Limonov

Ho recentemente ricevuto in regalo un libro dello scrittore francese Emmanuel Carrère intitolato Limonov, dal nome del suo protagonista. Si è rivelato, come immaginavo, molto pertinente ad alcuni dei temi trattati in questo blog, e in particolare al mio intervento sulla questione Ucraina. Eduard Limonov è realmente esistito, è nato in Ucraina, questo si può dire, e il libro di Carrère racconta la sua intera e romanzesca vita che parte da lì e non si può riassumere: bisogna leggerla. L’autore, figlio di una storica di origini russe esperta di Unione Sovietica, sembra avere la preprazione e il carattere giusti per scrivere un libro bello su un personaggio così difficile.

La narrazione è avvincente ma trasparente. Continuamente, Emmanuel Carrère spiega al lettore come ha ricostruito le vicende, a chi si è rivolto per raccapezzarsi in questioni complicatissime, qual è la sua opinione di Limonov, come questa cambi, quali siano i punti fermi, le stesse debolezze della narrazione, i dubbi e le convinzioni dell’autore su questioni fondamentali che Limonov tira in ballo, una dopo l’altra, con la sua vita incredibile. Emmanuel Carrère è un borghese non pentito ma aperto, che sembra capire sia i fondamenti della destra che quelli della sinistra, ma anche saper mostrare quanto insufficienti siano queste due categorie, soprattutto nell’ex-URSS, e portarci lì dove gli estremi si incontrano e lo stalinismo è quasi la stessa cosa del fascismo, ma con un risultato pratico sorprendente. Carrère prova compassione; gli interessa sapere se il suo protagonista è in grado di fare altrettanto, e, forzando anche un po’ la mano in alcuni passaggi troppo benpensanti, quasi spaventati, porta il lettore a chiedersi quale sia la differenza tra parole e azioni, tra lealtà e slealtà e tra bontà e cattiveria. Questo è uno dei pregi maggiori del libro: Limonov è buono o cattivo? L’amico che mi ha passato il libro ha concluso che è cattivo. L’autore lotta tra opinioni contrastanti, e, credo, noi con lui. E poi: cosa vuol dire buono? Cosa vuol dire cattivo? Buono e cattivo con chi? Quando? Perché? Quello che siamo abituati a condannare automaticamente si rivela nella realtà una delle cose migliori che ci possono essere; e poi, di nuovo, orribile. Le cose sono complicate, ci dice Carrère quasi vergognandosi di doverlo ammettere, quasi scusandosene, ma dice la verità. Ho provato sollievo a vedere che riconosceva che le cose erano complicate, e al tempo stesso giungeva a delle conclusioni di cui ci si poteva fidare. Su questo blog ho anche accennato, recentemente, alla mia passata passione per i Balcani. Temevo che Carrère cadesse proprio qui, come è successo a tanti. E invece no: è riuscito a raggiungere la massima saggezza per quanto riguarda le guerre della ex-Jugoslavia, almeno a mio parere: sia ammettere che non ci sono stati buoni e cattivi, sia concludere che alcuni erano più vittime e altri più carnefici. Pochi ce la fanno.

Dico che il libro su Limonov potrebbe interessare a molti di voi perché è un viaggio, oltre che nella psiche di un uomo se non altro affascinante, anche nella storia della seconda metà del secolo scorso e nei primi anni di questo – nel comunismo, nel nazionalismo, nella guerra, nella letteratura, nell’Unione Sovietica, nella criminalità, nel capitalismo più sfrenato, nella corruzione, nel terrore, nel crollo e nell’eterno riciclarsi di ogni certezza. Nei collage personali di convinzioni incoerenti com’è incoerente la realtà, nella fiducia, nell’orgoglio, nell’umiliazione e nella speranza delle masse umane e di quelle russe in particolare, perché questo libro, parlando di Limonov, ci sta raccontando anche la Russia e i suoi eroi. Mentre lo leggevo pensavo a molte persone a cui volevo consigliarlo, alcune delle quali stanno probabilmente leggendo queste parole adesso: persone dichiaratamente di sinistra o di destra, antifasciste o provocatorie, intellettualoidi o disabituate alla lettura, anche se poi ho concluso, amaramente, che probabilmente bisogna aver letto tanto non solo per apprezzare questo libro, ma soprattutto per non sentirsene travolti.

Una delle questioni più interessanti sollevate dalla storia di Limonov, una delle più avvilenti e uno dei motivi per cui sono più grata di aver letto questa biografia, è quella della violenza. Io sono istintivamente antiviolenta. Riconosco che la violenza è necessaria alla sopravvivenza, riconosco il diritto all’autodifesa, ma non sopporto la distruzione non necessaria di qualsiasi persona, di qualsiasi corpo, di qualsiasi forma di vita e di qualsiasi cosa. Mi fa soffrire e vorrei vivere in un mondo in cui tutta la violenza è, se non necessaria, almeno completamente consensuale. Limonov, invece, e questo è uno dei suoi lati più trementi, ama la violenza. È violento. Io riconosco la necessità di capire perché ci sono persone che sono attratte dalla violenza nelle sue varie forme, addirittura dalla guerra e dalla possibilità di uccidere. Mi spaventa, alle volte vorrei ritirarmi in un mondo in cui queste persone esistono ma non si vedono, però l’unico mondo in cui posso vivere è il mondo così com’è, per cui capire è l’unica soluzione possibile. E se c’è una soluzione all’eccesso di violenza esercitata dai miei compagni di specie in questo mondo, non può che richiedere come prerequisito essenziale capire innanzitutto perché questa violenza esiste, e quindi provare a entrare nella mente di qualcuno che non la aborre ma la cerca, per quanto spaventoso e avvilente possa essere.

Poi ci sono altre cose, come il sesso, la spiritualità, l’amore, e altre questioni più comuni in un romanzo. A differenza di molti altri scrittori, Limonov scriveva quasi solo autobiografie, tra l’altro piuttosto scabrose e sputtantanti, con nomi, cognomi, e pensieri orrendi – leggendo pensavo: io non lo farei mai, non mi piace chi lo fa, meno male che l’ha fatto. Mettersi a nudo è un dispetto ai più prossimi e un favore all’umanità, ognuno dei membri della quale non ha la possibilità di abitare altra interiorità che la propria, e solitamente brama di conoscerne altre per capire chi gli sta vicino e se stesso.

A differenza di Se niente importa, di cui ho già parlato, non considero Limonov una lettura obbligata. È molto bello, equilibrato, divertente e intelligente, è importante, ma questo vale anche per tanti altri libri e non c’è tempo per tutti. Potete tranquillamente non leggerlo, per quanto mi riguarda. Volevo solo farvi sapere che esiste.

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3 risposte a “Limonov

  1. Hello Gaia,
    é vero, il libro di Carrère é molto interesante, ma i libri di Eduard Limonov lo sono ancora di piu.
    In italiano si puo facilmente trovare “Libro dell’acqua”, un capolavoro. Et Carrère si é molto inspirato dei libri autobiografici di Limonov.
    Ho fatto un site molto completo sul vero Edouard Limonov.
    Qui, la prima pagina in francese :
    http://www.tout-sur-limonov.fr/
    Con anche 10 pagine in italiano (vedere la critica molto interesante di Zajar Prilepin sull libro di Carrère) :
    http://www.tout-sur-limonov.fr/222318824
    Amichevoli saluti da Parigi,
    José-Dominique

  2. Grazie delle segnalazioni! Spero di aver incuriosito qualcuno. Ti dirò la verità: da un lato il libro di Carrère fa venire voglia di leggere anche quelli di Limonov, e li pubblicizza; dall’altra, diventa un po’ come guardare un film dopo che ne hai letto già la trama e una recensione da parte del tuo critico preferito. Credo sia inevitabile.
    (la principale curiosità che mi rimane, comunque, è come ha fatto Yelena a diventare Tanja…)

  3. Ho letto la recensione di Prilepin. Molto interessante, ma anche un po’ ingiusta, secondo me. Carrère non fa misterio delle sue opinioni, ma le sue osservazioni sulla Russia mi sembrano tutt’altro che superficiali (una maggiore profondità avrebbe allungato e snaturato il libro, credo); quando riporta le osservazioni di interlocutori occidentali sembra lo faccia per suggerire che sono loro ad essere superficiali nei giudizi, e l’equazione Limonov-Putin secondo me è più aperta e ambigua di quanto sembri. Non è facile presentare a un lettore occidentale un uomo che ha combattuto volontariamente con i serbi e si è richiamato molto apertamente sia a Stalin che a simboli nazisti come un uomo se non altro da prendere in considerazione per la propria stima, e invece Carrère fa proprio questo e ci riesce. Cosa vuole Prilepin di più? Un’agiografia?
    Sulla questione del fascismo, il fatto che Prilepin abbia il coraggio di dire che è stata la Russia a liberare l’Europa dal fascismo, e basta, mi ha fatto cadere le braccia. Decenni di complessità storiche e ideologiche spazzate via con una sola frase.

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