meta-post

Io ho sempre paura, tra i vari timori di diversa importanza, che chi ha sostenuto questo blog si senta defraudato dal fatto che non lo aggiorno più. Se è così me ne dolgo pubblicamente. Può anche darsi – altro timore – che chi intuisce che il nuovo post è un post di aggiornamento, autopromozione o scuse perché non aggiorno non lo legga nemmeno. Ci sono persone, mi pare di capire, che tra tutte le cose che scrivo sono interessate solo al blog e non scrivendo il blog le perdo e questo è difficile da accettare per chi come me vede la sua scrittura come un tutt’uno. (Poi certe le perdo proprio scrivendo il blog, ma è inevitabile quando si scoprono le carte)

Intanto, se ho ancora visite quotidiane è solo perché c’è sempre qualcuno che cerca informazioni pratiche su Blablacar, il che da un lato mi fa piacere perché posso diffondere il mio punto di vista e il blog rimane attivo, e dall’altro mi fa incazzare perché non è possibile che di tutti i temi che ho trattato il più importante in assoluto sia quello, anzi peggio: tra tutti i temi che ho trattato nessuno è importante quanto un consiglio su come utilizzare al meglio un servizio che io invece aborro.

È come fare proteste contro i parcheggi, contro gli scempi ambientali, a favore del trasporto pubblico, e non ottenere che qualche firma ogni tanto, e poi accorgersi che quando va in crisi una banca tipo la Banca di Vicenza o la gente perde i soldi come con la Coopca tutte le persone che dell’ambiente e dei beni comuni se ne fregavano altamente ora salgono sui pullman per andare a protestare, parlano coi giornalisti, si incazzano, si mettono a piangere in pubblico…

Tornando al blog, ho anche pensato di anticipare un post che avevo promesso, cioè l’ultimo sulle galline, il che fa un po’ ridere perché so che ci sono molte persone che non capiscono proprio il senso dei post sulle galline, solo che anche qui la cosa mi sta sfuggendo di mano, perché tra riflessioni su chi tiene le galline chiuse nelle gabbie ma non è un allevatore industriale (i limiti dell’anarchia) e sul fatto che ormai tutti gli animali del mondo – tutti! – sono alla nostra mercè e questo è terrificante, tra rimedi naturali, razze, considerazioni sulla libertà, sul sacrificio della chioccia, sulla nascita e sulla morte, e la lunga storia da raccontare solo per presentare come prevedo di arrivare a uccidere il gallo – e questa storia non si può ancora scrivere, e forse non la scriverò mai – la faccenda delle galline rischia di diventare un condensato della totalità della mia vita e della mia filosofia e non è più possibile racchiuderla in un solo post (tanto più che mi secca pensare che qualcuno lo liquiderebbe come solo ‘un post sulle galline’ – come se, tra l’altro, le galline non meritassero attenzione! – quando sarebbe un post su tutto quello di cui ora mi importa qualcosa).

Inoltre, come vale per tutto, non si può solo scrivere: bisogna anche vivere, e nel caso specifico vivere significa non solo filosofeggiare sulle galline, ma anche portargli da mangiare e da bere, togliere la neve dal pollaio e pulire le quantità industriali di cacche che fanno.

Senza contare che sto anche pensando di prendere delle pecore.

Ultimamente mi sono arrivate, e ne sono grata, due richieste di interviste, solo che nella prima l’esito è stato quasi il contrario di quello che intendevo, e nella seconda lo spazio a disposizione era poco e le mie polemiche sulla montagna, che ripeto ossessivamente a tutti sperando che qualcuno le consideri, sono quasi cadute nel vuoto.

Quindi, se in breve non riesco a farmi capire, e per il lungo ci vuole tempo, abbiate pazienza ma io devo lavorare sui libri. La presentazione che ho pubblicizzato qui sul blog è andata molto bene; le mie parole hanno preso vita per bocca di qualcun altro, ho capito che valgono ancora e ho concluso, di nuovo, che non posso che concentrarmi sullo scrivere ancora, finché riesco.

Se vi dispiace che non ci sia più niente di nuovo qui, sapete dove andarlo a cercare.

[Nel caso a qualcuno interessasse, sto ancora non-andando in macchina. Ho perso il conto degli anni, credo siano tre. Ormai lo sanno tutti, e qui sono molto rispettosi della mia scelta, anche se quando mi vedono arrancare sotto pioggia o neve si fermano lo stesso, con grande gentilezza, nel caso io magari cambiassi idea. Ho avuto una parziale e amara rivincita sabato scorso quando quasi tutti gli invitati alla mia festa non sono venuti perché nevicava tantissimo e con le macchine non ce la facevano, mentre gli unici due che hanno usato la corriera sono arrivati senza problemi. Non ho mancato di sottolinearlo a ogni occasione, ma non è servito a niente, perché la macchina è ‘più comoda’ per definizione.]

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12 risposte a “meta-post

  1. gaiabaracetti

    Oggi ho letto questo: http://www.theguardian.com/business/2016/mar/13/lidl-jeans-bangladesh-worker-pay-23p-an-hour
    Segnalo un comitato che, in un quartiere di Roma, ha il coraggio di battersi contro la Lidl: https://nocementoaromaest.wordpress.com/
    Come Trenitalia e Blablacar, ciascuna a modo suo, anche la Lidl è il male.

  2. Già divulgato la notizia ad alcuni acquirenti della catena di spaccaprezzi tedesca.
    Il fatto che si movimentino decine se non centinaia di migliaia di tonnellate di merci per migliaia di km su TIR è orribile dal punto di vista ecologico e per le economie locali.
    A questo si aggiunge il neoschiavismo.
    Di fatto, Lidl, così diventa uno dei fattori di invasione dell’Europa da parte dei bengalesi
    Il peggio sempre a braccetto.
    Sì global? No grazie!

  3. gaiabaracetti

    Per non parlare delle colate di cemento in zone spesso verdi, con enormi parcheggi (anche a Udine, in prima periferia, c’è il MOSTRO). Inoltre ho notato che la Lidl, anche con questa storia che è ‘tedesca’ e quindi di qualità (gli italiani sembrano avere un rapporto di inferiorità/odio nei confronti dei tedeschi, della serie “sono meglio di noi ma sono anche cattivi”), con il marketing che fa, con i bassi prezzi, crea una fidelizzazione profonda e inquietante nei suoi consumatori.

  4. Cara Gaia,
    forse questo post non è proprio un vero meta-post: al suo interno vi trovo comunque numerosi argomenti dotati di indipendenza e dignità propria, per cui lo riporterei nel novero dei post dotati di contenuto autonomo e autoesplicativo.

    Ciò che mi preme di più commentare sono le tue riflessioni sul timore di disattendere chi in qualche modo abbia concorso al finanziamento delle tue spese nella gestione del blog: forse qualche idea è meglio sia ribadita, perché trovo gli stessi ragionamenti reiterati in più sedi in rete, e a mio avviso sono del tutto fuori luogo.

    Per me (che premetto sposo in toto la filosofia del software libero) c’è una significativa differenza tra un servizio a pagamento e l’adesione ad una qualche forma di risorsa gratuita come un blog o una distribuzione software (per la quale gli autori richiedono, peraltro in forma non vincolante, un contributo simbolico al suo mantenimento): nel primo caso di solito c’è un contratto col quale gli erogatori del servizio dichiarano di contrarre l’obbligo ad erogare una qualche prestazione d’opera in forma e tempi prestabiliti, a fronte della corresponsione di un onorario; nella seconda, invece, non c’è nessun contratto, ma soltanto il lavoro di uno o più autori che chiedono un piccolo riconoscimento economico ai propri sforzi, che nella maggior parte dei casi hanno comportato e comportano sempre il consumo di una qualche risorsa da parte loro (dal tempo dedicato al progetto, alle spese per la gestione dell’hardware, al consumo energetico, e così via). Se io pubblico software su GitHub o SourceForge, e propongo a chi lo scarica la donazione di un piccolo contributo, questo non significa che sono vincolato alla sua manutenzione: posso anche fermarmi alla versione 0.0.1 se per qualche motivo non riesco più a manutenere il codice; chi è interessato può allora contattarmi e chiedermi se sono disposto a cedergli la ‘maintenance’ e, qualora io in un sopraggiunto sussulto di paternità gliela neghi, può benissimo effettuare un fork del progetto e proseguire da solo in completa autonomia. Io avrò il riconoscimento della comunità per aver avuto l’idea iniziale e aver prodotto la prima versione del software; chi lo ha preso in carico si vedrà riconosciute le migliorie e gli sviluppi futuri. Ma tutti, in qualche modo, concorreremo alla sopravvivenza dell’ecosistema. Un sacco di bei progetti sono nati così: c’è chi è più bravo e fa di più e meglio, e c’è chi è meno bravo, e fa di meno e forse peggio, ma comunque un piccolo contributo lo lasciano sempre tutti!

    Dobbiamo uscire da questa logica a cui ci hanno abituato, a considerarci sempre e solo ‘clienti’ di un mondo in cui quasi tutto ci è consentito ed è gratuito o a finto-costo-zero: sia perché se tutti sono clienti, non c’è nessuno che fornisce il servizio; ma soprattutto perché, autorelegandoci al ruolo di clienti, perdiamo la nostra possibilità di intervenire e migliorare ciò di cui stiamo usufruendo.

    Sembrano considerazioni che valgono solo in ambito dello sviluppo software, e invece si applicano benissimo ad un sacco di contesti: alla partecipazione della vita cittadina, alla routine universitaria, alla fruizione/manutenzione degli oggetti domestici, e così via. Nel caso del blog, ad esempio, per me ci troviamo di fronte ad una risorsa che non è solo dell’autore, ma anche della comunità che intorno a quel blog prospera. Un blog lo si legge anche per capire cosa pensino i suoi lettori (che in un certo senso diventano coautori del blogger), e anche per confrontarsi sui temi affrontati nel blog con tutti i membri di quella comunità. Alla fine diventa come una casa comune, (o un salotto culturale, o una setta di invasati, o una famiglia stranamente assortita: scegli tu) e in tutti i casi si provvede ad una cassa comune per fare fronte alle piccole spese che tale iniziativa comporta. Di solito le spese maggiori le affronta l’autore del blog (che è anche il membro della comunità che vi spende più tempo e risorse: deve proporre, filtrare, controllare, mediare, etc.) e quindi è più che giusto che i contributi vadano direttamente a lui.

    Una ultima considerazione: visto che chi legge il blog ha già fruito da tempo del servizio, il contributo che è richiesto io lo intendo soprattutto rivolto all’impegno profuso nel passato, più che per quello che si presume avrà luogo nel futuro. Perciò, anche in questo caso, non mi sembrano molto corrette le recriminazioni di chi accusa la «dismissione» del blog. Certo, può dispiacere e dispiace. Però allora perché non si interviene e si propongono nuovi temi, nuove discussioni, nuove idee? Perché non ci si fa avanti e si propone una collaborazione?

    Basta essere solo ‘utilizzatori finali’!
    Se le cose si amano, si coltivano; non se ne diventa ‘clienti’.
    Penso siano tutte banali ovvietà, però forse ogni tanto fa bene ripeterle.

    Un saluto affettuoso,
    mk

  5. gaiabaracetti

    Grazie Michele per le tue considerazioni, che condivido. Ci sono blog che frequento quasi più per i commenti che per i post… Spesso, poi, chi commenta su questo blog ha portato contenuti più interessanti o concreti dei miei: se foste tutti qui dovrei offrirvi io una cena 🙂
    Invece offro questo link, che ho trovato oggi e mi è piaciuto un sacco: http://www.depaveparadise.ca/
    Si tratta di una serie di gruppi che asportano l’asfalto o il cemento nelle città e ritornano le aree prima coperte a spazi verdi. Come dico spesso, nella speranza che se non lo faccio io lo faccia qualcun altro, una delle mie ambizioni nella vita è “comprare” (o equivalenti) il parcheggio dietro la chiesa San Cristoforo a Udine e trasformarlo in spazio verde. Lo farei un po’ dappertutto in città, ma quel parcheggio in particolare è così brutto che mi urta ogni volta che lo vedo; tanto più che da pochi metri da lì un’area invece è stata riqualificata e de-asfaltata e ora è molto più bella.
    Ultimamente, si sarà capito, sono molto orientata verso piccoli progetti concreti piuttosto che grandi campagne dagli esiti incontrollabili, sia perché credo nel potere del buon esempio, dell’azione individuale, come dici tu, e delle buone pratiche, sia perché almeno i risultati positivi così sono sicuri.

  6. De-asfaltare è un casino! Sotto l’asfalto ci sono decine di centimetri di pavimentazione sotto forma di sterile ghiaia di vario calibro. Per posizionare quel sedime è stato rimosso lo strato di suolo fertile, per cui togliere anche la ghiaia lascia un buco che rimane relativamente sterile per anni (a meno di provvedere a riempirlo con suolo superficiale di riporto sottratto a qualche altra area). Penso di potere affermare che un’area mineralizzata per edilizia o viabilità è un’area “sterilizzata” almeno per un’intera generazione. Se il suolo sottostante è particolarmente sottile, potrebbe essere che il recupero senza riporto di materiale da altri luoghi sia impossibile.

    Le cose non sono semplici come sembrano.

  7. gaiabaracetti

    Non sono un chimico, ma mi par di capire che il suolo sia fatto di roccia decomposta e materia organica, quindi permettere a un suolo coperto di respirare e riempirsi di micro organismi, lombrichi, radici, ecc, aggiungendo compost e piante, dovrebbe permettergli di riprendersi in tempi non brevi ma umani. Certo, il suolo andrebbe preso da qualche altra parte, ma forse non in quantità pari a quelle asportate… credo.

  8. Posso portare l’esempio di quanto accaduto nei territori più importanti che abbiamo in Italia per la coltivazione di uve da vino. Il suolo sbancato e rimodellato di una vigna moderna e meccanizzata funziona e lavora molto male, si può dire che è in degenza perché non riesce ad attivare quelle che dovrebbero essere le normali attività in quanto al suo interno si sono interrotte catene essenziali affinché questo avvenga, sono venuti a mancare i prodotti di scarto di certi micro-organismi batterici che dovevano essere il succulento pasto di altri piccolissimi abitanti, tutti legati gli uni agli altri da questa lunga cooperazione alimentare e “sociale”. La memoria storica ancora non ci aiuta perché i grandi disastri sono avvenuti solamente a partire dagli anni sessanta e settanta quando il boom economico ha offerto una nuova soluzione al “contadino” goloso, però è assolutamente inconfutabile che per iniziare ad avere una vigna simile a quella che era stata prima del disastroso sbancamento ci vogliano almeno tre generazioni, un secolo. Quando prima di allora si poteva pensare di creare coltivazioni d’uva che sarebbero durate per cento anni dando sussistenza a nonno e figlio e nipote, da quel momento si hanno avuti suoli poverissimi e “bisognosi” di costanti e massicci interventi chimici. La vigna è diventata una cosa da togliere dopo poco tempo per essere soppiantata da nuove viti che rendano buoni quantitativi nel giro di massimo quattro anni, bombardate a suon di concimi ed altre forzature, per poi venire ripiantate nuovamente magari quando le mode rilanciano una varietà diversa (l’esempio più popolare lo abbiamo avuto di recente con la ribolla gialla).
    Con gli sbancamenti viene portata in superficie la roccia madre, il cui posto è sotto terra dove vivono i batteri, gli essudati delle radici e alcuni micro viaggiatori. La parte fertile di suolo, che sono i trenta superficiali centimetri in cui abbiamo vitalità e humus, vengono mischiati e quindi diluiti ad una sterile roccia stracolma di minerali importantissimi ma inutilizzabili, in quanto richiederebbero di essere introdotti nel ciclo dai vari vermetti che migrano all’interno del sottosuolo, i quali si nutrono del verde ulteriormente minacciato dall’uso dei terribili diserbanti e disseccanti.
    A questo punto abbiamo terreni dai quali non poter più chiedere niente, con piante imboccate a cucchiaio e senza fibra, deboli. Nemmeno il prato cresce più, tutto è fuori dalla propria fisiologia. Per fortuna oggi si è iniziato a fare vari passi indietro e adesso l’erba sana riappare tra i filari, ma generalizzando siamo ancora lontani dai vecchi splendori.
    Niente può nascere fuori dal posto adatto, a meno che non sia forzato. I seguaci della biodinamica dicono che le famigerate erbacce crescono per curare la terra dove è povera, credo sia vero, la crescita delle piante spontanee è un argomento speciale e complesso. Un parcheggio risanato lascia certo posto a sterilità, però solamente la sperimentazione diretta potrebbe negare che avvenga qualche sorpresa inaspettata in quanto ogni appezzamento ha una storia a sé.
    Nella “natura” c’è anche la biodiversità ed è qualcosa verso cui abbiamo una visione torbida torbida e a cui si dà poca fiducia durante questi tempi magri.
    Questo per spiegare quanto è importante che la parte vitale sia presente e funzionante, nelle foreste uccise viene colpita dal sole cocente e tutto si ferma. Se questa parte è mancante perché asportata, i tempi di degradazione possono essere indefinitamente lunghissimi, infatti nel mondo esiste anche il fenomeno chiamato “di desertificazione”.
    Forse per aggiungere del terreno bisognerebbe capire cosa metterci sopra perché si “riproduca”. Studiare un modo con le papere, non so, erbe a ciclo rapido che biodegradino con rapidità e creino massa a causa della struttura molecolare delle fibre, di sicuro nel mondo c’è un esperto del settore.

  9. gaiabaracetti

    Grazie Emanuele per il commento molto bello. Sarebbe anche interessante sapere qual è il processo per cui le piante spaccano il cemento da sole e piano piano si riprendono il terreno. È possibile osservarlo in molte zone abbandonate, ma ancora negli stati iniziali.

  10. Ciao Gaia ed Emanuele,
    gli esperti che si occupano di questo sono i pedologi: Scienziati del suolo. In Italia non abbiamo scuole di pedologie (purtroppo) tuttavia la materia è insegnata soprattutto in un corso di studio specifico, cioè scienze forestali.
    La pedologia è una scienza molto molto complessa, io ho seguito 5 corsi universitari a proposito, oltre 340 ore di lezioni. Alcune, diciamo, “leggi della pedologia” potrebbero essere:
    -il motore del suolo è la sostanza organica (e in generale tutta la frazione colloidale del suolo)
    -i processi di degradazione dei minerali possono essere fisici, chimici e biologici (i biologici sono i più veloci, i fisici i più lenti)
    -la vita, la SO possono esserci solo quando il suolo comincia a disporre di una propria micro e macro struttura.
    Cosa fare quindi?
    La ghiaia è molto grossolana e resistente all’alterazione. Più è fine più il tutto avviene rapidamente. Evitare ristagni idrici. Apportarci sfalci d’erbe, SO e ammendanti (letame non liquame). Avere un po’ di pazienza.

    Le prime piante pioniere che si insediano tra gli inerti sono piante che riescono a sopportare molti stress, in particolare la carenza idrica. Hanno radici spesso robuste che fisicamente si ancorano e spaccano le particelle meno resistenti. Inoltre le radici rilasciano sostanze (essudati) acidificanti che disgregano gli inerti in parti più piccole.
    Etc etc.
    Esistono manuali interi se possono interessarti, alcuni più semplici di altri.
    Spero di non aver annoiato, ciao 🙂

  11. gaiabaracetti

    Anzi, grazie mille, molto interessante. Pensi che sostituire cemento con sassi (raccolti in loco e con moderazione) e erba in mezzo sia un miglioramento? Nel paese dove vivo hanno tolto tutti i (bellissimi) selciati e cementificato.

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