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Io non ho scritto che la migrazione è sempre sbagliata, né lo penso. Il fatto che ci sia sempre stata è ininfluente: anche la guerra, la schiavitù o lo stupro ci sono sempre stati, ma non per questo dobbiamo approvarli. Piuttosto, non vedo motivi per sostenere che la migrazione sia sempre una cosa sbagliata. Si tratta di un fatto umano che come tanti altri ha lati positivi e lati negativi, a seconda delle modalità, dei punti di vista e delle circostanze. Siamo arrivati a un punto in cui il pianeta ha ben più esseri umani di quanti può sostenere a lungo termine, per cui qualsiasi migrazione di massa inevitabilmente creerà dei conflitti molto seri. Non ci sono più aree poco popolate in cui il danno migratorio sia arrecato ‘solo’ alla flora e alla fauna, ma non ad altri esseri umani. Ormai qualsiasi spostamento di massa provocherà o un problema di grave sovraffollamento (Europa) o l’allontanamento violento delle popolazioni pre-esistenti (Israele – tra l’altro, perché allora non andiamo a dire ai palestinesi, che giustamente si difendono, che la vita umana è sacra e devono lasciare le loro terre ai coloni israeliani?).

Per inciso io sono tornata in Italia proprio perché sono arrivata alle conclusioni che ho già esposto, e quindi mi sembrava incoerente nel mio caso migrare, ma non sostengo né ho mai sostenuto che qualsiasi migrazione per qualsiasi motivo sia sbagliata.

Riguardo alla vita umana come valore assoluto, io non credo negli assoluti. Ovviamente la vita umana è un valore grandissimo, ma alle volte si tratta di scegliere tra una vita e un’altra, o due gruppi di vite, o la vita di oggi contro la vita di domani, e ci si trova davanti a dilemmi di non facile soluzione. Per esempio: è meglio pagare il riscatto e salvare una persona, incoraggiando futuri sequestri, o rischiare che li rapito venga ucciso? È sbagliato uccidere il nemico che ti attacca? Se qualcuno entra in casa tua armato, puoi sparargli per difenderti? Se fai un blitz per salvare degli ostaggi e qualcuno muore, era meglio se non facevi niente? Eccetera. Si tratta di questioni complesse, che non si possono risolvere facendo appello alla sacralità della vita umana. Se comunque l’obiettivo è salvare vite umane, una soluzione potrebbe essere impedire le partenze bloccandole all’origine e distruggendo i barconi. Rimane però il problema non indifferente di cosa fare con tutte le persone che rimangono in Libia e non possono andare né avanti né indietro.

Bisogna anche ricordare che pace e benessere da un lato, e disperazione dall’altro, non sono così semplici e non sono così statiche. Innanzitutto, non tutti in Europa stanno così bene che possono permettersi di condividere il poco che hanno con qualcun altro, e non tutti i migranti davvero morirebbero tra atroci sofferenze se rimanessero nel loro paese di provenienza. Inoltre, se tu andando in un posto che sta bene contribuisci a far stare quel posto sempre peggio, la tua disperazione vale ancora come giustificazione?

Io non credo che gli italiani, o qualsiasi altra collettività, siano superiori né in sé né quando migrano. Questa favola che gli italiani si raccontano per giustificare la loro ostilità alla migrazione, dicendo che “quando emigravamo noi era diverso”, non ha nessun senso storico. È solo una scusa. Non mi risulta che gli italiani che emigravano si siano mai posti il problema, al di là forse di qualche coscienza individuale, se fossero graditi o meno – né mi risulta che lo facciano ora. Perseguivano i loro interessi ed era un problema del paese ricevente se prenderli o non prenderli.

Non sono nemmeno d’accordo con la risposta: “se vuoi tanto i clandestini, prendili a casa tua.” Ci si esprime anche per indicare una strada alla collettività di cui si fa parte, e non tutto è praticabile individualmente. Io posso volere che i malati di cancro siano curati a spese del servizio sanitario nazionale, e posso essere disposta a pagare anche più tasse per finanziare il trattamento, ma ciò non significa che per coerenza dovrei allestire nel mio salotto una sala per la chemioterapia. Naturalmente, oguno di coloro che vogliono l’accoglienza è effettivamente libero di aiutare i richiedenti asilo in prima persona, e c’è chi lo fa: ho visto gente portare da mangiare ai senzatetto stranieri e agli accampati, ad esempio, e questo è senza dubbio un comportamento coerente. Effettivamente una persona che si esprime per l’accoglienza e poi non fa nulla per contribuire ad essa è un po’ sospetta, ma non per questo in malafede. È anche vero, comunque, che spesso chi non vuole limitare l’immigrazione non è davvero povero né ha prospettive serie di diventarlo a breve termine, per cui può, dalla sua posizione privilegiata, invocare l’accoglienza senza percepire di dover pagare per essa un prezzo molto alto. Un comportamento più coerente sarebbe ridurre la propria impronta ecologica e la propria procreazione, così da far posto per i nuovi arrivi, altrimenti sta solo scaricando la propria ipotetica generosità sulle concrete spalle altrui – magari quelli che non hanno il lavoro né un sussidio e le decine di euro che vengono spese quotidianamente per ciascun profugo le vorrebbero per sé, ad esempio. Ed è difficile dare loro torto, data la piega molto grave che stanno prendendo le cose qui.

L’atto migratorio è un atto egoistico, e l’egoismo non sempre è un male, perché per sopravvivere bisogna anche essere egoisti, ma decidere quale lasciar prevalere in una contrapposizione di egoismi è una scelta complessa. Quelli che dicono che i migranti andrebbero respinti senza se e senza ma dovrebbero porsi il problema di come il loro stile di vita direttamente o indirettamente può causare queste migrazioni; quelli che dicono di accogliere senza se e senza ma devono spiegarmi cosa farebbero se, e succederà se non facciamo nulla, decine di milioni di persone decideranno di immigrare in Europa in pochi anni. Non fermeranno mai nessuno, a costo di distruggere il continente? Questo è morale?

Specifico, dato che nel mio post non era chiaro, che io non penso che la discriminazione quando si tratta di decidere a chi dare per primo lavoro, alloggio, e così via, debba essere basata solo sulla combinazione di nascita e residenza di lungo corso. Se non c’è la minaccia di un’immigrazione massiccia ma solo la presenza di alcuni stranieri qui e lì, queste discriminazioni probabilmente non sono necessarie e potrebbero anche essere inutilmente punitive; inoltre ci sono persone che abitano in un paese che non è il loro da molto tempo, hanno intenzione di restarci e di contribuirvi quanto possono: queste persone dal mio punto di vista possono avere anche più diritti di chi è nato in un paese ma non ha con esso un particolare legame e non ha problemi ad andare a vivere da un’altra parte. Non si tratta di cose su cui è facile legiferare, e infatti le uniche proposte possibili sono di mettere un limite di anni di residenza per accedere ad alcuni servizi o vantaggi: se sei qui da, diciamo, cinque o dieci anni, sei uno di noi. Per esempio, io darei il reddito di cittadinanza ai cittadini residenti e ai residenti di lungo corso, ma non ai cittadini residenti altrove – un po’ come è stato fatto il referendum sull’indipendenza della Scozia. La patria, contrariamente a quanto il nome suggerisce, la puoi anche scegliere, ma è una scelta che richiede di pagare un prezzo.

Ricordo anche che non è assolutamente vero che l’Australia sta limitando l’immigrazione. L’Australia rifiuta alcuni migranti, questo sì, con metodi anche molto duri, ma nonostante questo ne accoglie molti altri e per questo motivo il suo tasso di crescita della popolazione è il più alto tra i principali paesi industrializzati.

Riguardo alla storia dei disperati sui barconi, mi sembra uno di quei luoghi comuni che si ripetono a pappagallo senza pensare a cosa significhino davvero. Io invece vorrei riflettere approfonditamente sulla veridicità di questa convinzione diffusa. La disperazione è una condizione soggettiva per definizione: significa mancanza di speranza. Non c’è un legame unico tra le condizioni di una persona e sua capacità di sperare in un miglioramento, e alle volte ad avere le speranze più grandi sono proprio le persone che si trovano nello stato peggiore. Una guerra o uno sconvolgimento drammatico possono significare finalmente la rottura con lo status quo e la possibilità di costruire un futuro diverso, mentre dall’altro lato ci sono persone che da un punto di vista esterno hanno già molto, o avrebbero la possibilità di rimediare alla propria situazione, ma per carattere o inclinazione individuale perdono la speranza fino addirittura a morirne.

Non nego che molto spesso le condizioni da cui provengono gli immigrati che cercano di arrivare in Europa siano oggettivamente drammatiche. Quello che non è per nulla scontato è che la risposta a queste condizioni drammatiche sia la fuga. Nel corso della storia umana ci sono state reazioni di tutti i tipi ai momenti difficili vissuti da una collettività: per alcuni popoli e momenti storici lo sbocco è la rivolta, la rivoluzione o l’insurrezione; per altri è l’aggressione, per altri ancora l’autoimmolazione, l’unione contro il nemico, una nuova religione, una conversione di massa, una ricostruzione, la ricerca di nuove tecnologie o strategie per risolvere il problemi… la fuga è solo una delle infinite possibilità. Perché allora ci sembra tanto scontato che dalla guerra e dalla difficoltà economica si può solo scappare?

Perché siamo noi i primi. Perché siamo noi i grandi individualisti che quando le cose si mettono male ce ne freghiamo del paese, della comunità, dell’umanità intera, e pensiamo solo a mettere in salvo noi stessi e la mezza dozzina di persone di cui ci importa davvero qualcosa. Noi diamo per scontato che i “disperati” sono in fuga perché non sappiamo immaginare altro che la fuga dalle difficoltà. Ma non solo la fuga non è l’unica possibilità: non è nemmeno un indice di disperazione. I barconi non sono pieni di disperati: sono pieni di speranzosi. Sono pieni straripanti di persone che sperano, che credono, che sono certi di aver trovato la Terra Promessa. Per loro l’Europa è il paradiso, è la pace, è la ricchezza. Alcuni troveranno tutto questo e, finalmente al sicuro, probabilmente passeranno il resto della loro vita nella convinzione di aver fatto la cosa giusta; altri finiranno in fondo al mare, o in qualche campo a lavorare come schiavi, o ammassati in un giardino pubblico con la puzza addosso di interi mesi senza lavarsi. La Terra Promessa non è per tutti.

Io penso che ci sia stato un lungo processo di indottrinazione collettiva per cui interi popoli hanno perso la capacità di immaginarsi diversi, in cui un’infinita sequenza di uomini e donne hanno ripetuto ai loro figli, ai loro amici, a loro stessi la stessa strana propaganda che era entrata nelle loro coscienze: devono andarsene, a casa non c’è speranza per loro, il futuro è altrove. A forza di sentirsi ripetere questo, tutti ci hanno creduto. Altro che Che Guevara, altro che Thomas Sankara. Che esistesse un’altra strada non è stato più nemmeno preso in considerazione. Interi popoli si sono arresi al tanto vituperato Occidente: va bene, avete vinto, adesso dividete il premio.

Da un certo punto di vista, è nobile non voler sbattere la porta in faccia alla speranza altrui. Mi dispiace essere così reiteratamente severa con quella che in fondo è una manifestazione collettiva di generosità nei confronti di chi è meno fortunato. Ma la speranza che noi vogliamo assecondare accogliendo tutti i migranti è una speranza in gran parte malata: basata su un’illusione, predatrice, a suo modo, è la negazione di una speranza ancora più grande, la speranza della parità tra i popoli, la speranza che ognuno possa stare bene nella terra in cui è nato e lasciarla solo se la curiosità o la passione lo portano a incontrarne un’altra e ad amarla o volerla conoscere. La speranza di un mondo in cui non c’è chi parte e chi accoglie, chi ha e chi non ha, ma solo scambi tra pari.

La storia degli immigrati disperati non regge nemmeno alla verifica dei fatti. Quello che sta succedendo in questo momento è diverso dal flusso costante di migrazioni da tutto il mondo che l’Europa ha accolto negli ultimi decenni, questo è vero. Adesso ci sono guerre particolarmente gravi e particolarmente vicine. Al tempo stesso, la storia dei migranti disperati non è una novità: sono anni e anni che la sentiamo ripetere. È mai stata vera? Vi invito a guardare questa tabella Istat sugli stranieri presenti in Italia alla fine del 2012, ordinati per nazionalità. Contate i primi trenta paesi di provenienza degli stranieri. Quanti di questi trenta paesi erano in guerra?

Nessuno.

Si può dire che ci fossero dei conflitti in qualche zona di qualcuno di questi paesi, e probabilmente queste statistiche ufficiali non contano persone presenti clandestinamente del paese, ma rimane il fatto che gli ultimi dati disponibili mostrano che in Italia ci sono svariati milioni di persone di cui ci è stato detto che scappavano dalla guerra e non era vero, che scappavano dalla fame e non era vero, e che volevano semplicemente stare in un posto in cui si viveva meglio e si guadagnava di più, e non sto dicendo che dev’essere proibito avere questo genere di aspirazioni, ma che bisogna semplicemente chiamare le cose con il loro nome. Adesso, mi direte, è diverso. In Siria c’è palesemente una guerra orrenda. La Libia è fuori controllo, l’Afghanistan non trova pace, e così via. Non ripeterò che ci sono donne e uomini che invece di scappare resistono, e il coraggio delle donne in questi paesi è ancora più straordinario. C’è chi non vuole fare l’eroe, e noi come paese decidiamo che ha ragione e che lo vogliamo accogliere. Bene, ma lo spazio è davvero poco: allora forse sarebbe stato saggio, invece di accogliere milioni di profughi economici, lasciare posto solo per i profughi veramente gravi nel caso fosse scoppiata una guerra. Ma noi non potevamo rifiutare tutti i migranti che volevano venire in Italia semplicemente per lavorare, perché allora tutti gli altri paesi in cui erano gli italiani a voler andare a lavorare avrebbero potuto dire: riprendeteveli tutti. Il numero di italiani residenti all’estero è inferiore, ma non di molto, a quello degli stranieri in Italia, altro dato che viene convenientemente dimenticato. Se noi vogliamo che un italiano possa emigrare all’estero per motivi di ambizione personale, di sicuro dobbiamo accettare che un numero se non altro paragonabile faccia altrettanto con noi. E qui si torna alla solita storia: il mondo è pieno. Se non lo fosse, chi è in fuga troverebbe una costa disabitata dagli umani, una vallata impervia, un’isoletta remota, e si stabilirebbe lì, come è stato fatto tante volte. Adesso non si può. Dove vai, devi spostare qualcun altro.

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29 risposte a “in risposta ai commenti all’ultimo post

  1. Punti molto interessanti. Mi torna in mente una lezione che ho seguito in Norvegia. Immaginiamo la campana di Gauss ed applichiamola alla migrazione. Se sei troppo povero e non puoi nemmeno permetterti il viaggio, non cercherai di migrare, se sei abbastanza ricco non ci penserai nemmeno, perché stai già bene dove sei. Per cui quelli che decidono di migrare sono una sorta di classe media, che stanno già meglio dei più poveri e disperati.

  2. A meno che tu non sia ricco in un paese in cui c’è la guerra: allora scappi in aereo.

  3. Buonasera a tutti. Un mio caro amico che è riuscito a trascorrere sufficiente tempo in Africa per cercare di capire come vivano da quelle parti, mi ha raccontato anni addietro che il costo medio che ogni emigrante si sobbarca per raggiungere il lembo più prossimo d’Europa è tra i 1.500 e i 5.000 dollari, che da quelle parti sono uno sproposito. Come ipotizzava Suturn, una quota parte delle migrazioni – quella il cui flusso si mantiene costante – è costituita da persone dei ceti medio-bassi (statisticamente anche i più numerosi) che raccolgono in anni il budget necessario per inviare all’estero il membro della famiglia più ‘promettente’. Si spera infatti che, una volta all’estero, l’emigrato riesca in breve tempo a ripagare il debito contratto dalle famiglie, e a favorirne la ricongiunzione in un contesto migliore. A questo flusso primario, si accompagnano una serie di affluenti minori spesso episodici, causati da catastrofi naturali, guerre, carestie e quant’altro.

    Sono temi davvero complessi e impossibili da ridurre, soprattutto perché originati in contesti culturali spesso poco conosciuti e poco approfonditi dai media, cui invece interessano le stragi in mare, la vergine stuprata, il bambino malato di AIDS o il campo di concentramento in Libia. Non che queste violenze non siano problemi da affrontare – per carità! -, però in questo modo si perde il contesto generale del fenomeno. Che forse è più involuto da spiegare, e meno appetibile per «il grande pubblico».

    Mi ha molto rattristato il modo e i termini in cui nelle ultime settimane si è dibattuto sui media relativamente alla questione dell’immigrazione. Avevo ripreso a sfogliare la rete dopo un periodo di riposo forzato e, ad essere sincero, al terzo articolo mi è passata la voglia di continuare. Nessuno che cerchi di affrontare il problema nella sua globalità; solo versioni parziali, parzialissime, ciascuno a guardare questo fenomeno immane dal suo personale e ristrettissimo buco della serratura, come se si potesse capire la Pietà di Michelangelo discettando unicamente delle venature del marmo, o dei rapporti volumetrici, o dell’eticità della sua unica collocazione nella basilica di San Pietro.

    Da quando ho l’età della ragione, il mio cervello è stato sistematicamente tartassato da una serie di problematiche, tra le quali un posto di rilievo era costituito proprio dal fenomeno dell’emigrazione. Solo che – ai miei tempi – il tema erano le vicissitudini del fattore lucano che abbandonava lo sterile suolo natìo per ingrossare le inquinanti fabbriche al nord, lo spopolamento delle campagne, la questione meridionale di Rocco Scotellaro e Giorgio Napolitano, il «Cristo si è fermato ad Eboli», e quant’altro. Pochi additavano nel processo economico-produttivo o nelle culture locali la vera causa del problema; lo status-quo sociopolitico quello era e quello doveva restare: continuiamo così e speriamo che prima o poi, con la diffusione del benessere, tutti avranno tutto e nessuno si muoverà più da dove nasce. Come se il vivere bene in un luogo dipendesse unicamente dalla disponibilità di merci o manufatti.

    Di anni ne sono passati, e siamo passati dall’economia industriale a quella finanziaria. Stranamente, però, il benessere non si è diffuso, e le migrazioni non si sono arrestate. Il 60% dei miei amici si è trasferito per lavoro ad una latitudine più settentrionale della mia; i 3/4 della mia famiglia d’origine è al nord; e almeno una volta a settimana mi ritrovo a scambiare battute nel mio inglese traballante con qualche nigeriano, mahagrebino o maliano. Sono celebre tra gli amici per essere poco sveglio e avere uno scarso spirito d’osservazione; però anche io, con tutti i miei limiti, sono assalito dalla subdola sensazione che forse l’emigrazione non si sia mai arrestata. E non dipende dal barcone che affonda, dalla vergine stuprata, dal bambino malato di AIDS o dai campi di concentramento in Libia: quelli sono gli effetti, e non le cause. Quaranta anni passati, e non si è fatto nulla. Perché il problema – a mio avviso – non è in questo o quell’accidente storico o geografico: il problema è nel modello socio-economico che ci siamo dati, e che abbiamo imposto, obtorto collo, ai paesi del terzo mondo (che peraltro non hanno saputo/potuto/voluto rifiutare).

    Forse sarebbe ora di smettere di urlare, e di iniziare una riflessione ed una discussione pacata. Magari dopo mezzo secolo i tempi sono maturi.

    P.S.
    Complimenti per la pubblicazione slovena del tuo post; era bello denso, e quando lo lessi mi regalò le stesse sensazioni – anche se affilate in lame baracettiane 😉 – del discorso di George Saunders agli studenti della Syracuse University.

  4. > Suturn, una quota parte delle migrazioni – quella il cui flusso si mantiene costante – è costituita da persone dei ceti medio-bassi

    No
    Saturn non ha scritto questo.
    Ha scritto tutt’altro ovvero che i miseri e i ricchi (le due estremità della gaussiana) non partecipano alle migrazioni.

    Io devo rimarcare che c’è questa mistificazione orribile (uno degli infiniti falsi ideologici della sinistra) dei poveri miseri migranti.
    Alcuni anni fa lessi un lavoro dell’ISTAT che eseguiva uno studio e relativa segmentazione dei migranti in base al reddito nei paesi di proveniennza.
    La parte sensibilmente maggioritaria era costituita da persone della classe media dei paesi di provenienza.
    I miseri, indigenti, etc. in netta minoranza.

    Come da sempre dico, le migrazioni di massa sono migrazioni di massa di persone che vogliono aumentare il più velocemente possibile il proprio tenore di vita già discreto se non buono e non indigenti, morti di fame, etc.

    Inoltre queste analisi indicano tutti i punti sui quali agire per fermare questo tsunami migratorio.
    Rimpatri sistematici, no assoluto ai ricongiumenti, utillizzo del termine “lavoratori e lavoratrici ospiti”.
    Ad esempio sarebbe interessante capire quale arrovellature ideologiche verranno prese per consentire la permamenza di questi opulenti invasori,.

  5. Il sinistro disegno di annichilimento della struttura sociale ottenuta con il tritacarne identitario e con il massimo sostegno possibile allo tsunami migratorio è evidente, visto che direttive politiche portano ad assurdità come la restituzione dei barconi (
    800 tra grosse scialuppe, gommoni e pescherecci
    ) al termine dello sbarco nelle operazioni di invasione consentendone la continuazione e l’aumento.

    Il progetto di frantumazione sociale si avvale di tutti gli strumenti possibili per fiaccare le difese immunitarie e poi annullarle, a partire dalla mistica del migrante indigente e dal pietismo buonista suicida impartito dall’alto da fondamentalisti invasati e farneticanti con forti pulsioni sadiche e masochistiche.

    Il plagio e la manipolazione avviene ovunque, anche qui.
    Un commentatore (Saturn) esprime concetti e subito, Michele li adatta, li omogeneizza in maniera politicamente corretta.

    Infine, c’è una situazione acuta, emergenziale in cui è necessario fermare a tutti i costi l’arrembaggio alla scialuppa.
    E, ancora, con la mistica crescitista, dirittista, del tecnoteismo engelsiano, panmixista ogni invasore che sfonda i confini europei ne aggrava ulteriormente l’impronta e il deficit ecologico e va in direzione esattamente contraria alla decrescita e nel rientro nella sostenibilità locale che è il primo criterio di giustizia.

  6. Io non definirei il commento di Michele come “politicamente corretto”. Ha ragione a descrivere parte della migrazione in Italia come una sorta di costoso investimento per le famiglie (classe media o medio-bassa non fa tantissima differenza, nel contesto di questo dibattito), e a chiedere una discussione pacata. Anch’io sono stata attaccata più volte per la mia posizione sull’immigrazione, e mi piacerebbe poterne discutere serenamente senza reazioni pavloviane di indignazione o rabbia.
    Un buon inizio potrebbe essere separare i dati (chi sono i migranti, da quali paesi e condizioni provengono, quanto rimangono e come agiscono, ecc) dalle opinioni (hanno senso i confini? quali sono i valori più alti da proteggere? c’è un limite a un principio sacro?). Una volta stabiliti i dati, ci si può confrontare sul terreno più insidioso ma fondamentale di cosa è giusto e cosa no.

  7. Io ho scritto: ceti medio-bassi. Non ho scritto ‘miseri’ o ‘ultimi’. Mi sono riferito a quelli statisticamente più numerosi, il che implicitamente si riferisce ad un valore che cade all’interno dei 3σ di una gaussiana. Faccio notare che anche Saturn ha scritto «… Per cui quelli che decidono di migrare sono una sorta di classe media…».
    Faccio anche notare che in Africa, più del 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (cfr. I flussi migratori di transito (CNR)’), per cui non mi sembra di aver fatto un’affermazione così peregrina, scrivendo che il grosso che arriva qui appartiene ad un ceto medio basso (che peraltro è anche il mio). Che poi arrivino anche i ricconi in yacht, questo è il classico rumore che cade al di fuori del terzo σ, e infatti deriva dal fatto che in Siria attualmente è in atto un conflitto bellico, senza il quale il riccone probabilmente sarebbe rimasto nel palmeto della sua villa a Damasco.

    Mi rendo conto che, anche se è passato mezzo secolo, i tempi non sono ancora maturi per una discussione serena e pacata.

  8. Ci sono anche i ceti a reddito medio-alto nelle migrazioni.
    La realtà, ripeto, è che gli indigenti sono parte minoritaria.
    Io vorrei sapere quali provvedimenti vengono e verranno presi per tutti coloro che non sono indigenti ovvero la maggioranza.
    Nessun provvedimento perché la risposta è proprio “i migranti sono indigenti” e quindi la mistica terzomondista.

    In quanto al reddito al di sotto della soglia di povertà, qui ci sarebbe da proporre il noto aneddoto di Bauman su come noi valutiamo le povertà che, sostanzialmente, è PIL-ocentrica.
    In un paese dell’Africa centrale arrivano due agenti di commercio mandati da una grossa azienda che produce calzature. Entrambi informano in breve tempo l’azienda.
    Il primo scrive :- qui la vedo dura, sono tutti felici anche senza scarpe, possibilità di business assai ridotta.
    Il secondo scrive :- nulla meglio di qui: milioni di persone senza scarpe, tutte da produrre e vendere.

    Più o meno la stessa logica razzista dei vari catechismi e interventismi cattolici e laici di mediocri se non miserabili persone che vanno in Siria, in Congo, in vari posti del mondo a “esportate” il giusto e superiore ciarpame consumistico, crescitista, monoteista, progressista, dirittista, globalista che da tempo è metastasi nostra.

    In quanto alla pacatezza della discussione: possiamo anche pensare di essere in un salotto a discorrere di strategie di bridge.
    Quando partecipai a varie battaglie ambientaliste, l’accusa contro i vari “comitatini” erano che … non erano pacati.
    Coloro che lavorano ai disastri sanno benissimo che ogni minuto guadagnato è un minuto a loro favore.
    Coloro che resistono ai disastri sanno che ogni minuto andato è perso.

    Se lo tsunami migratorio fosse reversibile, in effetti, non ci sarebbe alcuna urgenza. I sostenitori dell’invasione permettono, favoriscono e supportano lo sfondamento dei confini da parte di 1.5M quest’anno?
    No problem, l’anno prossimo si vota, si cambia il governo, rimpatriamo quei 1.5M di clandestini.
    Ma ovviamente non è così.
    Non è così per i disastri ambientali e neppure per quelli umani.
    Lo sfascio identitario, la frantumazione sociale,la polveriera multietnica e il collasso ecologico che questi sinistre persone stanno implementando è tutto fuorché reversibile.
    Inoltre la quantità di menzogne e di falsità con cui farciscono le menti delle masse è talmente colossale che la pacatezza diventerebbe il parlare in una stanza piena di frastuono e rumore infernale.

  9. Sì, la questione è urgente, da tutti i punti di vista. Di sicuro però l’aggressione, in senso lato, difficilmente convince. Meglio trovare un terreno comune tra i “pro” e i “contro”, e partire da lì. La Lega urla da decenni, e non mi pare abbia risolto il problema o cambiato il modo di pensare di milioni di italiani (per fortuna, aggiungerei).

  10. Aiutiamoli a casa loro! Questo dovremmo fare! organizziamo una spedizione in Zimbabwe così insegniamo a questi ignoranti a scrivere paroloni sui blog come alternativa al sesso! Decrescita demografica assicurata. Daje! Più terra per la gente italica!

  11. Ciao Gaia, è un po’ che seguo con molto interesse il tuo blog, e condivido quasi sempre le tue analisi coraggiose e profonde, mai scontate e banali.
    Sulle migrazioni sono sostanzialmente d’accordo con te, compresi dubbi e considerazioni sulla complessità dell’argomento.
    Però penso che analizzare questi fenomeni da un punto di vista morale o di diritti umani, di giustizia sociale o di egoismo, di difesa del proprio territorio e di appartenenza ad una comunità non aiuti minimamente a risolvere il problema.
    Le migrazioni fanno parte della storia dell’umanità, e non sono mai state una cosa “giusta” o “sbagliata”, e mai indolori ne per chi le fa ne per chi le subisce. Sono inevitabili per una specie che ha fatto della crescita il proprio modello di riferimento fin dai tempi dell’avvento dell’agricoltura: una popolazione stanziale che cresce esponenzialmente insieme allo sfruttamento delle risorse naturali nel territorio che controlla (e questo dipende dalla tecnologia e dall’energia a disposizione), ai beni prodotti e consumati, e quindi ai rifiuti del metabolismo sociale. Quando il territorio non regge più la pressione antropica, la società va in crisi e collassa, a causa del primo parametro che sbatte contro i limiti delle risorse: può essere l’esaurimento o la desertificazione dei terreni fertili agricoli, o la deforestazione, o la mancanza di acqua dolce, o l’inquinamento del suolo e dell’acqua, o la pressione demografica che fa esplodere conflitti sociali e guerre civili, o tutte queste cose insieme.
    Semplicemente il territorio non riesce più a garantire la sopravvivenza e il benessere della popolazione che ci vive, e l’unica soluzione è la migrazione (parziale o totale) alla conquista di nuovi territori e nuove risorse; storicamente sappiamo che in pochissimi casi i nuovi territori erano disabitati, così questo ha significato praticamente sempre violenza guerra e soprusi, e molto spesso veri e propri genocidi di altre civiltà.
    Questo finché ci sono nuovi territori da conquistare, ma ora è diverso perché li abbiamo semplicemente finiti; o meglio, abbiamo finito quelli semi disabitati e ricchi di risorse.
    Siamo arrivati ad una situazione da incubo in cui la pressione dell’uomo sull’ambiente è talmente forte che il concetto stesso di libertà a noi tanto caro perde di significato: ogni anche piccola affermazione dei propri desideri, aspirazioni, bisogni vitali e non, egoismi, o ideali, inevitabilmente finisce con il pestare i piedi a qualcun altro, e sopratutto li pesta al pianeta Terra.
    Queste migrazioni di massa sono quindi un effetto della crisi ambientale che sta vivendo il pianeta per aver superato i “limiti della crescita” (dello sviluppo in italiano).
    Insomma, secondo me bisognerebbe avere la forza, l’autorevolezza e la lungimiranza, come hai fatto te con molto coraggio, di dire apertamente e con molta chiarezza ai migranti e ai loro governi, al resto dell’Europa e a tutti gli italiani, che semplicemente non c’è più posto per altre persone ne in Italia ne in Europa, ma anche che non c’è più posto ovunque nella Terra per i nostri e i loro figli: siamo 7,3 miliardi di uomini e per rimanere entro la capacità di carico di questo pianeta (e senza combustibili fossili che abbiamo praticamente finito) dovremmo essere al massimo 2 miliardi.
    E non ci dimentichiamo che ci sarebbero anche altri esseri viventi qui sopra, ed anche a voler essere cinici (ma non stupidi) ci conviene che continuino a vivere anche loro, perché la loro estinzione di massa porterà inevitabilmente alla nostra estinzione.
    Questo discorso, se i nostri decisori politici avessero il coraggio di farlo, avrebbe perlomeno l’effetto positivo di instaurare un serio dibattito pubblico sul problema dei problemi: la crescita infinita in un mondo finito con tutte le sue conseguenze, tra cui la sovrappopolazione (parlarne è un tabù anche per molti ecologisti e decrescisti) e la necessità di cambiare il nostro paradigma economico e sociale.
    Perchè il primo punto per risolvere un problema è riconoscerlo!

    Il business as usual fagocita noi stessi e le nostre idee: ecologia, sviluppo sostenibile, fame nel mondo, agricoltura verde biologica e sostenibile, efficienza e risparmio energetico, decrescita… diamo un contentino alle nostre coscienze ipocrite e aumentiamo il pil e alimentiamo il BAU, per esempio con quel capolavoro dell’EXPO e quell’altro capolavoro del giubileo (ci mancavano anche quelli straordinari!). Così andiamo poco lontano, e insieme a tutto il resto cresceranno anche le migrazioni, è inevitabile.

  12. gaiabaracetti

    Ciao Francesco. Io sono d’accordo con te, anche se non penso sia del tutto inutile analizzare le migrazioni anche da punti di vista non ambientali: i giapponesi, ad esempio, hanno deciso di ridurre al minimo l’immigrazione nel loro paese, e che io sappia non per motivi ecologici (anche se ne avrebbero, dato che anche il loro è un paese iperconsumistico e sovrappopolato che grava sulle risorse di altri paesi). Credo che l’abbiano fatto per mantenere, a torto o a ragione secondo i punti di vista, una società omogenea e stabile.
    L’unica cosa che aggiungerei a quanto tu dici è che ci vorrebbe un cambio di paradigma a livello mondiale, altrimenti si rischia semplicemente di venire fagocitati da società che continuano a essere cresciste e ad espandersi oltre i limiti dell’ambiente naturale, e quindi sono più numerose e probabilmente anche più potenti tecnologicamente. I nativi americani (che comunque avevano già pesantemente alterato il loro ambiente, ma niente di paragonabile agli europei) potevano anche vivere in equilibrio con le risorse a loro disponibili e in armonia con le altre specie viventi, ma non sono stati in grado di sconfiggere militarmente gli europei né di imporre su di essi il loro modello, preferibile da tanti punti di vista ma meno allettante da altri e meno adatto alle contingenze, per cui hanno dovuto soccombere. Ci penso spesso: se il mio popolo (per esempio, ma vale per tutti) dovesse adottare i principi che io predico, questo potrebbe essergli fatale. Al tempo stesso, non vale la pena esistere se il prezzo è la sopraffazione dell’ambiente e di altri esseri umani, quindi preferisco comunque lavorare al cambio di paradigma.

  13. Desidero far presente che é inutile diminuire i conteggi degli esseri umani sulla Terra al limite di sette miliardi e mezzo o come qualcuno fa addirittura a sei miliardi. Sulla Terra erano esistenti fino al 2008 circa nove miliardi e mezzo di esseri umani che tra guerre e morti naturali saranno aumentati un poco previo nascite recenti da tale data fino a oggi.
    Sicuramente con le guerre che ci stanno allestendo forse tra non molto e i disastri in arrivo, alcuni naturali e altri creati ad arte, forse potremo decrescere fino a cinque miliardi ma se dobbiamo avere delle guerre per limitarci vuol dire che sia noi che ci controlla non ha interesse a raggiungere degli equilibri.
    Del resto finché si mangia va tutto bene e se ti agiti quelli che comandano ci pensano loro a calmarti sia con i TSO che con le medicine nell’acqua del rubinetto (alias fluoro e alluminio e bario nell’aria con relative nuvole che ti portano l’asma e insufficienza respiratoria come si sperimenta in questi giorni) e se qualcuno parla di sovrapopolazione potrebbe essere messo agli arresti perché si diventa complottisti cosa che a chi comanda non piace sapere la verità e che sia riportata.
    L’umanità e più che altro gli italiani sono ormai ben controllati e ben pochi sono coscenti dei problemi e spesso trovano anche chi li contrasta e li condanna ( anche nei blog pagati da qualcuno che paga anche i black block) quando evidenziano i problemi societari che umani.
    Gli eroi credo che siano ormai morti tutti e se ci fosse qualcuno ai giorni nostri si terrebbe nascosto.

  14. Verissimo, per funzionare il cambio di paradigma deve essere a livello globale. Purtroppo (per me!) io sono un pessimista e non credo che ce la faremo, ma val la pena tentare, anche per dare un senso alla vita; ognuno come può, con i propri mezzi, anche nel piccolo delle proprie scelte di vita, come fai te e provo a fare anch’io.
    Ma tornando alle migrazioni quello che volevo sottolineare è che, giusto o sbagliato che sia, combatterle rendendo più rigida la propria legislazione o addirittura respingendo i profughi a casa loro, o sperare di aiutarli a casa loro migliorandone (come?) le condizioni di vita con aiuti umanitari, economici, sanitari o politici è comunque una battaglia persa: una marea di miseria umana in continuo aumento, migrazioni di profughi ambientali vittime del cambiamento climatico e della sovrappopolazione, sommergerà e travolgerà i delicati assetti geopolitici del mondo come lo conosciamo e sarà un cambiamento (certamente non piacevole) inarrestabile che ci toccherà tutti.
    E’ impensabile ed ingenuo pensare di fermare o comunque governare con delle leggi protezioniste locali un fenomeno così forte, sintomo di problemi epocali così grandi che in poco più di cento anni (di combustibili fossili) stanno portando al collasso del mondo. E non siamo riusciti a fare assolutamente nulla in 40 anni dal primo segnale d’allarme lanciato da “limith to growth” del Club di Roma e del MIT, anzi le cose vanno sempre peggio e tutto lascia pensare che ormai la situazione ci sia completamente sfuggita di mano.
    Questo ci riporta al cambio di paradigma: secondo me l’unica cosa importante che val la pena di tentare è far passare il messaggio di allarme sullo stato del mondo e promuovere un dibattito serio che faccia prendere coscienza alle persone, perché, come ti ho scritto l’altra volta, per risolvere un problema bisogna prima riconoscerlo e conoscerlo, e mi sembra che non si riesca a fare neanche quello: l’unico messaggio che passa come un mantra sui media è il lavaggio del cervello sulla necessità della crescita dell’economia, dei consumi, del pil, della produzione industriale, delle nascite, e perfino degli immigrati (che sono “una opportunità per rilanciare l’economia”?!).
    E infatti tentativi meritevoli come il programma Scala Mercalli ha sostanzialmente fatto un grosso buco nell’acqua… ma qui ritorno al mio pessimismo e ti saluto! 🙂

  15. gaiabaracetti

    Perché dici che Scala Mercalli ha fatto un buco nell’acqua? È vero, non abbiamo fatto nulla da quando fu pubblicato il rapporto che tu citi, ma è perché erano troppo pochi quelli che avrebbero voluto fare qualcosa. Ci sono dei rari casi in cui la comunità internazionale o singoli stati riescono a raggiungere degli obiettivi – non se ne parla più, ad esempio, ma abbiamo smesso di bucare l’ozono e la situazione sta cominciando a risolversi. Per fare un altro esempio, la Cina e l’Iran sono effettivamente riusciti a far calare di moltissimo la natalità nei rispettivi paesi (ma anche la Tailandia e il Bangladesh hanno fatto grandi progressi).
    E comunque, tra non provare nemmeno e provare a fare qualcosa sicuramente è più efficace provare.
    Luigi: che fonti hai per dire che eravamo a nove miliardi (e nessuno se n’è accorto?)

  16. Gaia le fonti ufficiali sicuramente non ne parlano tanté che si probisce sui giornali e riviste di scriverne e quando qualcuno lo fa tali articoli vengono censurati.
    Il sito di cui se ne parla é collegato con alcuni non terrestri, in cui a parte qualcosa di cui non parlano per timore di chiusura sito o altri problemi più gravi che presumo anche tu conosca ha fatto fare un conteggio con sistemi non di nostra conoscenza.
    Poi anche in considerazione del traffico e della marea di persone non solo in italia ma nel mondo certi calcoli si possono fare ad occhio e croce.
    Infatti in tale sito si parlava che gia nel 2007 eravamo circa sette virgola mezzo di miliardi che nel raggio di questi anni sarà passato sicuramente tra i nove o su di lì di miliardi.
    Inoltre si parla sempre di zone cosidette civilizzate ossia dove vi sono le auto e camion e altri mezzi e si esclude le zone ancora sia di montagna che altri luoghi che non vi sono mezzi utilizzabili o che non hanno contatto con il cosidetto mondo civile.
    Quindi se si calcola il tutto forse non saremo proprio a quei numeri ma poco ci manca se non li abbiamo superati.
    Poi si sà che si tende sempre a minimizzare e se dicono che siamo otto vuol dire che siamo a nove o più.
    Si consideri che le nascite invece di essere diminuite sono aumentate perché se prima erano in dieci a fare figli per una questione matematica dopo sono cinquanta o anche di più che iniziano a fare figli quindi per la legge quadratica se prima erano dieci per tre figli minimo dopo diventano 50 o 100 per tre figli o più.
    Infatti ci sono alcune limitazioni sia perché i vecchi muoiono sia per i disastri sia per le guerre che non riesce a portare in negativo la natalità dato che la proporzione é sempre che se si libera del posto si aumenta la prolificità.
    Ma é possibile che io sia troppo pessimista o troppo realista.

  17. Gaia ho trovato su quel sito di cui parlavo un esempio reale che qui ti copio del come diventerà il nostro mondo se si continua così.
    Se pensi che non Interessa in questo sito cancellalo pure.

    Isola di St. Matthew. Uno scoglio isolato e sperduto nel mare di Bering, a 300 km dall’Alaska

    1944 : Su quest’isola la guardia costiera americana vi fonda un LORAN (LOng RAnge radio Navigation system o sistema di navigazione radio a lunga portata) con uno staff di 19 uomini.

    Sull’isola vengono rilasciate 29 renne come eventuale fonte di cibo in caso di emergenza.

    Dopo pochi mesi la stazione viene dismessa ed il personale abbandona l’isola.

    Le renne si ritrovano su un’isola dove abbonda il loro nutrimento preferito, i licheni.

    Con abbondanza di risorse ed in mancanza di predatori naturali, le renne prolificano e si moltiplicano.

    Estate 1957 : durante una ricerca alcune persone visitano l’isola di St. Matthew

    Nel giro di soli 13 anni le renne si sono moltiplicate da 29 a 1350 capi.

    Gli animali scoppiano di salute ed ingrassano grazie alla loro dieta di licheni

    Estate 1963 : alcuni ricercatori approdano all’isola di St. Matthew.

    Nel giro di 6 anni, la popolazione si è accresciuta da 1350 a 6000 renne.

    L’enorme voracità della mandria di renne, dopo aver totalmente eliminato i licheni dall’isola, pascola l’erba rimasta.

    In seguito alla crescente lotta per il cibo, il peso corporeo degli animali si è ridotto dall’ultima volta in cui delle persone hanno visitato l’isola.

    Estate 1966 : i ricercatori fanno ritorno all’isola di St. Matthew

    Trovano l’isola ricoperta da scheletri di renne

    Della popolazione di 6000 renne, ne restano 42 di cui 41 femmine ed un maschio non fertile. Non vi sono cuccioli.

    A causa delle risorse sempre più esigue la popolazione non è stata in grado di superare indenne i rigori dell’inverno.

    Nel giro di pochi mesi, la popolazione è crollata del 99%.

    Senza potersi riprodurre, tutte le renne si sono estinte completamente entro gli anni 80.

    Le risorse mai sfruttate dell’isola divennero il motivo della prosperità delle renne ma anche il seme della loro estinzione.

    Le dimensioni dell’isola erano limitate e le risorse pure.

  18. Un buco nell’acqua nel senso che l’abbiamo visto in 4 gatti (i soliti) e non mi pare che abbia scosso molte coscienze, scatenato grandi dibattiti, fatto venire dubbi ai nostri decisori politici, fatto venire i rimorsi di coscienza ai poteri forti economici, banche, ecc.
    Ed è vero, qualcosina sul controllo delle nascite si era fatto in Cina e in Iran (che comunque continuano a crescere, come la Nigeria e l’Egitto, l’Africa è una bomba ad orologeria, guarda i dati della popolazione per paesi singoli o aggregati https://www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=sp_pop_totl&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=region&idim=country:NGA:EGY:IRN&ifdim=region&hl=it&dl=it&ind=false
    e https://www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=sp_pop_totl&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=region&idim=country:NGA:EGY:IRN:CHN:IND&ifdim=region&hl=it&dl=it&ind=false), ma è sempre troppo poco, la popolazione a livello mondiale continua a crescere, e quel che è peggio dove non cresce viene generalmente visto come un problema, ossia non hanno capito niente, non c’è una visione complessiva, il famoso cambio di paradigma. Al massimo si cerca una soluzione specifica ad un problema specifico senza avere una visione d’insieme: i sistemi complessi richiedono un approccio globale, olistico per capirne il funzionamento e trovare i punti di leva (http://ugobardi.blogspot.it/2012/11/punti-di-leva-dove-intervenire-in-un_25.html).
    Ma malgrado il mio pessimismo hai ragione, bisogna continuare a credere, sperare e provare a cambiare le cose; quello che comincia a pesarmi è che è difficile trovare persone con cui condividere queste analisi, queste preoccupazioni: io vivo in campagna per scelta, e normalmente se parli di queste cose ti prendono per matto o catastrofista.

  19. Mi spiace tornare su questi temi ma sono veramente preoccupato dalla come sta andando la cosa. Non solo per l’arrivo, ormai totalmente fuori controllo, dei migranti, ma anche e soprattutto per la piega che sta prendendo la politica, tutti i mass media e una buona fetta della società. La politica è, nei migliori dei casi, totalmente inerte , quando non ipocritamente interessata al fenomeno. Si è visto quale malaffare si celi dietro questi flussi, ed è solo una parte degli interessi sporchi che si fanno e si faranno con questa gente. La stampa è quasi un coro univoco a demonizzare chi tenta di dire qualcosa sull’irragionevolezza della situazione, chi cerca di agire come può, vista la totale inettitudine dell’Europa, e non si fa decenza di non usare l’onda emozionale di foto di bimbi affogati per cercare di annullare qualsiasi ragionamento logico o lucido sui fatti. Molta gente, benpensanti, pasionarie, professionisti del sociale (quante onlus, coop, caritas campano con questi flussi??) sembra non attendessero altro che questo da anni: un ondata senza se e senza ma di persone. Non importa da dove vengano, se siano veramente rifugiati, no. Accogliamo tutti e comunque. E’ sempre e comunque colpa nostra, quindi immoliamo la nostra società, non pensiamo a come sarà il futuro. Tanto nelle banlieu di Parigi o in via Sarpi a Milano non è mai successo nulla. Io sono veramente preoccupato.

  20. Anch’io, e infatti penso di tornare mio malgrado, come te, sull’argomento. Ci sto male, mi mette ansia, sono combattuta tra il lato emotivo della cosa (mi dispiace terribilmente per chi affoga, una morte orrenda, o asfissia, o sta senza far niente aspettando di vedere che piega prenderà la sua vita), e quello razionale, che in questo caso so essere quello giusto. Tra l’altro è del tutto evidente, dalle foto e da quello che si legge, che ad arrivare sono in grandissima parte giovani uomini. Volevo scrivere proprio partendo da questo. Ma non c’era la guerra? Gli uomini partono e lasciano indietro le donne e i bambini?? Oppure hanno intenzione di portarli dopo? E dopo quanto, se ci vogliono mesi o anni per l’asilo? E quando li porteranno, cosa succederà: triplicherà la popolazione di rifugiati? Quindi saranno milioni ogni anno? Oppure li lasceranno in patria, e allora l’Europa si riempirà di centinaia di migliaia di giovani uomini senza alcun legame con il territorio, provenienti da società maschiliste e violente in un periodo in cui c’è crisi economica e disoccupazione di massa in un continente già sovrappopolato e pieno di tensioni? MA QUALCUNO RAGIONA???

  21. No, nessuno ragiona perché il ragionamento porterebbe a smascherare questa sciagura, menzogne, credenze e fanatismi che la sostengono.
    Questa orribile dittatura del politicamente corretto, del panmixismo, del crescitismo, questa robaccia filomassmigrazionista non può arretrare un secondo dalla propria follia.
    La massa di piccole e furbastre menti scadenti sta nel greggione, allineata.
    Succederanno cose via via più gravi e qualcuno inizierà a destarsi da questo torpore, da questo citrullismo fanatico perbenista.
    Come per la crescita, apologeti speculatori continueranno ad aumentare intensità e frequenza dei loro sermoni da invasati per procrastinare il più possibile la resa dei conti.
    Poi, a balcanizzazione avvenuta, sarà troppo tardi.

  22. Io sono anche contenta che gli europei cerchino di essere generosi e di mettersi nei panni degli altri. Questa di per sè è una cosa positiva. Il punto è che non esiste solo la generosità. Se uno per accogliere un senzatetto sbatte la sua famiglia fuori di casa non è generoso, è pazzo. Se si tratta di piccoli gruppi e di fenomeni gestibili, e ci sono i margini, si può accogliere anche se, come me, si è perplessi dalle motivazioni (continuo a pensare che non si abbandona la propria gente nel bisogno). Ma quando questi margini non ci sono, il fenomeno è fuori controllo e i rischi sono così grandi, non può esserci solo la pietà. Altrimenti è un suicidio.
    Bisogna trovare una soluzione che sì salvi vite, va bene, ma fermi i flussi il più possibile. Salvare chi affoga ma rimpatriarlo e distruggere i barconi, per esempio. Piuttosto, armare chi, come i curdi, si difende.
    È molto difficile da un punto di vista legale e pratico, ma va fatto.

  23. Gaia, ma sai che l’ho osservato anche io che arrivano più che altro uomini?
    Ora non vorrei passare per una che fa una discriminazione al contrario (cioè discriminare il sesso meno incline ad esserlo, cioè quello maschile), però, a naso (sarebbe interessante fare una ricerca), mi sembra che i reati dei non cittadini italiani vengano fatti più spesso proprio dai maschi, mentre le donne rivestono principalmente il ruolo delle vittime (penso alle ragazze che sono ridotte in schiavitù sessuale, in primis); pertanto, dal mio punto di vista, secondo me un filtro basato sul sesso non sarebbe del tutto insensato.

  24. Nelle carceri sono sovrarappresentati sia gli uomini rispetto alle donne (oltre venti volte tanti) che, ma meno, gli stranieri (35%). Questo probabilmente dipende non solo dalla diversa propensione a delinquere ma anche da come sono definiti e puniti i vari reati.
    Non è solo questo, però: creare uno squilibrio innaturale tra numero di uomini e numero di donne è socialmente pericoloso, anche se gli uomini non sono ‘criminali’. Se non vengono raggiunti da mogli e fidanzate, presumo che questi uomini avranno più probabilità di iniziare a competere per le donne o di assumere comportamenti violenti per la frustrazione o il bisogno di affermazione. Non è certo, ma è possibile e forse anche probabile.
    Il mio discorso, però, era anche un altro. Per quanto mi riguarda, donne e uomini sono pari e la responsabilità è di entrambi; in società più tradizionali, sono gli uomini che combattono e si incaricano di proteggere donne, anziani e bambini. Questi uomini invece scappano, spesso con donne e bambini, spesso soli. Non è un comportamento che io riesco ad accettare. Sarei favorevole, ad esempio, ad accogliere i minori e proteggerli finché la guerra non finisce, anche se avrei da ridire sul mero fatto di procreare durante una guerra. Accetterei anche di armare, anche se è rischioso, le fazioni che si difendono dall’ISIS. Ma accogliere uomini soli e giovani mi sembra davvero sbagliato anche per motivi morali: stiamo accogliendo gente che abbandona chi dovrebbe proteggere, dal mio punto di vista.

  25. Oggi ho letto che le popolazioni dell’Iraq e della Siria sono quadruplicate negli ultimi cinquant’anni. Se questo fosse successo in Italia, oggi saremmo duecento milioni. Non vedo come si possa prescindere da questo fattore nell’analisi delle radici dei conflitti, né trascurarlo quando si discute di come rispondere all’emergenza profughi. Vogliamo ridurre l’Europa allo stesso modo? Finché non si affronta la questione demografica, per ogni profugo accolto ce ne saranno molti altri nati in quel momento e che prima o poi vorranno partire.

  26. E infatti io credo che la gran parte di quelli che arrivino in Italia non siano affatto profughi di guerra, ma semplici migranti economici. Salvini, visitando il Centro di Mineo, diceva che solo il 2% degli ospiti vengono da paesi per cui si riconosce internazionalmente lo stato di guerra (siria, libia..), gli altri sono semplici desperados che fino a poco tempo fa venivano più o meno respinti. Anche altri giornalisti hanno denunciato questo fatto, cui io non stento a credere. Ecco perché sono tutti uomini: partono all’avventura in cerca di un futuro migliore, ma non fuggono da guerre, dalle quali sono appunto i deboli (donne, bimbi…) a scappare per primi. Ma la nostra stampa, i politici e tutta quella fetta di popolo che ha interesse, sia ideologico che materiale, ad avere questo flusso di gente, li etichetta tutti sotto il comodo nome di profughi, facendo così confondere i siriani che scappano attraverso i Balcani (ho visto la carta degli schieramenti in Siria: ormai ISIS ha 4/5 del territorio….penso che molti, anche uomini, abbandonino la nave prima che affondi del tutto. ormai solo l’intervento russo e iraniano possono franare questa catastrofe…USA e Europa vogliono a tal punto far cadere Assad che lasciano un popolo e uno stato al macello pur di rovesciarlo….) con questi immigrati che arrivano sulle nostre coste da paesi e per motivi diversi. In modo da neutralizzare le reazioni dell’opinione pubblica e realizzare in questo modo visioni ideologiche (la sinistra renziana) e interessi materiali sia a breve (i soldi che finiscono in Sicilia agli amici di Alfano) e a lungo termine (voti per Renzi, manodopera a costo bassissimo per confindustria).

  27. Se l’ISIS ha quasi tutta la Siria è perché i siriani gliel’hanno permesso. I curdi hanno respinto l’ISIS da Kobane con le loro forze (e qualche bombardamento americano); se tutti resistessero la situazione sarebbe diversa. Finora niente mi ha fatto cambiare idea su questo punto.
    Dal Pakistan e persino dall’Afghanistan mi pare arrivino in gran parte migranti economici, anche se il confine non è così netto e le motivazioni possono essere multiple. In fondo, sono tutti almeno un po’ migranti economici, altrimenti si accontenterebbero di stare in Grecia o in Italia ad aspettare di tornare in Siria, invece di gridare “Germania! Germania!” Se quello che vuoi è la pace, ti accontenti della prima pace che trovi.
    Riguardo all’intervento russo, so che è di moda tifare per la Russia perché la Russia non è l’America, ma sinceramente un intervento pro-Assad non mi sembra una grande idea. La guerra è cominciata con la ribellione contro Assad e la repressione; l’ISIS mi pare sia venuto dopo (se mi sbaglio correggetemi). Tornare al punto di prima, ma svariati massacri di civili dopo, difficilmente garantirà una pace duratura.
    Non che io abbia la soluzione, ovvio, ma il cinismo della Russia mi fa venire i brividi. Questa volta Stati Uniti ed Europa NON hanno dimostrato chissà che grande volontà di far cadere il dittatore (che altrimenti avrebbe fatto la fine di Saddam Hussein o Gheddafi), ma non è andata meglio che in Libia o in Iraq.
    Ribadisco la mia posizione: bisogna aiutare i siriani a sconfiggere l’ISIS e trovare un qualche compromesso interno – sarebbe bello che si estendesse l’esperimento curdo, ma non credo ce ne siano le condizioni. Per quanto riguarda la Germania, credo che stiano cercando di tamponare il calo della popolazione con importazioni umane, facendo così anche bella figura agli occhi del mondo. Non nego che i leader possano essere sinceramente mossi anche da considerazioni umanitarie, ma se davvero accetti di aumentare la popolazione di uno stato come la Germania dell’equivalente di una grande città ogni anno qualche conto economico l’hai fatto.

  28. La Russia sarà quello che sarà, ma io dico che se può evitare che anche ciò che rimane dello stato siriano faccia una brutta fine, ben venga. A meno che non si preferiscano le atrocità gratuite, le distruzioni, i milioni di profughi, il califfato Isis. A meno che i siriani di Assad non valgano umanamente meno dei curdi, dei profughi, dei ribelli e quindi crepino pure tutti. Diciamo che poi la Russia non ha apertamente appoggiato i “combattenti per la libertà” siriani, salvo poi accorgersi chi erano. Come hanno dovuto fare gli stessi americani e gli inglesi(loro malgrado!), quando é apparso un video di uno dei capi di questi insorti, che si mangiava davanti alle telecamere il fegato strappato ad un soldato. I nostri eroi poi erano pronti a bombardare Assad, non fosse stato per l’opposizione russo-cinese, i nuovi missili Sam e qualche buon calcolo su una guerra fatta per procura, con i finanziamenti turco sauditi, che ha causato una catastrofe. Ah,credo poi che la Siria sia ancora sotto embargo. Quanto a Kobane, l’ha salvata l’interesee mediatico che ne ha fatto un simbolo, smuove ndo gli americani e costringendo i turchi a togliere il blocco che la stava isolando. Ma quante kobane ci saranno state, di cui nessuno ha voluto dirci nulla? E , secondo te Gaia, é stato giusto lasciare che le prendesse Isis solo perché non curde, non politicamente corrette? A me pare che l’ipocrisua usa-europa sia criminale e siccome nessun’altro muove un dito x fermare il macello, che non puo avere colori e dostinzioni, ben venga la russia, l’iran e hezbollah.

  29. Io rifiuto la logica del dover scegliere tra due schieramenti in questo modo: o l’Occidente o Russia e Cina. O Assad o l’ISIS! Ma per carità! Per me bisogna trovare una nuova strada che funzioni, non salvare il meno peggio. Per quanto riguarda l’intervento, siamo alle solite: se l’Occidente interviene, è ipocrita e interessato perché ha scelto proprio quelli e non altri; se non interviene, è ipocrita e interessato perché non fa niente. Come ti muovi sbagli. Per quanto mi riguarda, le guerre dovrebbero se possibile risolverle i popoli coinvolti, e io sono favorevole ad aiutare con armi ma non mandando l’esercito. E comunque finché non si risolvono i problemi alla radice (che in questo caso mi sembra sia una combinazione di demografia esplosiva, crisi di risorse e mancanza di diritti, libertà e rappresentazione per grosse fette del popolo) stare a discutere se bombardare questo o quello non risolverà la questione.

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