Il periodo Edo, e buon anno

Grazie al blog italiano di Ugo Bardi, credo, perché di link in link ogni tanto ci si dimentica da dove si è partiti, ho scoperto il periodo storico giapponese conosciuto come “Edo” o “Tokugawa”. Per due secoli e mezzo il Giappone fu quasi completamente isolato rispetto all’esterno, con piccole eccezioni tra cui i commercianti olandesi che potevano restare, con molte limitazioni, e che fornivano libri occidentali che venivano tradotti e studiati dai giapponesi. La mia conoscenza di questo periodo è limitata per il momento alla pagina di Wikipedia, dove leggo che l’isolamento cominciò così: per risolvere l’influenza cristiana in Giappone, percepita come destabilizzante, migliaia di europei e cristiani furono espulsi o addirittura uccisi, mentre ai giapponesi venne direttamente proibito di lasciare il paese. Il periodo finì quando la marina americana si presentò nella baia di Edo minacciando guerra se il Giappone non si fosse aperto al commercio.

Una cosa che mi affascina del Giappone è la sua ricorrente tendenza all’isolamento. Ci viene spesso detto che è solo con l’apertura, il commercio e l’incontro tra culture diverse si può progredire, eppure il Giappone presenta un esempio di chiusura spesso anche estremamente ostile che però permette lo stesso alla cultura di svilupparsi con enorme creatività e all’economia di prosperare. Io non mi schiero a priori né per la purezza né per il meticciato, né per l’apertura né per la chiusura; penso che la cosa migliore da fare vada valutata caso per caso e che i popoli abbiano diritto all’autodeterminazione. Durante il periodo Edo il Giappone non se la passò poi così male: la cultura fioriva, l’economia funzionava, il commercio interno garantiva varietà nei prodotti, e al paese furono risparmiate guerre e stermini mentre tutto l’Occidente si scannava. E soprattutto, in tutto questo le risorse naturali vennero gestite in maniera veramente sostenibile, a rifiuti zero, e con energie esclusivamente rinnovabili per sopperire a lungo e senza valvole esterne ai bisogni di una popolazione alta per i tempi (trenta milioni), ma stabile per secoli.

Se vi interessa approfondire, vi segnalo la traduzione in inglese del libro di uno studioso giapponese che spiega dettagliatamente e con esempi come i giapponesi del periodo Edo non buttassero via niente, riparassero tutto, proteggessero le foreste e rinunciassero all’eccesso ma non alla qualità.

Alcune cose sono nuove e per noi esotiche, altre non molto diverse da quelle che si facevano fino al tempo dei miei nonni: le pentole di rame venivano riparate artigianalmente, molti paesi di montagna esportavano arrotini in giro per il mondo, si fertilizzava con gli escrementi e si consumava cibo prodotto in loco.

Non vorrei vivere in un mondo esattamente come quello che viene descritto, perché aveva i suoi lati negativi e perché sono figlia di un’altra epoca, però ci sono molti spunti interessanti e dobbiamo far tesoro dei pochi esempi storici di società “della decrescita” funzionanti e pacifiche. Inoltre, mi piace la premessa dell’autore secondo cui, anziché copiare sempre dagli altri, ogni tanto è utile anche riscoprire la propria storia per vedere come, in un ambiente e in una cultura simili a quelli odierni, i nostri antenati soddisfacevano i loro bisogni e risolvevano i loro problemi.

Vi lascio a questa lettura, se vi interessa, e vi auguro buon fine anno e principio. E a proposito di bilanci, se in questo anno avete letto il mio blog e ci avete trovato qualcosa di interessante o piacevole (compreso il piacere che si prova nel contestare un’opinione altrui), sappiate che mi ha richiesto moltissimo impegno e che solo voi che leggete potete ricompensarmi del mio lavoro, così come paghereste chiunque svolga un lavoro per voi, facendo una donazione come spiegato qui. Grazie 🙂

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