tornando sull’argomento

Spero di aver convinto almeno alcuni di voi a leggere Se niente importa di Jonathan Safran Foer. Spero anche, con intensità minore, che vi ricordiate che avevo lasciato il discorso parzialmente in sospeso. Quel libro mi ha ispirato non, come sarebbe ovvio, a diventare vegetariana, ma a fare l’unica cosa che l’autore esplicitamente critica. Non ci sono ancora arrivata ma ci sto lavorando.

Io la penso come [spoiler] la vegetariana che alleva vacche da macello: al momento, un mondo in cui tutti sono vegani è troppo di là da venire, forse addirittura impossibile, e quindi la cosa migliore che si può fare è garantire che almeno una parte degli animali che vengono mangiati in ogni caso abbia avuto una vita e una morte decente. Questo vale, ovviamente, solo per chi non è del tutto contrario all’idea di mangiare un animale, e io infatti non lo sono.

Nonostante questo, da quando ho letto il libro sono diventata ancora più difficile con il cibo, e ho rifiutato tutta la carne di cui non fossi in grado di verificare la provenienza. Il sito internet del Fatto Quotidiano e, più recentemente, Anno Uno hanno mostrato immagini di “macelli dell’orrore” in Italia, e di allevamenti in cui i maiali erano ammasati in condizioni orribili e mangiavano praticamente nella loro stessa merda. Io non li ho visti, altre persone sicuramente sì, e così possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che certe pratiche di maltrattamento sistematico degli animali non sono esclusivamente americane. Anzi: se c’è una differenza tra Stati Uniti e Italia, e forse tutta l’Europa, è proprio che qui non si salva nemmeno l’allevamento familiare. Anzi: se un macello si può regolare, nessuno di fatto impedirà a un privato cittadino di tenere le galline in gabbie anguste e di ucciderle facendo roteare lentamente una forbice nell’orecchio per far uscire il sangue. Tradizionalmente, in campagna le vacche erano sempre chiuse nelle stalle e in montagna i maiali intrappolati in stanze buie e minuscole da cui uscivano solo per morire. Ho sentito storie davvero raccapriccianti su cosa fanno i campagnoli e i montanari ai loro animali. La mancanza di una cultura di rispetto per l’animale, persino – o meglio soprattutto – nelle zone più rurali, la densità di popolazione e la mancanza di leggi e controlli hanno fatto sì che le condizioni normali per l’allevamento domestico siano state, almeno in Italia e almeno negli ultimi secoli, la prigionia, gli spazi angusti e innaturali, e l’arbitrarietà del trattamento. Nonché una morte orribile. Sono trattati molto meglio gli animali che vengono cacciati piuttosto che quelli che sono allevati, fatta salva l’uccellagione che comunque dovrebbe essere proibita. Infatti, io ormai mangio quasi solo cacciagione.

Su quale piano, allora, bisogna agire per proteggere gli animali non solo dalla violenza sistematica ma anche dall’insensibilità dei loro proprietari? Su quello delle leggi? O non è forse anche l’eccesso di regolamentazione che ha creato l’allevamento industriale a discapito di quello su piccola scala? Io mi ritengo una paladina dell’autoproduzione di cibo, ma mi rendo perfettamente conto che ci sono dei grossi problemi anche in questo sistema: è difficile controllare la quantità di pesticidi, fertilizzanti e acqua che il pensionato con l’orto consuma, ed è ancora più difficile proteggere gli animali. Io non sono sfavorevole a leggi anche in questi casi, e a controlli, purché le norme siano ragionevoli e basate su criteri oggettivi, e il costo e l’iniziativa del controllo sia a carico della collettività – altrimenti sarebbe impossibile avere un orto o tenere delle galline.

Sul piano culturale, allora? Sicuramente. Ma non è una cosa semplice. Non servono a nulla le leggi se il popolo non è disposto ad applicarle; ma una cultura che giudica negativamente alcuni comportamenti non può nulla contro chi di questa cultura o dell’opinione altrui se ne frega. Per fortuna, le due cose sono legate e da una può nascere l’altra.

Soprattutto, per cambiare la cultura in campi come questo, o forse in tutti i campi proprio, non basta predicare. Bisogna offrire un esempio. E qui mi avvicino a quello che vorrei raccontarvi.

Jonathan Safran Foer è uno scrittore, un iper-cittadino, un consumatore. Si rivolge quasi esclusivamente ad altri consumatori. Scrivendo, forse non ha pensato a qualcuno come me; anzi, in uno dei passaggi che mi hanno lasciata più perplessa, irride addirittura chi pensa di risolvere il problema prendendosi la briga di ammazzare un animale con le sue mani per vedere se riesce a sopportarlo. Forse le sue argomentazioni sono corrette: forse non tutti riescono a fare tutto quello che è giusto e solo quello che è giusto. Ma, essendo la delega uno dei più grossi problemi delle nostre società democratiche, forse c’è una grande moralità nell’abolirla il più possibile e nel prendersi la responsabilità non solo delle nostre azioni, ma anche di quello che finora era fatto con la nostra complicità e il nostro compenso. Vuoi mangiare il maiale? Vuoi dare le crocchette al tuo gattino? Bene: ecco un coltello. Se non lo sopporti, forse dovresti smettere anche di lasciarlo fare a qualcun altro.

(Dice una che delega persino lo spiaccicamento delle limacce in giardino)

(Mi si potrebbe obiettare che c’è anche gente che non sopporterebbe di assistere a un’operazione chirurgica, ma non per questo chiuderebbe gli ospedali. È diverso, però: un conto è essere turbati o schifati da qualcosa, un conto provare la sensazione di aver assistito al compimento di un atto riprovevole)

Ma anche senza commettere l’atto dell’uccisione noi stessi, è almeno necessario capire se si è in grado di accettarlo: se vivendo da vicino con degli animali, fossero anche polli e maiali, ci si affeziona così tanto da non sopportare di ucciderli, ad esempio. Qui tante persone lasciano morire le proprie galline di vecchiaia, salvo poi comprare il pollo in macelleria come se non fosse lo stesso animale a cui vogliono tanto bene quando lo conoscono personalmente. Una cosa che posso fare, nel mio piccolo, è non essere io a comprare quel pollo. Un’altra, però, è provare a far sì che quel pollo sia il mio.

L’idea che Jonathan Safran Foer mi ha messo in testa senza volerlo è che l’unico modo per risolvere il dilemma morale davanti al quale mi ha così eloquentemente posta è agire sulla produzione.

Mi rendo conto che è molto difficile. Un europeo, un europeo del Sud in particolare, non può nemmeno immaginare l’immensità degli spazi del continente americano – le foreste senza fine, le lunghe ore sulla strada senza mai vedere una casa, l’immensa terra, l’immenso oceano. L’Italia è piccola, montagnosa, densissima e sovrappopolata. Non c’è spazio per le persone, figurarsi per gli animali. Sono in montagna, in una valle che ha perso buona parte della sua popolazione recente, e lo stesso non so dove mettere gli animali. Le stalle stanno tutte diventando case (una delle mie prossime battaglie), il maiale dà fastidio (una volta girava per le strade e tutti lo chiamavano per nome – lo stesso nome ogni anno, cambiava il maiale) e ho perso il conto di quante persone mi hanno detto che hanno dovuto ammazzare il gallo perché dava fastidio.

Una delle cose che mi piacerebbe fare nella vita, se ne avrò il tempo, è liberare le vacche. Le vacche per me sono il simbolo, in maniera speculare a quello che Safran Foer descrive per l’America, della prigionia degli animali che producono il nostro cibo. Una mia idea fissa è ripristinare il pascolo per le vacche in collina e pianura. Gli ostacoli principali sono la mancanza di terreno libero (perché sprecarlo per delle mucche quando ci si possono costruire utili parcheggi?) e le opposizioni dei vicini, stando se non altro alle storie che ho sentito. Tutti vogliono il latte e le uova ma nessuno vuole i galli o le mucche sotto casa.

Vorrei poi ripristinare il pascolo per i polli, i maiali, i tacchini, le oche, le anatre, le faraone… e poi un giorno vorrei veder passare una legge che proibisce di tenere gli uccelli in gabbia, e i pesci negli acquari, ma adesso sto veramente esagerando – di sicuro, però, se non è giusto imprigionare gli animali per il cibo men che meno può esserlo imprigionarli per il nostro piacere.

Il dibattito, al momento, si concentra principalmente sulla carne, sul pesce e sul pellame (per chi si ricorda che anche le scarpe e le cinture sono fatte di esseri viventi). Sarebbe bello allargarlo a tutti gli animali – la nostra società è un tale groviglio di ipocrisie, di questi-morti-valgono-più-di quei-morti, di questa-malattia-grave-ci-spaventa-più-di-quell’altra-malattia-grave, che un simile esercizio, un’applicazione dello stesso principio a situazioni simili, non potrebbe che farci bene.

Comunque, sto provando a fare qualcosa, un po’ alla volta. Nei prossimi post mi propongo di raccontarvi, se vi interesserà, le mie esperienze finora.

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