la chichina

Se avete letto (come vi ho molto ripetutamente consigliato di far) Se niente importa di Jonathan Safran Foer, sapete che i tacchini allevati industrialmente non sono in grado di volare o di riprodursi. Sono delle macchine da carne la cui biologia è stata completamente stravolta allo scopo di massimizzare il guadagno degli allevatori. Sono già fortunati se riescono a sopravvivere alle prime settimane di vita; il sovraffollamento in grandi capannoni è più conveniente, nonostante l’alta mortalità, dell’allevare dei tacchini ruspanti e sani.

Le galline che ho comprato io, più modestamente, pare non siano in grado di covare. Se sia vero ancora non lo so; nel caso lo fosse, dato che vorrei “autoprodurre” anche i polli, mi serve una gallina che sappia fare la chioccia, una di quelle di una volta, prima delle incubatrici industriali.

E così un’amica un giorno mi ha portato una gallinella in regalo. È di razza peruviana e si dice che faccia le uova azzurrine; ha le piume nere con riflessi verdi, blu, violacei, un collo arancione e un ciuffetto nero sulla testa. Anche le zampe sono nere. È molto bella. Appena liberata nell’orto ha cominciato a svolazzare in giro, raggiungendo il giardino del vicino senza passare per il portone. Non si fidava di nessun umano, e quindi appena ha potuto è scappata. In tre le siamo corsi dietro fino all’ultima estremità del paese, dove l’abbiamo finalmente catturata solo grazie a un suo errore tattico – e a questo punto, arrendendomi all’impotenza umana davanti al potere di volare, mi sono lasciata convincere a tagliarle le penne delle ali. Qui entreremmo, come fece anche Safran Foer senza scendere nei dettagli tanto quanto avrebbe potuto, nell’argomento delle mutilazioni agli animali. In realtà il taglio delle penne, pratica a cui io fino a quel momento mi ero opposta, non fa male all’animale (è come tagliare le nostre unghie, più o meno), è reversibile, e in ogni caso per qualche motivo non serve a niente: svolazzano lo stesso. Ho già deciso che non tarpero più nessun’ala. Anche perché con le penne quando cadono vorrei farmi un cerchietto.

Uscendo in giardino per vedere come si stava ambientando la nuova pollastrella, mi sono trovata davanti una scena che non mi sarei mai aspettata. Le galline rosse la aggredivano. Terrorizzata, lei cercava di nascondersi tra i fitti aghi dei ginepri in giardino. Stava rintanata immobile, terrorizzata.

Guardandola provavo a immedesimarmi in lei: era terribile immaginarsi al suo posto. Pensate: cominciate un nuovo lavoro, entrate nell’ufficio e il primo collega che incrociate vi dà un pugno. Poi vi dà un pugno anche l’altro collega. Vi avvicinate alla macchinetta per un caffè – vi arriva un pugno. Vi sedete in mensa – pugno. Fotocopiatrice – pugno. Solo che tutta la realtà è così. Intorno a voi non c’è nessun altro che non sia qualcuno che vi mena appena vi vede.

Avevo davanti a me un animale strappato da tutto quello che era familiare, trasportato in un ambiente sconosciuto, isolato e aggredito. Vedendo la nuova gallinella acquattata in un angolo, sola e spaventata, mi sentivo tremendamente responsabile della sua infelicità. Non sapevo cosa fare. Tra l’altro, dato che le altre galline la tenevano lontana dalla ciotola, temetti addirittura che morisse di fame.

Solo dopo, parlando con altre persone, ho scoperto che era tutto normale, e che molti separano le galline nuove da quelle vecchie finché non si abituano le une alle altre. Anzi: ho sentito storie ben peggiori. Ma in quel momento non lo sapevo.

La mia prima reazione fu quella che avrei adottato nel caso di interazioni con umani: la predica.

Siete due stronze”, dicevo, mentre rovesciavo il cibo nelle ciotole. “Non ve lo meritate. Razziste. Solo perché è nera. Che delusione mi date…” Eccetera, in tono sconsolato.

Questo non era molto utile. Ho anche pensato di intervenire fisicamente, con qualche colpetto ogni volta che beccavano l’altra, ma non mi sembrava efficace. Non essendo un etologo non avevo idea della reazione interiore delle galline alla punizione a seguito di un misfatto. Così, a occhio, direi che non hanno l’area del cervello che recepisce i rimproveri. Per mero sfogo, continuavo allora ad arrabbiarmi verbalmente. “Pollo alle mandorle”, dicevo guardandole, “pollo con patate… ceasar salad con il pollo, pollo arrosto…” Loro mi guardavano, rispondevano: “coooo…”

Nonostante tutti i miei insulti, mi rendevo conto che non potevo accusare le galline di nulla. Anzi: mi trovavo di fronte a un interrogativo inquietante. Siamo pronti a credere che quando gli animali fanno qualcosa che non ci piace – uccidono i cuccioli, attaccano l’uomo, si aggrediscono tra loro – sono motivati esclusivamente dall’istinto. Fanno così perché non possono fare altrimenti, perché la loro unica moralità è la sopravvivenza e quindi la trasmissione dei loro geni e quindi ogni aggressione o autodifesa è “naturale”. Qualsiasi gallina al posto delle mie avrebbe beccato la nuova venuta. Al limite le differenze tra animali si riconducono al carattere: non è che il cane che ti morde è più cattivo di quello che ti scodinzola – è solo fatto così. Eppure molti di noi umani, anche molte persone che cercano di agire moralmente, o secondo dei princìpi, amano gli animali. Ma è possibile amare qualcuno che non è in grado di… non so neanche come chiamarlo. Trascendere il proprio istinto? Sacrificarsi per gli altri? Essere gentile? E se non è possibile, allora non dovremmo nemmeno amare i neonati, le persone in coma, certi tipi di malati mentali, insomma tutti coloro che, a quanto pare, perdono o non possiedono le facoltà morali o sentimentali che noi invece sappiamo di avere. Se si può amare solo riamati, chi non è in grado di scegliere l’amore e di agire di conseguenza non dovrebbe ricevere questo sentimento. Se, invece, si può amare a senso unico, o addirittura respinti, nella cura degli animali, così come in quella di esseri umani che non sono in grado di ricambiare, l’unica cosa da fare è cercare di proteggerli e basta.

Mi chiedevo anche, e questo è ancora più spaventoso: siamo gli unici animali morali su questo pianeta? Siamo gli unici in grado di provare compassione per gli estranei, proteggere i più deboli che non siano nostri figli, condividere il cibo senza esservi costretti… e se sì, se siamo gli unici, tutto quello che c’è attorno a noi e che non è noi, che cos’è?

E se sì, perché l’unica specie morale è anche la più distruttrice di tutte? Non solo di quello che lei non è, ma anche di se stessa. Se la nostra capacità di essere morali ci rende superiori, allora la quantità di sofferenza che causiamo pur potendo scegliere di non farlo ci rende i peggiori di tutti.

Una cosa curiosa della violenza inter-pollesca è che le galline non rispondono. L’unica cosa che fanno è scappare. Vedi due bestie più o meno uguali, o magari una anche più grande di un’altra, e una delle due scappa appena viene beccata o anche soltanto minacciata da un’altra, persino se è più piccola e quindi, in teoria, facilmente battibile. La gallina sa stare al suo posto. Forse questa è la loro moralità: il rispetto della gerarchia. Aspettare il proprio turno per mangiare, non fare uso della forza quando non serve, preferire una pacifica convivenza. Conservare le energie per la riproduzione. Capirete che questo non corrisponde tanto alla mia idea di società, ma ho anche imparato, come vedrete poi, a non imporre le mie idee sui polli.

Ad ogni modo, l’unica idea che mi venne per risolvere il problema della violenza nel pollaio, idea suggerita da una signora di qui, fu di procurare alla gallinella un’amica, così che almeno non fosse più così sola al mondo. Il giorno dopo, mio padre mi portò una combattente inglese nata nel suo pollaio.

Preciso che mio padre non fa combattere i galli, ha solo qualche esemplare di quella razza. Si tratta di galline davvero piccole, muscolose, asciutte, con due zampe grandi; me ne portò una nera, marrone e color miele, ancora giovane.

Con trepidazione aprii la cesta in cui era arrivata e la liberai nel giardino. A questo punto avrete capito da soli cos’è successo dopo. Le galline rosse l’hanno beccata. E anche quella nera.

Mi misi le mani nei capelli.

Cosa ho fatto…”

E: come cambia la percezione di qualcuno quando passa dall’essere vittima all’essere carnefice…

Come vi ho detto, però, era tutto normale. Piano piano, la gallina nera cominciò ad ambientarsi. Ora era la piccolina, che era piccola veramente, la metà delle altre, a nascondersi spaventata in fondo al giardino. Avrete capito che, un po’ alla volta, ogni giorno meglio di quello prima, si adattò anche lei. Solo che restava comunque in fondo alla gerarchia. Ogni tanto sentivo il suo squittìo quando una delle altre galline la beccava per allontanarla dalla sua ciotola. Ha preso coraggio, anzi, fedelmente al suo nome, è di tutte l’unica che mi becca. Mi sento ancora in colpa per averla messa in questa situazione: immaginate di vivere in un condominio in cui sono tutti alti tre metri. E vi odiano.

L’unico ulteriore rimedio possibile, visto che continuare ad aggiungere galline non faceva che peggiorare la situazione, mi sembrava completare il pollaio con un gallo che le sistemasse tutte quante.

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9 risposte a “la chichina

  1. Natura Madre, maestra di etica e di vita.
    (qui si riapre l’ennesima volta il conflitto tra morale ed etica).

  2. Ha, ha, ha!!! Ancora una volta replichi osservazioni che feci io stesso qualche anno fa dopo aver studiato per parecchio tempo le galline di mio cugino, che si comportano esattamente come descrivi anche in presenza d’un gallo (lascia perdere la tua trovata, almeno se la intendi come metodo per risolvere una situazione che si risolverà da sola con l’accettazione delle soccombenti del loro ruolo di “paria avicoli”). Visto che stai scalando la china delle osservazioni etologiche e non fai che riscoprire quel che ho già scoperto, voglio “omaggiarti” il frutto delle mie esperienze mettendoti in guardia: nonostante le apparenze determinate dalle “sovrastrutture” tipiche della nostra specie, non siamo molto diversi dalle galline. E neppure dai tacchini. Ho ormai oltre trent’anni di osservazioni ed esperienze sul campo, alle spalle, che derivano dal mio lavoro di insegnante, per cui non parlo a vanvera (anche se ai puristi antropocentrici piace affermare il contrario).

    Ah, aggiungo che anche per noi, le “galline rosse” (le nostre amate dirigenze) hanno deciso che “il sovraffollamento in grandi capannoni è più conveniente, nonostante l’alta mortalità, dell’allevare umani ruspanti e sani”. Quelle stesse dirigenze stanno immettendo nel pollaio, come tu hai provato a fare, galline su galline “altre”, con una differenza rispetto al tuo caso: sanno esattamente cosa aspettarsi — stanno semplicemente perseguendo degli obiettivi.

  3. A proposito della capacità di cova: le galline stressate dalla vita in un pollaio difficilmente si fanno chiocce. Accade più frequentemente per le galline che hanno a disposizione spazi ampi e che possono sottrarsi agevolmente alla pressione delle loro simili. Inoltre… se non hai un gallo cosa dovrebbero mai covare le galline? E ancora: un gallo in un pollaio rischia di diventare fonte di problemi e malanni per le galline costrette (dalle pareti del pollaio) a convivere con lui.

    Se vuoi la controprova, vedi cosa succede liberando le tue galline in uno spazio dove le nuove inserite possano agevolmente fuggire. Vedrai che le “risse” si trasformeranno inizialmente in semplici fughe di pochi metri, fino a scomparire gradualmente quando i gruppi impareranno a rispettare gli spazi altrui. Aggiungendo un gallo in quelle condizioni, penso proprio che potrai avere le tue chiocce in tempi ragionevoli, quindi anche i tuoi pulcini. La parola magica, oltre a “cibo” (e neppure tanto, perché le galline libere sono abbastanza autosufficienti e necessitano giusto di qualche integrazione) e una: SPAZIO.

  4. Su questo ti rassicuro: le galline hanno spazio. Le tengo proprio per dare loro condizioni migliori di quelle che avrebbero in un allevamento, anche biologico. Solo che di notte le devo chiudere per forza, altrimenti se le mangia la faina (cosa che quassù accade regolarmente). D’inverno le notti sono molto lunghe. Sto anche pensando di separare le galline rosse dalle altre con un pollaio diverso per la notte, ma ci vuole tanto tempo e tanta rete…

  5. Forse non siamo l’unica specie che aiuta/ama membri di altre specie…

    Di sicuro siamo la specie che ha le competenze più distruttive nei confronti dei propri simili e dell’habitat in cui prospera (sigh).

    Alla fine della tua esperienza, mi aspetto un saggio critico sull’etica nicomachea pollaiotica o quanto meno una gustosa ricetta!

  6. P.S. Ho perso i due punti nel selettore di protocollo del link, che pertanto non funziona…. ma forse è meglio così 🙂

  7. Gaia: “Su questo ti rassicuro: le galline hanno spazio.”

    Ottimo. Se vuoi che qualcuna si faccia chioccia devi anche provvedere le condizioni perchè possa farsi il nido, o qualcosa che gli somigli. Un angolo dove si possa sentire assolutamente al sicuro, non disturbata da alcuno (te compresa).

    Gaia: “…di notte le devo chiudere per forza, altrimenti se le mangia la faina”

    Questo non è un problema. Le galline, anche libere, si “ricoverano” al riparo anche da sè, quindi non stai facendo altro che assecondare la loro indole.

    Gaia: “Sto anche pensando di separare le galline rosse dalle altre”

    Per quel che ne so non è necessario. Quel che le rende “intolleranti” non è la razza, è l’estraneità. Se ben tu tentassi di “integrare” (la scelta dei termini non è casuale) un’altra rossa otterresti lo stesso risultato: la nuova venuta sarebbe messa all’angolo in malo modo. I “problemi” di fondo sono lo spirito di gruppo delle galline già presenti e il loro senso del territorio — le vecchie si sentono invase e attaccano, la nuova (essendo che le galline non sono aggressive) vorrebbe fuggire dal territorio altrui ma non può farlo perché è rinchiusa, per cui si rintana e subisce. E’ tutto normale, in effetti non sono “problemi”, sono gli schemi comportamentali delle galline. A dare alla cosa un’aria apparentemente patologica è la presenza delle costrizioni, delle recinzioni che rendono impossibile l’esprimersi dei comportamenti naturali (dove l’aggressività è ridotta a simbolo, a “gioco di ruolo”, senza che alcuno si faccia male).

    Comunque sia, avrai modo di farti una cultura in merito, e ti garantisco che non sto scherzando, né ti sto prendendo in giro.

  8. Michele: adesso sono curiosa del link! Riguardo alle ricette, vengono tutte più buone con le uova di cortile 🙂
    Ugo: sì, non vorrei separarle perché di colori diversi ma perché le prime arrivate non perdonano. Ho visto che hanno gli stessi problemi quelli che mischiano galline più giovani a galline più vecchie della stessa razza, e infatti le tengono separate nei primi tempi. Le nuove di giorno scappano, anche se in molti momenti stanno vicine senza problemi, soprattutto quando non mangiano, ma siccome di notte devono stare tutte assieme forse è meglio dividerle (comunque manca ancora almeno una puntata, forse due se arriviamo tutti quanti alla primavera).

  9. > non siamo l’unica specie che aiuta/ama membri di altre specie…

    L’etologia indica molti casi di assistenza reciproca, di solidarietà animale e anche una dimensione spirituale per alcuni animali che sono consapevoli del concetto di morte.
    L’etologia e la biologia però indicano anche che…

    1
    spesso non solo non ci sono ma che il territorio/clan è molto più importante della solidarietà intraspecie (molto interessante i racconti sui lupi in “la via dei lupi” di Marco Albino Ferrari sul fatto che lupi che sgarrano ed entrano in territori di altri branchi vengono soppressi).

    2
    L’etologia degrada e sparisce quando spariscono gli spazi vitali o si riducono sotto certi livelli. Questo è noto e straordinariamente documentato, ad esempio, nel caso della zootecnia intensiva.
    Tempo addietro avevo riportato un caso in cui ci sarebbe da ridere se non fosse che non c’è proprio un cazzo da ridere.

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