 1800 euro (lordi, correzione del 1 giugno). Mi è venuta la curiosità di verificare qual è invece lo stipendio medio. 1560 euro (netti). Notare che chi lavora dovrebbe avere più soldi di chi non lavora. Siccome uno dei miei pallini è la diseguaglianza generazionale in Italia, volevo condividere questo dato sul blog, solo che mi sembrava antipatico interrompere il silenzio con la solita polemica contro “i pensionati”. Inoltre, non ho niente da aggiungere su questo argomento, ma mi sembrano numeri significativi.

Allora vi racconto perché non sto scrivendo molto. Sto cercando di ottenere delle pecore. Sono settimane che quasi tutti quelli che mi incontrano mi chiedono: “sono arrivate le pecore?” E ogni volta la risposta è no, per un motivo diverso: dobbiamo tosarle, piove, non ho il codice azienda… Come quando le galline non avevano ancora fatto l’uovo, ho quasi paura di farmi vedere in giro. D’altronde, è colpa mia che racconto non solo tutto quello che faccio, ma anche quello che vorrei fare. Mi sembra un buon modo di garantire che poi lo farò, se non altro per non perdere la faccia. Solo che la stragrande maggioranza delle cose che capitano nella vita dipende dagli altri, checché se ne dica, per cui io faccio grandi annunci entusiasti che poi si scontrano con le esigenze del resto del mondo e la realtà delle cose. Fra meno di un’ora dovrei avere il mio codice azienda (per due ovini) dall’ASS locale e poter finalmente portare a casa le pecorelle. All’inizio mi accodavo alle polemiche locali contro l’eccesso di burocrazia, ma dopo aver approfondito come venivano tradizionalmente tenuti gli animali in Friuli e in Carnia inizio a pensare che essere seguiti dai veterinari possa essere una buona idea. Vi terrò aggiornati.

Sono nati i pulcini, e stamattina ho trovato segni di scavo e di forzatura della recinzione da parte di una probabile volpe (o faina). Volevo scrivere un post anche sui pulcini, ma mi pare di capire che a nessuno freghi niente delle galline. Forse la maggior significanza politica dell’intera esperienza è che le galline ovaiole più comunemente in vendita sono state selezionate per non covare. Questo mi fa pensare ai semi brevettati che bisogna ricomprare di anno in anno, agli OGM, agli oggetti costruiti per non essere riparabili, in generale alla totale inabilità e assieme impossibilità di fare qualunque cosa – che non sia il proprio lavoro – alla base del nostro vivere moderno… Facendo covare una gallina io mi ribello alla totale mancanza di indipendenza che abbiamo accettato come prezzo per le comodità – ma le cose non si pagano una volta sola, si pagano per sempre, e il prezzo sale. Non saper far niente ci costerà sempre più caro. Sull’argomento incapacità di fare le cose, lavoro salariato, indipendenza e interdipendenza, e qualche milione di altre cose, segnalo un libro che ho appena finito di leggere: L’ecologia della libertà di Murray Bookchin. Volevo fare una recensione ma è impossibile per due motivi: innanzitutto perché a mio avviso il grande merito di questo libro è per l’appunto nell’enormità di spunti che offre, e quelli non si possono riassumere, e poi perché leggerlo è stato così estenuante che non oso immaginare recensirlo. Ve lo consiglio anche se alcune affermazioni che fa (tipo che la scarsità di risorse sarebbe una mezza invenzione) mi portano a chiedermi in che mondo viva. Come ogni cosa, va filtrata.

Questo per quanto riguarda Abele. Come Caino sono più fallimentare. I miei campi “no till” sembrano semplicemente campi incolti. Data la strettissima osservazione di ogni movimento agricolo che c’è in questo paese, un po’ mi vergogno. Solo che io ho un vantaggio rispetto a quasi tutti: mangio le erbacce. Così anche un campo impresentabile offre cibo.

E poi sto lavorando ai soliti libri.

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8 risposte a “non dire gatto

  1. Cara Gaia,
    non per essere polemico, ma se il cronista della radio che ha dato notizia delle pensioni medie dei dipendenti pubblici a 1.800€ avesse fatto un po’ di fact checking, si sarebbe accorto dai dati dell’Osservatorio della Gestione Dipendenti Pubblici che: «…A fronte di una pensione media complessiva lorda mensile pari a € 1.773, l’importo medio più alto è erogato nell’Italia centrale (€ 1.888) mentre quello più basso è erogato all’estero (€ 1.574)…»
    Parliamo di importi lordi, non netti. Dal momento che le pensioni sono equiparate al «reddito da lavoro dipendente», sono soggette a tassazione, secondo questi scaglioni IRPEF:

    23 % da 0 a € 15.000
    27% da € 15.0 01 a € 28.000,
    38% da € 28.001 a € 55.000,
    41% da € 55.001 a € 75.000,
    43% oltre € 75.000

    Facciamo un po’ di calcoli: il reddito medio annuo lordo da pensione è pari a:

    1.773€ x 13 mensilità = 23.049 € annui lordi

    per cui la ritenuta che lo Stato applica sulla pensione è quella del secondo scaglione IRPEF, ovvero il 27%. Se allora calcoliamo l’assegno mensile medio netto, senza alleggerirlo di altri oneri (imposte locali e altre amenità unicamente italiane, che qui non voglio considerare ma che pure andrebbero detratte), otteniamo:

    1.773€ x (1 – 27%) = 1.773 – 478,71 = 1.294,29 €

    Quindi, dire che la pensione media è di 1.800€ (che è quasi come dire 2.000€) è una grande sciocchezza, perché in realtà essa tende ai 1.000€, che è tutta un’altra cosa. Come faccio a saperlo? Incrocio i colleghi anziani di ritorno dall’ufficio pensioni per conoscere la proiezione del loro assegno mensile, e sono sempre sconsolati: noi a 1.200€ ci arriviamo con qualche sforzo solo a fine carriera, e poiché l’assegno pensionistico per effetto della normativa vigente è di circa 20%-30% inferiore allo stipendio mensile, se tutto va bene ci toccherà meno di mille euro, sempre ché riusciremo ad arrivare all’età pensionabile e non creperemo prima. Altro che pensioni a 1.800€ ! (nel nostro comparto, tanto per dirne una, gli stipendi sono bloccati da 6 anni, e gli importi persi non saranno rinegoziabili/rivendicabili in contrattazioni future, se mai ci saranno).

    In Italia la tassazione sulle pensioni è circa il doppio di quella degli altri paesi europei, mentre l’età pensionabile è diventata la più alta, grazie alla riforma Monti-Fornero. Nel 1995 l’Italia era ai vertici della classifica europea della “vita sana”. Alla nascita, potevamo sperare di vivere 68 anni senza gravi problemi di salute (66 gli uomini, addirittura 70 le donne). E il primato si è mantenuto tale fino al 2003. Anzi: i valori dell’HLY (Healthy Life Years Index, il numero di anni di vita senza malattie invalidanti/croniche) sono progressivamente cresciuti fino al picco di 72 anni (70,4 anni gli uomini, 74,4 le donne). Nei successivi cinque anni, il tracollo, con il dato maschile sceso a 62 anni e quello femminile sprofondato a poco più di 61 (http://maryland.mri.cnrs.fr/ehleis/pdf/CountryReports_Issue9/Italy_Issue9.pdf). Di questo, nessuno ne parla: destinati a vivere di più, ma più poveri e con più malattie. Sarà un caso?

    Se iniziamo a travisare la realtà, e a credere che il pensionato italiano è ricco solo perché alcune categorie hanno pensioni cospicue, finiamo per fornire pretesti a chi mette le classi sociali più deboli l’una contro l’altra per scaricare i costi della crisi sui ceti meno tutelati.

    A mio avviso, i problemi di questo paese non sono causati dal vecchietto che ha lavorato tutta la vita e adesso prende una pensione di circa 1.000 euro, ma sono da tutt’altra parte. Se non mi credete, andate in un centro sociale per anziani, e scambiate quattro chiacchiere con gli arzilli vegliardi. Si scoprono realtà abbastanza lontane dai proclami di Boeri e del Gran Twittatore.

    Scusami lo sfogo, ma sentire parlare dei pensionati con tutto quello che sta succedendo, non mi rende… “sereno”. Della spending review, o della lotta all’evasione, non ne parla più nessuno, come fossero temi dell’economia di un altro paese o di un altra epoca.
    Italiani, popolo di smemorati.

  2. gaiabaracetti

    Ciao Michele,
    hai ragione a segnalare che l’importo è lordo, e mi scuso per non averci fatto caso. Ad ogni modo, con questo nuovo calcolo e prendendo per buona la cifra del 27% di tasse medie la pensione media nel settore pubblico è comunque 1300 euro al mese, che corrisponde a un buon stipendio per un lavoratore (anzi: molti dei miei coetanei non ci arrivano di sicuro).
    A parte questo, io continuo a pensare che le pensioni siano uno degli enormi problemi di questo paese. Naturalmente, bisognerebbe partire dalle pensioni molto alte, e tagliare quelle: se bastasse, non servirebbe toccare quelle attorno ai mille euro al mese. Resta il fatto, però, che la spesa pensionistica in Italia è fuori controllo, e corrisponde a quasi il 20% del Pil. Avevo letto tempo fa, ora non ho la fonte, che è la più alta dell’area OCSE (anche se secondo me i paragoni lasciano un po’ il tempo che trovano, come dire che abbiamo pochi laureati perché ne abbiamo meno della Germania: chi se ne frega di cosa fa la Germania, servono laureati o no?)
    Il fatto che chi lavora adesso non godrà di una pensione alta come chi ha già smesso non depone a favore dei pensionati, anzi: se si fosse pensato prima a un sistema più razionale e giusto, adesso non sarebbero tutti in ansia per una pensione misera che chissà quando arriverà.
    Io non credo alla retorica del “ha lavorato tutta la vita”. Uno che è in pensione da dieci, vent’anni, non ha lavorato tutta la vita, ma solo una parte. Chi è andato in pensione a cinquant’anni, come hanno fatto molti degli attuali anziani, e magari ha cominciato attorno ai venti, e adesso ne ha ottanta, ha lavorato per meno della metà della sua vita. Chi ne ha novanta (e ce n’è!) meno di un terzo. Altro che tutta la vita.
    Mille euro al mese non sono pochi: sono molti. Non possiamo pretendere di riequilibrare le risorse a livello globale finché nel nostro paese mille euro al mese saranno considerati uno stipendio da fame per chi non ha neanche figli a carico! Senza contare che un anziano in teoria ha già cresciuto i figli, ha avuto la possibilità di comprare casa, ha l’assistenza sanitaria pagata, sconti su tutto… a cosa gli servono i soldi? Per vivere decentemente ne bastano la metà di mille.
    (Sì, lo so: molti pensionati condividono la pensione con figli e nipoti. Tali figli e nipoti, a cui arrivano solo poche briciole, preferirebbero essere sostenuti direttamente dallo stato anziché elemosinare quello che dovrebbe spettargli in una ripartizione più equa)
    Ripeto: forse non servirebbe toccare le pensioni medio basse se si tagliassero seriamente quelle alte. Bisognerebbe cominciare da quelle, ma già questo nessuno ha il coraggio di farlo. Al tempo stesso, è un dato di fatto che moltissimi pensionati guadagnano più di gente che lavora. Ormai guadagnare mille e quattrocento euro al mese, persino al Nord, è considerato ottimo, e conosco gente che con quei soldi ci sfama una famiglia: e i pensionati si lamentano per mille??
    Tra l’altro, se sono così arzilli potrebbero cercare un modo per arrotondare la pensione: ovviamente uno a settant’anni non può fare il saldatore (con le solite eccezioni, anche qui), ma sicuramente può fare un sacco di altre cose utili alla collettività o almeno autoprodurre qualcosa per contribuire al proprio sostentamento. Conosco moltissimi pensionati strapieni di energie che almeno una media di due ore al giorno potrebbero tranquillamente lavorare. Ma se vieni pagato per non far niente, chi te lo fa fare?
    Inoltre, sempre a proposito di paragoni, l’Italia è assieme alla Grecia e all’Ungheria l’unico paese a non avere un reddito minimo garantito. Per poterselo permettere, oltre a una seria lotta all’evasione, dovrebbe fare una riforma radicale del welfare che comprenda anche la spesa pensionistica.
    Con alcune eccezioni, ovviamente, i pensionati NON sono una delle categorie deboli del nostro paese, e il fatto che si ritengano tali e si lamentino in continuazione non cambia per nulla la mia idea.

  3. gaiabaracetti

    Ho aggiornato l’articolo. Ho anche cambiato il mio primo commento: in realtà non riesco a capire se abbia senso fare una media e poi applicare la tassazione del 27%, perché quella cifra (1800) in quanto media è fittizia.

  4. gaiabaracetti

    Comunque non è del tutto vero che nessuno parla della questione della longevità:
    https://aspoitalia.wordpress.com/2016/02/27/linsostenibile-pesantezza-dellessere-longevi/
    Mi pareva di aver letto qualcosa anche sul blog Effetto Risorse, ma non lo trovo più. In breve, la mortalità sta aumentando in alcune zone dell’Occidente, compresa l’Italia. Ci si interroga sul perché: ambiente, costo delle cure, stress e crisi economica, longevità, cambiamenti climatici….
    D’altronde, come l’economia, anche l’aspettativa di vita non può crescere all’infinito. Non è possibile e non è sostenibile. L’importante, secondo me, è affrontare come società una discussione onesta su come rendere le cure disponibili a tutti ed eque – ora molte persone, anche giovani, faticano a curarsi, mentre altre, molto più anziane, vengono mantenute in vita con cure costosissime che spesso non migliorano affatto la vita, ma la prolungano soltanto. Dobbiamo reimparare a morire.

  5. gaiabaracetti

    Scusa, ancora a proposito dei dati: alle volte un pensionato percepisce più di una pensione (anzianità, invalidità, reversibilità, vitalizio – anche se non so se questo sia conteggiato in questo caso). Per cui dire che la pensione media è di 1800 euro lordi non significa che ogni pensionato mediamente percepisca questa somma, ma un po’ di più.

  6. Comunque, le pecore sono arrivate 🙂

  7. A questo punto attendiamo tuoi doverosi post di aggiornamento sul tuo gregge (senza però tralasciare il pollame, alle cui vicende ci siamo affezionati).

    Relativamente alla questione pensioni: l’aliquota l’ho applicata alla pensione media per calcolare in termini proporzionali l’assegno pensionistico netto medio, e dimostrare che nella realtà in tasca al vecchietto non arrivano tanti soldi, a meno che non sia un ex magistrato o un ex docente universitario o un ex dirigente o un ex medico ospedaliero, ma quelli per me sono altri mondi.

    Io condivido le tue osservazioni, ma c’è un “ma”: è vero che 1.000 euro non sono pochi, ma lo diventano in un contesto in cui il costo della vita è alto: quando lo Stato ti supporta poco, e devi fare fronte da solo a tutta una serie di spese, allora finiscono per non bastare quasi mai.
    Ti faccio un esempio: una delle mie vecchiette di riferimento, che di pensione è sotto i mille euro, da qualche mese si vede arrivare dal condominio una bolletta suppletiva di 700€ per i lavori di rifacimento della facciata del palazzo in cui vive. Fortunatamente c’è il figlio che lavora e la finanzia; ma cosa succederebbe se non avesse figli, o se suo figlio fosse disoccupato? Allora conviene fare tanti figli per tutelarsi la vecchiaia?

    A mio avviso, non vale in assoluto il seguente pseudo-sillogismo:

    [io riesco a vivere con 300 euro mensili]
    implica
    [tutti riescono a vivere con 300 euro mensili]

    perché le mie condizioni potrebbero essere tali da essere compatibili con quel regime finanziario, mentre quelle di un altro individuo no. La sfera economica che ingloba ogni individuo è come il suo microbioma: varia da individuo a individuo e cambia nel tempo. Se sono giovane e sano, sarò meno dipendente dal contesto e questa indipendenza si tradurrà in spese minori; ma quando invecchierò, perderò buona parte della mia indipendenza, e il necessario utilizzo di risorse esterne avrà sicuramente un costo per me (almeno che non me le fornisca gratuitamente lo Stato, cosa che sta diventando sempre più fuori moda). Un altro esempio: una persona a cui sono molto legato affettivamente, purtroppo affetta da un mieloma che la costringe all’assunzione di farmaci che ne ostacolano la proliferazione, qualche anno fa si è sentita dire dal policlinico che la cura che non c’era più disponibilità per uno dei farmaci che assume per problemi di budget, e che a quello avrebbe dovuto provvedere da sola. Una sola confezione di quel farmaco, che credo contenesse circa una trentina di pillole, scoprimmo costasse più di 10.000€ (la cifra non deve soprendere: ci sono farmaci per le terapie di mantenimento, come il Dexrazoxano, che costano anche più di 27.000€ a confezione). Non ti racconto cosa lei abbia dovuto fare per procurarsi il farmaco da sola, abbandonata dal Sistema Sanitario Nazionale, anche perché è un’altra che vive solo della sua pensione. Ci è riuscita perché è una ‘grande’, ma potrebbe scriverci un libro. Tutto questo per dire che 1.000 euro possono essere sufficienti per un giovane che non ha famiglia ed è sano e riesce a tenere le spese al minimo, mentre possono essere una miseria irrisoria per un anziano malato che vive in una realtà sociale dove lo Stato funziona poco o male (leggi: Sud Italia). Lo stesso ragionamento vale per il reddito di cittadinanza: se ti elargisco 300 euro, e con quelle non ci paghi nemmeno l’affitto e le bollette, è davvero reddito di cittadinanza? Parlare di welfare senza un indice di costo della vita di riferimento a mio avviso è davvero inutile.
    E’ per questo che per me è di fondamentale importanza che funzioni bene lo Stato: se tutti hanno effettivo accesso a sanità, istruzione, mobilità, allora poi è possibile abbassare il costo della vita, gli stipendi, le pensioni, e parlare effettivamente anche di decrescita. Ma se alle spese inderogabili sono costretto a far fronte io, e ci sono costretto per di più ai prezzi di mercato, non mi basta una pensione o uno stipendio sotto i mille euro, a meno di non ibernarmi in piena salute in una capsula di biomantenimento e ridurre il mio metabolismo al minimo… però questa non mi parrebbe proprio una grande scelta di vita, piuttosto un’anticipazione della morte.
    La vita, purtroppo, non ha lo stesso costo per tutti. E non è una questione di stili di vita.

    Buona festa della Repubblica e buon gregge!

    mk

  8. gaiabaracetti

    Grazie!
    Chiarisco che per me il problema sono innanzitutto le pensioni troppo alte e un sistema perverso che incoraggia la gente a non contribuire alla società quando avrebbe ancora molto da dare, e solo in secondo luogo le pensioni più basse. È sicuramente vero, e mi dispiace se non sono riuscita a chiarirlo, che non tutti possono vivere esattamente come vivo io, né pretendo che sia così. Io stessa vorrei avere giusto un po’ di più, perché ogni tanto, anche se abbastanza di rado, certe rinunce mi pesano. Un anziano da un lato ha meno spese di un giovane, e dall’altro può averne di più. In generale, i servizi essenziali, come la sanità, dovrebbero essere a carico della collettività e non del singolo. È anche vero, però, che alcune cure sono estremamente costose, e qui si apre un bel problema. Dobbiamo garantire a tutti tutte le cure possibili e immaginabili, finché una persona muore perché davvero non è più possibile curarla? E se questo significa che l’intera società deve lavorare moltissimo per garantire cure estreme? Oppure: è giusto che una badante trascuri la sua vita e i suoi figli piccoli per assistere un vecchio che ha solo la fortuna di essere vissuto in una società molto più ricca di quella da cui proviene lei?
    Non pretendo assolutamente di avere la risposta, però secondo me bisognerebbe aprire un dibattito su questo punto. A me ora piace pensare che, se arrivassi ad età avanzata e avessi una grave malattia che è estremamente costoso curare, preferirei trovare una morte il più indolore impossibile piuttosto che gravare pesantemente sulla società. Ovviamente, non posso garantire che mi comporterei così finché non mi succederà (e probabilmente, svampita come sono, non durerò abbastanza da pormi il problema in questi termini). Ogni caso è un caso a sè, e chiaramente chiunque abbia voluto bene a una persona in là con gli anni trema al pensiero di perderla; la paura della morte, poi, è quasi universale. Al tempo stesso, secondo me stiamo arrivando al punto in cui garantire certe cure a certe persone comporta un costo talmente alto che questo rischia di ridurre la disponibilità di cure ad altre persone magari molto più giovani, a meno di non concentrare quasi l’intero sforzo produttivo della società nella produzione di medicine e assistenza. Io penso che debba essere posto un limite, e questo limite dovrebbe essere più volontario possibile. Sto pensando a Margherita Hack che dice: ho novant’anni, preferisco qualche mese a casa con mio marito e i miei cari che qualche anno in più tra ospedali – non certo ai nazisti che sopprimevano i deboli della società.
    Questo senza nulla togliere a casi singoli di persone completamente abbandonate, che magari hanno contribuito alle cure di altri, potrebbero essere curati, lo vorrebbero, e non riescono ad ottenere le medicine mentre magari c’è chi evade le tasse per pagarsi tre case al mare.

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