un solo modo

C’è un episodio, nel Vangelo, in cui “un tale” si avvicina a Gesù e gli chiede: maestro, cosa devo fare per avere la vita eterna? Gesù gli ribadisce tutti i comandamenti: non uccidere, non rubare, eccetera. Lui risponde: queste cose le faccio già, da sempre. Allora Gesù dice: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e vieni con me. Il tizio si scurisce in volto, si prende male e se ne va, perché era ricco.

(Dal Vangelo di Marco)

Mi riservo di utilizzare questa storia ancora in futuro, perché secondo me è davvero emblematica dell’ambientalismo odierno, dell’ambientalismo moderato, l’ambientalismo del sacrificio tollerabile. Una versione moderna della storia potrebbe cominciare con un occidentale, o un qualsiasi rappresentante della classe media o alta ovunque nel mondo, che dice: maestro buono (o maestra buona), cosa devo fare per salvare il pianeta? Le solite cose, gli verrebbe risposto: non buttare via il cibo, non comprare cose che non ti servono, vai in bicicletta… Lo faccio già!, direbbe questo sollevato. La risposta del maestro, allora, potrebbe essere: una cosa sola ti manca, vivere senza petrolio. Questo significa niente automobile, quasi mai vacanze, provare a coltivare il cibo da te senza macchinari né fertilizzanti o pesticidi di sintesi, rattoppare a oltranza i vestiti, scordarsi lo smartphone, scordarsi di vedere ogni mese tuo figlio che vive all’estero, scordarsi i venti gradi d’inverno e l’aria condizionata d’estate… in realtà la lista che potrebbe fare questo ipotetico Gesù del ventunesimo secolo metterebbe in difficoltà anche il figlio di Dio: TUTTO quello che sostiene il nostro stile di vita, tutto quello che diamo per scontato deriva in qualche modo dai combustibili fossili. Compreso il computer da cui vi sto scrivendo.

Io oggi vorrei sfogarmi perché mi sento molto sola anche tra gli ambientalisti come me. Non voglio mettermi su un piedistallo: come dico sempre, sono perfettamente conscia delle difficoltà oggettive che incontra chi deve sopravvivere, e crescere dei figli, e se dovesse rinunciare alla macchina o a internet o al cibo a buon mercato si troverebbe in seria difficoltà. Al tempo stesso, è davvero possibile vivere non solo con meno, ma anche senza quello che consideriamo indispensabile ma non lo è. Le vacanze non sono indispensabili; men che meno è indispensabile farle ogni anno. Non è indispensabile la carne, soprattutto quella industriale; buona parte degli oggetti che vi circondano probabilmente non vi serve, e, se vi serve, sicuramente ne avreste trovati di equivalenti usati.

Ma c’è dell’altro ancora: ho notato che anche chi sta costruendo questo stile di vita alternativo e si ritiene all’avanguardia, e quindi si pone implicitamente o esplicitamente come modello, dipende completamente dal petrolio. Soprattutto nelle zone rurali e montane, è quasi impossibile trovare un coltivatore biologico o biodinamico, un permaculturista o un vegano che non usi l’automobile o qualche altro mezzo motorizzato quotidianamente – e non abbia clienti che sostengono la sua attività e fanno altrettanto. Conosco persone molto attive nella produzione di cibo sostenibile che si muovono da un campo all’altro con l’automobile, e che tengono rapporti assidui non tanto con chi vive accanto a loro, che non li capisce, ma con amici affini che spesso vivono a decine di chilometri di distanza. Da una parte, il territorio è talmente malconcio e frammentato che è quasi impossibile coltivarlo in modo contiguo; d’altra parte, queste persone spesso viaggiano anche per piacere, hanno più di due figli, o tengono insomma comportamenti che violano le basi stesse, dichiarate, della loro vita. Queste cose ovviamente le fanno anche tutti gli altri, da cui ce lo si aspetta; ma se l’avanguardia è solo mezzo passo avanti rispetto alla retroguardia, come possiamo arrivare lì dove dobbiamo arrivare?

Mi dispiace se sembra che io giudichi; il fatto è che, a differenza di Gesù Cristo che parlava a nome di Dio, io più modestamente mi appello alla scienza. La scienza ci dice molto chiaramente che il consumo di combustibili fossili

1. non è sostenibile a questi ritmi perché stiamo consumando milioni di anni di lavoro geologico in pochi secoli

2. sta riscaldando il pianeta, letteralmente uccidendo i mari, cambiando il clima, riempiendo terra, aria e acqua di sostanze tossiche e spesso cancerogene, mettendo in seria crisi la produzione di cibo e tutti gli ecosistemi della terra

3. sta contribuendo a mantenere un tenore di vita così alto che gli impatti si fanno sentire anche in altri ambiti, perché senza l’energia e il calore a basso prezzo forniti da petrolio, gas e carbone noi non potremmo avere così tanti oggetti, tecnologie così energivore, un’automobile a testa, case così grandi…

Inoltre, e questo è un punto più controverso, non esiste nulla veramente in grado di sostituire i combustibili fossili nella quantità e nel tipo di utilizzo attuale, e anche se ci fosse a lungo andare creerebbe problemi simili o addirittura peggiori. I blog cui solitamente vi rimando ospitano ampie discussioni su questo tema, che io non ho le competenze per trattare qui (già che ci sono ne segnalo un altro).

Ho letto più volte di scienziati che, davanti alle proprie scoperte su quello che i nostri consumi fanno al pianeta, entrano in crisi: piangono mentre espongono i risultati dei loro studi, vivono rapporti sempre più tesi con amici e familiari, diventano attivisti, si rifiutano di prendere l’aereo… In campi come questi, la scienza non può essere mero metodo e mera scoperta: lo scienziato è anche uomo, e la sua coscienza gli impone di trarre le debite conseguenze da quello che prima non sapeva, e ora sa.

Io sto provando a vivere non senza petrolio, perché non ci riesco, ma consumandone meno possibile. Riducendo quasi a zero il consumo di carne e pesce, allevando galline e comprando latticini locali, facendo esperimenti nella produzione di cibo più sostenibile possibile; consumando poca elettricità, riscaldando con la legna che almeno è rinnovabile (ma non il petrolio usato per tagliarla), facendo durare le cose più possibile e soprattutto restando quasi tutto il tempo ferma dove sono e spostandomi a piedi. Questo è il punto fondamentale: i trasporti – di persone, ma anche di merci. Qui casca l’asino. Non è solo nei trasporti che dipendiamo dal petrolio, ma sicuramente un futuro senza combustibili fossili a buon mercato non può essere un futuro in cui si va in macchina a fare due chiacchere con il contadino biologico in Austria, si va a vivere in un paese di tre abitanti con l’orto per tutti e si prende l’automobile per fare la spesa, si visita un ecovillaggio in Scozia o si coltiva un campo (biologico!) a trenta chilometri da casa. Siccome io non sono Gesù Cristo, non solo questo faccio fatica a dirlo in faccia a persone molto benintenzionate, ma le poche volte in cui lo dico ottengo più irritazione che una tacita ammissione di colpa. Oppure, mi faccio odiare. In generale, la risposta è: io non ce la farei a vivere altrimenti. Io devo vivere così. Quindi sei tu che ti sbagli.

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20 risposte a “un solo modo

  1. Il mondo non lo cambi tu e non lo cambio io, particolarmente se consideri che “il mondo” (umano) oggi significa numeri a 10 cifre che si apprestano a diventare 11: qual è il tuo peso, considerato il totale? Te lo dico io — tendente a zero. Di fronte a una massa simile sei totalmente disarmata.

    Anche volendo considerare che il mondo è gigantesco e che quel che succede agli antipodi puoi pure ignorarlo, rimane il fatto che, anche a fronte delle quantità a sei o sette cifre che caratterizzano le nostre province, il tuo peso continua a tendere a zero.

    Una brutta botta per l’autostima, ma la verità è che tu (ed io altrettanto) non conti nulla.

  2. Cara Gaia,

    io credo che il nocciolo del problema sia quello di realizzare una massa critica. Fino a quando si vive in una società che funziona e gira coi tempi della tecnologia del petrolio, è veramente difficile restare integrati facendone senza. Ti faccio un esempio: giovedì ho dovuto partecipare ad un corso a Caserta, e mi sono imposto di arrivarci con i mezzi pubblici, per i motivi che ben conosci. Beh, sono dovuto uscire di casa alle 6.45 di mattina per poter raggiungere la stazione alle 7.30 e arrivare a Caserta alle 9.00. Tieni presente che la distanza chilometrica tra Napoli e Caserta in linea d’aria è di 27,05 km, e di 36,7 km in automobile. Il viaggio è stato un disastro, perché qui col trasporto pubblico forse si stava meglio ai tempi di Ferdinando II. Utilizzando un 737-400, che di petrolio ne consuma parecchio (eppure è tecnologia sorpassata: è più vecchio di me!), nello stesso tempo avrei raggiunto Monaco di Baviera. Ora tu comprenderai bene che se io facessi parte di un team che si spostasse solidalmente in auto, i miei eccessivi tempi di percorrenza sarebbero assolutamente mal accettati. La domanda è sempre la stessa: ma scusa, non puoi prendere l’auto anche tu? Non puoi avere Whatsapp anche tu? etc. etc.

    Non usare il petrolio e le tecnologie da esso derivate, al giorno d’oggi, significa diventare immediatamente poco competitivi. Ma non sul mercato del lavoro o in campo economico: proprio quasi in tutto. Il mondo che ci è stato costruito attorno è così intriso e innervato di prodotti nella cui catena produttiva le energie fossili hanno un ruolo predominante, che è quasi impossibile tagliarsene fuori. Il risultato è il seguente: le persone che riescono a farlo – a recidere il cordone ombelicale con Petrolio & Co. – sono persone che, in un modo o nell’altro, riescono a disconnettersi dai doveri dell’interazione sociale. Fondamentalmente lo fanno in due modi: o sono persone molto abbienti, che riescono a vivere mantenendo uno stile di vita elitario, essenzialmente delegando le «worst oil practices» ai subalterni che li circondano; oppure sono persone assolutamente indipendenti, che si allontanano dallo stile di vita dell’«oil addicted world» mettendo in pratica una sorta di eremitaggio, visto che devono passare buona parte della loro giornata a fare salti mortali per evitare interazioni che abbiano come conseguenza diretta o indiretta il consumo di combustibili fossili. Se volessimo esemplificare, da una parte c’è il riccone che sceglie (vantandosene) un’esistenza totalmente ecosostenibile perché non ha problemi di tempistica, di scelte di beni di consumo, di stili di vita; dall’altra il guru ecologista che, per propria coerenza, riesce a vivere in autarchia coi prodotti del proprio orto.

    Purtroppo, in mezzo a questi due poli estremi, non c’è spazio per l’uomo comune, che non ha l’orto, non dispone di un grosso ventaglio di scelte, e deve rispondere socialmente a tantissime controparti che se ne infischiano altamente delle sue convinzioni ecologiche. E se l’individuo è costretto ad interagire con un sistema che non gli propone alternative percorribili – ma anzi, nel nostro caso lo esorta e lo irretisce in seduzioni fossil-tecnologiche sempre più spinte – è facile prevedere che mai e poi mai egli avrà la forza e l’interesse di cambiare stile di vita.

    Qualche giorno fa, commentavo con i miei figli le immagini di alcuni bambini che, per raggiungere le rispettive scuole, devono percorrere tragitti assurdi e pericolosi utilizzando precari mezzi di fortuna (i classici discorsi da genitore rompico**ni: pensate a quanto siate fortunati, a poter raggiungere la scuola con facilità!). Tra me e me rimuginavo a quale potesse essere lo stato emotivo-psicologico dell’insegnante, ogni qualvolta si fosse aperta la porta cigolante per accogliere nel bel mezzo della lezione un ulteriore alunno: deo gratias! Eccone un altro che anche oggi ce l’ha fatta ad arrivare sano e salvo.

    In un mondo in cui tutti devono affrontare le stesse difficoltà per raggiungere un obiettivo sociale condiviso (raggiungere la scuola in tempo per l’inizio delle lezioni), è evidente che i comuni e frequenti insuccessi condivisi da tutti sono anche accettati da tutti, a cominciare dagli insegnanti. Ma cosa succederebbe nella stessa scuola, se all’improvviso comparisse una bella strada asfaltata che la congiungesse al centro del villaggio, e tutti i bambini (eccetto uno, Gajananvihari, il solito sfigato col papà troppo povero) si ritrovassero in famiglie automunite? Io immagino che i ritardi di Gajananvihari, che deve comunque percorrere chilometri a piedi – anche se ora su strada asfaltata – non sarebbero più così ben tollerati. Gajananvihari, sei l’unico della classe che arriva *sempre* in ritardo. Perché non ti fai accompagnare da Saatatya, la cui casa è lungo il tuo cammino?

    Tranne rare mosche bianche, siamo tutti tanti Gajananvihari che hanno ciascuno la propria maestra personale cui devono dare conto. Abituati ad adoperare le soluzioni che ci fornisce la maestra, senza darci troppo pensiero utilizziamo quelle, e nel paese dopo un po’ tutti hanno l’auto, anche le famiglie più povere. E se qualcuno viene a sindacarci del perché adesso continuiamo ad utilizzare l’auto, anche ora che il cielo da azzurro è diventato grigio e il villaggio è tutto bitume e cemento, ognuno di noi risponde: e come faccio ad arrivare a scuola in tempo? Mica posso andare a piedi e fare tardi!

    Fino a quando non faremo massa critica – almeno di non instaurare una dittatura oligarchica – gli stili di vita non cambieranno mai.
    E che non cambino, come mi pare di capire, preme a molti. Senza tenere poi conto dell’inerzia tipicamente umana al cambiamento, e del fatto che costa non poco perdere cattive abitudini, soprattutto se sono comode ed egoistiche.

    Perciò ben venga chi pensa e parla di strade alternative, anche a costo di apparire uno scomodo Messia.

    Buon inizio settimana,

    mk

    P.S.
    Scusa lo spazio che mi sono preso, ma mi sa che resterò muto per un altro bel pezzo… allora mi anticipo 🙂

  3. La massa critica, in questo caso come in altri, si può raggiungere in uno o entrambi di questi due modi:
    – facendo pressioni su chi gestisce i servizi, l’urbanistica e così via perché la adatti a un mondo senza petrolio
    – boicottando con i propri comportamenti questo sistema e costruendone uno alternativo
    Riguardo alla prima alternativa, come ho detto molte volte ho notato un’assoluta riluttanza delle persone a organizzarsi per far parte di comitati, partiti, movimenti di protesta che chiedano servizi migliori. Tutti si lamentano o aspettano di non essere più dipendenti dal servizio scadente – così come tanti, anziché difendere il welfare, sperano di diventare ricchi. Questo è un peccato, perché chiunque può fare parte di comitati, movimenti eccetera senza perdere la competitività di cui parli tu.
    Riguardo alla seconda possibilità, ovviamente questa non è aperta a tutti allo stesso modo, ma non è neanche necessario che il cambiamento sia drastico. I trasporti pubblici funzionano spesso malissimo, è vero, e uno deve pur lavorare, portare i figli a scuola, eccetera – questo lo capisco. Il fatto è che anche chi ha questi obblighi e si trova intrappolato in una società organizzata attorno ai combustibili fossili è libero in alcuni ambiti. In questo caso me la prendo di più con chi ha molte disponibilità, piuttosto che con chi tira appena a campare, comunque quello che voglio dire è: se tutti dobbiamo lavorare e prenderci cura di chi dipende da noi, non per questo siamo obbligati a mangiare carne e pesce, fare vacanze lontane, comprare scarpe nuove ogni anno, avere uno schermo piatto più largo di una stanza media, e così via.
    In questo post in particolare, comunque, io mi riferivo al secondo gruppo di cui parli tu (il primo non esiste), cioè sostanzialmente l’avanguardia verde che esce dalla società e inizia a costruire un’economia alternativa. Queste persone sono da tanti punti di vista degli esempi, ma molto spesso tengono anche dei comportamenti che dipendono totalmente dalla disponibilità di energia a buon mercato, come usare molto i mezzi motorizzati, viaggiare spesso, possedere macchinari costosi di produzione industriale che andrebbero piuttosto utilizzati collettivamente, abitare in case grandi o molto isolate, o anche solo disporre di molto terreno in zone che ne hanno poco disponibile, con il risultato che poi gli altri sono costretti per forza a comprare cibo prodotto industrialmente. Non dico che tutti siano così, ma l’ho notato abbastanza spesso da voler scrivere questo post.

  4. Rispondo a entrambi: non è necessario entrare nel merito riguardo al peso delle scelte individuali, perché in questo caso a decidere saranno le leggi della fisica, che di sicuro pesano più di noi, presi singolarmente ma anche tutti insieme (o della chimica, o della biologia che dir si voglia; la divisione in discipline è arbitraria, ma il funzionamento del mondo no).
    L’attuale sistema non può andare avanti a lungo, che ci piaccia o no, che siamo sette miliardi, dieci o uno, che il vicino abbia il suv o mandi i figli sullo scuolabus. L’unica alternativa è tra prepararsi o subire, e se anche chi crede di prepararsi non si sta davvero preparando, come faremo?

  5. Nel tuo ecologismo radicale c’è un difetto: se,. supponiamo, un terzo delle persone del pianete lo seguisse e lo facesse proprio modus vivendi (e questa è un’utopia talmente meravigliosa da farmi chiedere cosa abbia bevuto a pranzo) i due terzi rimanenti si troverebbero partecipi del noto paradosso di Jevons, ovvero ad aumentare il consumo globale dovuto alla riduzione del prezzo dovuto ad una parziale riduzione della domanda quindi dei prezzi.

    La massa critica.
    La massa critica è una utopia. Non ci sono masse critiche, ci sono solo gruppi critici il cui essere critici è proporzionale alla loro esiguità numerica.
    La realtà è la massa acritica, la massa orribile di quel pattern che io indico (antibiotico sì, pillola – contraccettiva – no).
    L’ecocidio in corso con l’antropocene è proprio dovuto alla fatto che una massa non solo enorme ma in tumorale, aberrante, esponenziale crescita ha avuto accesso a
    o – energia
    o – tecnologia
    utilizzati, nel 99% delle volte, per distruzione della vita in quello che Marco Pie indica come la cultura della morte.
    Ci sono vari studiosi che si chiedono perché questa tendenza prima ecocida e quindi, ovviamente, nichilista, che porterà all’estinzione della specie.
    Qui si apre una finestra molto ampia sulla filosofia e sulla metafisica.

  6. Premesse.
    1 – la riduzione dell’impronta ecologica personale ha una soglia sotto la quale non può scendere;
    2 – qualsiasi funzione esponenziale (a base maggiore di uno) sovrasta qualsiasi altra funzione (che non sia una esponenziale su base maggiore).
    2.bis – la funzione esponenziale a base minore di uno è quella che permette la maggior diminuzione nel tempo.

    La diminuzione dell’impronta ecologica personale è quindi perdente rispetto ad una diminuzione del numero di coloro che hanno una impronta ecologica personale (homo).

    Tra l’altro, quasi tutti i paesi in cui le donne hanno un tenore di vita soddisfacente, sono emancipate, istruite, secolarizzate (con un disinquinamento della mente dalle religioni), con un possibilità di reddito autonomo, con la possibilità di contraccezione e aborto, ecco, in questi paesi c’è GIA’ una decrescita sensibile della popolazione. Semplicemente le donne si accorgono che ridursi solo a fattrici sfornapargoli è degradante,umiliante oltre che molto pesante e limitante.

    Quindi tra l’utopia di un ecologia radicale pauperista (vissuta da settori zerovirgola per diecimila) e l’utopia di una decrescita dei numero di predatori apicali, la seconda ha interi paesi con decine o centinaia di milioni di abitanti che la confermano.
    Questo ci dice in quale direzione dovremmo andare.
    Si torna però al problema degli anacronismi culturali, morali, religiosi , evidenziati da Jared Diamond e al nefasto pattern “antibiotiico sì – pillola – contraccettiva – no!”).

  7. Ci ho riflettuto, sulla base anche delle mie letture in ambiti “picchisti”, e ho scoperto una cosa sorprendente: una riduzione della domanda del petrolio non avrebbe necessariamente come conseguenza il semplice fatto di lasciarlo consumare agli altri, o men che meno di renderlo più conveniente (paradosso di Jevons, più o meno). Questo perché il petrolio, e i combustibili fossili, non sono tutti uguali. Avendo già estratto tutto quello che si può estrarre a basso prezzo, ulteriori estrazioni hanno bisogno di prezzi molto alti per essere redditizie. Questo significa che ridurre la domanda di petrolio e quindi il prezzo ora avrebbe l’effetto, sicuramente non indolore ma alla lunga positivo, di disincentivare gli investimenti necessari per estrarre il petrolio rimasto (e questo vale per molte alte materie prime). In pratica: se metà mondo, ipotizziamo, da domani rinunciasse a comprare petrolio, il prezzo crollerebbe abbastanza da mandare in bancarotta le compagnie petrolifere di tutto il mondo; nessuno finanzierebbe nuove estrazioni con il barile a, mettiamo, venti dollari (ora è attorno ai 50).
    Questo tra l’altro sta già succedendo: basta seguire siti come ASPO Italia per scoprirlo.
    Riguardo alla riduzione della popolazione, da un punto di vista matematico puoi anche avere ragione (e come ben sai io sono estremamente favorevole a politiche che contribuiscano alla riduzione della natalità), ma non c’è solo la questione matematica. Innanzitutto, c’è quella temporale: anche avendo un figlio unico per donna a partire da adesso, cosa che in questo preciso momento è impossibile per tutta una serie di motivi anche pratici, gli effetti di questo si farebbero sentire fra un po’, e nel frattempo dobbiamo Prendi la Cina: certo, ha applicato una politica severissima di riduzione della natalità, e nonostante i tremendi effetti collaterali probabilmente ha fatto un grosso favore al genere umano e al pianeta, ma:
    – questa politica è cominciata più di trent’anni fa e la popolazione cinese non ha ancora cominciato a calare
    – nel frattempo l’economia è cresciuta talmente tanto che di fatto la Cina si è unita ai grandi devastatori dell’ambiente globale
    L’altra questione è quella morale (o etica, se preferisci): siccome a riprodursi di più sono i più poveri, chiedere a loro di fare meno figli senza mostrarsi disposti a ridurre i propri consumi non funzionerebbe. Ognuno, potrebbero rispondere, deve fare la sua parte. Già questa è utopia, perché molti paesi poveri vogliono aumentare sia i consumi che la popolazione, ma per fortuna non tutti sono d’accordo e ci sono dei margini, ma la premessa dev’essere equa. Che tu pensi che abbiano ragione o no a rispondere così non è il punto: il fatto è che se vai da nigeriani o dagli afghani e gli dici di fare meno figli mentre tu consumi come prima loro ti mandano a quel paese e non hai risolto il problema.
    Uno dei motivi per cui le grandi diseguaglianze di reddito sono sbagliate è che danno il cattivo esempio: se tutti hanno grosso modo uguale nessuno si sente da meno di nessun altro; se uno è un poveraccio e vede il ricco pensa: perché io no?

  8. Si potrebbe rispondere agli ipotetici Nigeriani ed Afghani inibendo fino all’arresto prima, e all’inversione poi, la loro possibilità di lasciare il rispettivo territorio di riferimento. A quel punto, i Nigeriani non sarebbero più disposti a venderci il loro petrolio, e risolveremmo qui pure il problema dell’uso dei combustibili fossili. La conseguente diminuzione degli alimenti disponibili per noi Italiani (mediamente, con situazioni tollerabili in alcuni luoghi e tragiche in altri) farebbe immediatamente comprendere che il presunto “inverno demografico” nostrano non è per niente una disgrazia, anzi, è una desiderabile virtù da coltivare amorevolmente.
    Dunque, sì, mettiamocela tutta per dire a Nigeriani ed Afghani di fare meno figli, ovviamente con toni decisi e possibilmente arroganti (la reazione sarebbe più netta). Quel che seguirebbe sarebbe grasso che cola.

  9. > siccome a riprodursi di più sono i più poveri,
    > chiedere a loro di fare meno figli senza mostrarsi disposti a ridurre i propri consumi non funzionerebbe

    Non è la povertà che determina la prolificità: esistono paesi del secondo mondo molto meno prolifici di paesi “consumisti”.
    Certamente tutti i paesi miseri del mondo sono sovrappopolati.
    Le persone sono libere di fare qualsiasi cosa purché gli effetti non ricadano su altri.
    Se sei povero e ti riproduci irresponsabilimente sei sostanzialmente artefice dell’ulteriore impoverimento tuo e della vita di miseria e degrado dei tuoi figli.

    L’unica giustizia è quella territoriale, ovvero di una popolazione la cui impronta è sostenibile sul territorio che la ospita.

  10. In teoria questo è giusto. In pratica quello che succede è che quando una popolazione eccede la capacità di carico del territorio ne cerca altro, emigrando pacificamente o attaccando paesi vicini e lontani. Siccome è sia difficile militarmente e politicamente sia controverso moralmente difendersi con la forza da migrazioni di massa o aggressioni di questo tipo, sarebbe meglio evitare di arrivare a questo punto collaborando con le popolazioni in rapida crescita demografica incentivandole a ridurre la natalità in cambio di qualcosa – il che, tra l’altro, non è in contraddizione con la tua idea di responsabilità territoriale, perché ci sono patrimoni che non sono locali ma comuni e globali, come aria, acqua e clima, per cui ci vuole un coordinamento a livello globale in ogni caso, e un’equità tra popoli.

  11. La migrazione di massa è una forma di attacco. Ed è sicuramente un’invasione, alla lettera. Molto opportuno il paragone con lo stupro, più volte proposto da UUIC.

  12. Il fatto è che ci sono ampi strati di popolazione che guadagnano dalle migrazioni di massa, e altri strati che, pur essendone danneggiati, sono favorevoli. È qualcosa di molto più complesso di uno stupro, direi.

  13. Più complesso e decisamente più grave, viste le dimensioni del fenomeno e la tenacia spesa nel pianificarlo, alimentarlo e sostenerlo. Uno stupro scientifico, accuratamente organizzato, che vede colpevoli in ogni dove.

  14. La penetrazione con forza in una entità contro la sua volontà. La violenza con cui si manifesta l’atto può essere silenziosa, sorda o esplicita.

  15. Non sono convinta. praticamente tutti i miei familiari, amici e conoscenti, con la sola eccezione dei compaesani, sono assolutamente contrari a chiudere le frontiere e pensano che l’accoglienza sia un nostro dovere. Mi sembra che la premessa dello stupro sia la contrarietà all’atto: questa contrarietà al momento non è nè totale nè, secondo me, per forza maggioritaria.

  16. Forse è perché il tuo campione di amici/parenti proviene da una cerchia particolare di persone più facilmente omogenea, cioè attratte attorno a te da un percorso di affinità elettive e comunanza di interessi culturali/sentire/ modi di intendere il mondo. Il tuo villaggio alpino è invece un ambiente totalmente “altro”, che non è stato selezionato dai vari accadimenti della vita, ma è così in se per se!
    E comunque la politica deve in buona misura poter prescindere dalle ragioni dell’emotività e dell’umanità che muovono i singoli, a mio modo di vedere le cose.

  17. > e pensano che l’accoglienza sia un nostro dovere

    Questo è uno dei problemi.
    I doveri non si possono estendere agli altri.
    Se uno anche fosse favorevole si prende un tot di invasori in casa o cede loro lo stipendio o il conto corrente, non li mette in case di altri né lo fa fare con denari degli altri.
    Ma come tu stessa osservasti non c’è neppure questa libertà perché queste persone poi impattano comunque su spazi, risorse, beni comuni “degli altri”, tu stai in piedi in autobus perché si sono seduti “quelli”. Spero di essermi spiegato.

  18. uno splendido post, Gaia
    nel mio piccolo, pur non essendo (ancora) radicale come te nello stile di vita, capisco le problematiche sociali che si incontrano nel vivere con coerenza cercando di stare nei limiti delle risorse (cercando almeno di non debordare troppo). Davvero si rischia l’isolamento sociale, si rischia perfino di mettere a repentaglio una relazione (ho tentato, senza successo, di spiegare a una bella ragazza, pure sedicente ambientalista, che prendere l’aereo è un crimine contro l’umanità, beh, la reazione non è stata delle più incoraggianti…)
    un saluto, ancora complimenti per il post, per la tua sensibilità e le tue analisi, e tanti auguri

  19. Grazie 🙂

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