libertà di offendere

Avendo visto quanto la lungo e abbondantemente si è parlato della questione di Charlie Hebdo e della libertà di espressione, non mi sembrava il caso di aggiungermi al coro per dire cose tutto sommato scontate. Lo faccio ora per il semplice motivo che davanti ad avvenimenti del genere faccio fatica a tacere, e comincio dalla mia parte, per non prendermela solo con i musulmani (o parte di loro).

In realtà neanche questa sarebbe la “mia” parte, perché non mi riconosco più nella Chiesa cattolica. Ad ogni modo, per non partire subito all’attacco degli altri, inizio con il dire che sono disgustata da quanto ha detto il papa, il tanto amato papa Francesco: “non si può prendere in giro la religione.” Ah no? Da quando? Perché? E se uno lo fa, come gli si fa capire che “non si può”? Forse che papa Francesco vuole, alla sua maniera bonaria e gentile, cancellare l’Illuminismo e tutto quello che è venuto dopo – e, da questo punto di vista, anche prima?

Ho sentito dire, questa volta e anche altre simili, che le vignette in questione erano vergognose, o sinonimi, e che libertà di espressione non significa libertà di offendere. Lo ha detto anche il papa, a quanto viene riportato: non si può offendere. Anche questa è una novità.

La libertà di espressione è esattamente questo: libertà di offendere. Ovviamente non tutte le opinioni che esprimiamo devono necessariamente essere offensive, ma il punto è proprio questo: anche se lo sono, siamo liberi di esprimerle. Una libertà di espressione che sia solo libertà di dire cose che fanno piacere non serve a nessuno. La libertà di espressione comincia appunto dove comincia l’offesa.

Inoltre, purtroppo, la religione pretende un primato che alle altre forme di pensiero umano non è concesso. Io mi sento offesa tutti i giorni da qualcosa che qualcun altro dice: mi sento offesa da chi nega la gravità del disastro ambientale causato dall’essere umano, la parità tra uomo e donna, le conquiste della scienza e della medicina, mi sento persino offesa nella mia intelligenza dall’esistenza stessa della religione in moltissime sue forme. Mi sento offesa quando qualcuno irride le mie scelte di vita e ciò che per me ha valore. Però, siccome il mio pensiero non aderisce a un pensiero collettivo, standardizzato e religioso – tre requisiti fondamentali – non potrei mai esigere di essere rispettata come lo pretendono i membri delle religioni riconosciute. La religione osa pretendere un trattamento che nessun altro pensiero si aspetta.

Io, comunque, accetto di venire offesa. La mia intransigenza intellettuale si abbina a una grande tolleranza, pur nella sofferenza, pur nell’ira, del pensiero altrui.

Mi si dirà: sì, ma ci sono dei limiti alla libertà di espressione. La Francia stessa lo ha mostrato arrestando un comico proprio nei giorni in cui manifestava orgogliosamente per la libertà – una mossa assurdamente ipocrita, dal mio punto di vista.

Per quanto mi riguarda, i limiti alla libertà di espressione devono essere veramente minimi: non si può diffamare, non si può incitare all’odio razziale, e poco altro. Ma si può offendere. Persino negare l’Olocausto dovrebbe essere autorizzato: non è competenza dello stato definire una verità storica, tanto più che allora dovrebbe farlo per qualsiasi evento, non solo per uno.

E a questi musulmani che protestano in tutto il mondo, come avevano già fatto in passato, per delle vignette che “li offendono”, dico: siete patetici. Siete liberi di farlo, ovviamente, ma siete patetici. Siete patetici perché pretendete un trattamento diverso da tutti gli altri, e perché non siete capaci di fregarvene. Ma ditemi voi se il Niger, una nazione al collasso, senza cibo, con la più alta natalità del mondo, con le donne trattate come animali, non ha problemi più grossi di cosa scrive un giornale a Parigi!! Ma fregatevene! Il problema è l’imperialismo francese? Bene, prendetevela con quello. Ma il problema non può essere che un giornale che non avete mai letto nella capitale di un paese in cui non vivete scrive di una cosa che per voi è tutta un’altra. Ripeto: chi da così tanta importanza a una vicenda che potrebbe semplicemente ignorare, ed è incapace di dirigere la propria energia e la propria rabbia verso problemi veri, prendendosela piuttosto con pretesti e con innocenti, è semplicemente patetico.

Adesso verranno a cercare anche me.

(E si vergognino anche i britannici che per non offendere i musulmani non si sono azzardati in quasi nessun caso a mostrare la copertina dell’edizione speciale di Charlie Hebdo)

Riguardo al rapporto Islam-Europa, alle affermazioni dei politici che non possono, ormai, sbattere fuori tutti gli islamici né pretendere che smettano improvvisamente di essere come sono (cioè, in vari modi, dal musulmano per finta all’integralista), io non dico niente perché è una realtà che non conosco bene, ma soprattutto perché la storia ci mostra che le religioni vengono interpretate in vari modi a seconda delle condizioni culturali e materiali del popolo o del regime che le professa. Ci sono stati momenti, secoli fa, in cui l’Islam è stato più tollerante del cristianesimo; altri in cui l’ateismo di stato, nella forma del comunismo, è stato molto più repressivo della religione.

Lo stesso Illuminismo che ho nominato nacque in un’Europa fortemente, violentemente e coercitivamente cristiana, in cui si poteva venire torturati e condannati a morte per blasfemia – e dallo Stato, non dalla Chiesa. Gli europei la libertà di e dalla religione se la sono guadagnata, e se ce l’ha fatta un continente devastato dal fanatismo religioso, e che con questo fanatismo ha devastato il mondo, quale l’Europa, ce la può fare chiunque. Solo, per piacere, non torniamo indietro.

Io la libertà di espressione la pratico ogni giorno, nel mio blog, nei miei discorsi, nei miei libri, non per provocazione (nemmeno le bestemmie che ho scritto per intero lo erano) ma perché ho qualcosa da dire che può offendere e, grata a chi mi ha spianato la strada, lo dico anche se offende. Per inciso: mi dispiace offendere. Quando critico il papa, so di ferire amici che sono convintamente cattolici, e mi dispiace ferire i sentimenti altrui. Però accetto che gli altri feriscano i miei, e che nel dibattito non può esserci progresso se non si accetta di ferire ed essere feriti. E non mi si dica che la satira è diversa dalla critica in un dibattito: la satira è come la poesia, un’apparente scorciatoia che può contenere, in realtà, infiniti significati dietro la sua immediatezza. Può piacere o non piacere, ma fa parte dell’espressione la cui libertà difendiamo.

Non ho detto ‘je suis Charlie’ perché mi sembrava ridicolo. Io sono io, non sono altri, ma se c’è una cosa che sono di sicuro è grata a chi è morto per la libertà, che non è assoluta, perché niente lo è, ma è una delle cose per cui vale la pena vivere e morire. Difendiamo le conquiste del passato, non torniamo indietro: c’è ancora tanto da fare per andare avanti.

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40 risposte a “libertà di offendere

  1. Siamo sempre alle solite
    Questo orribile miscuglione esplosivo di tutto e il contrario di tutto.
    Appena l’insostenibilità inizierà a palesarsi, quando inizieranno a calare le risorse e i servizi, l’europa balcanizzata esploderà in una miriade di scontri etnici e religiosi.
    Nel frattempo continua l’insipiente apologia dell’allevamento di serpi islamiche in corpo.

  2. Tralascio le mie considerazioni su quanto è avvenuto, e soprattutto su quanto è stato detto e come è stata presentata la vicenda dai media, anche perché sono stanco di iniziare discussioni che finiscono per essere soliloqui in cui si alzano i toni e si scade inevitabilmente, sia nella forma che nel contenuto. Le ultime infruttuose discussioni le ho fatte sulle pagine de «Il Manifesto» e ho capito che, come giustamente sostiene Haidt, la morale unisce e acceca, e questo accade manifestamente in relazione a giudizi morali di carattere religioso.

    Lascio questo commento soltanto perché il mio affetto nei confronti di questo blog è maggiore della repulsione che provo nel riaffrontare il tema, e mi appello alla facoltà di comprensione di chi leggerà questo commento senza pregiudizi di sorta. Per fugare ogni dubbio, recito subito il mio credo di laico, agnostico, miscredente, incapace (per manifesti limiti mentali ed emozionali) di professare una qualche forma di religiosità che non sia difforme da quella espressa nell’etica di Spinoza. Vado in chiesa solo per partecipare a matrimoni o funerali.

    Rilevo innanzitutto un singolare cortocircuito in una cultura che, se da una parte afferma la «libertà di offendere» (che brutta parola ‘offendere’: tradisce la sua etimologia militare di ‘colpire, fendere in avanti’ e quindi ‘uccidere’; avrei preferito «libertà di satira») e la invoca nella difesa di quella satira che ha perso la sua natura di castigare ridendo mores per scadere nel peggiore sarcasmo religioso; dall’altra condanna la blasfemia e la bestemmia come un atto illecito perseguito penalmente in Austria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Italia, Liechtenstein, Paesi Bassi e San Marino. In Italia, l’articolo 724 del Codice Penale recita: «Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila. Alla stessa pena soggiace chi compie qualsiasi pubblica manifestazione oltraggiosa verso i defunti.» In più la Corte costituzionale, con sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma limitatamente alle parole “o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato”, perché lo stesso reato vale anche nei confronti dei credenti delle altre religioni che non siano quella cattolica cristiana. Dunque anche nei confronti dell’Islam, del Buddismo o dell’Induismo.

    In Italia, dunque, la blasfemia non è un diritto, ma è addirittura un reato. E lo stesso vale in altri paesi europei. Chiunque tenga davvero alla propria libertà, sa bene che essa termina dove comincia quella degli altri. Io non vado in giro ad offendere la gente, semplicemente perché non voglio che gli altri offendano me. Il termine offesa non fa parte del mio vocabolario. «Offendere» mi sa di guerra, di conflitto, di prologo a: «a quello stronzo gli faccio un culo così». Proprio non mi piace.

    Nel 2006 qui a Napoli un manifestante bruciò la bandiera e si beccò otto mesi di reclusione per “il carattere gratuito e consapevole del dileggio dell’emblema dello Stato”. Ma come? Allora la «libertà di offendere» funziona a singhiozzo? Se sei disoccupato non puoi ‘offendere’ e ti becchi addirittura il carcere; se sei un parlamentare leghista, e col tricolore «ti pulisci il culo», la passi liscia perché è solo una «provocazione politica»; se disegni Gesù che compatisce Maometto dicendo: «Certo che deve essere dura per te, ad essere venerato da degli stronzi!», pure va bene perché il diritto alla «libertà di offendere» viene prima di tutto (ma quella me la chiami satira, o è semplicemente un insulto volgare ai musulmani?); mentre se in Pakistan un corteo di fondamentalisti brucia il crocifisso, qui invece è un fatto gravissimo e illiberale, perché si vede che per loro non vale affatto la «libertà di offendere», che probabilmente a questo punto deve avere dei precisi limiti geografici di applicazione, sconosciuti ai più.

    Quando Ratko Mladic, cristiano, trucidò più di 8.000 civili musulmani a Srebrenica – enclave musulmana in terra cristiana –, erano stati dislocati tre battaglioni di Caschi Blu olandesi, che non mossero un dito a difesa di quei disgraziati, e furono decorati, singolarmente, con medaglia al valore dal Governo olandese e, collettivamente nel 2006, con la Medaglia d’Onore al Battaglione da parte del Ministero della Difesa olandese. Nessuno allora si sognò di dire che era ritornata la guerra di religione o che si stava assistendo ad uno scontro di civiltà. Perché? Ma perché erano in guerra, i serbo-bosniaci contro i croati, e in guerra queste cose… succedono. Furono atti di guerra anche i massacri dei campi profughi di Sabra e Chatila ad opera delle milizie cristiano-falangiste, due giorni di carneficina di 3.500 inermi profughi civili musulmano-palestinesi e sciiti libanesi. Anche lì, nessuna guerra di religione e nessuno scontro di civiltà. Tralascio infine i vari massacri perpetrati dagli israeliani a Gaza contro i musulmani palestinesi in varie annualità, anche perché qui in occidente oramai ci siamo abituati, non è più neppure una guerra, è normale amministrazione, uno proprio se l’aspetta un’operazione militare ogni biennio col nome figo in inglese (‘Pillar of Defense’, ‘Protective Edge’) che asfalti qualche decina di migliaia di Palestinesi. Anche lì è una guerra, i palestinesi sono tutti terroristi – è risaputo -, per cui non c’è nessuno scontro di civiltà o esecranda guerra di religione. Si combattono e basta.

    Se invece i miliziani dell’ISIS invadono il territorio occupato dall’etnia degli Yazidi nella loro (rivendicata) corsa verso la Siria lungo il confine turco massacrando i civili e le comunità armeno-cristiane, lì invece è guerra di religione e scontro di civiltà. Non c’entrano nulla i giacimenti petroliferi curdi e lo scempio geopolitico dell’Iraq post-Guerra-del-Golfo, è proprio che i jihadisti dell’ISIS le comunità yazidite non le hanno mai potute soffrire, peggio della sabbia del deserto negli occhi. Lo stesso quando i combattenti di Jabhat al-Nusra (la costola occidentale di Al-Qaeda in Iraq) hanno riconquistato in Siria la cittadina di al-Duvair, strategica per il controllo dell’ancora più importante Homs per la gestione della zona siriana a nord del Libano: è stato un massacro di cristiani, è guerra di religione, sono degli assassini. La stessa cittadina era stata oggetto di una pesante campagna militare di conquista da parte delle forze governative di Bashar Al-Assad per oltre un mese; al termine dell’assedio, l’esercito di Al-Assad era riuscito pure ad occupare il centro della città, però in questo caso nessuno aveva parlato di massacro, nonostante il mese intero di combattimenti. Probabilmente i governativi usavano bombe specifico-anti-jihadiste o proiettili non cristiano-cidi. Invece quando le truppe di Jabhat al-Nusra hanno effettuato la controffensiva, riprendendo il controllo della città, è stato un massacro, un eccidio di cristiani, e così via.

    Nessuno di quelli che scrivono sui giornali, ricorda che il 95% delle vittime dei fondamentalisti islamici sono… altri musulmani. Nessuno ricorda che i miliziani dell’ISIS fanno stragi di sciiti (che sono pur sempre islamici), e pure dei sunniti che non riconoscono la loro autorità (eppure loro stessi si professano sunniti!). Nessuno ricorda che la maggior parte dei morti è costituita da musulmani moderati o indipendenti che non vogliono in nessun modo assoggettarsi all’autorità politica e sociale dei fondamentalisti. Nessuno ricorda che i maggiori finanziatori del fondamentalismo islamico sono i wahabiti dell’Arabia Saudita e i gruppi salafiti in Yemen, stati non proprio democratici – se pensiamo che in Arabia Saudita esiste ancora il «Ministero per la repressione del Vizio e la promozione della Virtù» -, che però per motivi petrol-economici sono fondamentali per l’occidente, e dunque sono «Nazioni amiche». Nessuno sottolinea che le principali vittime di Boko Haram siano ancora i musulmani, e non i cattolici, che pure sono presenti nella metà meridionale della Nigeria. Come la mettiamo con il 95% dei morti? Dov’è lì la guerra di religione o lo scontro di civiltà, se sono tutti islamici?

    Io tutta questa retorica della guerra di religione (tanto cara a Giuliano Ferrara), dello scontro di civiltà, della difesa dei valori della rivoluzione francese, proprio non la sopporto. Mi pare di un’ipocrisia così fantastica da sembrare reale. Vorrei dire a tutti quei giornalisti che scrivono articoloni magniloquenti sull’etica occidentale o la libertà della satira, di andare ad intervistare qualche superstite di Mosul, o di Falluja, o di Homs, o di al-Duvair, oppure di Baqa in Nigeria e di chiedergli un commento in proposito. Conosco già la risposta: «Ma di che diavolo state parlando?».

    Quando alla fine degli anni ’80 Gheddafi si risolse per una posizione anti-israeliana e anti-americana nello scacchiere internazionale, e lanciò con la sua solita disinvoltura addirittura 2 missili SCUD contro l’Italia, estrema propaggine della NATO nel sud mediterraneo, nessuno parlò di guerre di religione o di scontro di civiltà. Eppure sosteneva l’OLP e tutta quella parte del mondo arabo che all’epoca era etichettata come «frange estremiste fondamentaliste». Reagan gli bombardò la reggia uccidendogli la figlia e lui, per rappresaglia, ordinò la strage di Lockerbie che, con ben 270 morti, fu il più grave attacco terroristico prima dell’11 settembre americano. Nessuno allora parlò di scontro di civiltà o di guerra di religione. Non 12, ma ben 270 morti. Il terrorismo fa parte del novero delle forme di ‘guerra non convenzionale’ dagli anni ’60, non è mica un’invenzione dell’ISIS o di Al-Qaeda. E vogliamo dimenticare il «Leone del Panshir», Ahmad Shah Massoud, leader dei combattenti terroristi islamici afghani contro l’invasione sovietica? In quel caso, i musulmani erano «buoni», perché combattevano contro i nemici dell’occidente – i russi -, che erano i «cattivi». Eppure anche loro andavano in battaglia col corano e l’AK-47 a tracolla, proprio come hanno fatto gli attentatori di Parigi. Oppure vogliamo parlare dei poveri Curdi, che sono alternativamente “cattivi” e “terroristi” quando combattono per la propria indipendenza dalla Turchia o dall’Iraq abbracciando ideali comunisti, e “buoni” e “patriottici” quando contengono l’avanzata dell’ISIS a nord verso la Turchia? Non sono sempre le stesse persone, non sono sempre in maggioranza musulmani sunniti? Come la mettiamo?

    A me, personalmente, questa “chiamata alle armi” in nome dello scontro di civiltà e della difesa dei valori illuministici, mi pare solo un ottima opportunità per una rinnovata stagione di conflitti in medio-oriente, e di perdita di libertà civili qui in Europa (aumento indiscriminato di controlli e intercettazioni, diminuzione della privacy, etc. in nome della lotta al terrorismo) e di agibilità politica (ripresa delle spese militari, interventi ‘strategici’, necessità di alleanze di centro-destra, rafforzamento dello status-quo e opposizione a svolte economico-finanziarie). Tutto questo, mentre i poveri musulmani continuano a morire per mano dei loro stessi fratelli. Qual’è il vero problema allora, quello che sta accadendo oramai da anni in medio-oriente, oppure le nostre autoreferenziali e opportunistiche letture di quanto avvenuto nelle ultime settimane?

  3. La chiamata alle armi è già avvenuta e avverrà via via con maggior frequenza.
    Gli anarchici e i comunisti della redazione di Charlie Hebdo hanno già definitivamente “perso” i loro diritti civili.
    Allora, se non si inizia ad uscire dall’obnubilamento neooppiaceo delle opportunità delle migrazioni di massa, delle meraviglie della multi(in)culturalismo, della pacifica convivenza di religioni mutuamente ostili e con pretese di superiorità propria e di sottomissione altrui, della crescita del teratoma antropico in sè (sono talmente natalisti che anche questo terribile tsunami migratorio di balordi, preguidicati, religiosi, fondamentalisti, bruti, cialtroni, senz’arte ne parte…. viene giulivamente percepito come valore) e altre stupidame del politicamente corretto panmixista che nega la storia, la scienza e la conoscenza questi problemi saranno via via più cruenti.
    L’invasione di questa marmaglia islamica ha sicuramente un aspetto ecologico ovvero che o desterà una qualche reazione immunitaria nelle culture aggredite oppure – giustamente, come avviene nella biologia della selezione naturale – porterà alla soccombenza di stupidi e inetti, e di culture che hanno perso il lume della ragione perse nei loro sdilinquimenti buonisti anacronistici e orribili nella loro prima ignoranza, quella della storia., dell’ignorare la violenza delle migrazioni nella storia e di un conflitto tra arabia islamica ed europa che dura da 1400 anni.
    Per dirla alla palestinese, ignorare La Catastrofe è stupido e gli stupidi è bene soccombano, non esiste alcun diritto, tanto meno alla stupidità.

  4. Secondo me si tratta di due cose separate: la giustezza di un principio e la coerenza di chi lo professa. Il principio della libertà di espressione (e quindi di satira, e quindi di offesa) è giusto indipendentemente dal fatto che chi lo professa poi a sua volta limita la libertà di espressione altrui. Anzi: lasciamo che queste persone si esprimano per la libertà, per poi ricordarglielo ogni volta che limitano quella altrui.
    In realtà io l’ho sentito dire molte volte, praticamente da tutti i media, che le prime vittime dell’integralismo musulmano sono altri musulmani, ma allora? Che anche loro si difendano (come infatti fanno). Io stessa lo sottolineavo quando si dava la colpa solo all’Occidente per la nascita dell’ISIS, anche se per ora si tratta principalmente di una guerra interna mediorientale (con origini nell’imperialismo occidentale, ovviamente, ma non solo). Ma il fatto che le prime vittime dell’integralismo siano i musulmani non nega che ci siano anche altre vittime, di cui si ha tutto il diritto di occuparsi.
    Anche riguardo alla guerra in Bosnia si è usata spesso la chiave di lettura ‘guerra di religione’, almeno che io sappia o ricordi. Tra l’altro, nel caso dei Balcani all’epoca l’Islam era la meno aggressiva delle religioni – fu peggio, se non altro per questioni di rapporti di forza, l’integralismo cattolico dei croati e quello ortodosso dei serbi, entrambi sostenuti da altri paesi europei, per ragioni sia di affinità che di opportunità.
    Io stessa mi ero posta il problema, prima di pubblicare un libro in cui erano scritte le bestemmie, se fosse legale o meno, non per paura ma per sapere a cosa andavo incontro. L’ho fatto, non ho preso multe, non sono stata né minacciata né uccisa, e la cosa peggiore che mi è successa è stata qualche parente che mi ha detto: dai, evita (ah no: mia nonna ha bruciato un libro. Poi l’ha ricomprato con le bestemmie censurate a mano da me).
    C’è evidentemente un problema nel mondo islamico – non di tutti i musulmani, non solo nel mondo islamico, eccetera – ma c’è. Io non intervengo in quel dibattito interno perché è giusto che intervenga chi conosce l’argomento, e io non sono un’esperta di Islam. La mia posizione, come ho già detto, è che le religioni esistono in un contesto, che le condiziona anche più delle scritture stesse, e in tale contesto vanno analizzate e valutate – l’Islam dei bosniaci non è lo stesso di quello degli yemeniti o degli indonesiani o dell’ISIS. Per una lunga serie di motivi storici, materiali, demografici, geopolitici ed economici, ci sono molti problemi nella maggior parte dei paesi con grosse popolazioni islamiche e questo si riflette anche nell’uso che viene fatto della religione, che è diventata una scusa per cercare nemici e sfogare energie represse e umiliazioni, con il risultato che molti vedono solo l’aspetto religioso e ignorano quello materiale.
    C’è anche un problema di due pesi e due misure da parte di governi e opinionisti occidentali, è evidente, ma questo non significa che tutto quello che dicono è sbagliato solo perché non sono completamente coerenti. Altrimenti nessuno potrebbe mai dire nulla.
    Riguardo alla parola offendere, al di là dell’etimologia, spesso l’offesa dipende dalla reazione soggettiva dell’offeso, e non dalle intenzioni dell’offendente. Io non vado in giro a insultare la gente ma se una cosa mi sembra necessaria la dico, non mi censuro a priori se qualcuno può rimanerci male.
    Infine, riguardo alle migrazioni: moltissimi dei migranti sono cristiani o appartengono ad altre religioni. Certo, l’Islam è aumentato molto in Europa negli ultimi anni, ma non dimentichiamo che anche il cristianesimo è una religione importata e imposta, nonostante tutta la retorica sulle “radici cristiane” dell’Europa. Più che altro, dopo secoli di lotte, filosofia, morti e guerre interne, il cristianesimo europeo è diventato più pacifico e meno aggressivo di quanto fosse una volta, e non esistono le religioni di stato. Ora tante di queste conquiste rischiano di essere vanificate da un fondamentalismo per noi abbastanza nuovo, contro il quale non abbiamo ancora gli anticorpi.

  5. Riguardo alla guerra di religione e agli esempi che cita Michele, io penso che se chi fa le stragi le fa dichiaratamente in nome di Dio e contro chi non aderisce al suo credo questo autorizza i commentatori a parlare di guerre di religione. Poi ci saranno tutti i motivi ulteriori del mondo, è ovvio, ma c’è anche l’elemento religioso, se non altro come scusa. E il fatto che siano musulmani contro musulmani non significa che non si tratti di guerra di religione, dato che lo scontro spesso è tra denominazioni e correnti diverse della stessa religione, come è stato molte volte in Europa tra cattolici e protestanti od ortodossi, istituzioni ed eretici, e così via.
    È poi ovvio che ognuno bada alle proprie vittime più di quelle altrui, e che un europeo sente più fisicamente vicino e simile a sé, solitamente, un altro europeo di un nigeriano. Non bisogna esagerare con questo approccio, né considerare le vite degli altri come meno importanti delle proprie in senso assoluto, però non ci vedo niente di male se gli europei si scandalizzano a non poter esercitare una libertà in cui credono (con molte eccezioni) e per cui i loro antenati hanno lottato. Io non vorrei si facesse del benaltrismo: “sì, ma: nel paese x c’è la guerra, noi siamo stati cattivi con y, perché non parlare piuttosto di z…” va bene, ma così non si potrà mai parlare di niente perché tutto sarà meno grave o importante di qualcos’altro. Io adesso parlo di libertà di espressione, non di perché Gheddafi o Assad o Mladić massacrarono tot mila persone, il che non fu certo colpa della satira o di Charlie Hebdomadaire.

  6. Il mio sproloquio riassunto – molto più efficacemente – in una strip di sole 9 vignette di Joe Sacco. Per chi fosse interessato, ho anche la versione tradotta in italiano, pubblicata sull’ultimo numero di «Internazionale»

  7. Ciao Michele,
    io una cosa che non ho mai sopportato del mondo anglosassone è l’ossessione per il politicamente corretto, esemplificata da questa serie di vignette. Non si può scherzare sui neri, non si può scherzare sugli ebrei, addirittura ho letto di gente che critica le pop star perché si mettono il kimono o si vestono da pellerossa. Stanno a discutere se si può dire che il culo formoso appartiene alle nere oppure no. E così via, all’infinito. Si ha paura di offendere con le battute collettività che sono state offese mille volte, ma non dalle stesse persone, con genocidi e guerre. Io penso che evitare di fare battute sugli ebrei non cancelli l’olocausto, e così via. Una cosa è scherzare, una cosa fare. E i primi a scherzare sugli ebrei sono loro stessi. Naturalmente è diverso se un membro di un gruppo lo fa, e se lo fa un esterno, ma la risata può anche essere un modo di dire: scherzo su di te ma ti riconosco, ti tratto come tratterei me stesso. Scherzo su di te perché tu ti fidi e quindi posso permetterlo, perché tu puoi scherzare su di me, scherzo su di te perché non voglio farti del male ma solo amorevolmente sottolineare un tuo difetto o una tua buffa caratteristica. Il mondo anglosassone non è arrivato a questo. Forse noi, italiani e francesi, siamo più avanti di loro. Forse nella nostra libertà c’è anche una maggiore umanità.
    In fondo chi prendiamo in giro, nella vita di tutti i giorni, sentendoci liberi di farlo? Gli amici e i parenti. Non prendiamo in giro un estraneo in sua presenza, perché potrebbe prenderla male. La battuta, la presa in giro, se fatta con attenzione è una forma di intimità.
    E cosa pensiamo di chi non sa scherzare su se stesso? Non lo stimiamo, non lo frequentiamo volentieri. L’autoironia è una delle doti più apprezzate: indica saggezza, maturità, umiltà, acume. I permalosi, siano popoli o persone, stanno antipatici a tutti.
    Charlie Hebdo faceva anche un sacco di vignette sui cattolici, che non è che stiano benissimo a loro volta in tutto il mondo, e il direttore aveva avuto problemi infatti anche con gli integralisti cattolici – però non è stato ucciso da loro e il papa ha detto esplicitamente che non si uccide in nome di Dio (non più).
    E comunque, quando si difende la libertà di espressione bisogna stare molto attenti a non difendere solo l’espressione altrui che ci piace. Io difendo Charlie Hebdo indipentemente da quello che penso delle sue vignette. La vera prova di chi crede in un valore è la sua capacità di applicarlo anche a coloro con cui non è d’accordo. Altrimenti si finisce come il centrodestra e il centrosinistra italiani, che ogni volta che qualcuno dei loro è indagato o accusato di qualcosa si comportano diversamente da come si comportano quando tocca a uno degli altri. Invece un principio è valido indipendentemente dalla persona a cui si applica.
    Ho letto qualcuno fare il paragone con lo stupro: dire che Charlie Hebdo provocava gratuitamente è come dire a una vittima di stupro che se l’è cercata perché vestiva o si comportava in modo provocante. O che è giusta la pena di morte per un assassino. NO. Una donna deve poter andare in giro come le pare ed essere libera da violenza. Un assassino ha diritto a un giusto processo e a condizioni umane di detenzione. Queste sono le nostre conquiste: per quanta ipocrisia occidentale ci possa essere, comunque questi sono principi in cui l’Europa crede, anche se occasionalmente li viola.
    Sì, l’Occidente ha commesso crimini contro molti musulmani. Altri però ne ha protetti, accolti, come richiedenti asilo, come lavoratori, dando loro una possibilità. Se ci sono decine di milioni di musulmani in Europa oggi è anche perché molti europei hanno voluto credere che la convivenza fosse possibile. E tanti musulmani questo lo sanno e lo capiscono, e si schierano con Charlie Hebdo e tutti i minacciati dall’integralismo.
    E poi, non sempre l’Europa nominalmente cristiana si schiera con i cristiani contro i musulmani. Bene o male che abbia fatto, la NATO ha bombardato i serbi cristiani per proteggere gli albanesi in gran parte musulmani.
    Sì, c’è stato Guantanamo: un orrore, non lo nego. Ma cosa stanno facendo alcuni musulmani ad altri musulmani o ai cristiani? E quelle, non sono atrocità? Perché devono essere sempre solo i brutti occidentali cattivi e tutti gli altri vittime? E perché bisogna appartenere a una collettività assolutamente irreprensibile per poter scherzare?
    Anzi: la satira è un modo per convincere la società a cui si appartiene a farsi un esame di coscienza. La satira capovolge, libera, costringe a riflettere, a guardare le cose da un altro punto di vista. Che piaccia o no al Joe Sacco in questione non è importante. Ci deve essere, e dev’essere libera.
    Per quanto mi riguarda, alcune vignette di Charlie Hebdo tra le poche che ho visto mi sono piaciute, altre meno, ma la copertina con Maometto piangente per me era di una poesia unica, e intendo poesia anche come capacità di mandare molti messaggi con pochissimi simboli e parole.
    Quella vignetta diceva: piangiamo delle persone che amavamo e che abbiamo perso.
    Diceva: se noi possiamo perdonare, tutti possono perdonare.
    Diceva anche: la solidarietà, la capacità di perdonare, la compassione non sono prerogativa delle religioni. Sono sentimenti che uniscono l’umanità tutta.
    Diceva: sì, lo sappiamo che sono con noi anche molti credenti, e che forse chi ha fondato le loro religioni non si aspettava che degenerassero così.
    E infine, diceva: sì, è ancora lui, Maometto. Non siete riusciti a fermarci neanche massacrandoci.
    Una vignetta bellissima, l’unica possibile. Chi trova offensiva una copertina del genere, a mio personale giudizio, è semplicemente ottuso.

  8. Per esempio, queste cose in Europa non succedono più. E non è poco.

  9. Forse pochi sanno che…
    http://www.statopotenza.eu/18356/layatollah-khamenei-scrive-ai-giovani-europei-e-nordamericani
    al di quello che si può dire del contenuto, a me il gesto piace.

  10. Cara Gaia,
    io ho interpretato le vignette di Joe Sacco in chiave diversa dalla tua lettura. A me le sue riflessioni paiono proprio porre seri interrogativi sulla questione del politically correct del mondo anglosassone e sui criteri attraverso i quali venga definito cosa sia accettabilmente morale o non lo sia in quanto espressione satirica. Mi pare che Joe Sacco si domandi: al di là della banale e scontata condanna della strage che è stata perpetrata dai 2 fondamentalisti – peraltro facendo vittime tra suoi colleghi, gente della “sua tribù” – perché tutti si indignano se qualcuno fa una vignetta razzista sui negri? Non è politicamente corretto! Sei una persona orribile! La stessa cosa succede con le vignette sugli ebrei – ma allora sei un antisemita! – e a tale proposito Joe Sacco ricorda a tutti il famoso licenziamento di Maurice Sinet, la cui unica colpa fu quella di proporre la pubblicazione di vignette abbastanza pesanti contro gli ebrei. Perché la satira contro i musulmani va bene, mentre contro gli ebrei è immorale? Non voglio certo fare il processo a Charlie Hebdo, sia perché non mi interessa, sia perché chi conosce la loro storia oltralpe, soprattutto sotto la direzione di Philippe Val, sa di cosa stia parlando. Quello che però sottolinea Joe Sacco è vero. La vignetta sull’ebreo dal naso adunco che conta i marchi è fortissima, perché è la stessa vignetta che chiunque abbia visitato un campo di concentramento o un museo dell’Olocausto ha avuto modo di osservare: è la stessa vignetta con cui i nazisti violentavano metaforicamente, sadicamente e costantemente la figura dell’uomo ebraico. Vogliamo fare un attimo un ragionamento privo di pregiudizi a priori? Perché quando si guardano le vignette naziste contro gli ebrei – la stessa che ha disegnato Joe Sacco – ci sentiamo tutti quanti offesi e schifati – è una vergogna! -, mentre quando si osservano quelle di Charlie Hebdo contro i musulmani, ci si trincera dietro: è vero sono un po’ forti, però c’è la libertà di espressione che è ancora più forte? Siamo noi che scegliamo chi deve godere o meno di questa libertà? Perché in alcuni contesti vale, ed in altri no? Come dice Joe Sacco, la satira per essere tale deve ‘colpire’, ti deve scuotere, e dunque è come un’arma; e chi la usa, dovrebbe utilizzare quest’arma responsabilmente. I nazisti, ad esempio, la utilizzarono (colpevolmente) per fomentare l’odio razziale nei confronti degli ebrei; se si continuano a rappresentare i membri dell’Islam (che continuo a ricordare è composto da più di 1 miliardo e mezzo di persone) come persone sporche, arretrate, incivili, che violentano donne o commettano altre nefandezze, stiamo «castigando ridendo mores» la condotta dei fondamentalisti, o stiamo facendo battutacce da bar a sfondo razzista contro i musulmani, che evidentemente non sono tutti così?

    Ho condotto un piccolo esperimento sociale: ho mostrato questo video (un’intervista ad una 19enne siriana che vive a Roma) ai miei figli, perché dovevano fare la scontata ricerca sulla strage di Parigi. A metà video, mia figlia (seconda media) è esplosa in un: «Ma è impossibile! Papà, ma questa non può essere una musulmana!». Le ho chiesto il perché dicesse così: Sara è proprio una musulmana, e lo rivendica durante tutto il video. I miei figli, così come milioni di altre persone, sono esposte continuamente e quasi ovunque ad un bombardamento di messaggi che sottendono implicitamente la coincidenza tra l’essere musulmano e l’essere un fondamentalista islamico. Con questo “meme” nella testa, il video di una 19enne che si trucca col mascara, o sceglie scarpe con tacchi altissimi, o ascolta Tiziano Ferro – insomma, si comporta come tante sue coetanee romane – ovviamente crea un corto-circuito. Collide con il pregiudizio mentale che ci hanno cablato dall’11/9 (e anche prima, dai tempi di Arafat) nei nostri neuroni: se sei un musulmano, sei arretrato perché filtri *tutto* attraverso la tua religione. Eppure la ragazza del video, che ha solo 19 anni, dice chiaramente: il Corano è stato scritto millenni fa, la società è cambiata, non è più quella di Gesù e del Profeta, per cui il Corano va interpretato. Dove sono finiti i fondamentalisti?

    Su questa domanda insistono le ultime vignette di Joe Sacco: perché c’è chi ammazza in nome del Profeta? Perchè? Perchè per i musulmani, anche moderati, è così profondamente offensivo vedere l’immagine – anche solo ritratta – del loro Profeta o del loro Dio? Se vogliamo coabitare con loro – cosa che dovremmo sforzarci di fare, visto che sono un po’ tantini, a meno di non sprangarli tutti e rispedirli a casa in un pogrom come nell’ultima vignetta -, forse non dovremmo porci queste domande? Non dovremmo cercare di capire (ho scritto ‘capire’, che non significa ‘accettare passivamente’, ma: ‘comprendere i motivi che sono sottesi, anche senza condividerli’) ? Non potremmo evitare taluni temi, dal momento che la situazione è così tesa?

    La libertà di espressione è sacra – anche per me, che tristezza dovere ribadirlo! -; però l’opportunità politica e sociale di certe esternazioni è tutto un altro discorso e non c’entra niente con la libertà di opinione. Se Salvini mi dice: Michele, parliamo del problema dell’immigrazione e dell’accoglienza dei rom, io lo ascolto e credo che ponga una questione seria e fondata; se invece va al campo rom per innescare una reazione violenta da sfruttare politicamente a suo vantaggio, anche quella è annoverabile come libertà di espressione (voleva manifestare proprio lì, e allora?), però moralmente – a mio giudizio – è un’azione tanto meschina, quanto riprovevole. Non aiuta la società, né le persone che pretende di rappresentare, a pervenire ad una soluzione.

    Questo ho letto nelle vignette di Joe Sacco: la libertà di espressione è sacra, ma noi la utilizziamo responsabilmente/intelligentemente? Il ‘politically correct’ è un valore assoluto, come l’uguaglianza degli esseri umani, oppure è un valore relativo ad una cultura? Non mi sembrano domande da poco.

    Come per gli immigrati, come per i rom, come per i no-tav, io dico sempre la stessa cosa: scolliamoci dai monitor, dai libri, dai saggi, e dalle dotte opinioni dei nostri maître à penser, e avviciniamoli di persona. Facciamoci una *nostra* opinione parlandoci anche solo 10 minuti al giorno. Si scoprono/imparano tante cose impensate, che la rete, i libri, i saggi, e i maestri non riescono a cogliere. Le situazioni non sono così semplici e lineari come vengono presentate o trattate. La riduzione in informazione perde sempre qualche pezzo, ve lo posso assicurare.

    Ringrazio Mauro per la sua segnalazione di un appello così importante, eppure così trascurato dai media. Grazie Mauro, e grazie Gaia per il suo blog che continua ad ospitare informazioni che non trovo altrove.

  11. Per me è scontato che non ci si debba fare un’opinione su un gruppo sulla base di vignette satiriche, e mi stupirei se ci fosse qualcuno per cui è così. L’idea di musulmani come fanatici forse deriva da una cattiva informazione mista a cattivi comportamenti, e qui la colpa non è solo “nostra” ma anche “loro” – se ci sono così tante persone che sgozzano e stuprano in nome dell’Islam forse i primi a dover fare qualcosa dovrebbero essere i loro correligionari. Se fai parte di una comunità sei in parte responsabile anche dei comportamenti dei suoi membri, non legalmente e moralmente, ma dal punto di vista quanto meno dell’immagine e della reciprocità sì.
    (Oggi ho pubblicamente preso le distanze da un paio di italiani, credo friulani, che mi pareva insultassero un ragazzo nero facendo riferimento alla sua razza – e le ho sentite da loro. Dico mi pare perché l’elemento principale dell’insulto era un riferimento a Balotelli, come a dire bella gente la vostra. Allora io ho detto che non si può insultare qualcuno per un comportamento personale solo sulla base della razza. Riporto questo episodio perché riflettendoci dopo ho notato una certa ironia nel fatto che mentre prima si diceva ‘negro’ per insultare Balotelli, adesso si dice ‘Balotelli’ per insultare un nero. Comunque, quando vedi uno dei ‘tuoi’ comportarsi male temi quantomeno che poi gli altri generalizzino il suo comportamento e lo attribuiscano anche a te).
    Comunque, la satira ha un suo ruolo, ma non è una fonte di informazione che pretende di essere unica. Questo ai ragazzi lo devono insegnare le famiglie, la scuola e la società, non le riviste satiriche.
    Personalmente, non ho problemi a vedere vignette su qualsiasi gruppo, compreso il mio. Se qualcuno si risente, è un problema suo. Io posso chiedermi perché si è risentito, magari farmi un esame di coscienza, certo, magari persino concludere che ho fatto una cazzata, ma questa persona non ha il diritto di zittirmi con la violenza. In questa discussione sulle vignette di Charlie Hebdo c’è anche una questione di tempismo, per quanto ipocrita possa sembrare: in tempi tranquilli, si può scrivere a un giornale che pubblica vignette per fargli notare che esagera, ma quando si critica questa esagerazione dopo che il giornale ha subito un massacro, sa tanto di ‘ve la siete andata a cercare’.
    (Ma anche lo stringersi eccessivamente attorno alla bandiera può essere un’esagerazione, lo so)
    Tornando agli esempi di Joe Sacco: chi ha detto che si può scherzare solo sui musulmani? Non mi pare. Forse frequento cattive compagnie, ma io ho amici che fanno battute anche sui neri e sugli ebrei… da un lato mi pare che esagerino, certo, dall’altro lato lo trovo liberatorio e una forma per quanto strana di inclusione. Nel gruppo ci sono anche neri ed ebrei, per cui bisognerebbe chiedere a loro come si sentono. Cerco di immedesimarmi pensando cosa succede quando qualcuno prende in giro il gruppo a cui appartengo, ma fatico a capirlo perché è talmente poco conosciuto che gli unici a scherzare sui friulani sono i friulani stessi.

  12. Comunque, Salvini non scherza: provoca. E i nazisti non facevano satira, ma propaganda. Questa è una differenza fondamentale.

  13. Riguardo alla lettera dell’Ayatollah, personalmente la trovo inaccettabile. Gli europei e i nord americani sono colpevoli di crimini su crimini, la loro storia è “annerita”, mentre l’Islam semplicemente stabilì la più grande civiltà del mondo. Berlusconi (giustamente) è stato criticato per aver detto che la civiltà occidentale è superiore, ma se l’Ayatollah Khamenei fa un’affermazione speculare allora va bene?
    Questo è il problema. Noi sappiamo cosa è stato fatto dagli europei e nordamericani del presente e del passato, nel bene e nel male. Sappiamo il dolore, le ingiustizie, i crimini. Evidentemente, l’Ayatollah non sa o finge di non sapere cosa è stato fatto in nome invece dell’Islam, che ha solo creato una grande civiltà.
    L’imperialismo e l’espansionismo islamico hanno causato sofferenze paragonabili all’imperialismo ed espansionismo cristiano. Diciamocelo apertamente e andiamo avanti.
    Tutti sanno che gli europei commerciavano schiavi neri. Quanti sanno che prima di loro lo facevano gli arabi, trafficando persino europei bianchi e cristiani, a milioni? Tutti sanno del colonialismo europeo, ma quanti sanno dell’espansionismo islamico e della conquista musulmana del subcontinente indiano, o delle conquiste di Tamerlano, che fecero milioni di morti?
    Questo uso selettivo della storia mi fa davvero arrabbiare. Se si parla di storia annerita, ce l’abbiamo tutti. Invece di rinfacciarcela reciprocamente, dovremmo conoscerla e basta.

  14. Egregia Gaia, ma hai letto il testo o hai scorso con gli occhi le parole alla ricerca solo di quello che poteva farti incazzare? Ovvio che tutte le civiltà hanno commesso i loro delitti (ok, forse possiamo salvare gli indios yanomami della foresta Amazzonica…) ed è anche abbastanza evidente che da un Ayatollah non ti aspetti un saggio storico imparziale, ma lo scopo della lettera non era fare revisionismo storico, quanto parlare di attualità, e cioè:
    “In altre parole, perchè la revisione della coscienza collettiva riguarda solo il passato remoto e non questioni d’attualità? Cosa sono questi sforzi per impedire una presa di coscienza pubblica su un tema importante come la cultura ed il pensiero islamici?”
    Poi un occidentale, un papa, un politico, potrebbe scrivere una lettera aperta ai giovani mussulmani, se dal canto suo ha delle cose da dirgli. Intanto lo ha fatto un islamico, e non ci vedo niente di male.

  15. Certo che ho letto il testo! Mi dispiace che tu pensi che io sia così selettiva nella lettura. Come destinataria della sua lettera, in quanto giovane europea, gli rispondo che trovo quello che ha scritto molto offensivo. Naturalmente, come dicevo, lui è libero di dirmi queste cose, e io sono libera di criticarle. Ovviamente il confronto è impari, perché lui è un’autorità di grande peso e io ho un piccolo blog, quindi quello che dico sarà letto da infinitamente meno persone, ma rispondo comunque.
    In sostanza, seguendo l’ordine della lettera, lui sta dicendo a noi giovani manipolati:
    – i vostri politici e uomini di stato sono, collettivamente, ingiusti e in malafede (e poi chi è che fa generalizzazioni?)
    – come suo solito, “l’Occidente” crea nemici immaginari per manipolare le masse (tralascia di dire che questi ‘nemici’ alle volte sono stati anche aiutati dall’Occidente, e che hanno, in alcuni casi, commesso veramente degli atti aggressivi e minacciosi: no, è tutta propaganda)
    – la storia del vostro popolo è piena di macchie, e giustamente chi la consce se ne vergogna (ottima premessa per un dialogo)
    – per secoli i vostri intellettuali hanno fatto finta di non conoscere questi crimini e non hanno fatto un’esame di coscienza collettiva (falso: c’è persino chi è morto o ha pagato con la persecuzione e l’esilio per essersi opposto a ingiustizie di ogni genere)
    – c’è un complotto per evitare un esame onesto della cultura e del pensiero islamici (ah sì? E tutte le università in cui lo si studia, tutte le persone che si impegnano nel dialogo e cercano di fare da ponte?)
    – c’è un complotto globale contro l’Islam (che però non ha nessuna colpa, evidentemente, è solo vittima)
    – conosciate questa religione senza pregiudizi (questo è giusto)
    – i terroristi non rappresentano tutto l’Islam (bene, ma da dove vengono? Chi li finanzia? Il governo iraniano da che parte sta e perché?)
    – l’Islam stabiliì la più grande civiltà del mondo (no, questo non lo accetto proprio!! È offensivo per tutte le altre civiltà e assolutamente pari alle dichiarazioni, ora largamente anche se non universalmente superate, di superiorità europea)
    – in tutto ciò ci sono riferimenti ai crimini comessi dall’Occidente, ma niente, neanche un minimo accenno, alle stragi, conquiste e atroci oppressioni perpetrate invece nei secoli e anche ora in nome dell’Islam (a parte il terrorismo, fenomeno attuale, accennato appena e trattato come scheggia impazzita, non responsabilità anche collettiva)
    L’appello alla conoscenza reciproca è giusto, ma posto così è sbagliato. È come se ci fosse una lite in cui entrambe le parti hanno un po’ di ragione e un po’ di torto, e una delle due proponesse all’altra di fare la pace dicendo: “tu, con tutte quelle che hai combinato, che ce l’hai con me che sono un grande solo perché non mi conosci, cerca di capirmi un po’ meglio così andremo d’accordo”
    Cosa rispondereste? Probabilmente: senti, torna quando ti è passata la voglia di fare la vittima e sei un po’ più umile.

  16. Cara Gaia,
    a me i passi che hanno più colpito dell’appello dell’Ayatollah – e che ritengo siano i più importanti per lui, perché li definisce ‘le mie richieste’ – sono i seguenti:

    «…Ed allora, la mia prima richiesta e’ questa: studiate e informatevi su ciò che favorisce questa ampia azione ai danni dell’immagine dell’Islam…»

    «…La mia seconda richiesta viene formulata in reazione alla marea di pregiudizi e di campagne di disinformazione; cercate di ottenere una conoscenza diretta e di prima mano di questa religione…»

    «…Non permettete loro di presentarvi i terroristi che hanno reclutato come rappresentanti dell’Islam…»

    «…Quindi, non perdete l’opportunità per ottenere una conoscenza giusta, corretta ed imparziale dell’Islam ed e’ auspicabile che in tal modo, grazie al vostro senso di responsabilità nei confronti della verità, le future generazioni possano scrivere approposito delle attuali interazioni tra Islam ed Occidente con una coscienza più pulita ed una dose minore di pregiudizio…»

    Al di là delle valutazioni sulle ragioni o meno dei suoi richiami storici – che a mio avviso servono a ricordare che gli atti contro l’umanità sono molto ben distribuiti tra tutte le civiltà, e non c’è n’è una dalla coscienza linda e pulita che possa permettersi di rilasciare patenti di umanità alle altre -, a me pare che l’appello abbia voluto mettere in allerta le persone del mondo occidentale per dire: attenzione, non siamo tutti come ci dipingono.

    A me dispiace dirlo, ma per quanto riguarda questa denuncia io non è che mi senta così lontano: da parecchio tempo a questa parte, come ricordavo nel commento precedente, l’identificazione tra islam e fondamentalismo è pressocchè totale. Dopo i tragici fatti di Charlie Hebdo, ho sentito parlare di Islam in modo colto e competente soltanto su quei pochi canali che solitamente seguo (su tutti la fantastica Radio3, che ha proposto una giornata intera di trasmissioni sul mondo islamico proprio per cercare di capire, tutti approfondimenti condotti da persone estremamente competenti). Tu sai meglio di me che l’opinione pubblica (purtroppo) non si forma nelle aule universitarie, nei circoli filosofico-letterari o nelle biblioteche; la sua formazione avviene attraverso i media: televisione, rete, e in minor parte coi quotidiani. La risposta comune che ottieni parlando con una persona, anche di istruzione di livello universitario e che abbia viaggiato molto, quando gli parli di un musulmano, o più generalmente di un arabo, è di supporlo una persona anche ricca, ma poco istruita, chiusa, estremamente radicata nel proprio credo religioso, con la moglie reclusa in casa e i figli oppressi. Beh, io credo che questa sia nient’altro che una discriminazione, come lo era per i neri negli Stati Uniti (analfabeti, poco puliti, inclini alla lussuria e alle droghe) o per gli ebrei nella Germania del Reich (ipocriti, traditori, avari e morbosi). Purtroppo nessuno, in questi giorni – ma anche prima -, mostra esempi di islam moderato: ma questo è evidente, perché non fa notizia la storia di un tranquillo musulmano moderato e borghese.

    Qualche giorno fa ho avuto una discussione abbastanza accesa con una persona non del tutto sprovveduta, la quale riteneva che *tutti* gli occidentali che partano a combattere per la Siria, vadano ad ingrossare le file dell’ISIS: meno male che su «Internazionale» si trovino articoli come questo, nel quale si ricorda che le persone che partono a combattere in Siria «…non si arruolano tutte nello Stato islamico e le loro motivazioni sono molto varie…». Il problema è che se su 10 servizi televisivi su 10, mostri solo persone che (pare) siano finite nelle file dell’ISIS, allora lo spettatore ignaro pensa che tutti (perche 10 su 10 significa ‘tutti’) vadano ad ingrossare le fila dell’ISIS. E’ normale allora che in questo modo si solletichino gli istinti xenofobi della popolazione che, chi più chi meno, ci colpiscono tutti.

    Io comprendo bene che quella dell’Islam è una storia ed una cultura complessa, e non a tutti piace rompersi la testa tra sciiti, sunniti, salafismo, generi del Profeta, Mahdì scomparsi misteriosamente e quant’altro; però pure dipingerli come persone che ti sgozzano appena parli male del Profeta, è un po’ troppo riduttivo.

    Sinceramente, mi sarebbe piaciuto se l’appello fatto dall’Ayatollah fosse provenuto da qualche capo di Stato occidentale (anche per togliere benzina ai fondamentalisti) piuttosto che arroccarsi – anche un po’ ipocritamente – sulla difesa dei valori illuministi. Come ricordava Vauro in una puntata di ServizioPubblico, dopo i fatti di Parigi adesso ogni musulmano prima di prendere parola deve necessariamente fare un’abiura del fondamentalismo o del terrorismo per essere ascolatato, il che è un po’ pesante, come se noi Italiani, tristemente famosi al mondo per la mafia, fossimo costretti ad ogni piè sospinto a prendere le distanze dalla mafia in ogni contesto. Noi non ci sentiamo obbligati a farlo non perché siamo a favore della mafia, ma semplicemente perché non siamo mafiosi e, essendo le prime vittime della mafia, diamo per scontato che la mafia sia il male. Lo stesso dovrebbe valere per i musulmani.

    Credo che il succo del discorso dell’Ayatollah sia tutto lì: studiateci più da vicino, non siamo tutti terroristi. Questa è la parte positiva/propositiva che io voglio considerare, e non gettare tutto via come fosse un monoblocco.

  17. Va bene, non insisto con la mia interpretazione molto più critica perché è abbastanza chiara e a questo punto ognuno avrà la sua opinione. Sono d’accordo in parte con quanto tu dici, e la richiesta di approfondimento non può che essere positiva, ma tutto il resto continua a non andarmi giù. Io penso che se un capo di stato occidentale, come dici tu, avesse fatto un appello speculare a questo* la sinistra, e non solo, sarebbe insorta scandalizzata: come osi offendere tutti i governanti di tutto il mondo islamico, dire che la tua civiltà è superiore e che c’è un complotto contro di te? Se vogliamo applicare davvero gli stessi criteri a tutti, penso che dovremmo concordare con il fatto che le cose dette dall’Ayatollah sono quantomeno arroganti e irrispettose.
    Tra l’altro, la più alta carica in Iran è una figura religiosa. Personalmente, la teocrazia va contro la maggior parte dei miei valori e, anche se accetterei il dialogo con il rappresentate di una di esse in nome del confronto reciproco, mi mette molto a disagio sapere che la carica suprema in uno stato non è laica ma religiosa, e sempre della stessa religione. Prima di prendere lezioni da questa persona, mi chiederei: ma cosa significa vivere in un sistema simile? Lo accetterei mai? E soprattutto: lo accettano le persone che ci vivono, o lo subiscono?

    * Ho capito che tu intenti un appello a conoscere l’Islam, non viceversa, ma io ti chiedo di immaginarti Obama che va in Iran e dice: invece di essere così antiamericani, giovani cari (salto i vostri leader perché sono bugiardi e corrotti), perché non studiate la nostra storia che è quella della più grande civiltà mai esistita? Michele: lo accetteresti? Io no.

  18. Io sinceramente questo risentimento sulla presunta grandezza delle civiltà proprio non riesco a capirlo.

    Credo che un egiziano potrebbe dire che, durante il Medio Regno, la civiltà egiziana dell’epoca fu la più grande del mondo; un greco potrebbe dire lo stesso della Grecia tra il VI e il IV secolo a.C., mentre un romano ti parlerebbe della Roma del II secolo d.C. Anche il mondo musulmano, ovviamente, ha avuto il suo periodo di massimo splendore: «…Quando le armate arabe conquistarono Alessandria, il califfo Omar ordinò l’ incendio della grande biblioteca dopo aver così sentenziato: «Se i libri sono in accordo con il Corano, sono inutili; se in disaccordo, sono pericolosi». L’ aneddoto, ancorché celebre, è apocrifo e, per di più, in netto contrasto con la politica culturale del califfo Al Mamun (813-833), il fondatore del Bayt al-Hikma (la Casa della Sapienza). Grazie a questa ammirevole istituzione, furono tradotti, studiati e diffusi i classici della cultura greca; il che contribuì potentemente a fare della civiltà islamica il faro intellettuale del Mediterraneo, nello stesso momento in cui l’ Europa cristiana arrancava faticosamente per uscire dal buio dell’ Alto Medioevo e Bisanzio irrigidiva le sue forme di vita, espellendo dal suo seno la filosofia e la libera investigazione. Il risultato fu che, per secoli e secoli, non ci fu campo del sapere – la teologia, la filosofia, la matematica, la logica, l’ astronomia, la geografia, la medicina, la storiografia – in cui i musulmani non conseguirono un incontestabile primato. E parimenti incontestabile era il primato economico del mondo arabo-musulmano rispetto a tutte le altre civiltà, se si eccettua quella cinese…» (Tratto dalla prefazione al tomo su “Il mondo Islamico” della «Storia Universale» a volumi, allegata al Corriere qualche anno fa).

    Poichè l’Ayatollah parla al passato remoto («…Vi siete mai chiesti come e sulla base di quali valori l’Islam stabilì la più grande civiltà scientifica ed intellettuale del mondo ed allevò i migliori scienziati ed intellettuali per diversi secoli?»), credo che voglia alludere proprio al periodo storico di Averroè e Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, per argomentare che, se in quel periodo l’Islam ha prodotto cultura che si è poi rivelata universale e si è diffusa in tutto il mondo a beneficio di tutti, forse non tutti i suoi valori siano totalmente da buttare. Io nel mio piccolo – a naso – credo che se ci sono un miliardo e mezzo di persone al mondo che si professano ancora musulmane, qualcosa che abbia un qualche valore «umano» in quella religione ci debba pur essere. Sara, la ragazza del video aspirante attrice, non mi pareva una persona stupida o acrititcamente religiosa.

    Relativamente a me, io non mi offenderei se qualcuno mi dicesse che la sua civiltà è migliore o più grande della mia; gli risponderei: ok, scopriamo le carte e vediamo in cosa differiamo e in cosa voi fate meglio di noi. Una mia quasi-forma-di-religione (so che il paragone è poco calzante, ma sono quasi ateo) è il mio credo sincero nel software libero: sono così tanti anni che ne constato la bontà e la necessità, che oramai “ci credo”, senza aver bisogno di dimostrazioni ulteriori. Se qualcuno mi contatta e mi dice che hanno trovato un modello di sviluppo del software che è migliore e più benefico per la comunità, io gli chiedo semplicemente di mostrarmelo, perché se davvero ha ragione, allora lo adotto anche io. Ci sono aspetti delle religioni orientali – il buddismo soprattutto – che trovo molto più vicini alle mie corde che non il cristianesimo; l’Islam purtroppo – per mia profonda ignoranza – lo conosco pochissimo, ma sono sicuro che, scavando scavando, riuscirei a trovare qualche perla anche da quelle parti (per questo ho comprato il Corano, che prima o poi dovrò pur decidermi a leggere). Sono tutte espressioni del genere umano, sono tutte parti di civiltà che hanno avuto una loro parabola, esprimono tutte un pensiero. Perché dobbiamo entrare nello scontro in cui vogliono portarci i fondamentalisti o alcuni leader politici e sentirci offesi?

    Quanto agli americani, beh – sarà che sono cresciuto in un periodo in cui gli USA erano «il modello» -, ma loro sbandierano sempre di essere la migliore democrazia, il migliore mondo in cui vivere. Non c’è bisogno di Obama a lanciare appelli: la loro civiltà lo ribadisce continuamente con i film, la letteratura, la rappresentazione che danno della loro scienza, della tecnologia, del mercato, etc. E, quando qualcuno non lo capisce, «esportano» la loro democrazia con i cannoni e le portaerei.

    P.S.
    Prometto di non fare più il difensore d’ufficio dell’Ayatollah, ma questa dialettica mi è utile per conoscere anche la tua interpretazione (in confronto alla quale, chiarisco a me stesso la mia), e per integrare le tue opinioni con le mie. Grazie (sempre) per la pazienza!

  19. 1
    Le elite colte e intellettuali non sono le masse.
    E questo vale anche per il mondo islamico.

    2
    Stabilire una superiorità di una cultura è arduo.
    Nonché – direbbero molti a sinistra – razzista.
    Nel momento poi in cui apologizzi una superiorità poi ti arroghi il diritto di andarla a imporre, a bombardarla coi droni e i centri commerciali o a conquistarla con i ventri e le moschee.

    Invece il problema non sussiste in nessun modo se le civiltà convivono separate.
    Il problema è invece questa nefasta entropia sociale, l’orribile miscuglione sì global che nel frullatore sociale caccia di tutto e scarica un coacervo in cui mozziconi di sigaretta, ciocche di capelli, tappi di plastica, pezzi di cipolla marcia, olio esausto, feci di cane, brillantante per lavastoviglie, cartucce di toner esausto, PCB e ravanelli sono stati tritati e mescolati spacciandola come straordinaria opportunità, come multiculturalismo e altre stupidaggini del genere.

    Solo un pazzo potrebbe pensare di far convivere non uno e uno (e arriviamo anche e subito alla catalisi esplosiva della costipazione antropica) vegani e carnivori in uno stesso bilocale.

    Pensare che ci siano stati colti filosofi tra i vegani e straordinari artisti carnivoristi mi sembra poco produttivo e distrarsi dal problema.

  20. > Solo un pazzo potrebbe pensare di far convivere non uno e uno […] vegani e carnivori in uno stesso bilocale.
    -> Solo un pazzo potrebbe pensare di far convivere non uno e uno […] cinque vegani e cinque carnivori in uno stesso bilocale.

  21. Il fatto è che i meriti non sono assoluti, ma relativi. Stabilire dei parametri condivisi da tutti è impossibile: è più importante fare grandi scoperte scientifiche o mantenersi in equilibrio con le risorse naturali e il non-umano? E’ (dannato Windows, a proposito!) meglio essere tolleranti o dominanti? Meglio onesti o vincenti, equi o creativi? Vale la media o valgono i picchi? Che lo faccia un libro, un leader o degli amici al bar, discutere di superiorità di culture è completamente sterile e può portare solo in brutti posti. A nessuno piace arrivare secondo, nessuno può definitivamente dimostrare di essere primo e, siccome non è per niente necessario, si può benissimo evitare di fare classifiche di cose così complesse.
    Inoltre, in questo genere di discussioni diventa difficile anche mettersi d’accordo sui confini spazio temporali. Quanti secoli e quanta estensione territoriale prendiamo come riferimento? Possiamo paragonare civiltà durante secoli o millenni, come quella egizia o romana, con il brevissimo e potentissimo arco dell’impero americano, già avviato al declino? E’ giusto paragonare la piccola Grecia classica alla Cina?
    Una civiltà può essere “grande” secondo qualche parametro, ma completamente inadatta a un momento storico e a un contesto. L’Europa era “grande” in tanti campi quando è cominciata l’espansione coloniale, ma quante sofferenze ha causato, e quante grandezze altrui ha distrutto! Che l’Islam sia grande o meno, si pone il problema di come sia compatibile con l’Europa attuale.
    E poi, ovviamente, quello che piace a uno non piace all’altro. Il Medioevo, i cosiddetti secoli bui, sono stati a turno denigrati e riscoperti da varie figure e movimenti artistici e culturali; sono serviti come esempio di vita grama che per fortuna ci siamo lasciati alle spalle, e come massima ispirazione. Non abbiamo tutti gli stessi gusti.
    Infine, come si dà il punteggio alla grandezza: valgono solo le cose positive o anche quelle negative? Un punto ogni scoperta nel campo scientifico, e meno uno ogni diecimila persone massacrate per conquistare la città in cui questa scoperta è stata fatta, oppure solo punti scoperta? Un punto per le piramidi, e meno uno perché sono state costruite da schiavi?
    La questione, quando la vai a vedere nei dettagli, diventa facilmente ridicola.
    Quindi, chiunque parta con affermazioni di superiorità e generalizzazioni a tappeto su cose enormi (la “storia occidentale”, la “civiltà islamica”) difficilmente verrà preso sul serio, da me per lo meno – a maggior ragione se ha cominciato dicendo in sostanza che devo vergognarmi della mia storia.
    Riguardo alla questione della convivenza e della diversità, ogni tanto funziona e ogni tanto no: punto. C’è un momento e un luogo per la diversità, e uno per l’omogeneità. Ci sono state, visto che siamo in tema, grandi civiltà xenofobe e chiuse, e grandi civiltà multi-qualcosa (-etniche, -razziali, ecc). Inoltre, spesso è molto difficile scegliere a quale appartenere. Per quanto riguarda l’Europa, la situazione sta sfuggendo di mano, e né coloro che teorizzano un’Europa meticcia e pacifica, senza confini, né coloro che vogliono proteggere le identità pregresse e quei confini vorrebbero chiuderli possono veramente realizzare ciò che promettono. Capire cosa fare adesso, non in base all’Europa che ci piacerebbe ma a quella che è e che sta diventando, è la grande sfida, da cui non vorrei che fossimo distratti con disquisizioni che secondo me lasciano il tempo che trovano.

  22. Eppure quei pazzi ci sono stati e hanno dato vita all’Illuminismo che, sui pilastri fondanti di “Liberté, Égalité, Fraternité”, ha posto le basi concettuali per le moderne società multiculturali.

    Trovo davvero straordinario che molti di coloro che oggi si percuotono il petto in difesa dei valori illuministi di Charlie Hebdo, siano in realtà poi assolutamente contrari alle dirette conseguenze di tali effetti. Da questa (profonda) avversione per gli effetti sociali sostanziali delle idee dell’Illuminismo, traspare tutta la strumentalità della difesa delle libertà parigine, sbandierata solo per le proprie convenienze politiche.

    Invocare la sacralità degli ideali dell’Illuminismo e contemporaneamente rinnegarne gli effetti immediati (le società multiculturali) è – a mio avviso – l’apoteosi dell’incoerenza.

    Forse siamo passati dall’età della luce della ragione, a quella del buio delle reazioni viscerali.

  23. Questa mi sembra una forzatura: le moderne società multiculturali, la Rivoluzione Francese e l’Illuminismo sono cose ben diverse e non penso che le prime siano figlie delle seconde.
    Innanzitutto, il motto che tu citi fu della Rivoluzione Francese, che tra le sue varie conseguenze immediate ebbe il Terrore, il genocidio dei vandeani quando insorsero per difendere, semplificando, il loro clero, il nazionalismo francese e una serie interminabile di guerre con gli altri paesi europei, cominciate con una dichiarazione di guerra da parte della Francia alla Prussia e all’Austria.
    Slogan a parte, non vedo come tutto questo abbia partorito una “società multiculturale” – a meno che per società multiculturale non si intenda: impero.
    Per quanto riguarda i valori illuministici, questi comprendevano la tolleranza e, in parte, un’idealizzazione delle società non europee, ma in tutti gli scritti del periodo che ho letto non ho mai trovato appelli per un’Europa multiculturale così come la intendiamo oggi, se non altro perché il problema non si poneva assolutamente in questi termini: la sfida era piuttosto come liberarsi dal fanatismo, dalle guerre di religione e dall’imposizione di un credo da parte dello stato. Dato inoltre che i philosophes non facevano che irridere la religione in tutti i modi consentiti all’epoca, e anche in modi non consentiti, non mi pare inopportuno rifarsi alla tradizione illuministica quano si parla di libertà di pensiero.

  24. Nessun impero. Se vuoi che culture diverse convivano assieme più o meno civilmente (come accade ad esempio in Canada o in Svizzera), devi necessariamente partire dal sistema dei valori illuministici. Solo garantendo a ciascun cittadino la libertà di esprimere la propria cultura, l’uguaglianza di tutti rispetto allo Stato (quindi postulando nessuna cultura superiore all’altra) e la mutua accettazione (siamo tutti fratelli che si riconoscono in uno stesso Stato), puoi ottenere un risultato del genere.
    Per un discorso più interessante di questa mia banale sintesi, e di come superare i limiti emersi nelle società multiculturali proprio partendo dai valori illuministici, rimando a questo dialogo precedente ai fatti di Parigi.

  25. La cultura è un fatto collettivo, mentre i valori di libertà di espressione e di religione sono individuali. Inoltre, la cultura richiede dei presupposti materiali: è impossibile “vivere” una cultura comunitaria e locale se si devono pagare tasse e obbedire a un governo centrale, è impossibile vivere in modo tradizionale in un paese completamente industrializzato, e così via. E se il membro di una cultura è oppresso all’interno di essa, eppure le leggi dello stato in cui abita lo proteggerebbero? Cosa prevale? La libertà individuale o quella collettiva, della cultura? La cultura liberale dei diritti individuali non è un contenitore che protegge tutte le altre culture, ma una cultura essa stessa. Quindi c’è un potenziale conflitto, come stiamo vedendo in Europa in innumerevoli esempi.
    Cosa si fa, ad esempio, quando “libertà di esprimere la mia cultura” significa voler applicare la sharia? O la mutilazione genitale femminile? O quando una cultura basata sulla caccia e la raccolta si scontra con un’altra basata sull’agricoltura e l’industria?
    Le culture che fondano la Svizzera non sono molto diverse tra loro: si tratta di culture alpine ed europee con una storia comune. Per quanto riguarda il Canada, anche se è un paese molto tollerante sotto diversi aspetti, la sua società, cultura ed economia sono basate sulla repressione della civiltà indigena, sulla cancellazione su larga scala dello stile di vita autoctono, e sull’emarginazione dei nativi – che sono spesso molto rancorosi, e giustamente, per quanto hanno subito, nonché ignorati o malvisti dal canadese medio. Semplifico, ma sostanzialmente è così. Inoltre, anche il Canada contemporaneo, fondato da europei, si è trovato di fronte al dilemma se permettere o meno la legge islamica, che è alternativa a quella dello Stato e in certi aspetti oppressiva ma un “diritto culturale”.
    Lo stesso è vero degli Stati Uniti: c’era una cultura originaria, che aveva uno stile di vita tradizionale che richiedeva grandi spazi, poca popolazione e una natura selvaggia. Arrivano i coloni, provenienti dall’affollata e industrializzata Europa, che vogliono vivere diversamente. Com’è possibile conciliare queste due culture? Non lo è. Una viene sterminata, l’altra prende il suo posto, crea un sistema nuovo, e poi lo apre a chiunque lo accetti. Questo non è vero multiculturalismo, non nel senso più profondo: è solo un nuovo sistema.

  26. Specifico che io non sono contro la convivenza tra culture di per sé. E, anche se lo fossi, dato che l’unica alternativa è la pulizia etnica o lo sterminio con conseguente creazione di nuovi problemi altrove e di nuove culture che creano nuovi problemi (basta una conversione di massa a qualcosa e siamo da capo), soluzioni vanno trovate per forza. Solo che, siccome non si può avere tutto, a qualcosa bisognerà rinunciare che ci piaccia o no. Ma a cosa?

  27. E, ovviamente, le culture non sono statiche ma dinamiche, quindi si aggiunge la difficoltà ulteriore di determinare quale stadio e quale componente di una cultura stiamo cercando di far convinvere con quale stadio di un’altra…

  28. Scusate, ma la storia è una storia di scontri tra diversità, di violenza delle migrazioni, di conflitti etnici, religiosi.
    E’ del tutto ovvio che il multiinculturallismo (masse di balordi ‘gnoranti che non hanno veramente nullo di culturale, essendo state e in parte alienate dalla cultura e dai saperi della terra, dell’artigianato dal modernismo e dall’industrialismo importato e ignoranti anche di cultura libresca, a volte limitata fanaticamente a sciocchezze anacronistiche di un solo libro, come nel caso delle masse islamiche) sia un problema dal punto di vista della stabilità sociale.
    Ignorare la storia è una delle follie, delle irrazionale razionalità illuministica.
    Ma anche questo è un falso.
    Le teorie illuministiche erano pensate da elite in ambienti acculturati.
    Ancora una volta uno scollamento tra la testa e il resto del corpo.
    Infatti molta sociologia e molti studi sistemici (anche l’ultimo di Jorgen Randers per Club di Roma) allertano sui pericoli del multiculturalismo quando più di una delle “culture” ha tensioni egemoniche.

    Ignorare la storia per sofisticarsi la testa con bislacche quanto nefaste teorie di ingegnerie delle complessità sociali fa parte della hybris peggiore.
    Ignorare l’etologia degli animali superiori, del concetto di territorio, di branco, di competizione intraspecie.
    Ma solo dei folli con la testa per aria possono pensare al multiinculturalismo come opportunità.
    Quanti esempi della storia dobbiamo fare di massacri, genocidi, pulizie etniche, di scontri, di odi tra diversità che competevano e confliggevano su un territorio?

    La diversità delle culture è di straordinario valore e importanza ma non può prescindere dal legame tra cultura e terra in cui essa è evoluta.
    Pensare di prendere tutto e frullare nell’orribile mescolone sìglobal per la massimizzazione dell’entropia sociale che si sta facendo non ha nulla a che vedere con il rispetto e la diversità delle culture.

    Uno dei problemi ecologici più gravi è infatti quello della migrazione di specie alloctone e degli sconquassi che ciò comporta nei biotopi e negli ecotopi destinazione.
    Ancora la hybris peggiore di parte degli homo che nega scienza e conoscenza con l’arrogante pretesa di presunta semidivinità noinonsiamobestieopiante.

    Questa del multiinculturalismo come opportunità è una delle più colossali frodi ideologiche mai concepite.
    Prendi una roba multiinculturale e inizia a togliere anche solo un po’ delle risorse e guarda cosa inizia a succedere.

    Mah.

  29. Di solito del multiculturalismo in Canada non si parla relativamente alle popolazioni autoctone, ma riguardo alle varie zone francofona, anglofona, cinese, italiana. Io non intendevo il multiculturalismo come dinamica tra una cultura autoctona e un’altra dovuta a fenomeni migratori; consideravo il contesto più generico di un paese nel quale coabitano culture differenti, come ad esempio quelle dei vari cantoni svizzeri o i distretti canadesi. L’articolo che ho linkato, cerca di rispondere proprio alle questioni che tu sollevi negli ultimi tuoi commenti: cosa fare quando in un contenitore-paese esistono (a causa di precedenti politiche di accettazione/accoglienza multiculturale) delle culture diverse che entrano in contrasto tra loro o con le leggi stesse dello Stato? E’ un problema che si sta dibattendo da anni in nord-europa, perché se da un lato in quei paesi si ha un grande rispetto per le culture-altre e si cerca di integrare al meglio le popolazioni in ingresso, d’altra parte si ha un senso ferreo delle regole che devono essere rispettate da tutti, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, e ciò crea sovente un corto-circuito.

    Un classico esempio è il velo islamico: se una ragazza musulmana sente davvero la necessità di portare il velo per sua identità culturale, ma si trova in un contesto in cui i copricapi sono vietati per tutti (ad esempio in un laboratorio chimico o in alcune situazioni sportive), quale interesse deve essere tutelato, quello individuale/identitario della ragazza, oppure quello precauzionale/precettivo dello Stato?

    Quando emergono queste contraddizioni in un sistema – ma questa è solo la mia modesta opinione di vedere – bisogna fermarsi, fare un passo indietro, e risalire di livello nella gerarchia di sistema per inserire una nuova norma, o un nuovo principio, che impedisca il verificarsi della contraddizione. Poiché il livello più alto che garantisce la multiculturalità è – a mio avviso – proprio quello basato sulla triade illuminista «libertà, uguaglianza, fraternità», l’applicazione di tali principi genera necessariamente dei vincoli a cui tutte le culture contenute nello stato contenitore devono necessariamente sottostare, pena il collasso dell’intero sistema. Perciò se le norme standard di accesso ai laboratori impongono l’assenza di copricapi o veli, pazienza per le istanze identitarie: bisogna scegliere se è più importante frequentare quel laboratorio o indossare il velo. La vita è fatta di scelte, non si può avere tutto. Analogamente, se una delle culture presenti nel paese prevede/impone la poligamia, mentre l’ordinamento sociale contempla unicamente coppie monogamiche, per la sopravvivenza dell’intero sistema-paese la cultura basata sulla poligamia dovrà necessariamente rielaborarsi in una nuova forma che si accordi all’ordinamento dello Stato.

    I due filosofi danesi dell’articolo deducono necessariamente che in questo modo il «multiculturalismo» finisce per annacquarsi e perdersi, amalgamandosi il tutto in quella che emerge come una «cultura unica dello Stato». Io – personalmente – credo che ciò non sia un male; e che anzi questo sia l’unico modo (quello di regole e principi comuni e condivisi) attraverso il quale differenti culture possano coabitare. Qualsiasi persona che abbia fatto esperienza di coabitazione sa che è così, per quanto incondizionatamente si possa amare il partner. L’adattarsi a regole comuni, non necessariamente implica la perdita della propria identità, anzi – a mio avviso – favorisce il confronto con gli altri in contesti condivisi.

    Il vero problema della strage di Charlie Hebdo, secondo il mio parere, non è stata la pseudo-motivazione (li abbiamo uccisi perché hanno offeso il Profeta), in quanto un simile gesto sarebbe stato punito e condannato allo stesso modo in tutti i paesi civili (anche in tutti quei paesi musulmani, dove il valore della vita umana viene evidentemente prima della blasfemia); il vero problema è perché stia accadendo nel mondo questa guerra, perché la si combatta in questo modo, e perché tante persone in tanti paesi diversi sentano di aderirvi. Ma non mi venite a raccontare che tutti quelli che ingrossano le file dell’ISIS o di Al-Qaeda siano soltanto dei fondamentalisti, perché nel mondo musulmano ci sono molti personaggi per i quali la religione è molto più importante e centrale nelle loro vite, eppure non vanno in giro col Corano in mano e il kalashnikov a tracollo a fare strage di ‘infedeli’. I veri motivi sono altrove, lasciamo da parte la libertà di espressione o i principi dell’Illuminismo.

    La ragazzina siriana ad Aleppo, che tiene (coraggiosissimamente) in mano il cartello «Je suis Charlie», perché sa bene che se le brigate dell’ISIS sfonderanno ad Aleppo, a fare la fine dei disegnatori di Parigi sarà lei, non sta certo parlando della libertà di opinione, dei principi filosofici dell’illuminismo o della multiculturalità. Mi sembra abbastanza chiaro…

  30. Il fatto è che le leggi dello Stato sono stabilite dalla cultura dominante, a cui le altre devono adeguarsi fatto salvo per i loro aspetti che “non disturbano”, tipo i diversi cibi (e già, secondo me, i riti di macellazione islamici ed ebraici sono una grossa deroga a quelli che dovrebbero essere i nostri principi, infatti non mangio più kebab). La legge non è un contenitore neutrale ma il prodotto di una specifica tradizione ed evoluzione, per cui non si può parlare di vero multiculturalismo ma di varietà relativa sotto a una cultura principale che detta legge. La valutazione è: quali aspetti di nuove culture minacciano la cultura pre-esistente e la sua evoluzione, e quali sono invece innocui? Non si può avere una comunità politica veramente multiculturale perché le diverse culture vorrebbero diversi sistemi e leggi. Infatti, in Canada, le culture veramente alternative, cioè quelle indigene, sono state completamente marginalizzate, mentre tutti gli altri, cioè quelli che sono migrati lì dopo, vivono sostanzialmente come europei in una cultura liberale con economia di mercato – vai in Canada e vedrai che tra un italiano, un cinese, un ebreo e un musulmano le differenze nello stile di vita sono solitamente minime. C’è stato un dibattito riguardo alla possibilità di permettere il ricorso alla sharia ma a quanto so non è stato concesso. Ma cosa succederebbe se i musulmani fossero la maggioranza?
    Anche in Svizzera, la differenza tra svizzeri francofoni, italiofoni, eccetera è molto modesta, a quanto so io, e la storia è comune.
    Quello che molti europei temono è che il numero di stranieri cresca così tanto da cambiare l’equilibrio di potere tra culture, e di dover sottostare a nuove leggi stabilite dalla nuova maggioranza. Questo lo temono dappertutto, dall’Italia ai paesi scandinavi, fino alla Gran Bretagna. Bisogna scegliere: mettere un limite alla presenza di culture altre, per proteggere la supremazia della propria, o sperare che le leggi tengano indipendentemente dagli equilibri? C’è un’altra possibilità, naturalmente: evolversi assieme, sperando di prendere il meglio di ogni cultura. Anche questo, però, dipende da molti fattori, quali la disponibilità di risorse (meno ce n’è più è probabile il conflitto), la consistenza numerica dei vari gruppi, e il peso che viene dato al legame con il passato. È razzista pensare che la popolazione originaria debba essere maggioritaria in ogni terra? Sì, se a dirlo sono i bianchi, no se a dirlo sono i popoli in passato conquistati dai bianchi – e questo non è giusto.

    (Scusa se insisto, ma ‘libertà, uguaglianza e fraternità’ non è un slogan illuminista ma rivoluzionario. Quando scoppiò la rivoluzione francese tutti i filosofi illuministi francesi e la maggior parte degli altri erano già morti.)

  31. Comunque, Charlie Hebdo ha deciso di sospendere le pubblicazioni. Qualcosa è cambiato.

  32. A me sembra che si continui a confondere la multiculturalità con i problemi dell’immigrazione, che sono certamente correlati, ma non sono lo stesso fenomeno. Io la vedo diversamente in questo senso (pensa alla ragazza siriana aspirante all’oscar del mio commento precedente): se le persone di cultura diversa da quella «laica dello Stato» si integrano bene con essa, il compromesso tra la propria cultura individuale e quella dello Stato sociale in cui si vive può avvenire con buoni risultati. Perché Sara (la ragazza del video) sembra così diversa dai fondamentalisti islamici, pur essendo essa stessa una musulmana abbastanza osservante? Semplice, perché si è ben integrata nella nostra società.
    Io credo che un qualsiasi essere umano che non abbia particolari problemi cognitivi – quale che sia la propria tradizione culturale individuale -, messo in condizione di assaggiare appieno e compiutamente i frutti dei valori illuministici «libertà, uguaglianza e fraternità», difficilmente ne resterà indifferente e deciderà di derogare ad essi in favore della propria tradizione culturale, se antagonista ad essi.
    Mi dici quale donna si farebbe infibulare o quale uomo circoincidere, se avessero opportunità di scegliere? O quale donna accetterebbe di restare relegata ai fornelli a casa, quando sue coetanee si realizzano come persone o in campo professionale? Guarda quello che è successo a Sara: essendosi integrata nella nostra società, e avendo assorbito il nucleo del nostro sistema di valori, adesso è capace di guardare il proprio credo religioso dall’alto, traendone i precetti positivi, e scartandone le scorie retrograde che purtroppo derivano dal contesto storico in cui quei testi furono originati. Lei dice: la società si evolve e, per attualizzare l’insegnamento del Corano, bisogna interpretarlo alla luce della realtà attuale.
    E’ lo stesso sistema di pensiero che ho avuto modo di constatare in immigrati italiani in altri paesi del nord-europa che, se da noi vivevano nel disinteresse della norma e della vita civile, e vedevano lo Stato come un antagonista assillante e invasivo, dopo una ventina di anni in altri contesti sociali risultano adesso attentissimi alle norme e ai precetti, e vedono lo Stato non più come un nemico che ti complica la vita, ma come un garante indispensabile da salvaguardare, essenziale per il mantenimento di un alto livello di vita (non solo economico). Per me è lo stesso fenomeno: lì si sono integrati e – esposti a culture che migliorano la loro vita – le hanno fatte proprie, integrandole con le proprie culture individuali.
    Come sottolineavano i due filosofi danesi, e come ricordavi tu, il risultato di questa fusione è che le varie sub-comunità finiscono per somigliarsi tutte nell’integrazione e le differenze quasi scompaiono (perciò loro denunciano che alla fine la ‘vera’ multiculturalità si perde); però io credo che questo sia il prezzo inevitabile che i membri di una società debbano pagare per vivere in un sistema regolato da valori condivisi. In esso si possono mantenere tradizioni ‘innocue’ che possono coesistere col sistema complessivo delle parti (ad esempio, nella P.A. quando si bandisce un concorso, è necessario fare sì che le prove d’esame non cadano durante i periodi di festività di una delle tante confessioni presenti nel paese: è noioso ed un po’ arzigogolato per non creare discriminazioni anticostituzionali, però alla fine ci si riesce e tutti sono contenti); ma tradizioni ‘deleterie’ (come ad esempio negare l’istruzione scolastica alle bambine) non possono essere tollerate e dunque sono sanzionate (ti arriva l’assistente sociale a casa perché le scuole inferiori sono obbligatorie, quale che sia la tua confessione).

    Io alla possibilità di coesistenza pacifica di persone che esprimano differenti culture ci credo, e basterebbe contare tutte le coppie di nazionalità differente che decidono addirittura di mettere su famiglia, per accorgersi che non è che si stia parlando di fenomeni fantascientifici.
    I problemi – a mio avviso – nascono quando si creano situazioni sul modello dei ‘ghetti’, dove non solo si concentrano persone di un’unica cultura, ma addirittura si negano poi ad esse pari opportunità di istruzione, realizzazione professionale o economica, accesso alle cariche pubbliche, e così via. E’ evidente che – sotto queste condizioni – i “ghettizzati” non si integrano col sistema che li circonda perché lo vivono come alieno e ostile, e dunque sorgono inevitabilmente i conflitti.
    In Tunisia ho visitato una bellissima sinagoga, con attorno una tranquilla comunità ebraico-musulmana: i musulmani andavano in moschea, gli ebrei in sinagoga, eppure vivevano tutti tranquillamente i medesimi problemi della stessa comunità. Pensando a quello che succedeva a Gaza, mi sembrava assurdo. Invece lì hanno semplicemente scisso (in accordo con il pensiero illuministico, anche se non ne sono consapevoli) il proprio individuale credo religioso, con la logica laica della convivenza sociale, traendone frutti entrambi. Per raggiungere questi risultati, però, bisogna partire proprio dalla triade «libertà, uguaglianza, fraternità»: è il punto di principio, e finisce anche per diventare il punto d’arrivo, pur mantenendo ciascuno le proprie tradizioni compatibili con l’ordinamento sociale.

    (Scusa me se insisto, ma io ricordo che la Rivoluzione Francese fu un prodotto storico dell’elaborazione filosofica dell’Illuminismo, che sfociò nella Rivoluzione Francese proprio perché l’ancient regime non seppe metabolizzare questa rivoluzione sociale e di pensiero, irrigidendosi nella difesa dei propri privilegi: sul sito France.fr, curato dal Service d’information du Gouvernement, è riportato: «Associate da Fénelon alla fine del XVII secolo, le nozioni di libertà, uguaglianza e fratellanza si diffusero in maniera più ampia durante l’Illuminismo…». Su Wikipedia, alla voce Illuminismo: «…Al di là dei limiti storici, queste idee di libertà, uguaglianza, tolleranza per merito degli illuministi divennero patrimonio comune della cultura della Francia che cercò di esprimerli nella Rivoluzione e poi di esportarle nel resto d’Europa…».
    Per me, dire che l’Illuminismo è venuto prima della Rivoluzione Francese di «liberté, égalité, fraternité» è un po’ come dire che il marxismo è venuto prima della Rivoluzione d’Ottobre: certo che sono venuti prima, altrimenti quelle rivoluzioni non ci sarebbero mai state, essendone la diretta ed immediata conseguenza.)

  33. Marx fu un pensatore unico, gli illuministi furono tanti, e non dicevano tutti la stessa cosa. E comunque, ci sono marxisti che sconfessano tutti i regimi comunisti esistiti nella storia come un’aberrazione del suo pensiero. Sicuramente ci fu un legame tra Rivoluzione Francese e Illuminismo, ma gli storici non sono concordi su quale fu esattamente questo legame. La rivoluzione non fu solo uno slogan (tra l’altro ce n’erano molti altri a quel tempo), ma una serie di avvenimenti che andarono ben al di là di quanto teorizzato dall’Illuminismo e spesso sfociarono in una violenza inaudita, a dispetto dei principi professati. Per cui secondo me il movimento filosofico antecedente, i valori ufficiali della rivoluzione e i fatti di essa andrebbero tenuti separati.
    Al di là di questo, se alla fine i valori sono condivisi e le diversità quasi scompaiono al di là di quale chiesa si frequenta e cosa si mangia, dove sta il multiculturalismo? Rimangono solo differenze minime – e anche solo queste possono essere sufficienti a causare un conflitto, come si è visto nell’ex-Yugoslavia. Naturalmente la convivenza è possibile, ma se bisogna trovare dei valori condivisi perché funzioni, bisogna anche porsi il problema di come stabilirli e di come imporli (non tutti li adottano volontariamente).

  34. Io non credo che restino proprio differenze minime. Cerco di spiegarmi con un esempio, ma non so se ne sarò capace. Se consideri i filmati delle esecuzioni dell’ISIS, sono straordinariamente conformi ad un formato mediatico occidentale: l’alta definizione, lo sfondo, la mimica, la lingua scelta, le divise dei prigionieri, etc. Il messaggio veicolato e l’esecuzione rituale, invece, sono espressioni (anche se stravolte) di una parte della cultura dell’Islam. Perché gli autori del video non hanno prodotto un messaggio mediatico completamente musulmano in tutte le sue forme (come invece avviene nei video di Al-Qaeda, dove si parla in arabo, in una scenografia completamente musulmano-ortodossa fin nei minimi dettagli), pur rivendicando essi stessi la loro esasperata identità islamica? Io credo che questa rappresentazione particolare sia proprio ricercata, perché gli autori dei video delle esecuzioni dell’ISIS non si rivolgono soltanto agli occidentali, ma anche a tutti i musulmani che vivono in occidente, per colpire il loro immaginario. E, a tale scopo, per veicolare efficacemente il messaggio, utilizzano le rappresentazioni concettuali proprie del mondo occidentale. Si può mantenere la propria cultura, anche mediandola o trasformandola attraverso i sistemi concettuali di un’altra cultura nella quale si è immersi. Sicuramente, se si adoperano gli strumenti linguistici e sociali messi a disposizione dalla cultura ospitante, si perderà la parte più esteriore e folkloristica della propria tradizione culturale (anche se in tanti paesi che hanno scelto di preservare in qualche modo le differenti autonomie culturali, sono tollerate e ben accette dallo Stato anche lingue differenti, come per la comunità francofona in Canada); ciononostante, il nucleo della tradizione culturale resta, anche se declinato secondo i nuovi paradigmi della cultura ospitante. Se frequenti un membro di una cultura non italiana con una forte tradizione di secoli alle spalle (come ad esempio quella cinese), ti accorgerai che, pur essendo nato qui in Italia da due o più generazioni, egli non avrà esattamente lo stesso modo di vivere e di pensare di un italiano, a meno che i suoi genitori non abbiano eseguito una eradicazione completa della matrice culturale cinese della famiglia prima che nascesse. Pensa al giapponesissimo Kakuro Ozu de «L’eleganza del riccio», che manifesta un altissimo tasso di cultura orientale, pur essendo perfettamente integrato in uno dei quartieri più facoltosi di Parigi.
    Se si ha un concetto più o meno ‘olistico’ di tradizione culturale, allora è vero che questa si perde nelle società multietniche basate su di un forte ed esteso sistema di regole e valori condivisi, in quanto nel compromesso tra le varie culture tradizionali e quella comune «di Stato» c’è lo sfumarsi delle peculiarità delle varie tradizioni culturali nell’adozione dei tratti comuni a tutti; se invece si considera la cultura come un sistema di differenti valori correlati e stratificati che modella il ragionamento e il sentire di un individuo, la perdita di alcune delle parti connessa all’adozione di altri modelli esterni necessari all’integrazione nella cultura ospitante, non credo sia totale, ma soltanto parziale.
    Il fatto che non ci sia la scomparsa totale di una cultura integranda, ma la sua rielaborazione secondo il nuovo ecosistema ospitante, a mio avviso è testimoniata ad esempio (e purtroppo) dal persistere della cultura mafiosa: i mafiosi sono sempre più integrati con il resto del paese non mafioso, e l’integrazione è così riuscita che fai fatica a scorgerli dall’aspetto esteriore o dalle apparenze degli stili di vita; però, se ci entri in relazione, avverti subito lo scontro tra la tua cultura civile improntata ai valori della triade illuminista, e la cultura mafiosa basata sui valori della sopraffazione, della famiglia, della violenza e del dispotismo.
    Io credo che si possa mantenere il nucleo della propria tradizione culturale, pur vivendo in un contesto etnico-culturale completamente differente dal nostro (ovviamente se quest’ultimo è tollerante nei nostri confronti, perché concordiamo su valori e regole comuni).

  35. In parte è vero: io sono sempre molto colpita dal fatto che gli ebrei siano in Europa da duemila anni, parlandone le lingue e integrandosi al punto da essere spesso ai vertici della società, pur rimanendo ebrei in tantissimi aspetti della loro vita, compreso quello delle unioni familiari (ora un po’ meno, forse, non lo so, visto che ne sono rimasti così pochi). Idem per rom e sinti. Come la storia insegna, però, questo comporta un rischio, cioè quello di essere visti come corpo ‘altro’ – e quindi pericoloso. In gran parte, sta alla società maggioritaria integrare e tollerare queste comunità, senza perseguitarle come hanno fatto gli europei nei confronti degli ebrei praticamente da sempre. Al tempo stesso, però, dietro alle persecuzioni non c’è solo l’intolleranza, anche se è politicamente scorretto dirlo: dietro non solo alle persecuzioni degli ebrei, ma anche ai sospetti sui ‘papisti’ in paesi non cattolici, dei comunisti in paesi non comunisti e viceversa, degli islamici oggi, c’è sempre il timore, in parte giustificato, che questi gruppi rappresentino una minaccia rispetto alla società che li ospita, perché la loro lealtà non può mai essere garantita – sono fedeli allo Stato o al territorio, oppure a un’altra patria o a una comunità internazionale? È evidente che molti membri di queste comunità che ho preso ad esempio, se devono scegliere, non sono necessariamente leali alla società ospitante ma a un’altra, per vari motivi (discriminazioni subite, permanenza di radici forti, propaganda, frustrazioni personali, utopie…). È anche vero che possono ‘tradire’ i membri stessi di una comunità, e viceversa, ma siccome i ragionamenti semplici tendono spesso a prevalere in momenti di crisi, si sospetta innanzitutto degli “altri”.
    Naturalmente ci sono modi pacifici, se non altro potenzialmente, per risolvere questo conflitto, ma la tensione permane. Se l’alternativa è l’esplusione di massa, io direi che la convivenza è di gran lunga preferibile, ma uno dei motivi per cui io sono così legata all’idea di territorio, nel rispetto dei territori altrui, è che mi sembra in realtà la soluzione che più difficilmente porta a violenze su larga scala. Su uno stesso territorio ci possono essere comunità molto diverse tra loro (il Friuli ne è un ottimo esempio), però se il legame primario è quello, forse è più facile da gestire. In Friuli ci sono varie comunità slavofone, ovviamente friulanofone, e germanofone, ma appartengono a questo territorio come le altre e nessuno teme che possano abbandonarlo o tradirlo in alcun modo. Idem, immagino, per i valdesi in Piemonte, e così via.

  36. Su tutta sta faccenda mi sono scoperto pensarla esattamente come questa Camille Paglia, una professoressa femminista americana, di cui il Foglio ha raccolto un intervista. Al sito del Foglio accedono solo gli abbonati, io ho letto da qua: http://www.tempi.it/camille-paglia-sinistra-frode-borghese#.VNmt6005Dcs
    “Sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni?».

  37. Io non ho mai capito gli atei devoti: perché difendere una “grande” idea se pensi che sia falsa? Per quanto riguarda il liberalismo, credo che come le religioni e praticamente ogni grande ideologia offra anch’esso la visione di un Paradiso, solo che, come quello marxista, è un paradiso sulla terra – in questo caso, il paradiso della libertà. Naturalmente, è un’idea con i suoi limiti, come ogni idea umana.
    Negli ultimi giorni ho letto ben due intervisti a due ‘sopravvissuti’ di Charlie Hebdo in cui entrambi dicono di non voler diventare dei simboli, ma semplicemente continuare a fare il loro mestiere. Credo che, tra tutti, quelli che hanno preso meno sul serio l’intera vicenda siano proprio loro. A parte il trauma di aver perso dei colleghi e amici, si capisce.
    Sul distacco della sinistra dalla gente, in linea generale sono d’accordo, ma non per l’irrisione della religione, piuttosto per una questione di status socioeconomico e di iper-intellettualismo. E comunque, il fatto che un’idea appartenga a una minoranza ora non significa che sarà così per sempre. Le avanguardie e le minoranze non sono per forza di destra solo perché minoritarie.

  38. Credo che il pensiero della Paglia sia, almeno in questo caso, autenticamente liberale, nel senso che non ha aspirazioni totalitarie. Anche cioè se è convinta della bontà delle proprie convinzioni e non condivide la religiosità degli altri, non ha la pretesa di universalità delle sue idee, e vale a dire che la non reputa che la “forza liberatrice” di queste possa spingersi a negare una dignità (o peggio ancora, debba zittire del tutto) alle convinzioni degli altri. A volte capita di constatare come il supposto liberalismo, nella volontà di autoaffermarsi come unico modo giusto e finanche possibile di pensare, finisca per essere oppressivo.

  39. Il liberalismo non è ateo per definizione. Si può essere liberali e religiosi.
    La stragrande maggioranza delle persone religiose pensano che gli altri abbiano torto, e viceversa per gli atei (discorso a parte sono gli agnostici). Pensare che le altre persone si sbaglino non vuol dire però negare loro il diritto a pensare quello che gli pare. Il progretto di Charlie Hebdo, quello più serio dell’Illuminismo, e tutte le altre prese in giro della religione salvo quelle in cui è altrimenti dichiarato non vogliono impedire alle persone di essere religiose – non le vogliono opprimere. Accusare la satira di zittire qualcuno è ingiusto: tu parli, io dico cosa ne penso nel modo che preferisco, se ti dò tanto fastidio fai semplicemente a meno di starmi a sentire. Deridere significa negare la dignità di qualcuno solo se questo qualcuno basa la propria dignità su quello che pensa una data persona di lui: e questo è un errore. Io non perdo la mia dignità se qualcuno mi prende in giro!
    Non c’è niente che non va in quello che dice la Paglia a questo proposito: lei può pensare tutto il peggio di quelle vignette, ma almeno ammette che la libertà è da difendere. Il punto è soltanto questo: le vignette hanno diritto di essere disegnate tanto quanto i musulmani e i cristiani hanno diritto di professare la loro religione. Il problema si presenta solo quando un gruppo cerca di impedire l’esistenza dell’altro – e in questo caso sono stati alcuni dei secondi nei confronti degli autori delle prime, non viceversa.

  40. La mia opinione non cambia, e mi dispiace che il comune di Amatrice non abbia niente di meglio da fare che querelare Charlie Hebdo (se tutti l’avessero semplicemente ignorato, molte meno persone avrebbero visto quelle vignette, tra l’altro).
    Esiste la satira, spesso è di pessimo gusto, ma il gusto non è legge, per fortuna. Se ti muoiono dei cari in una disgrazia, e la prima cosa che fai il giorno dopo è comprare Charlie Hebdo (o leggere Spinoza), direi che il problema è tuo.

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