nessun dove – seconda parte

Una delle possibili obiezioni a una società comunista è: come si fa a convincere le persone a lavorare in mancanza di competizione, proprietà privata, e denaro? La risposta dipende da come si definisce il lavoro, se sia una fatica che si è obbligati a fare per sopravvivere, o un piacere che si cerca volentieri. È evidente che, nella storia umana, il lavoro ha significato sia l’una che l’altra cosa per gli esseri umani che lo svolgono. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che lo stesso lavoro (ad esempio, cucinare o pulire) può essere piacevole o spiacevole a seconda di come viene svolto e di come la società tratta chi lo svolge. Inoltre, non in tutte le società gli individui traggono beneficio dal lavoro che essi stessi svolgono: evidentemente, gli incentivi a lavorare per sé e gli incentivi a lavorare per gli altri non saranno gli stessi. La domanda diventa, quindi: è possibile una società in cui tutti svolgono un qualche tipo di lavoro e tutto il lavoro è gratificante per chi lo compie e contribuisce a mantenere un tenore di vita piacevole non solo per questa persona, ma per tutti quanti? Morris pensava di sì.

Le caratteristiche della società che lui mmagina. nell’utopia di News from nowhere sono come segue.

Il lavoro è volontario. I mezzi di produzione non sono di proprietà privata ma collettiva; non solo: non sono nemmeno centralizzati, ma distribuiti sul territorio, perché sarebbe “ridicolo” che un uomo avesse una passione per un mestiere, e fosse costretto a scegliere tra trasferirsi in un luogo preciso o doverla abbandonare. Anche il commercio è relativamente sparso, e Londra non è più la capitale mercantile del mondo.

Tutti hanno molteplici interessi e sanno fare più di una cosa. La società tiene in grande considerazione l’abilità manuale, che contiene quella intellettuale; gli intellettuali puri non compaiono nel libro, se non quando si dice che anche i professori e gli studiosi verranno a falciare, perché si divertono a farlo e un po’ di movimento gli fa bene (il libro ci tiene a sottolineare ripetutamente che falciare è un lavoro fantastico, e mi sono chiesta più volte se Morris abbia mai falciato). Prima che pensiate a Pol Pot, vi dirò che per quanto mi riguarda sarebbe un’ottima cosa che il naturale bisogno di movimento di chi svolge prevalentemente un lavoro intellettuale venisse soddisfatto in qualche mansione utile anziché nello sbracciarsi a vuoto in palestra.

Nei luoghi di lavoro c’è sempre compagnia e allegria. Se a qualcuno (incomprensibilmente) non va di falciare, può fare qualcos’altro e nessuno lo rimprovererà (ma tutti se ne stupiranno).

Se diventa necessario svolgere un lavoro pubblico, come un ponte, la decisione viene presa a maggioranza dopo un dibattito. Se qualcuno non è d’accordo, può rifiutarsi di contribuire ai lavori, ma non cambia molto dato che questi verranno svolti comunque. Dopo si vedrà se aveva avuto ragione o meno a opporsi.

I lavori spiacevoli vengono svolti dalle macchine, gli altri a mano, con soddisfazione; se non c’è un modo piacevole di svolgere un lavoro, si fa a meno di quel lavoro e dei suoi prodotti.

Nessuno vuole rischiare di rimanere senza lavoro, ma, anziché cercare di produrre di più per soddisfare il bisogno di lavoro, si cerca piuttosto di produrre meglio, e di creare arte e scienza sempre migliori.

La pigrizia è considerata una curiosa malattia dell’Ottocento. Consisteva nel far lavorare gli altri al posto proprio e rendeva fisicamente brutto chi ne era affetto.

Non esiste sovrapproduzione, perché le merci sono prodotte nel momento in cui servono. Tutto è fatto con grande cura, ma mai in eccesso nella speranza di venderlo, dato che nessuno può più essere costretto a comprare.

Non serve ricompensare il lavoro con denaro, perché “la ricompensa del lavoro è la vita.” E la ricompensa per un lavoro svolto particolarmente bene, chiede Guest?La ricompensa della creazione. La ricompensa che riceve Dio.”

Oltre a illustrare la sua proposta alternativa, Morris offre una critica al consumismo particolarmente credibile, dato che viene da un amante dell’artigianato e delle cose belle, nonché da un uomo che viveva producendo e vendendo cose, quindi da tutt’altro che un asceta. Il suo vecchio Hammond, parlando del diciannovesimo secolo, lo racconta così:

nell’ultimo stadio della civiltà gli uomini erano entrati in un circolo vizioso per quanto riguardava la produzione di merci. Avevano raggiunto una grande facilità di produzione, e per sfruttare al massimo questa facilità crearono gradualmente (…) un sistema elaboratissimo di acquisto e vendita, chiamato il Mercato Globale; e questo Mercato Globale, una volta avviato, li costringeva a continuare a produrre sempre più merci, che servissero o meno. Così che, mentre, ovviamente, non potevano liberarsi della fatica di produrre beni effettivamente necessari, creavano in serie infinite necessità fasulle o artificiali, che diventarono, sotto il dominio ferreo del Mercato Globale, tanto importanti quanto le vere necessità. (…) Quindi, dato che si erano costretti da soli ad arrancare sotto questo tremendo peso di produzione inutile, divenne impossibile per loro guardare al lavoro e ai suoi prodotti da un punto di vista che non fosse l’impegno infinito a dedicare la minor quantità possibile di lavoro a ogni singolo pezzo prodotto, e al tempo stesso a produrre più pezzi possibili. A questo ‘abbattimento dei costi di produzione’, come lo chiamavano, fu sacrificato tutto: la felicità che l’uomo trae dal suo lavoro, ma che dico, i suoi bisogni più elementari e la sua salute, il suo cibo, i suoi vestiti, la sua abitazione, il suo tempo libero, i suoi divertimenti, la sua istruzione – la sua vita, in poche parole – non contavano nulla di fronte a questa pressante necessità di ‘abbattere i costi’ nella produzione di merci, gran parte delle quali non valeva nemmeno la pena di produrre. E come se non bastasse, (…), anche se oggi facciamo fatica a crederci, anche gli uomini ricchi e potenti, i padroni dei poveracci di cui dicevo, si adeguarono a vivere tra paesaggi e rumori e odori che è nella stessa natura umana voler rifuggire, al solo scopo di sostenere con la loro ricchezza questa follia suprema.”

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3 risposte a “nessun dove – seconda parte

  1. Chiunque abbia vissuto anche solo qualche giorno in consessi pure ristretti, pure di persone affini e/o tra loro care, chiunque ha conosciuto l’evoluzione di comuni (in genere animate da persone con un certo ideale) sa che quanto descrive Morris è una, diciamo, colorata e campata in aria teoria-utopia.
    In tali contesti, per quanto animati da persone con una certa tensione etica e/o morale e/o affettiva, succedono cose che, Sartre indicava come “L’inferno sono gli altri”.
    Ma l’inferno non sono i grandi valori, i grandi principi o le teorie metafisiche.
    L’inferno sono la moglie di Gandhi che non voleva pulire il proprio cesso, sono le persone sciatte che lasciano in giro i propri oggetti negli spazi comuni, le persone scansafatiche che non vogliono portare il compost nella compostiera quando è il loro turno, le persone che stanno nella doccia 24′ consumando tutta l’acqua calda e lasciando altri cinque con l’acqua fredda, etc..

    Quindi un approccio morale completo che sia meno utopistico, affronta la questione del dovere, del fatto che lavoro, fatica, dolore, etc. sono parti ineluttabili della vita.
    Aggiungo che, come ecologista ed edonista, una buon approccio mentale permette non solo ci comprenderli (e non di allontanarli, demonizzarli od ometterli dalla (propria) realtà) ma di affrontarli e farli alleati, un po’ come una persona abbastanza intelligente sa che fatica e movimento fisico sono indispensabili per un buon vivere, il ben essere, una persona ancora più intelligente invece di sbracciarsi in palestra, decide di

    Una teoria che non sia strampalata quindi
    o – distingue tra esigue minoranze che hanno l’intelligenza dell’autodisciplina, il senso del dovere, il senso dei limiti, il rispetto dei beni comuni, etc.;
    o – osserva la presenza di masse che ne sono sprovviste in tutto o in parte;
    o – considera che ogni sistema ha pro e contro e che prima di assumere come ideale una teoria sarebbe necessario verificarla e realmente, e su numeri sufficienti e per tempo sufficiente;
    o – prevede sistemi di regolazione, incentivazione, repressione, etc. per rinforzare certi comportamenti;
    o – considera il conflitto universale tra interesse individuale e collettivo;
    o – prende atto di alcune caratteristiche etologiche di specie (diversità, fascinazione e lotta per il potere, ingordigia) e biologiche (selezione intraspecie come prima forma di selezione/evoluzione);
    o -considera che i comportamenti culturali sono fragili e poco resilienti e che il grosso dell’etologia ovvero dell’etologia che emerge non appena la pressione culturale/sociale si allenta è di origine bioevolutiva.

    Osservo anche il tecnoteismo progressista di Morris: le macchine faranno i lavori brutti: le macchine come altre espressioni della vita umana, non sono fatte per fare lavori brutti / ecologici / etc. ma sono realizzate per il profitto fino al fatto che possano fare lavoro dannosi / deleteri.. Aggiungo che, come scrivevo per la devitalbizzazione, ci sono lavoro (brutti ?) che possono essere fatti solo a mano.

    Esercizi di utopia che, se portati a forza nella realtà, prima lastricano la via a situazioni infernali poi le realizzano oltre ogni peggiore immaginazione.

  2. > invece di sbracciarsi in palestra, decide di
    -> invece di sbracciarsi in palestra, decide di segare la legna a mano, in modo che si scalda oltre a rinforzare gli arti superiori, risparmiando rumore, a se stesso e ai vicini, inquinamento chimico, consumo di carburanti fossili, i denari per la palestra e iil tempo/ilreddito (sempre più spesso da lavoro remunerato antiecologico) necessari per produrre quei denari,

  3. Se c’è una cosa che Morris non fu è un “tecnoteista.” Era un artigiano e si applicò personalmente a riscoprire tecniche dimenticate, quindi sicuramente non fu un entusiasta della “macchina” in quanto tale. Sapeva anche, però, che non tutti i lavori sono piacevoli da svolgere manualmente.
    Non ho finito il riassunto, comunque sulla questione delle macchine lascio parlare lui: “‘I do not [believe] we should aim at abolishing all machinery; I would do some things with machinery which are now done by hand, and other things by hand which are now done by machinery; in short, we would be the masters of our machines and not their slaves, as we are now. It is not this or that…machine which we want to get rid of, but the great intangible machine of commercial tyranny which oppresses the lives of all of us'”
    (Art and Its Producers, 1881).

    A me sembra abbastanza ovvio. L’umanità non è biologicamente in grado di vivere senza tecnologia (almeno elementare: attrezzi, utensili) e, accettando questa premessa, bisogna scegliere quali tecnologie e quindi quali macchine sono utili e quali inutili, dannose o troppo onerose.

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