la tutela dei risparmiatori

All’incirca un anno fa, scoppiò in Carnia un scandalo legato a un buco nel bilancio della CoopCa (Società Cooperativa Carnica di Consumo) e conseguente potenziale perdita dei risparmi di migliaia di soci. I media si scatenarono nel descrivere quella che appariva come una catastrofe economica e persino sociale per una regione già considerata in difficoltà (il che è tutto dire). La mia reazione, taciuta in mezzo a tanto inveire sul futuro scippato della Carnia e tanto vittimismo e rancore, fu piuttosto fastidio: mi pareva che ci fossero persone pronte a mobilitarsi quando venivano toccati i loro risparmi, e molto meno in difesa dei beni comuni.

Cose del genere continuano a succedere: è di poche settimane fa la notizia di un pensionato che si sarebbe suicidato dopo aver perso i risparmi di una vita. Si è accusato il governo di aver salvato le banche anziché tutelare i risparmiatori. Anche questa volta ho fatto fatica a parteggiare per gli investitori derubati – men che meno, è ovvio, parteggerei per i manager che gesticono i soldi degli altri in maniera avventata per massimizzare i propri guadagni e poi scappano con il malloppo. Eppure c’era, nelle descrizioni delle vittime apparenti – “risparmiatore”, “pensionato”… – qualcosa che mi rendeva difficile solidarizzare. Ho deciso quindi di tentare una riflessione profonda, e presentarvi le mie considerazioni per quanto ancora incomplete e barcolanti.

Partiamo con il concetto di base: l’idea di mettere da parte dei soldi.

La necessità di immagazzinare la produzione attuale in vista del futuro nasce, stando a quanto ho letto per lo meno, con l’agricoltura. Le società di cacciatori e raccoglitori semplicemente si spostano (ciclicamente) seguendo le loro fonti di cibo. Se non ne prelevano eccessivamente, c’è qualcosa da mangiare anche per l’anno dopo. L’investimento, quindi, non consiste nell’accumulo, ma nello sforzo di contenere collettivamente il proprio prelievo. Si investe in un ambiente sano e in una popolazione stabile, e ci sarà sempre abbastanza per tutti.

Le società agricole, invece, sono per definizione sedentarie. Inoltre sono in grado di generare un surplus, un eccesso di cibo rispetto a quello che serve in una data annata, e di immagazzinarlo nell’eventualità di un periodo di crisi futuro. Secondo alcuni (Jared Diamond è l’esempio più famoso), le diseguaglianze nascono proprio da qui: una volta che vi è un surplus, servirà qualcuno che lo controlli, lo difenda e lo distribuisca. Da qui nascono gerarchie, burocrazie, stati, diseguaglianze economiche e sociali.

Infatti, la gestione del surplus non necessariamente è sempre stata una questione individuale. Nel famoso episodio biblico delle vacche grasse e vacche magre, Giuseppe consiglia al faraone di trovare un uomo saggio che amministri la sovrapproduzione imminente in vista della carestia futura predetta dal suo sogno. La nostra società preferisce invece il sistema del risparmio diffuso e personale; l’articolo 47 della Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Si tratta di una logica basata su un principio decentralizzante e individual-familiaristico (la proprietà della casa e della terra, il risparmio), e uno centralizzante (la grande industria, il controllo e coordinamento del credito). Adesso che ci troviamo davanti al risultato dell’investimento senza freni nel cosiddetto “mattone”, cioè la cementificazione del paese, oltre che ai danni ambientali e alle complicazioni sociali causate dai “grandi complessi produttivi del Paese”, mi chiedo se questo articolo non sia, come tanti altri, da superare.

Ammetto comunque che nella nostra società è considerato necessario poter accantonare del denaro che ci può servire nei momenti di emergenza. Dico che è considerato necessario, e non che è necessario, perché ci sarebbero altre possibilità: queste emergenze potrebbero essere affrontate con l’aiuto della collettività, che ad esempio potrebbe finanziare spese mediche improvvise, aiutare a ricostruire una casa bruciata, prestare del denaro senza interessi per costruire un’abitazione, e così via. Forse questo sistema si presterebbe ad abusi, ma anche, evidentemente ed enormemente, quello attuale.

C’è un’altra cosa da sottolineare. Un conto è accantonare grano, un altro accantonare soldi. Il grano, o qualsiasi altro bene materiale, è concreto, non si moltiplica se non con grande fatica e lavoro, e può esistere in ogni dato momento solo in quantità limitate – c’è infatti un limite a quanto grano si può produrre, immagazzinare e conservare.

I soldi, invece, sono una pura convenzione e non conoscono limiti (ancor di più oggi che non sono legati all’oro). Sono i meccanismi di una società e le decisioni di chi comanda a stabilire che moneta si deve usare, che valore ha, come il suo valore cambia nel tempo e come deve essere distribuita. I soldi hanno un legame molto tenue, che si va sempre più affievolendo, con il mondo materiale e delle cose reali. La distribuzione del denaro ha conseguenze enormi su questo mondo materiale, ma questa distribuzione segue leggi umane arbitrarie e contingenti, a differenza di quelle della fisica. Infatti, mentre un uomo che lavori tantissimo e sia bravissimo non può ottenere dal suo lavoro un prodotto che superi quello del vicino più pigro di cento o mille volte, è normale e accettato nella nostra società e a livello globale che due persone che lavorano lo stesso numero di ore percepiscano l’uno uno stipendio anche cento o mille volte superiore a quello dell’altro.

Essendo i soldi un construtto, permetterne l’accumulazione e l’accantonamento senza affrontare il problema del legame tra questi soldi e il mondo reale crea quello a cui stiamo assistento adesso – comitati in rivolta per i motivi sbagliati, un popolo viziato e irresponsabile.

I soldi non valgono niente se non c’è un’economia reale funzionante – se, cioè, la collettività che dovrebbe garantire quel denaro non è in grado di garantire anche dei beni e dei servizi da comprare con esso; ma l’iperfinanziarizzazione, la complicatezza e l’astrazione estrema della nostra economia rendono questo fatto invisibile, così come rendono invisibile la dipendenza dell’economia dallo stato delle risorse materiali. Per cui siamo abituati a pretendere una pensione, uno stipendio, una rendita, non acqua pulita, cibo, spazio… siamo convinti che da qualche parte “i soldi ci sono”, anche se attorno a noi tutto è degrado. Abbiamo staccato l’economia e il lavoro dalla materia, e il risultato è che così saremo sempre di più risparmiatori frustrati, perché non capiremo che fine hanno fatto i nostri soldi né che i soldi, di per sé, non significano nulla. Inoltre, crediamo di aver diritto a dei soldi senza porci il problema di contribuire allo sforzo collettivo che mantiene un’economia in cui quei soldi abbiano un senso.

Dal mio punto di vista, quindi, è discutibile l’accumulo, è discutibile l’accumulo individuale, è discutibile il concetto di denaro, e non abbiamo ancora finito.

In tutti i casi che i media ci riportano tra psicodrammi e piagnistei non si parla di persone che hanno semplicemente accantonato del denaro e lo hanno perduto. Se così fosse, la questione sarebbe leggermente più semplice. Rimane il fatto che non si può pretendere di essere gli unici a salvarsi su una barca che affonda, ma garantire che i centomila euro nominalmente depositati in banca siano almeno in parte e almeno nominalmente ancora lì è comunque meno impegnativo per una collettività che garantire dei soldi investiti.

Solitamente il denaro perde progressivamente di valore, perché c’è l’inflazione. Anche il grano lasciato nel deposito troppo a lungo si deteriora, ma non per questo ci si aspetta di vederlo aumentare. Semmai si cerca di conservarlo bene e di garantire che l’agricoltura continui a funzionare anno dopo anno, per tutti. Si potrebbe fare lo stesso con il denaro: se dopo anni e anni ancora non hai avuto modo di spenderlo o di metterlo a disposizione di qualcun altro, forse non ti serviva così tanto. Ma la nostra società, anziché sulla sostenibilità a lungo termine, è fondata sulla crescita, e crescita significa avere sempre di più anche se questo, ovviamente, a lungo andare non è possibile. I risparmiatori, quindi, non si accontentano che il frutto del loro lavoro sia protetto: vogliono che cresca.

Qui, in realtà, potrebbero anche incontrarsi due interessi complementari con profitto di entrambi. L’idea dell’investimento non è male: chi ha soldi e non sa cosa farsene li dà a chi ha idee e non ha soldi.

Ci sono però alcuni problemi con questa pratica.

Innanzitutto, c’è sempre il rischio che l’idea che sembrava buona per qualche motivo non funzioni, e allora chi ha prestato soldi deve accettare di perderli. Altrimenti, se il debitore non è in grado di risarcire, questo significherebbe che il creditore si aspetta di essere risarcito dalla collettività, e questo non è giusto perché non è stata la collettività a decidere di finanziare un dato progetto. Al contempo, chi presta soldi accetta il rischio di perderli e in cambio dell’accettazione di questo rischio pretende che i suoi soldi gli vengano restituiti con gli interessi. Detta così non ha completamente senso, ma la nostra società si è assestata su questa pratica (un’alternativa potrebbe essere prestare senza interessi perché ci si aspetta che tutti traggano beneficio da un buon investimento, ma raramente questo accade).

Passiamo al secondo problema con questo sistema: che i soldi creano soldi. Siccome l’incremento è percentuale, ma quello che conta ai fini pratici è l’assoluto, a parità di rendimento chi più presta guadagnerà di più, e sarà incrementalmente sempre più ricco rispetto a chi presta meno soldi perché ne ha di meno. Questo sembra essere uno dei meccanismi alla base della tendenza generale all’aumento delle diseguaglianze.

Tra l’altro, permettere ai soldi di crescere senza che la persona che li possiede debba fare fatica significa permettere alla gente di non lavorare anche se sarebbe in grado di farlo, e di essere pure ricca. Bastano pochi anni di lavoro molto redditizio, o addirittura un’eredità, e chi ha non deve muovere un dito mentre chi non ha si spacca la schiena. Questo, semplicemente, non mi sembra giusto, anche perché, per l’appunto, è la società e non il singolo a stabilire quale lavoro è redditizio e quale no, e quindi chi ha avuto dalla società il permesso di guadagnare di più e di fatto il suo reddito non dovrebbe approfittarsene così tanto a spese della società stessa.

Il terzo problema è che un aumento di denaro nel tempo premia inevitabilmente chi è più vecchio e ha investito i propri soldi da più anni. Si potrebbe vedere questo fattore come un elemento di riequilibrio tra generazioni, dato che chi è più vecchio è meno in grado di lavorare, ma allora a cosa servono le pensioni? È vero che le pensioni stesse si finanziano con gli investimenti, ma perché questo meccanismo di finanziamento funzioni bene serve un’economia in costante crescita. Se l’economia non cresce più, o i vecchi rinunciano ai profitti garantiti dai loro investimenti, o i giovani devono risarcirli a spese proprie, e a me sembra che sia questo quello che succede.

Un ulteriore problema è che la possibilità di vedere un investimento crescere nel tempo incoraggia l’estrazione del massimo delle risorse subito, a spese di chi verrà dopo. Se io voglio che ci siano abbastanza caprioli da cacciare anche l’anno prossimo, quest’anno ne ammazzo pochi. Se invece io so che più caprioli prendo adesso più ce ne saranno in futuro, sono incoraggiato ad ammazzarli anche tutti. Una delle cause della catastrofe ambientale in corso, nonché delle diseguaglianze generazionali, è che si è premiato chi prelevava e non chi lasciava, chi teneva per sé e non chi condivideva con tutti. Certo, in questo modo si è anche generata ricchezza, ma siccome la ricchezza umana distrugge la ricchezza ambientale, massimizzare la ricchezza umana incoraggiando meccanismi accumulativi e distruttivi ha finito per distruggere anche le basi materiali su cui si basava. Chi ha messo da parte i soldi guadagnati costruendo una fabbrica adesso dovrebbe restituirli a suo nipote che non può mangiare perché quella fabbrica ha ucciso tutti i pesci.

C’è poi un quinto problema, che è quello che si sta manifestando più esplicitamente in questi giorni. Si tratta del problema degli intermediari.

La maggior parte delle persone non ha il tempo, le competenze e il talento per riconoscere con sicurezza un buon investimento. A questo punto può fare due cose: comprare una casa o affidarsi a un intermediario. Lasciamo stare la casa, l’investimento sicuro per eccellenza, che tanti danni ha fatto al nostro paese proprio per questo motivo, e passiamo alla questione degli intermediari. Anche questo, da un certo punto di vista, potrebbe sembrare giusto: io pago qualcuno perché mi offre un servizio, e ci guadagnamo in tre: io, lui, e la persona o l’azienda a cui diamo i soldi.

La delega è sempre un problema nelle società umane, perché deresponsabilizza: ci si aspetta un risultato con fatica minima. Tutti adesso ce l’hanno con le banche e i politici, ma quanti di quelli che si lamentano hanno fatto la fatica di scegliere bene a chi affidavano i loro soldi e la gestione della cosa pubblica? Una gestione più diretta è più responsabilizzante e dovrebbe generare meno abusi, perché ognuno dovrebbe prendersi personalmente la responsabilità delle scelte che fa e della fatica di portarle avanti. La protesta dei risparmiatori non ruota attorno al fatto che i loro soldi sono stati spesi male nel senso di poco eticamente, o per progetti dannosi per l’ambiente o altri esseri umani: protestano semplicemente perché non ce li hanno più. Per quanto li riguarda, quindi, sarebbe forse stato meglio guadagnarne in modo immorale che perderli. Esistono, in effetti, movimenti di disinvestimento da industrie dannose, come il carbone, e pare che abbiano anche un certo impatto. È uno dei casi in cui la pratica dell’investimento può essere più positiva che negativa, ma anche qui c’è un problema: chi ha più soldi influisce più di altri, che sia benintenzionato o no. Non è più “una persona un voto” ma: “un euro un voto”.

Torno al problema della delega in quanto tale. Negli articoli che ho letto a difesa dei risparmiatori c’è un tema ricorrente: questi poveri vecchietti / pensionati / lavoratori sono stati truffati perché non potevano capire cosa stava succedendo ai loro soldi. Ma allora, penso io, il problema è a monte, non nel singolo caso: perché la società incoraggia un sistema per il quale una persona dovrebbe guadagnare senza nemmeno sapere come? Il fatto che non capissero cosa stavano facendo, eppure lo facessero lo stesso, a me non sembra deporre a favore dei risparmiatori ma contro il sistema.

Questo sistema, riassumendo, incoraggia le persone ad aspettarsi che i loro soldi crescano senza che loro facciano la minima fatica o si informino, premia chi è già ricco e, come abbiamo visto, premia anche non chi garantisce un investimento sicuro ma chi è più bravo a intortare persone disinformate. La soluzione proposta più frequentemente è: puniamo chi frega ma non chi è stato fregato. Ma chi è stato fregato è stato avido e pigro. E non mi sembra sia facile dimostrare che chi ha fregato era in mala fede, anche se adesso, forse sperando in un qualche sconto di pena, tutti si affrettano a dire che sì, loro erano in malafede, ma solo perché il loro superiore era ancora più in malafede di loro.

Inoltre, se il rendimento è una ricompensa del rischio, chi ha rischiato e perso non può pretendere un risarcimento tanto quanto non lo può pretendere chi ha giocato alle slot machine. Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca: siccome il risparmio è già garantito, chi non si accontenta del risparmio e prendende l’investimento deve accettare che vada male.

È possibile che il sistema sia riformabile, ma io mi chiedo se valga la pena salvarlo e riformarlo, dato che anche se funzionasse meglio presenterebbe lo stesso tutti i problemi che ho elencato finora.

E io quindi non riesco a solidarizzare con i risparmiatori truffati non perché non abbiano subito, secondo i valori correnti della società, un torto, ma perché io non riconosco i valori secondo i quali questo torto è distinto dalla ragione. Per me sono sbagliate le premesse.

Qual è, allora, l’alternativa all’investimento e al risparmio? Accettiamo che il nostro sistema economico generi un surplus. Come ho detto, non bisogna esagerare con il surplus, perché quello che hai preso oggi dall’ecosistema non ce lo avrai domani e sì, dipendiamo ancora dagli ecosistemi. Ma un po’ di surplus ci rende sicuri. Che farne?

Il risparmio e l’investimento sono atti individuali che chiedono di essere tutelati dalla collettività. Un risparmiatore pensa per sé, al massimo per la famiglia. E, in fondo, cosa vuole? Leggete gli articoli in cui i giornalisti raccolgono con evidente solidarietà le lamentele delle vittime dei casi del momento. I risparmiatori-investitori vogliono consumare senza lavorare i soldi per cui hanno lavorato prima più i soldi per cui hanno lavorato gli altri. Se avessero voluto solo i propri, e già questo è tanto in un mondo in crisi per colpa di tutti, allora non avrebbero investito ma solo accantonato.

Ma c’è un’alternativa: mi è venuta in mente pensando ai cacciatori-raccoglitori, alla mia totale indifferenza verso la mia futura pensione, al dare addirittura per scontato che non ce l’avrò. Anziché investire per il proprio futuro, bisognerebbe investire nel futuro della collettività. La società dev’essere sana, l’ambiente dev’essere sano, le risorse abbondanti: allora a nessuno mancherà niente. Vi sembra ingenuo? Forse è molto più ingenuo affidare i propri soldi a delle persone il cui successo dipende dal non far capire agli altri cosa ci stanno facendo.

L’unica risposta che io consideri giusta e conveniente alla crisi dell’investimento individuale è l’investimento collettivo. Possiamo ancora mettere da parte qualcosa per le spese impreviste o un po’ più grosse, ma non dovrebbe essere questa la nostra preoccupazione principale. La nostra preoccupazione principale dovrebbe essere mantenere i presupposti della nostra sopravvivenza e di quella di tutti. Se paghiamo le pensioni degli altri, qualcuno pagherà le nostre; se curiamo chi sta male, verremo curati anche noi. Se abbiamo una buona idea, possiamo investire i nostri soldi nel nostro stesso lavoro. Se non ce l’abbiamo, possiamo trovarla nel lavoro altrui e sostenerla senza aspettarci di diventare ricchi per questo. Se scegliamo l’idea migliore per tutti anziché la più redditizia per noi, nessun intermediario disonesto potrà truffarci, nessun problema imprevisto ci lascerà pieni di rabbia e di amarezza e senza nulla in mano.

Vorrei farvi degli esempi concreti, ma preferisco che questi esempi derivino dalle mie stesse scelte di vita. Finora ho investito nei miei libri, in questo blog, nell’orto e nelle galline, e ho fatto donazioni a progetti meritevoli come wikipedia. Soprattutto, sto cercando di contribuire alla costruzione di un mondo in cui tutti fanno la loro parte perché nessuno non abbia il minimo indispensabile per vivere o non possa godere dei frutti del proprio lavoro.

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24 risposte a “la tutela dei risparmiatori

  1. >L’unica risposta che io consideri giusta e conveniente alla crisi >dell’investimento individuale è l’investimento collettivo
    Buonasera Gaia (e grazie per tutto quello che condividi con il blog), temo che con le due righe qui sopra, semplicemente verrai bollata come marxista leninista vecchio stampo e contraria all'”onda del futuro” ( http://www.rischiocalcolato.it/2015/12/perche-il-capitalismo-vincera.html)….. sono completamente d’accordo con quanto scrivi; il problema è come riuscire a far passare il concetto di bene comune a chi (il 99,9 per cento come minimo della popolazione) ritiene invece che l’accumulo, e l’individualità (e diciamo pure l’egoismo) siano più importanti di qualsiasi ipotesi di condivisione e , come dici tu, di “investimenti collettivi”.
    Piccoli passi, OK, ma abbiamo poco tempo, forse proprio non ne abbiamo; buona fine (2015 eh non del mondo!) e buon principio, mandi
    Gianni Brianese

  2. Grazie degli auguri, e contraccambio. Una possibilità è che le persone, vedendo dove li porta l’individualismo esasperato, decidano che la condivisione sia un sistema migliore, magari osservando quei pochi sistemi rimasti che si basano ancora su di essa. Questo non significa non possedere nulla e condividere assolutamente tutto, solo spostarsi dagli estremi a cui siamo giunti verso un altro modo di vivere più comunitario ed egualitario, che per fortuna parrebbe aver precedenti nella storia dell’umanità.

  3. Cara Gaia,
    pur condividendo con te il 98% del post, mi vedo costretto ad una difesa d’ufficio dei vecchietti/pensionati. D’accordissimo con te sull’investimento collettivo, e sulla bieca strumentalizzazione che i media come al solito hanno fatto dell’intera vicenda, però leggendo questo post mi si è materializzata l’immagine dei pensionati quali ingordi e ignari crapuloni, che irresponsabilmente delegano smaliziati broker finanziari per accrescere egoisticamente le loro ricchezze, rimanendo gabbati a causa della loro ignoranza dei mercati finanziari.
    L’ho già commentato più volte su questo blog, e lo ripeto non per spirito critico, ma solo come testimonianza di una parte reale del paese: non tutti i pensionati hanno la doppia/tripla casa, e non tutti beneficiano di laute pensioni (la media annua per il 2014 è stata secondo l’ISTAT di 11.943 €). Poiché in quasi tutte le regioni ci sono stati forti tagli alla sanità, molte di queste persone hanno visto aumentare le proprie spese per trattamenti medici prima passati gratuitamente o con costo ridotto dallo Stato. Tenuto conto che, pur essendo cresciuta l’aspettativa di vita, si è ridotta drasticamente l’aspettativa di vita sana (dai 71 anni del 2004 ai 62 del 2007 prima di essere colpiti da malattie invalidanti, un altro bel record italiano di cui nessuno parla), probabilisticamente è molto più facile che un pensionato oggi debba spendere più in spese mediche rispetto agli anni precedenti. Inoltre, qui al Sud, pur essendoci il minor numero di pensionati (solo il 31,9% nel Mezzogiorno, presumo a causa della disoccupazione e del lavoro nero), spesso con quelle stesse pensioni ci campano intere famiglie, o vengono finanziati gli studi per i membri giovani della famiglia. Con questo non voglio dire che questo sia un sistema ‘virtuoso’ da lasciare inalterato – lungi da me quest’idea che aborro! -, però è un dato di fatto, un contesto sociale con cui bisogna fare i conti. Molti di questi pensionati, per fare fronte all’aumento delle spese mediche, del costo della vita per sé e per i familiari privi di reddito, per fronteggiare spese impreviste (aumento della pigione, delle bollette, riparazioni di guasti, lavori condominiali, etc.) cui non possono provvedere con altre fonti di reddito, hanno da sempre cercato di incrementare il loro piccolo patrimonio (che di solito è dell’ordine di grandezza delle decine di migliaia di euro) tramite investimenti sicuri (BOT, CCT, buoni postali, tutti titoli definiti appunto “da pensionati” tra gli addetti ai lavori). Poiché però il rendimento di questi titoli sicuri negli ultimi anni è crollato, mentre le banche avevano in pancia pacchetti di titoli tossici da smaltire, è stato gioco facile per gli operatori finanziari piazzare i loro prodotti, facendo leva sulla fiducia dei correntisti anziani. Il brutto della vicenda è stato proprio questo: ascoltare (ad esempio a Radio3) le telefonate di persone anziane che dicevano: è da 40 anni che ho il conto presso il credito cooperativo XYZ, mi hanno detto “perché non converte parte del suo credito in obbligazioni? Guardi che le conviene ed è sicuro..”, io li ho ascoltati e adesso mi ritrovo con solo 1.000 euro sul conto…
    Per me è circonvenzione di anziano, è inutile girarci attorno.
    Nei sistemi capitalistici le vittime sono sempre le più deboli, perché la finanza, per crescere, deve pur divorare qualcosa. Le teorie di Marx saranno anche datate, ma tutta la parte relativa al capitale e alla finanza per me resta sempre valida, così come la proprietà associativa nella teoria dei gruppi, per lo stesso motivo di essere connaturata a ciò che descrive. Le società capitalistiche spremono dai giovani il tempo e la forza lavoro, e dalla borghesia adulta il denaro attraverso i consumi (spesso inutili e indotti). Poiché, a causa della crisi, il reddito si è spostato verso le classi di età più anziane (chi è più vecchio di solito ha stipendi più alti, pensioni maggiori, più tutele nel lavoro), ora sono diventati loro il «parco buoi» da mungere. Non puoi vendere obbligazioni al giovane disoccupato che non ha un conto in banca, e neppure all’adulto che lavora sottopagato e a singhiozzo, che il conto in banca pure ce l’ha, ma tendente al rosso acceso. Durante queste ferie – per dirtene una – per la prima volta mi è capitato di viaggiare con Italo, perché altrove era tutto esaurito e i prezzi erano improponibili, e mi ha molto colpito durante il viaggio l’accortezza con cui una giovane hostess proponeva l’acquisto di una carta di credito di fidelizzazione, rivolgendosi *unicamente* ai passeggeri over 65. Agiscono a colpo sicuro, perché sanno che oramai i gruzzoletti stanno lì. E chi è in banca, e ai conti bancari ha accesso e vede dove staziona la liquidità, sa a chi chiedere.
    Lasciando per un momento da parte le teorie economiche, quali strumenti hanno i pensionati per difendere il proprio potere di acquisto e la perdita sempre più accelerata di parte del loro welfare? (parlo ovviamente del pensionato di bronzo, non di quello aureo, che di solito ha altri cespiti). A me in questa storia mi paiono più vittime che carnefici. La grave colpa che riesco ad ascrivere loro, è quella di non aver saputo/potuto cambiare il sistema economico-produttivo fino a quando ne erano in tempo. Adesso, purtroppo per loro, non hanno più voce in capitolo e sono solo galline da spennare, proprio da parte di quel sistema che essi stessi hanno contribuito a sostenere.
    Come per l’ambiente, è questo che frega sempre il popolo: non cercare di cambiare lo status quo, solo perché per il momento la problematica non li interessa direttamente. Ma – come avviene per un tumore – quando scopri di esserne interessato, oramai è quasi sempre troppo tardi per porre rimedio. E allora meglio adottare la politica dello struzzo, tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi, non affrontare la realtà, e lasciarsi cullare dai proclami del Grande Twittatore: che la crisi è oramai passata, l’economia ha ripreso a crescere, e tutto tornerà sbrilluccicante e bonariamente tondeggiante come la nuova interfaccia dell’iphone.
    Sono queste le certezze che ti assicurano una vecchiaia serena.

  4. P.S.
    Ti auguro un 2016 pieno di… pulcini 😀

  5. Grazie 🙂
    Parliamo dei pensionati. Innanzitutto, chi si approfitta dei vecchietti perché sprovveduti dovrebbe abbastanza vergognarsi. Al tempo stesso, però, io ogni tanto penso: ma come dobbiamo mai fare noi “giovani” a riprenderci tutto il reddito che viene, tutt’ora, sifonato verso le fasce d’età più anziane? Certo, la truffa è il sistema peggiore, squallido e vile, eppure un modo bisogna trovarlo perché la situazione attuale è veramente iniqua.
    Le pensioni dovrebbero essere dignitose, su questo sono d’accordo, ma persino le pensioni basse (escluse le minime) alla fine sono più dignitose degli stipendi di molti giovani! Tra l’altro, non andrebbe valutata la pensione media ma quanto un pensionato mediamente recepisce, dato che molti hanno più pensioni (di invalidità, o reversibilità, ad esempio). Quando si sente lamentare che un vecchio non riesce a vivere con mille euro al mese, penso che con mille euro al mese io vivrei come una principessa (e probabilmente riuscirei a pagare persino un mutuo, che ora come ora nessuno mi darebbe mai). Tra l’altro, sono i giovani ad aver bisogno di denaro per comprarsi una casa o crescere dei figli, mentre i più anziani devono “solo” pagare affitto, spese e bollette, e con mille euro ce la fai tranquillamente. Inoltre, il tempo libero a disposizione ti permette di risparmiare perché puoi cucinare, tenere un orto, aggiustarti quello che si rompe… Cento-cento cinquanta euro al mese di cibo, altrettanto di bollette come media mensile, un centinaio tra trasporti ed extra (scontati per gli anziani), ammettiamo pure che si arrivi a cinquecento con qualche bene di consumo o riparazione, il resto è in più (se non serve a mantenere, appunto, i giovani che per colpa anche delle pensioni non riescono a mantenersi da soli).
    Tu dici: le spese sanitarie. Qui probabilmente il discorso varia da regione a regione, ma in Friuli Venezia Giulia spesso sono gli anziani, che oltre ad essere più malati spesso sono anche più paranoici e hanno meno cose da fare, che intasano le liste d’attesa con una lunga serie di esami inutili che costringono i loro medici a prescrivere. Io penso che le cure vadano garantite a tutti, ma è anche vero che esiste un limite oltre il quale ostinarsi a curare una malattia è un doppio torto: all’anziano che ormai è completamente disabile e non si gode nemmeno quei pochi anni che rosicchia a costo di enormi sacrifici suoi e altrui, e ai giovani che sono costretti a mantenere un peso economico sempre crescente. Non sto dicendo che esiste un prezzo troppo alto per la vita umana, ma che bisogna smettere di rimuovere la morte dalla nostra cultura e accettarla prima che diventi non dignitosa. Ho visto anziani la cui vita costa enormemente alla collettività e non è piacevole nemmeno per loro.

  6. Aggiungo che non è vero che i pensionati non possono provvedere con altre fonti di reddito: purtroppo il sistema lo scoraggia, ma ci sono molte cose che tanti pensionati potrebbero fare per integrare la pensione, magari divertendosi e trovando occupazioni che li motivano (orti, lavori agricoli poco pesanti, lavoretti artigianali, assistenza ai bambini o agli uffici comunali o ai musei…) Preferirei una società in cui chiunque possa contribuisca, ragazzino o pensionato che sia, nei limiti delle sue forze e possibilità.

  7. Premessa: non ho letto tutto.
    Detto questo, da quel che ho letto mi pare d’intuire che ti sfugge una cosa: il risparmio (non l’investimento) è semplicemente il differimento d’un potere d’acquisto maturato dopo aver già fornito qualcosa a qualcun altro. Il denaro è, in effetti, una promessa di rimborso a fronte di quella ricchezza già immessa “nel giro” e evidentemente già fruita da qualcun altro. Ergo, non tutelare il risparmio (anche contro l’inflazione, mezzo improprio per rubare il lavoro altrui rendendo le promesse di rimborso vere e proprie promesse da marinaio) significa non onorare i propri debiti. Chi non onora i propri debiti è, per definizione, un poco di buono. Se ne deduce che il risparmiatore (non l’investitore) derubato più o meno lentamente tramite i meccanismi inflattivi o rapinato in fretta e furia da qualche entità criminale che si può chiamare “banca” o “Stato” (a seconda dei casi e delle modalità operate) è e rimane una vittima con l’unica colpa di non avere abbastanza forza per difendersi dagli attacchi dei bruti di turno. Che molte volte oltre che bruti sono pure mentitori e eticamente molto al di sotto del livello di nullità.

  8. Ciao Ugo,
    so che i miei post sono spesso molto lunghi, ma ci tengo che chi commenta abbia letto tutto, anche per non rischiare di fare osservazioni a cui ho già risposto nel testo.
    Le “vittime” delle truffe di cui mi occupo nel post non sono risparmiatori, ma investitori, anche se nei media vengono chiamati in questo modo e non in quello corretto. Nessuno di loro, che mi risulti, ha visto sparire i soldi messi da parte. I soldi che hanno perso erano soldi investiti, non risparmiati (o meglio, risparmiati ma poi investiti). Quindi, nessuno è stato derubato nel modo che dici tu.
    Riguardo al tutelare i risparmi (e non gli investimenti), posso essere d’accordo con te, ma fino ad un certo punto: se io ho ottenuto dei soldi eccessivi rispetto al lavoro svolto, e così ho impoverito chi dovrebbe garantirmi in futuro che quei soldi avranno un valore, è giusto e inevitabile che io non li abbia. I soldi, come ho spiegato, sono una convenzione e non un assoluto. Se i soldi che io ho ricevuto hanno un valore non realistico, e quel valore nel futuro è scomparso, io non posso pretendere di riavere i miei soldi o che i miei soldi abbiano lo stesso valore che in passato.

  9. Sbagliato: se ho lavorato per una spettanza di 1000 euro e con quei 1000 euro posso comprare 10q di farina nel giorno in cui è stato posto in essere il “contratto”, mi aspetto di poter riscuotere i miei 10q di farina quando ne ho bisogno, foss’anche cinquant’anni dopo. Chi non rispetta il “contratto”, di fatto è un ladro che ha rubato il mio lavoro (o le mie merci, se in cambio di denaro ho fornito merci anzichè lavoro).
    Poi possiamo anche dire che il mondo è pieno di ladri fin dalla notte dei tempi, ma questo non fornisce loro alcuna attenuante a livello etico. Ladri sono e ladri rimangono.
    Aggiungo: vista la fine che han fatto le pensioni (sparite per le persone che ancora non ce l’hanno), i risparmi individuali assumono un significato ancora diverso — sono la sussistenza del futuro. Inutile dire “eh, ma sono solo soldi!”, perché non è così semplice. Immagina questo scenario…
    Tizio vaga per il deserto ed ha con sè dieci litri d’acqua, che ha portato con se per poter raggiungere la prossima oasi senza morire di sete. Caio, nottetempo, ruba l’acqua di Tizio. “Eh, ma per un po’ d’acqua! Dopo tutto Caio non è che un ladro e Tizio ha subito solo un danno patrimoniale” potrebbe venire da pensare. No. Pensaci meglio. Caio è un assassino, non un ladro.
    Ecco.

  10. Non sono d’accordo. Infatti, se tu comprassi la farina e ti aspettassi di riaverla cinquant’anni dopo, e la trovassi mangiata dagli insetti, potresti prendertela solo con te stesso perché non l’hai consumata prima. Secondo me tu ignori due principi:
    – le cose, naturalmente, si deteriorano con il tempo E richiedono una spesa per mantenerle in buono stato. Se per te il denaro equivale in maniera semplice a qualcosa di materiale (e per me non è così), allora devi accettare che anch’esso si deprezzi così come le cose materiali perdono valore nel tempo (per fare un altro esempio, prova a comprare una macchina e a pretendere che abbia lo stesso valore vent’anni dopo, anche se l’hai lasciata nel garage). Inoltre, chi ti custodisce il denaro, o gli oggetti, ti fa un servizio e come tale dev’essere retribuito. Altrimenti tieni i soldi nel materasso
    – nessuno può garantire completamente per il futuro. Se qualcuno ti ha promesso cento chili di farina fra vent’anni, ma quando il momento arriva una siccità ha distrutto il raccolto oppure il raccolto è talmente basso che dare a te tutti quei chili significherebbe far morire di fame qualcuno, in un caso non puoi materialmente e in un altro non puoi socialmente (perché la società non te lo permette) pretendere il tuo compenso. Il compenso è qualcosa che si risolve a breve termine: chi pretende una stabilità a lungo termine chiede qualcosa di tanto meno possibile quanto più tempo passa.

  11. La farina del diavolo finisce in crusca.

    Direi che questo motto è più che appropriato.
    Gaia, è tutto razionale, troppo razionale. E’ come la decrescita, non funziona perché semplice e personale. La storia dei Commons è una storia secolare di fallimenti. E’ sufficiente osservare la vita in condomini o in qualsiasi luogo di interessi e funzioni collettivi: se non esiste una responsabilizzazione diretta e costante (che significa anche norme e prassi repressive) la maggior parte delle persone adotta comportamenti irrispettosi ovvero viola i beni comuni per massimizzare il proprio interesse/utilità a breve.
    Quindi è la scala il punto cruciale: condizionare le persone con sistemi.locali praticamente adiabatici/autarchici nei quali le scelte dolose/colpose/irresponsabili ricadano prima possibile su chi le ha compiute. Ad iniziare da quelle biocide ed ecocide. In una piccola comunità saranno i membri stessi a controllarsi/stimolarsi/punirsi per conflitto virtuoso di interessi. In realtà l’etologia di specie tende da sempre a delocalizzare/collettivizzare costi/scelte sbagliate/inquinamento/lavoro.

    Dalla decrescita al localismo responsabilizzante con una eco-nomia responsabilizzante: da un’utopia all’altra.

  12. https://en.wikipedia.org/wiki/Tragedy_of_the_commons#Criticisms
    https://en.wikipedia.org/wiki/Elinor_Ostrom
    Così, perché sono troppo stanca adesso per fare una ricerca adatta a risponderti io 🙂

  13. Gaia: “Altrimenti tieni i soldi nel materasso”.

    Lo farei anche, perché non mi interessa la speculazione. Però… a cosa credi che servano operazioni come il cosiddetto quantitative easing e il cambiamento continuo del formato dei titoli di pagamento? I “topi nel granaio”, quelli che si fottono la farina del contadino che ha lavorato per coltivare il grano, sono molto bene organizzati, e sono delle pantegane molto muscolari. Tutto pianificato.

    Sai quale sarebbe la conseguenza diretta del seguire un ragionamento come quello che proponi? Che ciascuno dovrebbe limitare al minimo il proprio apporto lavorativo, ovvero il proprio contributo al benessere della collettività. Ad esempio, mettendola sul personale, visto il differenziale tra la quantità di valore che “produco” e quel che mi serve per vivere (sono molto parco), potrei lavorare circa un terzo di quel che faccio, il che significherebbe che tanti ragazzini potrebbero starsene a casa anziché venire a scuola (ammetto che potrebbero esserci anche dei lati positivi, se accadesse).

    Un altro modo di vedere la cosa, all’opposto, potrebbe essere la decisione di spendere tutto quel che guadagno, cessando dall’oggi al domani d’essere parco. In questo modo darei una bella spinta al consumismo più becero, per di più acquistando cose che non mi servono, laddove tra qualche decennio non potrò acquistare le cose che mi serviranno perché non ne avrò i mezzi. E’ ben vero che si sta discutendo una revisione del valore dell’eutanasia e che non è certo un caso se la si sta ridiscutendo proprio ora e non trent’anni o quarant’anni fa (pensa un attimo al baby boom italiano e alla pianificazione delle sue ricadute economiche e sociali scientemente implementate… e torniamo alle pantegane di cui sopra, esseri schifosi che ruberebbero senza darsi pensiero l’acqua a Tizio mentre attraversa il deserto).

  14. …m’è scappato più grassetto di quanto volessi. Solo “scientemente implementate” doveva essere in evidenza.

  15. Dimenticavo una cosa: le persone che promettono una rendita futura non sono le stesse che dovranno poi elargirla. Questo è uno dei problemi non solo di investimenti, welfare e pensioni, ma anche di stipendi e vitalizi: i “diritti acquisiti”, spesso stabiliti dalle stesse persone che poi ne usufruiranno (es. politici), restano vincolanti anche se erano completamente irrealistici o mancano le condizioni per erogarli.
    Riguardo a quanto dici sul risparmio: per me questo è un punto importatissimo, che hai abbastanza centrato. La gente dovrebbe lavorare di meno, perché ormai gran parte del lavoro che viene svolto è un danno per la collettività più che un vantaggio! Scoraggiare l’accumulo servirebbe proprio a far sì che le persone lavorino quanto serve o poco più, anziché molto di più.
    Io comunque non dico che non sia giusto accantonare qualcosa, se leggi bene quello che ho scritto. Qualcosa da parte può andare bene, ma adesso si esagera davvero. Inoltre, tanto del lavoro che svolgiamo è già esso stesso un investimento. Una casa costruita poco a poco, man mano che il nostro lavoro diretto o i nostri guadagni ce lo permettono, resta anche per i posteri. Lo stesso vale per una scoperta scientifica o praticamente qualsiasi altra cosa ben fatta.

  16. Gaia, puoi quantificare con una somma espressa in euro quel che intendi quando scrivi “qualcosa da parte può andare bene, ma adesso si esagera davvero”?

  17. Dipende, ovviamente. Un trentenne non ha lo stesso bisogno di mettere via di un settantenne, che però può avere più spese se gode di cattiva salute o non riesce a fare più certe cose da solo (ma il trentenne può avere figli da crescere). Un’altra variabile è questa: c’è chi fa un investimento man mano che gli arrivano i soldi, per esempio costruendo o arredando una casa, e chi invece mette via e poi paga tutto subito. Dipende anche dalle preferenze individuali: c’è chi preferisce godersi la vita senza pensare troppo al futuro (al proprio, per lo meno, perché a quello degli altri bisognerebbe pensare un po’ sempre, per non danneggiarli), e chi invece dà molta importanza a quello che sarà in grado di fare tra qualche anno. E poi io non voglio ergermi a giudice della somma esatta che è “giusto” accantonare. Diciamo che non dovrebbe mai essere abbastanza da permettere di smettere completamente di lavorare (salvo disabilità o età molto avanzata) e vivere di rendita. Quindi boh, qualche centinaio di euro al mese direi, ma a me interessa il principio più che la somma esatta.

  18. Qualche centinaio di euro al mese, dopo alcuni decenni diventano centinaia di migliaia di euro, ovvero una cifra che viene pesantemente falcidiata dall’inflazione, con una tassa occulta che ha la consistenza di alcune migliaia di euro l’anno. Considerando che le pensioni sono già state rapinate, una persona ha bisogno dell’accantonato per la sopravvivenza, come il viaggiatore nel deserto ha bisogno dell’acqua. Tassare in modo proprio (direttamente) o improprio (inflazione) l’accantonato è un modo per rendere impossibile la vita al termine della fase spremibile (sì, aggettivo da limoni) della vita di ciascuno, quindi un omicidio perpetrato dalle dirigenze e mascherato, dilazionato ed edulcorato in modo da sembrare altro.

    Se pensi che stia esagerando, prova a considerare l’attuale assetto previdenziale per chi ancora è in produzione (ovvero legato alla macina come un bue) e a fare due conti mettendo dei numeri in colonna. T’accorgerai che non esagero per niente.

  19. Come ho già scritto in passato, chiunque sia in grado di lavorare dovrebbe essere incentivato a farlo, poche ore, un lavoro decente, ma un lavoro di qualche tipo. Per cui, come ho spiegato, non credo esista nessun diritto ad accantonare denaro in modo da potersi ritirare completamente dalla vita attiva quando si è ancora in grado di contribuire alla società. Chi fa così pesa sulle spalle di chi ancora lavora.

  20. Be’, come ho spiegato io non sono d’accordo e continuo a considerare omicidi coloro che rapinano, con la violenza propria dei sociopatici malati di mentalità dirigenziale, anche i mezzi di sussistenza privata a chi li accantona “in proprio” (non potendo più contare su quella “solidarietà sociale” che è stata intenzionalmente e scientificamente smantellata). Che ci vuoi fare? Ci tocca convivere con questa differenza d’opinioni. Tanto le dirigenze continueranno a rapinare con i metodi che riterranno più opportuni, e sta certa che non si fermeranno di fronte alla sofferenza di alcuno, non importa quanto grande quella sofferenza possa essere.

  21. Ma tu conosci qualcuno che avrebbe diritto alla pensione secondo le regole vigenti e non la riceve? Sarò io che frequento solo fortunati, ma tutti, e sottolineo tutti, i pensionati che conosco prendono stipendi (dall’INPS, non privati) che o sono più che sufficienti per vivere o sono addirittura di lusso. Quindi non vedo traccia di questo smantellamento della solidarietà sociale nei confronti dei pensionati: semmai è stata smantellata per buona parte degli altri, ma questo è un discorso diverso.

  22. Io conosco la mia situazione di cinquantenne per il quale son già state messe nero su bianco regole del tutto arbitrarie che stabiliscono che starò legato alla macina fino ai 68 anni (se non muoio prima). Però so anche benissimo che chi ha tradito i patti alcune volte (alla situazione attuale si è arrivati per gradi, per non provocare “insurrezioni” — mica scemi) li può tranquillamente tradire n altre volte e, avendo compreso gli obiettivi di quei delinquenti, so che nei prossimi anni modificheranno ulteriormente le regole per spostare quatti quatti l’asticella. Hai presente la storiella dell’asino e della carota? Dunque, la mia capacità d’osservazione, che vale più di qualsiasi notiziario drogato, mi dice che posso affermare che le pensioni sono state abrogate per tutti coloro che fanno parte delle generazioni del baby boom (ottimo e abbondante materiale da spremere finché in produzione, quindi da buttar via quando inservibile) e, una volta avviato il meccanismo, per le generazioni successive.
    Metti in memoria queste mie affermazioni e ricordale tra vent’anni. Allora mi dirai se sono fondate o no.

  23. In passato mi sono espressa per l’abolizione della pensione, sostituita da un reddito minimo garantito a tutti e poi incrementato, ma senza superare una certa soglia, man mano che l’età avanza. Chi vuole di più può o lavorare di più, o, per l’appunto, provare a risparmiare (a suo rischio e pericolo, oltre una certa soglia).
    Non credo che i patti possano essere fatti a nome di un’intera collettività futura; non credo cioè che chi quando ti è stata promessa la pensione non era ancora nato possa essere obbligato a lavorare per garantirtela quando non ci saranno più le stesse condizioni del periodo in cui questa promessa è stata fatta. La nostra sopravvivenza dipende da noi, dalla società e dallo stato della biosfera, non da promesse irrealistiche scritte sulla carta.
    Se si voleva davvero risparmiare per garantire una pensione ai prevedibilmente numerosi baby boomers, bisognava non spendere prima, quando era già chiaro che la spesa era insostenibile e i danni ambientali gravissimi, e non svegliarsi adesso.
    Mi dispiace che tu sia stato spremuto. Se può consolarti, la mia generazione avrà un tenore di vita più basso (dal punto di vista materiale) di quello di cui hanno goduto le due generazioni precedenti, e i nostri figli, ammesso e non concesso che sopravvivano ai cataclismi futuri, ce l’avranno più basso ancora. E a quel punto conterà davvero poco quello che un parlamento aveva promesso qualche decennio fa.

  24. Preciso che secondo me tutti dovrebbero avere la possibilità di lavorare meno ore e cambiare lavoro facilmente, così da non rimandare il godimento della vita all’età della pensione, che come dici tu rischia di spostarsi sempre più in là.

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