condividere il lavoro

Per qualche strano motivo, quando chiedo gentilmente alla rete globale di condurmi al sito internet dell’Istat, lei mi apre il sito in inglese. Ho provato a togliere l’en alla fine, ma niente da fare: i misteriosi meccanismi di scelta-per-te di cui è così impestata la nostra tecnologia moderna hanno deciso che siccome c’è tutta questa roba in inglese sul mio computer, io l’italiano non lo so leggere.

Quindi, secondo la pagina dell’Istat in inglese, che suppongo abbia gli stessi dati di quella in italiano, nel nostro paese ci sono 22 milioni di occupati, 3,2 milioni di disoccupati, e 14 milioni di inattivi (tra i 15 e i 64 anni). Ovviamente, ci sono ben più uomini lavoratori che donne. L’Italia ha un 13% di disoccupati e un 36% di inattivi; guardando i dati in un altro modo, lavora ufficialmente solo un terzo della popolazione totale, il che è davvero poco. Rispetto sia al mese scorso che all’anno scorso, la disoccupazione è in aumento e l’occupazione in diminuzione. Anche gli inattivi sono in diminuzione: significa che ci sono meno persone che non stanno cercando lavoro. Siccome questa diminuzione si riscontra principalmente tra le donne, mentre gli inattivi uomini sono in aumento, mi pare di capire che le donne che prima lavoravano o stavano a casa, di fronte alla perdita di lavoro e alla rassegnazione degli uomini, provano a cercare qualcosa loro. In alcuni casi lo trovano, ma non abbastanza da compensare la diminuzione dell’occupazione maschile, e quindi vanno semplicemente a ingrossare le fila dei disoccupati. Trovate tutti i dati qui.

Peggio ancora, la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è al 44%. Significa che quasi un giovane su due che vorebbe lavorare non lo fa (o lavora a nero). Sottolineo che questa statistica esclude gli inattivi, cioè coloro che non lavorano perché non vogliono – ad esempio, perché stanno studiando.

La disoccupazione è un grandissimo problema economico e sociale. Non solo impedisce a molte persone di guadagnarsi da vivere, di essere autonome e di contribuire alla società, e facendolo magari anche di accumulare esperienza; è uno spreco di risorse umane e genera frustrazione, rancore, potenzialmente anche violenza. Dato inoltre che nel mondo globalizzato una delle risposte più ovvie alla disoccupazione è l’emigrazione in massa, questo può portare alla distruzione dei legami sociali e alla perdita di competenze nei paesi di partenza, e alla destabilizzazione e sovrappopolazione dei paesi riceventi (basta guardare al Regno Unito e all’Europa del Nord, o agli Stati Uniti, e viceversa a molte zone d’Italia da cui i giovani non fanno che scappare). La disoccupazione va quindi affrontata e costituisce una questione prioritaria.

Fin qui sto dicendo cose ovvie; ho intenzione di continuare a dire cose ovvie, ma che in questo caso considero ovvie solo io.

Per combattere la disoccupazione si propongono solitamente strategie che mirano ad aumentare il numero totale di posti di lavoro, come ad esempio gli incentivi alle aziende che assumono, che stanno iniziando a prendere la forma paradossale dello Stato che si fa carico del costo del lavoratore (Garanzia giovani). Un’alternativa è erodere i diritti dei lavoratori o cercare di rendere la loro posizione meno vantaggiosa, ad esempio con salari e benefici ridotti, nella speranza, molto discutibile, che così le aziende saranno incentivate ad assumere più persone.

Non solo: per mitigare la disoccupazione si ricorre ad assunzioni clientelari (cioè, sostanzialmente, dei favori fatti per ottenere voti o potere) e alla creazione di posti di lavoro fasulli, inutili o dannosi, come quelli in molti enti pubblici; si spende in grandi opere che non servono, si incentiva l’edilizia, devastante per il territorio e per il paesaggio, o si cerca di stimolare i consumi, spesso attraverso tagli fiscali a capocchia che spostano solo l’onere delle tasse da qui a lì, o indebitano gli enti pubblici e quindi ingrassano la finanza, senza peraltro garantire che i soldi che i cittadini risparmieranno in tasse verranno effettivamente spesi nell’economia locale… Un’altra soluzione proposta, ancora più demenziale, è cercare di mandare le persone in pensione prima così da liberare dei posti. In questo modo, però, chi subentra dovrà lavorare di più e guadagnare di meno per pagare la pensione a chi non sta facendo niente, ma comunque va mantenuto.

Più in generale, si cerca di combattere la disoccupazione attraverso la crescita economica, che si suppone porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro per produrre i beni e i servizi in più. Questa strategia è sbagliata perché cercare di far crescere l’economia all’infinito è materialmente impossibile e ambientalmente deleterio, qualsiasi forma questa crescita prenda. Una soluzione non crescista per creare nuovi posti di lavoro potrebbe essere tassare gli stipendi più alti e le ricchezze e con quel denaro investire in opere pubbliche effettivamente utili. Non è una cattiva idea, ma non garantisce che queste opere utili durino abbastanza a lungo da mantere la popolazione impiegata finché serve, e comunque, ammesso e per niente concesso che i ricchi permettano una cosa simile (ci sono enormi resistenze alla redistribuzione in questo paese), potrebbe anche essere che questi finirebbero per spendere meno in altri settori in cui invece si perderebbero posti di lavoro.

Inoltre, chi pensa che la soluzione alla disoccupazione stia semplicemente nel convincere questo o quello ad assumere si dimentica che esistono altri problemi legati al lavoro nella nostra società, e non limitatamente all’Italia.

Un problema è quello dell’iper lavoro. Io dico sempre che conosco solo due tipi di persone: quelle che lavorano troppo e quelle che non lavorano. Buona parte dei miei amici, familiari e conoscenti lavora più di otto ore al giorno, oppure fa lavori pesanti o stressanti, e di conseguenza non ha tempo per sé, per essere un buon cittadino e per farsi carico dei lavori sgradevoli ma necessari per sopravvivere, come pulire la propria casa, e quindi sub appalta questi compiti a qualcun altro. I pochi che non lo fanno e che quindi lavorano molto sia fuori che dentro casa tendono a vivere, a occhio, abbastanza male.

Conosco persone che passano anche nove-dieci ore al giorno al lavoro; o forse sarebbe meglio dire conoscevo, perché adesso non le vedo quasi più. L’iper lavoro può essere giustificato in alcuni rari casi (forse non ci può essere un presidente del Consiglio part-time, ma forse non dovrebbe nemmeno esserci un presidente del Consiglio), ma in generale è qualcosa di assolutamente negativo. Stressa e impedisce di dedicarsi a tutte le altre cose che rendono bella la vita, ozio compreso, o che sono necessarie anche solo per sopravvivere. Anche coloro che dicono di amare il proprio lavoro non si rendono conto di essere dei pessimi cittadini, perché non hanno tempo per occuparsi della collettività e della cosa pubblica, o perché costringono altre persone, come dicevo, a fare le cose meno piacevoli che loro non hanno tempo di fare (e no, a nessuno piace fare le pulizie).

Io penso anche che l’iper lavoro sia una delle cause del consumismo della nostra era. Chi si ammazza di lavoro per guadagnare dei soldi poi pretende almeno di goderseli, con una frenesia quasi disperata, in squallida abbondanza, e allora vuole vacanze lontane e costose, un televisore più grande e più piatto, una macchina da ostentare, libri che non avrà tempo di leggere, tecnologie che gli faranno risparmiare il poco tempo che ha a casa, eccetera. Chi vive davvero bene non ha tutto questo bisogno di andare in vacanza; chi ha tempo per godersi la vita trova di meglio da fare che consumare ossessivamente; chi coltiva relazioni umane non le sostituisce con oggetti. Il consumismo è spesso la ricompensa illusoria per una vita spiacevole.

Un altro problema è il pendolarismo. Non si offendano i pendolari, e sicuramente ci sono eccezioni, ma in una società in cui si è praticamente costretti ad accettare lavori lontani e a passare anche ore ogni giorno a spostarsi si consumano più risorse del necessario e sostanzialmente non si vive bene. Il pendolarismo di massa ha mangiato grandi porzioni del nostro territorio, ridotto molti paesi una volta vivi a dormitori, e prodotto traffico, inquinamento, stress e problemi logistici.

A me sembra tutto davvero molto, molto ovvio. Otto ore, che tra straordinari e spostamenti diventano anche di più, sono tante, troppe per vivere bene e troppe anche per lavorare bene. L’unica obiezione che mi si può fare è che per imparare a svolgere bene un lavoro bisogna svolgerlo per tanto tempo. Qui bisognerebbe andare a scavare tra gli studi disponibili, ma io mi limito per ora a sollevare delle obiezioni: perché il tempo di apprendimento deve per forza misurarsi in ore, e non in mesi o anni? Davvero stando un’ora in più al giorno al lavoro, ora tra l’altro in cui si è stanchi e magari distratti, si impara di più di quanto si imparerebbe altrimenti? Mi sembra difficile da credere. E se davvero la quantità di ore di lavoro è così determinante, c’è un’altra soluzione: incominciare a lavorare a un’età più giovane e finire dopo. Questo costerebbe di meno alla società, che non dovrebbe mantenere i lavoratori mentre questi non producono. Un’altra soluzione, più affine alla mia proposta, è formare più persone nello stesso ambito. La conoscenza e l’esperienza in più che può (eventualmente) maturare un lavoratore lavorando di più potrebbe essere compensata con una maggiore distribuzione delle competenze. Il medico che si trova di fronte a un caso che non ha mai visto potrebbe chiedere a più colleghi; l’organizzatore di eventi avrebbe più persone a cui delegare, l’impiegato potrebbe occuparsi di meno pratiche, e così via. Per quanto possa essere fastidioso ammetterlo, nessuno di noi è indispensabile. Certo, formare una nuova persona al posto o accanto a quella di prima costa, ma d’altronde moltissimi dei disoccupati sono formati in qualcosa, per cui abbiamo già a disposizione tante competenze inutilizzate.

Questo potrebbe non funzionare i tutti i campi. Magari i diplomatici di altissimo livello o gli scienziati che fanno scoperte difficili potrebbero effettivamente dover avere competenze estreme nel proprio campo. Si possono fare delle eccezioni per casi eccezionali, ma non posso credere che ogni singola persona nella nostra società abbia bisogno di sapere tutto lo scibile nel proprio settore, cosa peraltro impossibile data la mole di conoscenze accumulata collettivamente dall’umanità. L’iperspecializzazione è una caratteristica del nostro tempo, non una necessità assoluta. Inoltre, alcune delle grandi concentrazioni di competenze derivano da un eccesso di delega: se le persone avessero il tempo di occuparsi personalmente della cosa pubblica, informandosi e proponendo e discutendo soluzioni, potremmo fare a meno di una gran quantità di dirigenti strapagati, assessori, portaborse, segretari, burocrati, commissari, addetti stampa, e chi più ne ha più ne metta.

Uno dei problemi della nostra società è proprio questo: l’iperspecializzazione. Tutti pensano di dover sapere una cosa sola nella vita. Ci definiamo attraverso il nostro lavoro – tutto il resto è un hobby. Questo è estremamente pericoloso. Occupandoci di una sola mansione, e delegando agli altri quasi tutto il resto, ci priviamo di esperienze e conoscenze importanti, disimpariamo a pensare a tutto tranne che a una cosa, non capiamo niente di quello che fanno le altre persone. Non sappiamo prendere decisioni, perché non conosciamo gli argomenti; fatichiamo ad apprezzare il lavoro altrui, perché non abbiamo idea di come sia; non leggiamo, non riflettiamo, non scopriamo. Quando parliamo, parliamo solo di lavoro. Dobbiamo de-specializzarci, dobbiamo togliere ore di lavoro e aggiungerle a qualche altra occupazione, dobbiamo riscoprire il mondo.

Se accettate la mia premessa che lavorare meno ore farebbe bene a quasi tutti, sarete anche d’accordo che redistribuire le ore di lavoro tra più persone significherebbe prendere due piccioni con una fava. La soluzione non solo al grande problema della disoccupazione ma anche allo stress e al logoramento, e addirittura all’usura del corpo, è una sola: lavorare meno, lavorare tutti.

Quello che i governi dovrebbero fare è semplicemente incentivare il part-time – con tassazioni preferenziali e persino prese di posizione pubbliche. Assumere part-time dovrebbe essere ancora più conveniente, ma non solo: anche benvisto. Conosco persone che, chiedendo un posto di lavoro part-time perché volevano fare qualcosa della loro vita, si sono viste trattare da fannullone. Questo è particolarmente tipico della cultura friulana: se non vivi per lavorare, c’è qualcosa che non va.

Non basterebbero leggi e incentivi, comunque. Chi ha un lavoro tende ad autosfruttarsi pur di non condividerlo, o per lo meno questo è quello che ho osservato. Anche da queste parti, ho sentito gente lamentarsi che “non c’è lavoro”, e magari loro un lavoro ce l’hanno, dieci ore al giorno compreso il sabato, e non si sognano di assumere qualcuno in più. Certo, costa. Ma costa anche mantenere figli che non trovano niente perché tutti i lavori sono occupati. Costa anche vivere male. Lavorare tanto richiede di spendere anche tanto: un amico diceva tempo fa che sì, lui è pagato bene, ma deve pagare qualcun altro che gli lavi e stiri le camice, deve mangiare fuori, e tra una cosa e l’altra buona parte di quei soldi in più li spende. Lavorando di meno, potrebbe fare da sé. Probabilmente nel caso di alti stipendi il risparmio non coprirebbe la riduzione di salario, ma meglio ancora: i salari troppo alti sono un ulteriore problema sociale. Un’ora di lavoro di una persona non può valere venti volte l’ora di lavoro di un’altra persona.

Il part-time non deve essere necessariamente orizzontale, cioè meno ore di lavoro ogni giorno. Potrebbe anche essere verticale, cioè lo stesso numero di ore concentrato in meno giorni, o lo stesso numero di giorni in meno mesi. Questo ridurrebbe anche il pendolarismo: ci si muoverebbe lungo le stesse distanze, ma meno volte. A pensarci bene, il part-time verticale è quello che permette a professioni tra l’altro molto qualificate, come l’insegnante o il professore universitario, di, rispettivamente, non lavorare per il periodo estivo (con qualche eccezione) e prendersi un anno sabbatico. Se tutti fossimo così insostituibili come crediamo di essere, nessuna di queste due cose si potrebbe fare. E invece si fa.

E poi, tutti piangono miseria, ma è ora di imparare a vivere con meno. Io in questo, lo sapete, sono piuttosto esperta, e non è per niente male come sembra.

Vorrei quindi arrivare addirittura a un rimprovero: un rimprovero agli egoisti che un lavoro ce l’hanno e non vogliono condividerlo. Si aspettano che qualcuno rilanci l’economia, faccia ripartire l’edilizia (per carità!), porti turisti, insomma qualsiasi cosa pur di non prendersi la responsabilità di condividere quello che hanno.

Per mettere in pratica quello che dico ci vorrebbe soprattutto un cambiamento culturale. Le persone dovrebbero smettere di pensare alla propria vita come definita dal lavoro che fanno. Dovrebbero imparare a fare da sé molte cose per cui ora pagano qualcun altro, per impiegare il tempo in più e risparmiare il denaro che non guadagnerebbero. Bisognerebbe imparare a non pensare di essere gli unici in grado di fare qualcosa – l’incapacità di delegare è un tratto psicologico piuttosto affascinante, in certe persone. Manie del controllo? Deliri di onnipotenza? Mancanza di fiducia negli altri?

E, soprattutto, dovremmo smetterla di pensare che una società non può funzionare senza crescita. Ho già parlato di straniamento, di dissonanza cognitiva, ogni volta che sento un giornale radio o leggo un’intervista a un politico o guardo un servizio persino dei programmi più alternativi. Renzi sembra in loop: “e adesso crescita!”, “l’Italia riparte!”, “è ora di ricominciare a parlare di crescita!”, e così via. Ma tutti, da Tsipras al piccolo sindaco conservatore, dal sindacalista al giornalista, dall’economista all’ente di statistica, danno per scontata l’idea più assurda e prevalente della nostra società: che tutto debba sempre crescere all’infinito. Più pil, più bambini, più infrastrutture, più, più, più… Per chi vede le cose diversamente, questa ossessione per la crescita è un fenomeno irritante e curioso al tempo stesso. Perché tutte queste persone dicono queste cose con tanta insistenza? Per me sentire le notizie è diventata un’esperienza surreale – come se mi sedessi sul divano, accendessi la radio, e la prima notizia fosse: “per fortuna, anche questo mese ci sono tre ippopotami nel municipio”, e la seconda: “le ricette di Merkel e di Tsipras per avere tre ippopotami nel municipio non potrebbero essere più diverse, ma entrambi concordano sulla necessità di avere tre ippopotami nel municipio…” Oppure: “i sindacati concordi sul fatto che questa legge non garantirà i necessari tre ippopotami nel municipio, pronte manifestazioni di piazza…” e così via. Ma di cosa stanno parlando? Ma perché sono così fissati?? Mi sembrano tutti pazzi, pazzi di quella pazzia logica che deriva da qualcosa di concreto e ha una certa coerenza interna ma presa di per sé è completamente folle. E tutti ci credono. E tutti ripetono a pappagallo le stesse storie.

Non serve creare posti di lavoro. Andare a lavorare è molto spesso una gran rottura di palle. Certi lavori, in particolare, sono pesanti, e per ogni lavoro gratificante che ci possa essere devono necessariamente essere creati un certo numero di lavori pesanti – non c’è architetto senza muratori, non c’è professore senza aule e cessi puliti, non c’è ricercatore senza qualche sconosciuto operaio che gli fabbrichi le provette o la carta per la stampante.

A questo punto devo sottolineare che sto parlando di lavoro salariato. Uno dei grandi peccati della nostra società è l’aver mortificato tutte le attività per cui non si percepisce uno stipendio diretto – cura dei propri anziani o malati, autoproduzione domestica, cucina, orto… Queste attività vengono considerate dei di più, degli hobby, dei passatempi. La nostra è una società ipermonetizzata, in cui non si ritiene di aver lavorato se non si percepisce uno stipendio, non si può accedere a moltissimi beni e servizi se non comprandoli, e persino beni immateriali come la salute o l’ambiente devono essere rappresentati in quantità di denaro per capirne il valore (l’influenza fa perdere tot percentuale di pil perché la gente sta a casa invece di lavorare, il turismo vale tot mentre se sventriamo questa valle per fare una cava vale tot altro, eccetera). La realtà, invece, è che noi non stiamo a questo mondo come lavoratori salariati ma innanzitutto come animali in carne ed ossa (nel nostro caso). Il nostro compito primario è sopravvivere. Sopravvivere significa produrre e lavorare del cibo, mantenerci sani e curarci, coprirci e allevare i nostri cuccioli. Chiunque faccia queste cose sta contribuendo alla sopravvivenza propria e della specie, e chiunque fa delle attività che vanno contro questo (speculazione sui prezzi delle materie prime, guerre che non siano di autodifesa, fare finta di lavorare in un ufficio…) anche se viene pagato non sta producendo nulla di utile. Naturalmente, siccome non ci limitiamo alla mera sopravvivenza, anche la creazione di qualcosa di non strettamente necessario conta come lavoro. Se dipingo un quadro da appendere, in un certo senso sto risparmiando le ore di lavoro salariato che mi servirebbero per comprarne uno da qualcun’altro.

Non è per nulla scontato che tutte le attività debbano passare attraverso il denaro. Sono esistiti innumerevoli esempi nella storia, e in parte ne esistono ancora, di organizzazioni sociali in cui un lavoro (protezione, amministrazione della giustizia) veniva scambiato direttamente con il prodotto di un altro (cibo), o in cui l’autoproduzione (caccia, agricoltura di sussistenza, autocostruzione delle abitazioni) serviva a fare quello che nella nostra società si fa cercando un lavoro, percependo uno stipendio, e spendendolo. C’è stato il baratto, o addirittura la possibilità di regalare il proprio surplus in base a un tacito accordo per cui anche gli altri faranno lo stesso. In parte, è ancora così, con il volontariato, o con la nonna che fa il maglioncino o coltiva pomodori in cambio della compagnia dei nipoti e di una mano in alcuni lavori. Dove vivo, molte delle cose che è assolutamente necessario fare, come falciare l’erba, vangare il campo, tagliare la legna, curare gli animali, vengono fatte spesso non a pagamento per qualcuno ma in proprio o in famiglia. Il problema è che l’economia è, anche qui, orientata principalmente verso il lavoro salariato. La conseguenza, a quanto mi sembra per lo meno, è che gli adulti si ritrovano a dover svolgere due tipi di lavoro, di cui uno spesso a tempo pieno, mentre i più giovani e i più anziani hanno un sacco di tempo libero. Questo mi sembra ingiusto. Io sono a favore di un moderato lavoro minorile e come sapete abolirei direttamente la pensione, sostituendola con un sussidio basso e universale con graduale aumento oltre a una certa soglia di età. La situazione attuale è invece paradossale: gli adulti lavorano troppo, i giovani non riescono a emanciparsi e gli anziani vivono o in vacanza perenne o in povertà. Al momento, la nostra è una società preoccupata, stressata, oberata, in cui un sistema che costava caro ma almeno garantiva una forma di benessere non funziona più, perché c’è la crisi e la disoccupazione, e tutti si affannano a tornare a questo sistema nonostante non sia né possibile né desiderabile.

Io propongo quindi un sistema alternativo. Cerchiamo di capire di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo, e poi dividiamoci il lavoro. E se qualcosa non serve a nessuno, tipo la burocrazia, tipo le compagnie telefoniche che fanno stalking per farti tornare da loro, tipo le infinite periferie – che nessuno le faccia, queste cose. Non giustifichiamole solo perché “creano lavoro”, se poi tormentano tutti gli altri. E chi fa un lavoro utile, sia pronto a condividerlo.

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9 risposte a “condividere il lavoro

  1. La condivisione è una idea metafisica che si fonda sull’errore catastrofico di pensare che l’essere umano nasca buono e poi si incattivisca a causa delle distorsioni presenti nella “società”. E’ esattamente il contrario, l’essere umano nasce cattivo e la “società” con le sue regole, serve per frenare e regolare questa cattiveria. In parole povere, “condividere” qualcosa è il sistema più semplice per farsi inchiappettare.

    Il problema del lavoro in Italia è collegato al fatto che con la “globalizzazione” si sono messi in collegamento ecosistemi completamente differenti, come un piccolo mare chiuso e l’oceano. L’Italia dal dopoguerra è vissuta nella sua nicchia ecologica europea strettamente collegata agli equilibri della Guerra Fredda e della Cortina. Adesso che non ci sono più barriere, frontiere, distanze, tutte le rendite di posizione sono scomparse e non solo l’Italia si trova in posizione assolutamente periferica rispetto a quello che succede nel resto del mondo ma si trova anche nella situazione decadente di avere grandi aspettative e piccole risorse, sia materiali che umane.

    Cioè dell’Italia, tolto il folklore di Firenze, Venezia e le tovaglie a quadretti, non importa una fava a nessuno e gli Italiani non hanno nessuna capacità particolare, anzi, sono particolarmente inaffidabili, disorganizzati e inefficienti. Le cose per cui siamo “famosi” hanno tutte un doppio taglio per cui c’è sempre un “ma” che fa preferire altre cose e altre persone alle nostre.

    Di più, da parecchio tempo c’è questo martellamento continuo per eliminare l’idea stessa di Italia come binomio “terra-sangue” e sostituirlo con una semplice espressione geografica, per cui è “italiano” qualsiasi essere umano che decida liberamente di vivere nella regione chiamata Italia. Questa idea a due corollari devastanti, il primo è che crolla il concetto di Nazione, il patto fondante tra cittadini, tutte le istituzioni e che bisogna delegare ad altri, ad un meta-livello indefinito che si occupi di amministrare il “mondo” e tutti gli esseri umani in maniera indifferenziata. Questa idea è catastrofica perché ovviamente, posto che non sia di perse folle, richiede che tutti siano d’accordo, se viene messa in atto solo in Italia è una barzelletta. Il secondo corollario devastante è che l’individuo viene scollegato da qualsiasi punto di riferimento, non esiste retaggio culturale, ne storico, ne geografico, ne linguistico, niente. Ognuno è una monade, con l’unico riferimento di soddisfare le proprie pulsioni ma con l’obbligo di migrare per il mondo per andare la dove queste pulsioni possono essere soddisfatte. Cioè se non esiste l’Italia non esiste il problema del lavoro in Italia, esiste semplicemente il fatto che il lavoro devi andarlo a cercare dove c’è, Russia, Indonesia, Brasile, è tutto uguale.

    Riassumendo: ci stiamo autodistruggendo e le ragioni sono li da vedere da settantanni.

  2. gaiabaracetti

    Ciao Lorenzo,
    non ho capito il nesso tra la società che frena le pulsioni negative e il fatto che condividere sia sconveniente. La condivisione di cui parlo in questo caso, ad ogni modo, è reciprocamente vantaggiosa: chi lavora molto può lavorare di meno e probabilmente vivere meglio, e deve pagare in proporzione meno tasse per mantenere chi non lavora; chi non lavora per niente può cominciare a farlo e a guadagnare qualcosa.
    Riguardo all’idea di Nazione, il discorso è molto lungo. Recentemente ho letto le idee sul “confederalismo democratico” di Ocalan e mi sono parse piuttosto convincenti, anche se non perfette. L’Italia è troppo grande per rappresentare concretamente un’identità condivisa. Io mi sento italiana, ma mi sento anche friulana, udinese, europea, e al momento molto legata al piccolo paese in cui vivo. Inoltre, sento un legame con tutti gli altri esseri umani e viventi. Quale di queste lealtà e identità deve prevalere? Posso deciderlo io o deve deciderlo per me qualcun altro?
    L’indebolirsi dei legami territoriali potenzialmente favorisce le migrazioni di massa, ma la grande migrazione italiana si verificò nei secoli diciannovesimo e ventesimo, rispettivamente quello in cui nacque il nazionalismo in Europa e quello in cui raggiunse le sue espressioni più estreme.

  3. Gaia, siamo alle solite.
    Gli approcci razionali e intelligenti, come la decrescita, non funzionano perché… perché la maggioranza degli individui della specie ha una psicologia bioevolutiva che li condizioni al pattern “tutto e subito” ovvero “meglio un uovo oggi che una gallina domani”.
    Da questo punto è stringente il parallelismo con la razionale irrazionalità del marxismo e della morale marxista.
    Semplicemente non tengono in mente la dimensione principale della principale parte dell’umanità che è l’ingordigia.

    In un certo senso abbiamo raggiunto la consapevolezza del disastro, di un sistema sovraccarico e sovravincolato per cui non esiste alcuna soluzione.

    Il problema esiste da sempre, è etologico, ma ora è straordinariamente potenziato da
    o – disponibilità di tecnologie (per la distruzione) alle masse
    o – disponibilità di energia (per la distruzione) alle masse
    o – crescita demografica ovvero crescita esponenziale del numero di “problematori”.

    Sostanzialmente, siamo fottuti.
    La lotta per la metarisorsa lavoro è solo una delle forme di competizione per le risorse.

  4. gaiabaracetti

    Sì, forse siamo fottuti. Ma l’umanità ha sempre cercato soluzioni ai propri problemi. Alle volte queste soluzioni hanno funzionato. Se la mia soluzione per il caso specifico non va bene, ci dev’essere un motivo che non sia “non funziona mai niente perché l’uomo è fatto male”.

  5. Gaia, la soluzione che immagini è in gran parte condivisibile, e credo di attuarla già del mio più di quanto faccia la stragrande maggioranza degli “altri”. Ciò che la rende un sistema non generalizzabile (purtroppo, aggiungo) è il fatto che esiste una competizione patologica dovuta ad un eccesso di densità antropica. Potessimo contare sulla situazione territoriale dell’Australia, o del Canada, o anche solo dell’Argentina o della Russia, probabilmente sarebbe tutto più semplice. Invece siamo afflitti da dirigenze che organizzano attivamente le cose affinché la patologia si aggravi, importando persone a milioni ogni pochi anni su un territorio già ben oltre i suoi limiti di portanza fisica, imponendo quei milioni di persone ad un corpo sociale che [1] non reggeva neppure le tensioni della convivenza di quando eravamo 180 ab/km2. Ora, “grazie” alle assai lungimiranti azioni dei nostri dirigenti (peste li colga) abbiamo superato da un pezzo i 200 ab/km2. La nostra serenità è “aumentata” di conseguenza (sarcasmo).

    [1] azzarderei a sostenere che lo dimostra la tendenza degli autoctoni a frenare la spinta riproduttiva, come accade ad ogni specie quando supera il livello massimo di densità che è in grado di tollerare senza “sclerare”

  6. Ci sono molte cause culturali ed economiche, e probabilmente anche amministrative e legislative, per l’enormità di ore che lavoriamo – proprio ora, tra l’altro, che le tecnologie potrebbero permetterci di lavorare meno, finché durano. La sovrappopolazione non è l’unico fattore, però mi viene in mente quello che avevo letto tempo fa, anche se ammetto non si tratta di letture abbastanza approfondite, sul fatto che, tutto il resto restando uguale, i cacciatori-raccoglitori tendono a nutrirsi meglio degli agricoltori, lavorando meno. Tornare a quel sistema è praticamente impossibile e solo in parte desiderabile, però sicuramente disporre di grandi spazi può aiutare a fare meno fatica, perché la fatica la fa l’ecosistema che ci offre cibo e materie prime. Raccogliere erbe spontanee, portare al pascolo gli animali, persino cacciare per essere sostenibili richiedono enormi estensioni, ma liberano dalla fatica di coltivare o fare fieno. Il punto è che se hai troppa gente che lo fa la situazione è quella di adesso, in cui bisogna allevare i pesci per buttarli nei fiumi perché la gente si diverta a pescarli (un abominio da tutti i punti di vista).

  7. In ecologia si indica come regola o principio di potenza il fatto che ogni specie tende a saturare completamente l’ambiente che la ospita. In altre parole l’impronta ecologica è come l’entropia e tende a un massimo.
    Gli homo non fanno eccezione ma sono un eccezione perché sono i predatori apicali, non hanno altro predatore né ente biologico che ne contenga la popolazione.
    In altre parole gli unici che saranno causa del ridimensionamento brutale della specie sono gli homo stessi e questo è noto in letteratura (ad esempio con i celeberrimi studi di due ricercatori belgi sul collasso in Ruanda divulgati anche da Jared Diamond, ma ciò avviene anche ora in Siria, in Iraq, avviene in Somalia,, avverrà in Egitto, avviene in Yemen, avverrà in Europa balcanizzata dallo tsunami e ulteriormente iperpopololata dallo tsunami migratorio in corso, tra qualche lustro).
    La troppa gente rende tutto estremamente difficile, complesso e insostenibile.
    Paradossalmente il fondamentalismo crescitista, nelle sue litanie oscurantiste, irrazionali,continua a ripetere che oltre alla crescita del PIL; ci deve essere una crescita della popolazione, in combutta con globalismo, progressismo, becero umanismo e una serie incredibile di assurdità (vedere qui questo caso paradigmatico, una dei molti pazzi invasati).
    In altre parole la massa e chi la manipola ora sono apologetici della crescita del problema, del disastro.

  8. Un modo differente di pensare alle nuove forme di lavoro introdotte da fenomeni quali Uber: How Platform Cooperativism Can Unleash the Network

  9. Sembra che l’occidente si possa muovere nella direzione del part-time: https://www.theguardian.com/money/2017/sep/16/part-time-working-revolution-people-want-family-social-life

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