per l’abolizione dell’eredità

Un paio di settimane fa leggevo sul Gazzettino, giornale tendenzialmente di destra, come prima notizia quella dell’ennesima irruzione di occupanti in una villetta vuota da qualche parte nel Nord Est. Il figlio dei proprietari, ora deceduti, si lamentava che era la nona volta (o forse settima, non ricordo) che trovava gente che dormiva in quella casa, questa volta rumeni. Affranto, si lamentava: vengo ogni tanto a tenere il giardino, la chiudo, cosa posso fare di più? Te lo dico io: affittala. Se la affitti nessuno te la occupa, garantito.

Il giornale parteggiava, evidentemente, per il povero proprietario, e io leggendo inorridivo perché la nostra società tende a fare così senza neanche chiedersi perché. Per me era evidente che quella casa serviva a qualcuno, e che era un crimine tenerla vuota: meglio affittarla, rivenderla, abbatterla e farne un parco… Ma era “la casa dei genitori”, quindi qualsiasi spreco e qualsiasi prepotenza sono concessi.

Io, dopo averci un po’ riflettuto e anche girato intorno, sono pronta a schierarmi apertamente per l’abolizione dell’eredità in quanto istituzione obsoleta, ingiusta e anti-meritocratica, tra i responsabili dell’aumento delle diseguaglianze osservato quasi ovunque nel mondo occidentale. Propongo di sostituirla con la requisizione della proprietà, una volta morto chi la detiene, da parte della collettività sotto forma di istituzioni locali e con la sua vendita sul mercato con un’asta; il ricavato andrà a sostenere la spesa pubblica, tra cui anche forme di redistribuzione del reddito e delle ricchezze.

Perché tolleriamo ancora che esista l’eredità? Sareste d’accordo se i mestieri fossero ereditari, se i titoli nobiliari contassero qualcosa, o se le cariche politiche e giuridiche passassero di padre in figlio? No, ovviamente. Perché allora permettiamo che siano ereditari il potere, la disuguaglianza e il tenore di vita che derivano dalla proprietà? Perché sopravvive non sfidato da nessuno questo relitto del passato, rappresentativo di valori in cui collettivamente sosteniamo di non credere più?

Perché, è la mia risposta, viviamo in una società iper-familista in cui si accetta che l’individuo non goda di diritti tanto in base al suo impegno, alla sua stessa esistenza e alla sua disponibilità a contribuire al bene comune, quanto in base alla famiglia. Il welfare italiano è in buona parte su base familiare: anziché garantire un reddito a tutti, o almeno a tutti i maggiorenni, riversiamo sussidi e detrazioni su chi ha prole, anche se poi i genitori possono così esercitare potere sulle vite dei figli, ormai, fino ad età avanzata.

Negare l’eredità sembra voler negare il desiderio fondamentale, quasi biologico, di provvedere ai propri figli anche dopo la propria morte. In realtà, una simile possibilità non esiste in natura: è un’invenzione umana. E chi pensa che sia un corollario della responsabilità genitoriale commette due errori.

Uno è pensare che l’unico modo di provvedere ai propri figli sia garantendoli economicamente e personalmente. Questo presuppone un misto di ostilità e indifferenza nei confronti della società nel suo complesso: non mi fido degli altri, quindi ci penso io. Ma se una persona ha contribuito a rendere la società più equa, di questo dovrebbero beneficiare anche i suoi figli – non solo economicamente, perché non sarà permesso loro di morire di fame, ma anche dal punto di vista della maggiore serenità e fiducia reciproca di una società egualitaria. Abolendo l’eredità e sostituendola con qualcosa di più giusto la società ne risulterebbe migliore per tutti, figli propri e non.

Il secondo errore deriva da un’esagerazione. Non è la stessa cosa nascere e crescere in una famiglia piuttosto che in un’altra: alcune famiglie sono più stabili, amorevoli, benestanti, alcune insegnano le arti, altre la disciplina; alcune temprano, altre sfidano, altre ancora abbandonano. Dopo una vita intera in cui la provenienza familiare ha condizionato il futuro di una persona, perché pretendere che continui a farlo con il lascito dopo la morte? Sarebbe più onesto dire: figlio mio, ho fatto quello che ho potuto, adesso arrangiati.

Addirittura, io penso che l’attesa di un’eredità possa condizionare i rapporti affettivi all’interno di una coppia o di una famiglia. La fretta o l’ostentazione di non averne, il rancore per qualcosa che spetta ma non arriva, l’obbedienza per non venire esclusi, la sopportazione a fini materiali… non sarebbe meglio un affetto incondizionato, indipendentemente dalla controparte economica? E questo discorso vale anche per l’ereditarietà della pensione del coniuge, che però ha anche altri elementi su cui non mi soffermo ora.

Inoltre, se dal punto di vista dei genitori è un loro “diritto” (sempre con questi diritti) dare la loro roba a chi vogliono, dal punto di vista della società non si tratta di altro che di un sopruso: voler avvantaggiare persone per un puro caso, cioè l’essere nate in una data famiglia, a discapito di altre la cui unica colpa è non aver avuto la stessa fortuna. Anzi, dirò di più: un individuo che eredita potrebbe anche essere incoraggiato a passare la sua vita a non fare nulla, campando di rendita (ne ho visti), mentre chi non eredita ma ha dalla società un piccolo aiuto per partire è più incentivato a darsi da fare. Avevo letto tempo fa, e non saprei come rintracciarla, una lista compilata se non sbaglio da Forbes di ultra-ricchi che avevano deciso di diseredare i figli, perché se la cavassero da soli. Suppongo che si trattasse di diseredamenti molto parziali, e che comunque tali figli avessero già beneficiato abbondantemente della posizione dei genitori, ma comunque erano storie interessanti. Gli esempi erano americani e britannici, ovviamente – dubito che un italiano farebbe altrettanto – guardiamo le nostre dinastie familiari eterne, o come tratta figli e roba l’uomo ricco d’Italia per eccellenza.

Siamo su questa terra temporaneamente, e anche la nostra proprietà è temporanea: per quanto possiamo aver costruito, mantenuto e amato una casa o un giardino, quando moriremo non potremo più possederli. Ci consoliamo sapendo che lo possiederanno i nostri figli, ma è solo un capriccio: altre persone potrebbero averne una cura anche migliore, e comunque non dovremmo avere il diritto di dare ordini dall’oltretomba.

L’unica argomentazione a favore dell’eredità è quella emotiva. Ci sono persone che hanno un legame forte con la casa dei genitori, e bisogna trovare un modo di garantire anche loro, se ci tengono tanto, senza fare un torto agli altri. A questo proposito io ho due proposte. La prima è che, se uno desidera accontentare i propri figli in questo desiderio di continuità, consegni loro la casa, l’azienda o la roba mentre è ancora in vita. Se ha paura di venire sfrattato può chiedere l’usufrutto; per evitare abusi, l’usufrutto dovrebbe essere vincolato alla residenza e limitato a una sola proprietà. Ovviamente, la transazione dovrebbe essere tassata. Altrimenti l’eredità si ripresenterebbe semplicemente sotto altre spoglie.

In secondo luogo, quando la collettività requisisce i beni ereditari e li vende, potrebbe riservare un trattamento di favore agli “eredi”: un perito imparziale potrebbe stabilire un prezzo e questi potrebbero impegnarsi a comprare la proprietà dallo stato, o dal comune o dalla regione, ripagandone il costo da subito ma senza interessi.

So che così non scomparirebbero tutte le disuguaglianze ereditarie, ma almeno ne sarebbero fortemente ridotte.

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27 risposte a “per l’abolizione dell’eredità

  1. «…Propongo di sostituirla con la requisizione della proprietà, una volta morto chi la detiene, da parte della collettività sotto forma di istituzioni locali…»

    Era da tanto che non sentivo discorsi di questo tipo: è l’esproprio proletario sui beni immobili! Adesso daranno della marxista anche a te… 🙂

    Scherzi a parte, trovo – da genitore che simula di non essere apprensivo, ma sotto sotto lo è – la tua proposta suscettibile di una qualche forma di moderazione. Io credo sia abbastanza naturale che un genitore ambisca a lasciare la propria casa ai figli per almeno due motivi: il primo – come ben individui tu – è di carattere affettivo, ed è il timore archetìpico di sapere i propri pargoli senza una dimora. Senza lavoro, senza entrate certe, senza un compagno/una compagna… ma almeno il tetto sulla testa, perbacco! Credo che almeno il 98% dei genitori la pensi così. Non avere un posto in cui ripararsi, un letto in cui dormire è indice delle peggiori condizioni sociali (vengono subito in mente gli slums ai bordi delle grandi metropoli, i campi rom o i barboni nelle stazioni), per cui è abbastanza naturale che un genitore senta la necessità di lasciare ai propri figli il famoso “tetto sulla testa”. Non essere in grado di lasciare ai propri figli la casa in cui si è vissuti tutti assieme – pensa solo al fatto che l’idea di famiglia inconsciamente è associata e si sovrappone a quella di “focolare domestico” – è per tanti genitori fonte di smisurati e indigeribili sensi di colpa. Roba da psicologo. A questo motivo se ne aggiunge un secondo, molto più prosaico, ma di non minor impatto psicologico: ad oggi, la “casa” rappresenta una parte cospicua del patrimonio per milioni di italiani (che ne posseggono una). E’ un traguardo cui si è pervenuti con fatica, spesso dopo anni di duro lavoro e di mutui interminabili. Ci si indebita in misura significativa e si passano i restanti anni della propria vita per riscattare, più o meno in prossimità della tarda maturità, quella dimora che tanto cara ci è costata. La maggior parte delle persone che acquistano casa (non a fini speculativi) fa il seguente ragionamento: invece di stare in affitto e pagare x euro al mese ad un locatore, col rischio peraltro di potersi vedere un bel giorno non rinnovato più il contratto per qualche valido motivo, è molto più saggio pagare una cifra all’incirca uguale ad un istituto di credito, avendo però la certezza che non solo non si sarà mai sfrattati fino a quando si sarà in grado di onorare il mutuo, ma anche che, al termine del pagamento della fatidica ultima rata, la casa finalmente sarà nostra. A me personalmente, almeno un paio di volte, sono state additate con grande disapprovazione alcune persone facoltose che, essendo state in affitto in zone di Napoli abbastanza esclusive per quasi tutta la loro vita, hanno speso ingenti fortune senza consolidare alcun patrimonio: «Con tutto quello che ha pagato di fitto in 40 anni, se ne comprava 10 di case…». Tanto premesso, è abbastanza facile dedurre che se si lotta tanto per avere una casa di proprietà nell’arco di una vita, e si spende tanto per averla, non è che si sia proprio ben disposti a vedersela portare via dalla Stato, quando invece potrebbe essere lasciata ai figli che, sopravvissuti al genitore morto, non è mica che perdano col morto le loro necessità abitative.

    Il problema – anche quello del protagonista dell’episodio di cronaca che hai citato – se ci pensi bene non è connesso al possesso di una casa, ma si manifesta in realtà quando le case sono più d’una. Se l’erede veneto avesse avuto solo la villa dei genitori in cui vivere, non ci sarebbe stata nessuna effrazione/occupazione; è la presenza di una seconda casa – quella in cui vive – che crea il problema, poiché, non potendo occupare/provvedere contemporaneamente ad entrambe, quella lasciata sfitta diventa facile preda di indigenti che non hanno un posto dove dormire.

    Non è il naturale utilizzo di un bene (mobile o immobile che sia) un problema: è il surplus di quel bene, che si ha difficoltà a gestire, ad essere disfunzionale al sistema. Se in una società di tipo comunista, dove una casa è garantita a tutti come a Cuba (dove non esiste un mercato immobiliare perché le case appartengono tutte allo Stato che le distribuisce, una per famiglia), allora che problema c’è se abito nella casa che prima era abitata da mio padre, piuttosto che in quella che mi darà lo Stato, supponendo che siano più o meno tutte uguali? Posso dire allo Stato: ho sempre vissuto in questa casa, ci ho messo le radici da quando ero alto un soldo di cacio, che problema c’è se continuo ad abitare qui, piuttosto che da un’altra parte? Tanto è sempre una sola casa, per te Stato non cambia nulla. Il problema nasce se le case sono differenti e ci sono quelle da 20 mq e le ville da 2000 mq con giardino, oppure quando c’è qualcuno che di case ne ha 5, mentre altri neanche una. Ma se tutte più o meno si equivalgono e ogni cittadino ne ha diritto ad una, non fa molto più senso se la casa ti arriva indirettamente dallo Stato, o direttamente dai genitori.

    Il problema dell’eredità nasce quando a monte c’è un’iniqua redistribuzione della ricchezza: X e Y non partono certo con le stesse opportunità, se X eredita un sottoscala nelle Vele a Scampia, e Y invece Villa Rosebery a Posillipo. Ma se X e Y ereditano entrambi due appartamenti decorosi all’incirca della stessa quadratura, allora, o che li abbiano avuti in lascito dai genitori, o che siano stati assegnati loro a vita dallo Stato, per me fa lo stesso.

    Per questo motivo, io non sarei proprio per l’abolizione totale dell’eredità (che in un mondo ideale in cui ognuno si vede assegnata una casa uguale, equivarrebbe solo alla cancellazione del legame affettivo con la casa in cui si è vissuti), quanto piuttosto per l’introduzione di un limite al patrimonio che una persona può accumulare durante la propria vita, e di un altro limite su quanto una persona possa lasciare a coloro che ama, una volta che sia rientrato nel flusso cosmico dell’universo.

    Ma queste, purtroppo, sono idee da Komintern… (anche se con questo commento ti ho messo a nudo la mia animuccia piccolo-borghese!)

    Un abbraccio diseredato,

    mk

  2. Per fortuna idee come queste restano confinate nelle menti di persone che si autoescludono dal mondo. Solo a sentire la parola “esproprio” qualsiasi persona sana di mente dovrebbe avere i conati di vomito.
    Io penso che tu sia una persona molto pericolosa, ti va bene che abiti in Italia, dove i comunisti e gli anarco radical chic (perché di questo si tratta) sono ancora tollerati per qualche strano motivo.
    Ti informo che in qualsiasi paese sviluppato e che sta meglio di noi, esistono tanto l’eredità quanto i ricchi e nella maggior parte dei casi persino RE E NOBILI!!!! E non solo: la FAMIGLIA è in questi paesi, anche e soprattutto i più LAICI, largamente supportata economicamente. Con cifre mensili per ogni figlio fino ai diciotto anni che qui si guadagnano gli operai in un mese.

  3. Michele: il fatto è l’eredità NON serve a garantire che i figli abbiano un tetto sopra la testa. Con l’aspettativa di vita attuale, mediamente quando muori i tuoi figli avranno cinquanta, sessanta, anche settant’anni. A quel punto si auspica che una casa ce l’abbiano già, e che non siano costretti a vivere ancora con te! (Non te Michele Testa, un te ipotetico). Se poi uno desidera vivere con i genitori tutta la vita, chi sono io per giudicarlo, è ovvio. La mia proposta mirerebbe però a far sì che uno possa permettersi una casa prima che i propri genitori muoiano, non dopo! Se l’eredità venisse redistribuita, ogni giovane godrebbe di un reddito garantito e non dovrebbe pagare così tante tasse come adesso, e la casa potrebbe comprarsela da solo (o mettere via soldi, eventualmente, per riscattare quella dei genitori, se è quello che vuole). Ora i tuoi figli sono piccoli, ma ipotizziamo che, arrivati a 20-25 anni, vogliano vivere in un’altra città o in una casa con il ragazzo o la ragazza o da soli: a cosa serve, a quel punto, che abbiano garantita la tua eredità? Dovranno aspettare che tu muoia per avere una casa? Non sarebbe meglio che le proprietà venissero redistribuite così che potessero accedere a qualcosa prima? Se invece per loro la tua casa è così speciale, la mia proposta dovrebbe permettere o a te di dargliela prima, tenendoti l’usufrutto, o a loro di comprarla a condizioni relativamente di favore. Sono fin troppo moderata! 🙂
    Gianluca: ovviamente se non condividi le mie premesse egualitarie non posso farti il lavaggio del cervello, e puoi pensarla come vuoi; ti pregherei però di portare rispetto nei confronti di chi non ha le tue stesse idee, altrimenti sarò costretta a cancellare tuoi futuri commenti di questo tenore. Per quanto riguarda i paesi che tu citi, solitamente hanno diseguaglianze inferiori a quelle, altissime (tra le più alte in zona OCSE) dell’Italia, e comunque quando si analizza la ricchezza di un paese bisogna anche osservare come è prodotta e in che rapporto si pone rispetto al resto del mondo. Se io ho una comunità ricca, egualitaria, che sostiene la famiglia eccetera, ma la sua ricchezza è fondata su attività che distruggono l’ambiente o sfruttano altri paesi, per me queste comunità non sono un esempio positivo ma negativo.

  4. Faccio alcune riflessioni basate sulla mia situazione. Mi scuso se magari vado un po’ off topic e se sarò lunga.

    Ho due genitori di estrazione umile (mio padre ha la licenza superiore, mia madre quella inferiore) cresciuti nel primo dopo guerra. Con lavori normali (mio padre era capo reparto e mia madre segretaria), facendo un po’ di sacrifici, hanno accumulato due case, una di abitazione, l’altra di “vacanza” (ora abitazione di mio padre). Sono case grandi (ci vivevamo in 5 con mia nonna). Sarebbe da riflettere sul fatto che io, invece, prima ed unica laureata della famiglia, debba scordarmi anche solo l’idea di entrare in banca a chiedere un mutuo per la prima casa. Chiusa parentesi. Mia zia ha invece ereditato dal marito (che a sua volta aveva ereditato dai genitori adottivi) una piccola palazzina.
    Tutto questo un giorno dovrebbe essere mio e di mia sorella. Mia madre e mia zia credo siano consolate da questa circostanza.

    Eppure ogni volta che me lo dicono, ribatto: cosa ce ne facciamo delle case se non abbiamo un lavoro (mia
    sorella è disoccupata, io traballo)? Perché sì, vero Michele, abbiamo necessità abitative. Ma dobbiamo anche mangiare e magari in futuro anche curarci e dar da mangiare anche ai nostri figli.

    Rifletto sul fatto che le case, signori miei, vanno mantenute (non parlo solo di tasse, che crescono in modo esponenziale (altra parentesi: posso anche essere d’accordo sulle patrimoniali, ma vorrei capire sti soldi dove vanno a finire, visto che le città sono sempre più far west ed apri i giornali e ti trovi l’ennesima truffa mafiosa..) – l’Imu di mia zia è triplicata nel giro di un triennio -, ma di spese ordinarie e straordinarie). Senza un lavoro, è dura.

    Uno pensa: va be’ la vendi o la affitti.
    Tralasciamo un momento l’affitto (che effettivamente se non ho un lavoro potrebbe anche farmi comodo un introito mensile; resta però il problema del mantenimento della casa perché l’introito dell’affitto è tassato al 95% se non erro, con ciò che resta dovrò vivere e non saprei se rimane a sufficienza per la manutenzione della casa). Facciamo caso che la vendo. La vendo per comprarmi un’altra casa per abitarci. Ma poi? Se comunque non lavoro come me la mantengo la mia casa?
    E se la vendo per intascarmi i soldi, questi presto o tardi finiranno se non lavoro (a meno di non far valigia verso i Paesi “sottosviluppati”).
    E’ comunque triste dover aspettare che muoia un tuo caro per vendere casa sua e comprarne tu una. Credo sarebbe molto più gratificante, almeno per me, poter dire: oh guarda questa casa me la sono comprata col sudore del mio lavoro!

    Peraltro, conosco persone che stanno tentando da anni in tutti i modi di vendere case ereditate (a prezzi anche sotto mercato) e non ci riescono, perché ora nessuno ha più la certezza di potersi permettere il mutuo o è la banca stessa a rifiutarlo.

    E’ anche triste vedere case mezze diroccate perché probabilmente ereditate da qualche erede che non ha né tempo né voglia né soldi per occuparsene e che oramai sono troppo vecchie per essere vendute. Ad esempio vicino alla casa di vacanza dei miei genitori c’è una vecchia casa (quelle che si usavano una volta in montagna: sotto gli animali, sopra gli umani) che sta cadendo a pezzi. Il proprietario che l’ha ereditata da generazioni non se ne è mai curato in quanto sarebbe da buttar giù e ricostruire ex novo. Si potrebbe per lo meno prevedere l’esproprio automatico per tali case dopo tot anni di abbandono.

    Il mio parere è ispirarsi ai sistemi nord europei. Parlo per sentito dire da un’amica che ha tentato di trasferirsi in Svezia : là mi pare di aver capito che (oltre alle abitazioni popolari) si può fare un contratto con lo Stato per un appezzamento di terra e quando muoiono i proprietari il terreno con la casa torna allo Stato. Mi sembra che la cosa sia simile in Gran Bretagna, o per lo meno a Londra, dove se non sbaglio viene concesso l’uso di abitazione.

    In particolare si potrebbe applicare alle case italiane il medesimo sistema che mi pare attualmente vigente per le cappelle funerarie (scusate il paragone macabro): per tali cappelle il cittadino paga al Comune una tassa di occupazione; quando muore il concessionario, gli eredi possono subentrare nella concessione, ovvero rinunciarvi. So per certo che non esistono cappelle abbandonate perché non appena il Comune vede che la cappella versa in stato di incuria, svolge una indagine per andare ad accertare chi siano gli eredi e chiede loro cosa intendono fare (se subentrare nella concessione o rinunciare, con conseguente ritorno della cappella al Comune).
    Oppure si potrebbe adottare il sistema delle società cooperative: il socio cittadino paga un canone mensile allo Stato, in base alle proprie capacità economiche, quando muore gli eredi possono o riscattare la proprietà pagando allo Stato il valore residuo dell’immobile, oppure rinunciarvi. Sarebbe interessante a mio parere pagare il Comune anziché una banca: questi soldi servirebbero per la società e non andrebbero ad ingrassare le tasche dei banchieri.

    A Gianluca rispondo: le cifre da operaio erogate ai figli sino alla maggiore età sono sicuramente casi del nord europa, dove, appunto, mi pare che funzioni come sopra ho detto. Io personalmente non ce l’ho su coi ricchi: se hanno guadagnato per loro capacità e rispettando le regole, buon per loro. Ma oggi non possiamo più permetterci lo spreco, inteso come accumulo fine a sé stesso. In questo senso mi pare che le socialdemocrazie Nordeuropee siano un passo avanti: mi pare di capire che là non esiste una netta linea di demarcazione tra ricchi e poveri, ma tutti o quasi possono dire di vivere benino (almeno così mi dicevano un tempo, ora con l’emigrazione di massa bisognerà vedere se il welfare regge ancora). Possiamo discutere sul fatto che una società così strutturata appiattisca magari un po’ l’iniziativa personale.

    Vorrei poi parlare di un argomento di cui mi è giunta voce. Il mio compagno ha un’amica, la quale ha ottenuto una casa popolare ad Udine. Ora ha una posizione lavorativa migliore e pare che – dico pare, sarebbe interessante andare ad accertare, magari se Gaia ha tempo e voglia  – che paghi lo stesso canone mensile per la casa. Ho trovato questa cosa sconvolgente: non solo perché, magari, ci sarebbe altra persona bisognosa di casa popolare al posto suo (e lei ora potrebbe permettersi un monolocale di tasca sua), ma anche perché mi pare irragionevole non farle pagare per lo meno il canone in proporzione a quanto ora guadagna. Cioè mi sembra una mera forma di assistenzialismo fine a sé stesso.

    Parentesi sull’affitto.
    Premesso che mia zia ha affittato integralmente le parti del suo immobile che non usa, noto che le circostanze che frenano i proprietari a concedere in affitto sono:
    – La paura che il conduttore faccia danni (qui si potrebbe riformare la legge nel senso di aumentare il deposito cauzionale);
    – La paura che il conduttore non paghi più e resti dentro anni (qui purtroppo posso comprendere: se si tratta di famiglia l’Ufficiale Giudiziario prima di dare esecuzione allo sfratto ci mette anni veramente; a chi è sfrattato senza colpa – nel senso che non ce la fa più a pagare – subito casa popolare o sussidio per nuovo alloggio; per chi fa il furbetto: esecuzione veloce senza tante storie!);
    – la riflessione che l’affitto, ora come ora, non è più una forma di investimento: si paga l’Imu senza grandi sconti ed il canone annuale fa cumulo con il reddito irpef per il 95% se non erro; quindi uno dice: ma per raccattare due soldi (tolte tasse e manutenzioni) chi me lo fa fare di rischiare? Quindi servirebbe una riforma fiscale che incentivi l’affitto a mio parere (la cd. Cedolare secca a quanto so conviene solo a chi ha grandi patrimoni immobiliari, non al cittadino che ha solo una casetta in più). Naturalmente con possibilità anche per il conduttore di dedurre tutto il canone pagato.

  5. Gaia ci siamo incrociate nei commenti 😀

  6. Ciao Erika,
    non sono un’esperta, ma non mi risulta che l’affitto sia tassato così tanto! C’è la cedolare secca, e comunque nemmeno Paperon De Paperoni paga il 95% di tasse sul reddito!
    Riguardo alla Gran Bretagna, la situazione immobiliare è tragica per moltissimi motivi (prezzi alti, speculazione, crescita della popolazione, ecc), però fino a poco tempo fa sapevo (anche questo sarebbe da vedere, ma ne sono quasi certa) che c’erano dei modi per occupare una casa vuota e potersela addirittura tenere.
    Io, come ho detto, vivo in montagna, e qui tutti si lamentano dello spopolamento però la proprietà è frazionata e come dici tu c’è gente che possiede una casa, non la cura ma nemmeno la vende, e così i giovani (o anche i meno giovani) che vorrebbero trasferirsi fanno fatica mentre le case cadono a pezzi. C’è anche chi le case le venderebbe, ma non le vuole “svendere”, quindi aspetta – questa è speculazione pura e andrebbe scoraggiata in tutti i modi!! Se una casa serve a qualcun altro, e non ti piace il prezzo che ti offre, aspettare un prezzo migliore dovrebbe costarti così tanto da farti passare la voglia.
    Ci vogliono politiche che costringano in qualche modo chi ha case che non utilizza, e magari vive pure in un altro paese, a rimetterle sul mercato. Altrimenti il suolo è occupato, la casa è pericolante, il paesaggio rovinato, e chi vuole vivere nel paese in questione e magari investirci, coltivare, farlo rivivere, non può farlo per l’egoismo o la pigrizia di alcuni!
    Non mi va di parlare della mia situazione nei dettagli, perché coinvolgerei persone della mia famiglia che magari non vogliono i loro affari spiattellati sul blog, però tra i miei parenti e conoscenti c’è un’enorme quantità di case vuote (case vacanza, case sfitte, case di famiglia…) che nessuno vuole affittare né vendere, e la mia generazione arranca, i più vecchi si dicono preoccupati per noi, ma proprio in nome di questa preoccupazione non vendono niente, aspettando che il mercato cambi o di morire o che so io. Ci vorrebbe un intervento pubblico, perché questo è uno spreco bello e buono e un sequestro di capitale che non ha nessun motivo di essere! E non lo dico solo nel mio interesse, perché bene o male un tetto sulla testa che costa poco e mi piace ce l’ho, ma lo dico nell’interesse di tutti.

  7. Per l’affitto intendo che non è in sè tassato per il 95%, ma che il 95% del canone annuale concorre a formare il redditto tassabile ai fini irpef. Cioè ad esempio io guadagno 100 col mio lavoro, in più ne guadagno 100 con un affitto. Mentre prima io ai fini irpef dichiaravo 100 (lavoro) più 80 (affitto) – dunque mi restavano fuori reddito 20 dell’affitto – ora ai fini irpef dichiaro 100 (lavoro) più 95 (affitto) per cui vengo tassato sul totale di 195 e non più su 180. Non so se mi sono spiegata 🙂
    Quindi uno ragiona; prima guadagnavo 20 affittando, ora ne guadagno 5, in più non so come viene trattato l’immobile, se la persona mi paga, etc. Totale: non mi assumo più il rischo di affittare tanto non ne vale la pena.
    Mi risulta sia così ma potrei sbagliarmi perchè non sono una fisclista 🙂

    Per il resto ti do ragione. Mi piacerebbe approfondire la questione svedese perchè a mio parere potrebbe essere una soluzione praticabile.

  8. Sì, ma anche se l’affitto concorre a formare il reddito tassabile, comunque in tasse non va tutto, ma, a seconda di quanto guadagni, il 20, 30, 40%, il resto è tuo! L’IMU per le case affittate, qui almeno, diminuisce, e giustamente, rispetto alle seconde case vuote, e le tasse di proprietà le devi pagare lo stesso, per cui affittare conviene. Ma se non ti conviene, dovresti renderti conto che è immorale tenere la casa vuota, e piuttosto venderla.
    Riguardo alle case popolari, credo che ci siano molti problemi di questo tipo: mia sorella mi diceva, se ho capito bene io, che a Roma c’è chi la casa popolare l’ha “ereditata” dai genitori e ci sta anche se ha un reddito molto alto. Ho sentito anche questa storia: un uomo con un buono stipendio è andato a convivere con la propria compagna, che invece aveva uno stipendio basso e stava in una casa popolare. Sono ancora lì, e pagano pochissimo, anche se lui potrebbe permettersi un affitto pieno. Che si fa? Se andassero via, e la storia dovesse finire, lei sarebbe in una situazione molto peggiore di prima, ma la situazione attuale è palesemente ingiusta. Con le mie proposte, lei avrebbe comunque un reddito fisso mensile, in modo da poter eventualmente anche pagare un affitto da sola, non in una reggia certo, ma le case popolari regge non sono. In fondo sto proponendo una soluzione di mercato 🙂

  9. Purtroppo ora come ora il proprietario che non è messo alle strette dal bisogno di liquidità non vende perchè il mercato è deprezzato rispetto a quando ha comprato. Posso comprendere che uno che ha acquistato a 100 voglia recuperare almeno 100, cosa che ora non è possibile, se non a botta di fortuna. Potremmo discutere sul fatto che la casa valesse veramente 100 quando fu acquistata.
    La sensazione che ho io è che siano un po’ tutti irrigiditi sulle loro posizioni per la paura del futuro. La paura paralizza e la morale può far poco, a mio parere.

    Anche io sono preoccupata per il futuro. Ma proprio per questo credo sia necessario prendere in considerazione anche misure “draconiane”, visto che le ricette che ci hanno proposto sino ad ora – da destra e da sinistra – evidentemente non funzionano.

    Il discorso delle case popolari non lo affronto perchè, alla luce di quel che mi dici, mi farebbe imbestialire troppo! :/

  10. Se il mondo fosse razionale, sarebbe un mondo egalitario, comunista.
    Ma il mondo non è affatto la razionalità del comunismo.
    Il mondo è sostanzialmente regolato dalla biologia, dall’etologia.
    La riproduzione sessuata e la selezione (massimamente per competizione intraspecie, come ricorda Matt Ridley in La Regina Rossa) si basano sulla competizione e sulla produzione di esseri… diversi.

    Quindi affidarsi a scenari razionali è… irrazionale, in quanto nega la realtà.
    Anche io ho riflettuto in passato sull’abolizione dell’eredità, uno dei meccanismo più antimeritocratici.
    Da’altra parte quale è il ragionamento che sostiene questa proposta? Quello che esista un presunto “diritto alla casa”. Ovviamente, non esiste alcun diritto alla casa, come non esiste alcun diritto ad ognicché.
    Non esistono diritti senza i corrispondenti doveri.
    Molto spesso e sempre più spesso non esistono neppure i diritti con i doveri, visti i limiti del pianeta.
    Quale era il dovere? Era, è e sarà quello di lavorare duro per guadagnarsi la casa col proprio lavoro. Nella storia dell’umanità, i nostri avi hanno impegnato quantità impressionanti dei loro sforzi proprio per
    I – cibo
    II – abitazione
    Il dirittismo (come quello alla casa) è una delle formulazioni religiose del tutto anacronistiche che sono ampiamente smentite dalla realtà e dalla storia e non possiamo fare piani politici, sociali che si basino su questo falso ideologico, sull’ignorare storia, scienza e conoscenza.

    Dal punto di vista ecologico, una massima universale è che in natura, non si mangia gratis. Questo vale ovviamente anche per la casa: in natura non si abita gratis.

    Quando poi leggo cronache sempre più frequenti di violenze quali l’esproprio di case abitate da altri poracci o ad altri destinatari secondo diritto, dei Condominium che proliferano, e questo avviene da gentaglia che si è riprodotta un tot di volte, io capisco veramente l’ignobile e drammatico livello medio di specie.
    Cazzo ti riproduci come un conigliastro, spregevole essere che sei, se non hai né di che lavorare né di che abitare quindi?
    E’ del tutto ovvio che ci sia una tensione abitativa che sarà sempre peggio con la crescita esponenziale della popolazione.

    E in termine ecologici è molto più grave che gli homo si riproducano irresponsabilmente del fatto che alcuni di essi non abbiano una casa.

  11. sono d’accordo in modo totale con l’ultimo commento ( che non ha messo il nome o il nick forse per timore di essere additato allo scherno e al pubblico ludibrio) e niente con gli altri perché gratis vogliono tutti a lavorare fa troppo male ed oggi ci sono anche le scuse che il lavoro non si trova.
    In più ci si mette lo stato a a vedere di espropriare e schiavizzare meglio coloro che osano mettersi qualcosa da parte e tassano non solo in modo osceno stipendi e guadagni ma anche proprietà che chi è stato lungimirante ha cercato di costruirsi,
    Dle resto lo stato o chi per loro fatto anche da molti delinquenti trova comodo permettere e incentivare a lavorare sempre di più per poterli spermere sempre meglio e limitare il desiderio di indipendenza.
    Ho visto di quegli appartamenti che le bestie sono più pulite tenute da affittuari che hanno pagato le prime rate e dopo sono stati anni dentro demolendole e lasciando la sfacelo al padrone a rimmetterle a posto e lo Stato ormai preda della delinquenza dove difende gli oppressori e non chi subisce sia da una parte che dall’altra senza regole certe considerando la proprietà un furto e considerando delinquenti chi ha qualcosa e che cerca di usarlo sia per vivere che per guadagnarci qualcosa.
    Una volta gli affitti non erano tassati ma ormai sono tassate anche i respiri che si fanno perché il programma non é una sana economia ma una sana schiavitù.
    Gaia dovresti vergognarti di dire certe cose. forse non ti bastano gli espropri che stanno facendo non solo col lavoro o reddito ma anche con con quello che si presume proprio e conquistato con fatica ma che non é mai di proprietà ma solo dello Stato e dei parassiti e di chi fa il furbo.

    Certo che con gli articoli precedenti che trovi gente che ti regala soldi che non sa cosa farsene li trovi solo te dato che chi li cerca certe persone non si trovano mai.
    Per quel poco che dovrebbe essere mio e che mai lo sarà ho lavorato una vita e continuo a lavorare e tra poco lascerò tutto come dici ma ancora in pensione lavoro per mantenere gli altri e non me stesso.
    Inoltre pur avendo pagato una vita di pensione mi trovo che io ho quattro soldi che ogni tanto decurtano non solo con le tasse ma anche con riduzioni ( che non dovrebbero essere neanche tassati perché non é reddito ma sussistenza e soldi risparmiati per la vecchiaia e infatti a tale motivo le tasse sono solo delle estorsioni per dare a chi non lavora non per difficoltà ma per scelta) (e ad altri danno stipendi che me li sogno) della pensione per dare a chi non ha mai versato.

  12. Gaia: il fatto è che l’eredità – per i ceti medio-bassi – SERVE proprio a garantire il tetto ai figli. Se mio padre non mi avesse lasciato qualcosa, col mio solo stipendio – seppur avendo fortunatamente un lavoro regolare – non sarei mai riuscito a stipulare un mutuo per comprare una casa. E tieni conto che ti parlo di un appartamento nella ‘non proprio paradisiaca’ periferia est di Napoli, piano rialzato, 2 vani e accessori. Se non avessi avuto la parte che mi spettava dalla vendita della casa di mio padre, con la quale ho pagato parte della casa, non avrei mai potuto ottenere un mutuo compatibile con la mia retribuzione, per pagare la parte restante.

    Vedi, il problema dei giovani è proprio questo: se ti pagano sui 1.000 euro netti al mese – anche se sei laureato, col master, etc. etc. – e per comprare casa devi stipulare un mutuo di 600/800 euro mensili, come fai a vivere con soli 200 euro mensili, coi quali dovresti pagare bollette, fare la spesa, pagare il condominio, e così via? (e sto parlando di situazioni «regolari», con contratto a tempo indeterminato e contributi previdenziali). Almeno qui al sud, dove i salari sono abbastanza rasoterra, se vuoi comprarti una casa vivendo solo del tuo stipendio hai solo 2 possibilità: o ti sposi con un partner che lavora, e organizzi il menage economico familiare in modo da pagare con uno dei due stipendi il mutuo, e con l’altro le spese familiari correnti; oppure, se scegli di vivere da solo, a meno di non guadagnare intorno ai 2.000/2.500 euro mensili, devi necessariamente avere «qualcosa da parte», che sicuramente non avrai già racimolato da te – se prendi sui 1.000 euro al mese – perché come entrano… escono, dovendo pagare un pigione, le bollette, etc. etc. Quel «qualcosa da parte» è proprio quello che ti lasciano i tuoi genitori. Pensa ad Erilka, che nonostante il suo titolo di studio non può avvicinarsi ad una banca, perché non ha ancora (speriamo per poco, Erilka!) un reddito fisso: dove vivrebbe adesso, se i genitori non avessero provveduto ad ottenere una casa per sè?

    Il ragionamento che fai tu fila in una società in cui ogni individuo si vede garantito il diritto ad un lavoro dignitoso che gli consenta, anche se non di navigare nell’oro, quanto meno di riuscire a permettersi un’abitazione nel corso di una vita; allora sì, che puoi fare a meno dei genitori, e dei loro eventuali lasciti. Ma se vivi in un paese in cui 1 giovane su 2 è a spasso, e tu sei dalla parte sbagliata della statistica, finisci (se sei fortunato) a cominciare a lavorare sui 28/30 anni e ti assicuro che – a quell’età – è difficile trovare un lavoro che ti consenta non solo di vivere dignitosamente, ma addirittura di sostenere da sè un mutuo, a meno di non conoscere «le persone giuste». Quindi, sempre che tuo figlio non sia eccezionalmente brillante, o vada a vivere all’estero come sto vedendo fare a molti, è abbastanza comune che un genitore metta qualcosa da parte attraverso un investimento (che può essere anche la casa in cui vive), con l’idea di passare tutto al figlio appena ne abbia bisogno.

    Io sono pienamente d’accordo con te quando parli della pessima distribuzione della ricchezza che c’è in giro; quando denunci che attraverso l’eredità la redistribuzione peggiora e non migliora; quando ti accorgi che c’è chi ha 2 o 3 appartamenti che lascia in rovina, mentre c’è gente che occupa le case popolari non assegnate; però non mi sento neanche di criticare – fosse solo perché ne faccio parte – quei genitori che con le unghie e con i denti cercano di accaparrarsi una (unica) casa, prima per viverci con i figli, e poi per lasciarla loro in eredità come piccola base di partenza per poter permettere loro di comprarsene una dove meglio ritengano. Tieni poi presente che, se i figli sono più d’uno, i proventi della vendita vanno divisi e non è che poi ci si riesca a fare molto, con quello che arriva.
    Il discorso ovviamente cambia quando le case diventano tante per nucleo familiare, oppure quando si guadagna un bello stipendio che consenta un mutuo ipotecario con un certo agio, oppure quando si sia già benestanti per qualsiasi altro motivo. Ma nel caso della gente comune, non lasciare niente ai propri figli equivale a farli partire svantaggiati, perché se non avranno un lavoro o ne avranno uno non continuativo, saranno guai. Parlando con una collega, ad esempio, ho scoperto che in Calabria i neo-assunti di un noto istituto bancario non hanno lo stipendio fisso, ma sono pagati praticamente a provvigione. Come si fa a mettere su famiglia o a stipulare un mutuo, quando non si ha la certezza di un minimo di entrate mensili? E parliamo di persone che sono state assunte, che quindi dovrebbero rientrare nel novero di quei «privilegiati» che hanno il posto fisso.

    Sinceramente, se in questo momento tirassi le cuoia, vorrei con tutto me stesso che quelle 4 cose che ho accumulato nel corso della mia vita andassero ai miei figli, ai miei familiari stretti, alle donne e agli amici che ho amato. Non perché loro non siano capaci di provvedere a sè, chè anzi spesso sono loro a dare una mano alle mie finanze disastrate, ma perché in quello che sto mettendo da parte c’è un frammento di me, che mi piacerebbe restasse loro appiccicato addosso. E’ sciocco e sentimentale, forse, però la vita è fatta anche di questo. E se questo qualcosa gli arrivasse dallo Stato e non da me, anche se equivalente economicamente, non sarebbe la stessa cosa, sarebbe diverso. Eredità forse significa anche fare i conti con i propri genitori, e con quello che ci hanno lasciato. E’ un momento a cui nessuno di noi può sottrarsi; per questo non riesco ad essere contrario a priori.
    Certo, se poi uno ti lascia 4 appartamenti, beh quella non è un’eredità, è uno sproposito. Se nel corso della propria vita le persone donassero, lasciando per sè e per i propri figli solo lo stretto necessario, probabilmente sarebbe tutto più sano ed equo.

    Scusami se sono sceso un po’ troppo nel (mio) personale, e ho tolto peso e oggettività alla discussione.

  13. Allora, presuppongo il fatto che per me le tasse dovrebbero essere uguali per TUTTI al massimo al 30%, perché la percentuale è democratica. Se io guadagno diecimila pago tremila, se guadagno mille pago 300. Poi dico anche che il mio concetto di eguaglianza esiste ma è diverso dal tuo. Per me non devono essere tutti uguali, ma devono avere tutti la possibilità in maniera eguale, traducendo il tutto nella completa gratuità e pluralità dell’istruzione. Per me l’istruzione deve essere GRATUITA. In ogni ordine e grado, cosicché chiunque possa accedervi. E dovrebbe funzionare come in Svezia, dove lo stato paga qualsiasi scuola pubblica o privata io scelga tramite i voucher.
    In secondo luogo per me anche la sanità deve essere gratuita. Istruzione e sanità nel mio concetto di stato sono gratuite.
    Però la proprietà è SACRA. non si tocca. Sulla prima casa tasse zero. Posso condividere una tassazione del 30% sulle rendite finanziarie per spingere chi può a investire. Ma la parola esproprio è schifosa. È violenta. Orribile.
    È facile fare stato sociale togliendo libertà a destra e a manca. Proviamoci senza se siamo capaci.
    Io non sono uguale a un altro. Se mi voglio distinguere devo poterlo fare. Anche se potrebbe essere un atteggiamento borghese. La libertà è sacra. La si difende anche con violenza sacrosanta se necessario, perché sempre e solo violente saranno le modalità per prendersela.

  14. @Gianluca: guarda che Gaia non ha mai parlato di «esproprio», è stata una mia battuta, che mi accorgo solo ora essere stata un po’ infelice, visto il livore che ha provocato in alcuni commenti.

    Gaia si pone delle domande – a mio avviso condivisibili – sulla plausibilità dell’istituto giuridico dell’eredità nel campo dell’etica sociale: se le ricchezze sono così malamente distribuite (il 2% della popolazione mondiale possiede oltre la metà di tutta la ricchezza del pianeta: è un dato del lontano 2006 pubblicato dal World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite, che non è certo un covo di comunisti, ti assicuro); se le ricchezze sono così malamente distribuite, dicevo, un meccanismo come quello dell’eredità, che inevitabilmente perpetua la trasmissione di ricchezza nell’ambito di élite ristrette, è eticamente ammissibile dal punto di vista sociale? Di questi problemi, soprattutto dopo la pubblicazione del saggio di Thomas Piketty, se ne discute oramai da oltre un anno, per cui non sono stravaganze intellettuali di Gaia, ma problemi abbastanza concreti che in altri paesi hanno visto nascere addirittura movimenti di massa, come “We are the 99%” (che è nato a New York, un altro posto che non brilla di certo per popolazione comunista).

    Gaia peraltro fornisce due proposte su come moderare gli effetti perversi dell’istituto giuridico dell’eredità nella redistribuzione sociale:

    «…La prima è che, se uno desidera accontentare i propri figli in questo desiderio di continuità, consegni loro la casa, l’azienda o la roba mentre è ancora in vita….»

    [Questa è una proposta che non mi sembra proprio campata in aria, e infatti è ciò che io avevo in mente di fare coi miei figli, prima ancora che lei lo scrivesse… ma dopo aver finito di pagare il mutuo!]

    La seconda: «…quando la collettività requisisce i beni ereditari e li vende, potrebbe riservare un trattamento di favore agli “eredi”: un perito imparziale potrebbe stabilire un prezzo e questi potrebbero impegnarsi a comprare la proprietà dallo stato, o dal comune o dalla regione, ripagandone il costo da subito ma senza interessi…»

    Tieni conto che Gaia ama profondamente la sua terra, e si addolora quando vede palazzi storici in malora, cementificazioni inutili invece della manutenzione del patrimonio urbano preesistente, etc. etc. Il suo ragionamento vuole tutelare la nazione (intesa nell’accezione più ampia di territorio + persone che lo abitano) dalla nefandezze che purtroppo spesso compiono le persone che hanno così ingenti patrimoni, da non riuscire neppure a preservarli o manutenerli. Non mi sembrano proprio idee campate in aria, forse è solo buon senso friulano.

    Quello che ha parlato di «esproprio proletario», di Cuba, di case distribuite dallo Stato, sono stato io, per cui se dovete vomitare il vostro risentimento contro questo tipo di sistemi socio-economici, fatelo verso di me, e non verso di lei che non c’entra proprio niente.

    Se c’è una cosa di cui sono *assolutamente* sicuro, è che Gaia non ci vuole “tutti uguali”, nè tantomeno “privi di libertà”. Basta leggere uno dei suoi romanzi e vedere come tratteggia i suoi personaggi per capirlo. Una persona più tollerante di così credo proprio non ci possa essere. In tanti anni in cui la leggo, non ha mai censurato nessuno sul suo blog (anche se in alcuni casi, a mio avviso, avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo).

    Vedi, tollera anche me e tutte le stupidaggini che scrivo, più di così….

    Spero di non averti offeso in alcun modo con questo mio commento, ma lo dovevo, perché tutto questo fraintendimento è imputabile unicamente a me. Mi scuso pubblicamente con tutti, e prometto di non fare più battute sul marxismo o faccende simili. Promesso.

  15. Scusa Gianluca, io non ci troverei nulla di male ad espropriare case che versano in stato di incuria ed abbandono: se non ti curi della casa vuol dire che o non ti interessa o che non hai i soldi necessari per farlo. Tieni conto che le case non manutenute sono anche un pericolo per gli altri: se cade il balcone addosso ad uno che sta camminando sotto, bene non gli fa. Proprio a Napoli morì tempo fa un ragazzo per un crollo (probabilmente si trattava di palazzo pubblico, ma il discorso non cambia). Se l’immobile è pubblico un minimo di controllo c’è (qui vicino a dove sto scrivendo è transennato il muro di un ex caserma in quanto pericolante), ma quando si tratta di privato sino a che non ci scappa il morto nessuno si muove.
    E’ poi inutile continuare a cementificare nuovi territori quando c’è tantissimo vecchiume che potrebbe essere recuperato e riqualificato.

    Michele, è condivisibile quello che dice Gaia: con la vita media che c’è adesso, ed augurando ai miei cari lunga vita tanto quanto i loro avi, mi ritroverò ad ereditare ben oltre gli anta. Francamente, vorrei poter risolvere la questione abitazione ben prima della mia mezza età e possibilmente con i miei unici sforzi, come hanno fatto i miei genitori (che ereditarono zero dai genitori che erano poveri in canna). Poi, ripeto, per come sono fatta io non mi solleva per niente l’idea di ereditare, perchè secondo me se non si lavora è difficile mantenere le case.

    Comunque in realtà quello che propone Gaia non mi sembra nemmeno così drastico, posto che, come dice lei, ci sarebbero sistemi per passare i beni ai figli prima di morire. Cosa che, peraltro, in certe famiglie molto facoltose mi risulta essere messo attualmente in pratica (tramite le donazioni in vita), proprio per “evadere” un po’ le imposte di successione.

  16. Come non c’e’ alcun diritto alla casa, non c’e’ alcuna sacralita’ della proprieta’.
    Tutte le cose sono sottoposte a dei limiti, lo e’ anche la proprieta’.
    In un mondo razionale la proprieta’ sarebbe limitata a quanto necessario per una vita sobria e piacevole, con un certo margine di sicurezza sulle risorse possedute per eventuali incidenti/accidenti etc.
    Ma non viviamo in un mondo razionale e la proprieta’ (e qui lo testimonia Gianluca) diventa un feticcio a cui tutto dovrebbe essere sacrificato e a cui tutti viene sacrificato.
    L’esempio della devastazione edilizia del Belpaese di tante proprieta’ immobiliari (in cui gli utili del plusvalore edificatorio sono incamerati dai proprietari e tutti gli altri disastri che cio’ comporta sono scaricati su ambiente e sulla collettivita’) o di accumulo insensato di ricchezze sono proprio dei pattern comuni e pessimi della proprieta’ senza confini che sfugge ad ogni senso.

    Da questo punto un’abolizione *parziale* della eredita’ introdurebbe un senso etico e meritocratico: tu puoi godere dei beni che ti sei guadagnato col tuo ingegno e con la tua laboriosita’. A parte la prima casa (come dice Silvano Agosti, in una casa vive il papa’, in un’altra la mamma, max due figli per donna che ricevono una casa a testa), il podere (esempio: regola del maso chiuso) e poco piu’, tutto il resto torna alla comunita’.
    Questo spezzerebbe il meccanismo di capitalismo dinastico attuale che non ha nulla a che fare con i meriti delle persone.

    La parola esproprio a me evoca lo sfruttamento e, con buona probabilita’, il tentativo di possedere quanto non si e’ guadagnato con il proprio lavoro.
    Ma la parola che indica il suo duale, “ingordigia” e’ altrettanto schifosa.

  17. Ci sono delle questioni a monte, riguardo alla proprietà e al guadagno, che non affronto qui perché sono estremamente complesse. Ho già detto in passato che pensare avere diritto a quello che si guadagna e si ha perché frutto solo del proprio lavoro è un’illusione, perché persino il successo più grande del singolo dipende in buona parte dalla società in cui opera, oltre che dalla fortuna e da altre contingenze, ma approfondirò in futuro. Chi pensa che chi non lavora lo fa solo perché non ne ha voglia evidentemente non ha molta esperienza nel cercare lavoro in tempi di crisi, oppure vive in un’isola felice; ma il problema, anche qui, è più complesso: se tutti i lavori offerti sono in condizioni degradanti (pericolosi, stipendi bassi, a nero), è meglio non dico per sé ma addirittura per la società accettarli o rifiutarli? Recentemente ho rifiutato un lavoro perché lo stipendio era misero e non ero in regola. L’ho fatto principalmente per motivi altruistici, perché non era un lavoro sgradevole o pesante, e i soldi mi facevano comodo, ma giustamente qualcuno mi ha fatto notare che se nessuno rifiuta questi lavori le persone disoneste continueranno a proporli, mentre se tutti rifiutano le condizioni dovranno migliorare (il principio originario del sindacalismo, che è solo più organizzato). Per cui ho deciso che era più etico “farsi regalare i soldi” (non è proprio così, ma è anche così). Naturalmente qualcuno potrebbe dirmi che ho fatto male, ma alla fine della giornata sono io che devo rispondere alla mia coscienza, nessun altro.
    Come sottolinea Michele, che mi difende anche troppo generosamente, io non ho parlato di esproprio. Ho solo proposto di cambiare il modo in cui la proprietà passa di mano: anziché darla in automatico a chi non ha fatto nulla per averla, permettere a qualcun altro o a queste stesse persone di guadagnarsela. Curiosamente, ad attaccarmi di più sono proprio coloro che pensano che la proprietà vada guadagnata – che è quello che io propongo. Essere “figli di” non equivale a guadagnare.
    Io stessa, come Erika, vorrei avere quello che ho grazie ai miei sforzi e non agli aiuti dei miei genitori, ed è una vita che mi confronto con la contraddizione di essere nata in una famiglia benestante e avere un istinto egualitario (che non significa volere tutti uguali, ma porre un limite sia quantitativo che qualitativo alle diseguaglianze di reddito e status).
    Inoltre, ricordiamoci che non tutti i genitori aiutano i figli, aggiungendo un livello ulteriore di ingiustizia.
    Michele, come ha detto anche Erika, la gente adesso non muore alla stessa età a cui si moriva una volta. Ognuno ha la sua storia familiare, quindi lasciamo stare i casi singoli e vediamo i grandi numeri: in un paese in cui arrivare a ottant’anni è quasi scontato, come può essere proprio l’eredità che aiuta i figli? Tu dici che hai potuto comprarti casa grazie all’eredità: va bene, ma se i tuoi genitori sono ancora vivi, come ho capito (non serve parlare di questo, ovviamente, sono questioni personali, ma è per capirci), ma non vogliono o possono darti nulla, come avresti fatto? Chi ha quaranta, cinquant’anni e i genitori ancora vivi, cosa se ne fa dell’eredità? Non sarebbe meglio che i genitori gli dessero qualcosa prima, oppure che la collettività redistribuisse ogni lascito così che ognuno abbia qualcosa da cui partire?
    Secondo me tu prendi la tua esperienza e la generalizzi, quando la realtà è ben diversa e siamo vittime di sistemi ereditati (anche quelli) e non adatti a questo nuovo momento.
    Inoltre, il mio sistema non propone solo l’abolizione dell’eredità, ma anche la redistribuzione delle ricchezze attraverso un reddito minimo, il quale permetterebbe anche di integrare uno stipendio ed accedere a un mutuo. Se il mio sistema fosse posto in atto, i tuoi figli avrebbero qualcosa dal diciottesimo anno, e lavorando e risparmiando la casa potrebbero comprarsela da soli. E siccome non tutti hanno rapporti idilliaci in famiglia e molti vorrebbero farsi da sé, permettere loro di non dover aspettare qualcosa dai genitori sarebbe, questa sì, grande liberà e grande meritocrazia.

  18. @Erika: hai perfettamente ragione, e anche io auspico per i miei figli un avvenire così sereno e radioso che siano in grado di costruirsi tutto da soli senza l’aiuto del padre (che peraltro, purtroppo, sarà minimo). Credo però che nel tuo caso (così come sarà per i miei figli) il problema vero non sia l’eredità, ma il lavoro: se tu trovassi, come recita la Costituzione, un lavoro che ti consentisse di vivere dignitosamente e di sviluppare appieno le tue capacità e il tuo essere, in realtà non avresti il problema della casa, e la tua eredità potresti decidere anche di lasciarla allo Stato, alienarla a favore di organismi umanitari o farci quello che meglio credi. Quindi l’eredità non è il problema di base: a mio avviso il problema di base è il reddito (che per me è in qualche misura sempre connesso ad un’occupazione). Guarda invece al fatto che in questo caso l’eredità per te è una rete di protezione che i tuoi genitori ti hanno costruito attorno per evitarti problemi maggiori nel futuro, appunto per compensare quel gap dovuto a quanto il sistema socio-economico dovrebbe teoricamente garantirti, e che invece praticamente ti nega.

    Se rovesciamo di punto in bianco il sistema sic stantibus rebus, tutta la generazione degli attuali senza-lavoro che ha delle proprietà ereditate/ereditabili, ma ha anche problemi di reddito, si ritroverà istantaneamente senza né reddito, né la rete di protezione del lascito dei propri genitori. Saranno loro le vittime della “rivoluzione dell’eredità”, e a me sinceramente questo tipo di rivoluzione non piace (e credo non solo a me, a giudicare da alcuni commenti contrari all’esproprio). Sono cosciente che, come diceva Mao, «…la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con eleganza, serenità e delicatezza, con tanta grazia o cortesia: la rivoluzione è un atto di violenza.»; però a me gli atti di violenza in cui pagano gli innocenti non sono mai piaciuti – anche se in nome di un bene superiore – per cui prima di passare alla fase dell’eliminazione o della minimizzazione dell’eredità, dovremmo prima mettere in piedi una società che sia in grado di garantire a ciascuno almeno un reddito – anche minimo – e comunque una casa, anche se essenziale. Se ho parlato di Cuba non è perché sia un vetero-comunista o un inossidabile castrista, ma perché – piaccia o meno come si vive lì – se da un lato ci sono gli innegabili difetti di un sistema politico ormai prossimo alla fine e che è diventato negli anni un regime dispotico con mille storture, dall’altro però tutti i cubani avevano, almeno fino al 2010, sia la casa garantita, sia un reddito minimo (il sussidio sociale). Non additavo certo Cuba come un modello impeccabile da seguire, però a mio avviso non si può pretendere di avere i benefici di un sistema socialista (la casa garantita e il reddito di cittadinanza) e contemporaneamente godere anche di quelli di una società capitalista (proprietà e ricchezze illimitati, gestione completamente autonoma dei mezzi di produzione e dell’energia). Cerchiamo di capire cosa sia più importante per noi, se il sogno di un benessere in cui si può consumare di tutto e possedere di tutto, anche se ciò è concesso a pochi, oppure la certezza di un reddito minimo e un’abitazione sobria (come dice Pepe Mujica), però garantita a tutti. Io, sia per indole /* mi basta una biblioteca, il mare, una scacchiera, Radio3 e qualcosa da mangiare */, sia perché a furia di studiare sistemi tendo a dare più importanza ai fenomeni collettivi, che ai singoli individui che li costituiscono, propenderei per una società con limiti per tutti (su quanto sia possibile guadagnare, ereditare, accumulare, possedere, utilizzare, consumare, etc.), ma con un minimo di garanzie per tutti (casa, reddito, salute, istruzione, mobilità, etc: tutto ciò che è previsto nella nostra bellissima Costituzione, non smetterò mai di beatificarla). Però in genere le persone associano questi sistemi di valori o a “qualcosa di vecchio”, oppure a regimi dispotici dell’est falsamente basati su principi di uguaglianza sociale, per cui appena parli di «diritto a…» oppure di «porre un limite a…» sono tutti pronti a darti del comunista, del liberticida, dimenticando che l’alternativa che ci hanno lasciato in cambio è quella di una società in cui l’ 1% della popolazione possiede più della metà dell’altro 99%, (che se lo spiegassi ad uno che viene da Giove, sono certo che ti direbbe: «Ehi, voi lì sulla Terra dovete avere qualche problema con le frazioni, eppure non sono difficili.»)

    A queste idee un po’ sfocate di ordine socio-economico, aggiungo anche delle particolari esigenze – probabilmente soggettive, sicuramente sentimentali, romantiche, retrò, futili, chiamatele come vi pare -, le quali a mio avviso hanno però un peso che ho la presunzione di sentire non limitato alla mia persona soltanto, ma anche ad una certa percentuale di individui, forse piccola, però comunque esistente: la necessità umana di prestare un ricovero alle persone che si amano. Forse è un’esigenza trascritta nei nostri neuroni di mammiferi, classe disgraziata priva di marsupi o gusci in cui proteggere la prole, o è un’effetto collaterale del “gene egoista” di dawkinsoniana memoria che cerca in ogni modo di preservare la propria diffusione nella competizione evolutiva; però, allo stesso modo in cui doniamo un anello alla donna che amiamo – e vogliamo che sia proprio il nostro, quello scelto da noi, acquistato dopo anni di risparmi messi da parte, e non che arrivi dallo Stato o da terzi, perché una sua origine che non coincidesse con noi stessi ne sminuirebbe irrimediabilmente il valore ai nostri stessi occhi -, allo stesso modo vogliamo che quel piccolo gruzzoletto che lasciamo ai nostri figli – sia esso un piccolo deposito in banca, o un appartamento, o una barca con la chiglia sfondata, o un piccolo pezzo di terra -, sia proprio il nostro, ciò per cui abbiamo sudato una vita, ciò che ha costituito proprio uno dei motivi per i quali abbiamo vissuto: donare qualcosa di nostro alle persone che amiamo. Dire: prendilo, è tuo ora. Lasciare un segno terreno del nostro amore.
    E’ questo il motivo per cui sarei favorevole ad una sostanziale limitazione di quanto concorra alla costituzione di un patrimonio e di quanto sia trasferibile in eredità, e non all’abolizione dell’eredità tout-court.

  19. @Gaia: ho scritto il mio commento contemporaneamente al tuo che quindi non avevo letto… ciononostante credo si capisca la mia posizione anche rispetto alle tue ultime righe. Credo sia evidente la differenza d’età: il tuo ragionamento è tutto proiettato nel futuro, io invece ragiono ancora sul presente, «a bocce ferme», come dicono a Roma.
    Vedi, questo è uno dei motivi per cui ritengo indispensabile la presenza di una percentuale giovane nei contesti decisionali (ovviamente giovane&pensante).

  20. Mi piacciono alcune osservazioni ed alcuni punti del pensiero di Michele.
    Ritorno, filosoficamente, al Grande Conflitto.
    La Natura, come osserva Lorenzo ha implementato un meccanismo riproduttivo il cui scopo è di massimizzare le differenze.
    Diciamo che la religioni monoteiste e una sua setta giudaico-cristiana avvocano l’eliminazione delle differenze.
    Sembra un apparente paradosso e in gran parte lo è.
    Da una parte paesi giusti come Cuba che sono depressi economicamente (ma anche anticonsumisti, ecologici, etc.) dall’altra i paesi consumisti nei quali le sperequazioni aumentano e l’ingordigia lasciata libera porta danni pazzeschi.
    In questa ottica il meccanismo dell’eredità è un meccanismo chiave.
    Anche essa dovrebbe essere radicalmente ridimensionata ma non può avvenire che in un contesto di decrescita intelligente, edonista, ecologica, serena.
    E qui arriviamo ad un’altra utopia razionale.
    Mah, in effetti se, come osservava Terzani, non è homo che migliora, con il materiale umano che c’è le società possono essere solo quelle che sono.

  21. Michele, io capisco quello che dici, però secondo me stai trascurando un punto fondamentale, e cioè che l’accesso all’eredità per la maggior parte della gente avviene molto, molto in là con gli anni, quando ormai la vita è fatta e quella proprietà ulteriore serve solo come accumulazione o affetto. Tu dici che con l’eredità i genitori aiutano i figli, però non rispondi alla mia domanda fondamentale, che è: a cosa serve essere aiutati a cinquanta-sessant’anni? A chi giova? Perché non essere aiutati o ancor meglio aiutarsi da sé prima, quando ti costruisci una vita ed eventualmente una famiglia?
    Riguardo al lavoro, sai che non sono d’accordo: la società è cambiata, la nostra pur bella Costituzione è superata almeno in questo punto, e i pensatori più all’avanguardia propongono ormai da molto tempo un ripensamento del concetto di lavoro che non lo renda più indispensabile, per lo meno per come intendiamo il lavoro oggi, per un’esistenza dignitosa. Io non chiedo lavoro, perché sto già lavorando, io chiedo che la società riconosca quello che faccio, il che è molto diverso, chiedo reddito, opportunità, tutele minime e cambiamenti radicali – e cosa offro in cambio chi legge questo blog lo sa bene. Se questa società mi desse un po’ del patrimonio sottoutilizzato o malamente utilizzato o addirittura inutilizzato che c’è, farei qualcosa di molto, molto più utile che lavorare, ed è di questo che abbiamo bisogno, non del posto fisso. Il mio contributo come “giovane” è soprattutto questo: chiedere pubblicamente e reiteratamente che non ci vengano più imposte categorie superate. E se ti sembra assurdo che io consideri superato il lavoro, mi viene in aiuto la storia: l’idea di “posto di lavoro” indeterminato e salariato è una breve parentesi tra miriadi di altri tipi di organizzazioni economiche possibili, con vantaggi e svantaggi rispetto a quella attuale – e visto come siamo messi, mi pare che ci siano molte alternative in cui i vantaggi superano gli svantaggi.

  22. > ripensamento del concetto di lavoro che non lo renda più indispensabile > per lo meno per come intendiamo il lavoro oggi,

    La questione è che ora si intende lavoro solo come lavoro retribuito.
    Nella storia dell’umanità il lavoro è stato sempre poco o nulla retribuito e per guadagnarsi di che vivere, si lavorava per sussistere.
    Ad esempio, per la casa si lavorava e si è sempre lavorato veramente un sacchissimo, per quello ricordo sempre che non esiste il “diritto alla casa” come non esiste gran parte dei presunti diritti.
    Non puoi vivere una esistenza buona e degna (di non sfruttamento) se non lavori e il lavoro dovrebbe e deve essere il più ampio possibile, da quello professionale al cucinarsi il cibo, dalla stesura di una tesi per il dottorato a pulirsi casa e cesso, dall’organizzare un laboratorio di teatro al raccattare rifiuti per strada, al differenziarli.

    Quindi assolutamente no a lavorare di meno in sé, come principio assoluto
    ovvero assolutamente sì a lavorare di più in modo non retribuito, per autoproduzioni, autoriparazioni, per il proprio orto etc. in un paradigma diverso.
    Molti gruppi e congregazioni religiose hanno infatti capito che il lavoro (a partire da quello manuale) è un dispositivo spirituale.

    La Costituzione ha questa caratterizzazione di lavorismo modernista: contestualmente fu un passo avanti (ribadiva che il parassitaggio nobiliare non era nei valori previsti) ma era, appunto, contestuale ad un modello, un paradigma crescitista, modernista, progressista con un’idea di “posto di lavoro” indeterminato e salariato che, come giustamente osservi, Gaia, è una breve parentesi tra miriadi di altri tipi di organizzazioni economiche e di lavoro possibili.

  23. Bisogna redifinire il lavoro, e solo in base a questa ridefinizione decidere se è più desiderabile lavorare più o meno. Le otto ore fuori casa, spesso anche nove o dieci, sono massacranti fisicamente e psicologicamente e costringono a delegare ad altri la cura di sé, del cibo, dei figli, degli anziani, della casa. Questo non va bene. L’autoproduzione ha ritmi di lavoro potenzialmente, anche se non sempre, autoimposti: lavoro tanto quanto mi serve per produrre quello che voglio, a seconda di capacità e desideri. L’autoproduzione assoluta non è più praticabile, non credo lo sarebbe neanche a prezzo di un enorme sforzo. Un po’ di specializzazione, oltre che desiderabile, è necessaria, ma la nostra società ed economia sono iperspecializzate, al punto che è ormai difficilissimo stabilire se un lavoro è utile o no – e guarda caso, in generale, meno utile è il lavoro e più alta è la posizione di chi lo compie, con molte ma non abbastanza eccezioni.

  24. > è ormai difficilissimo stabilire se un lavoro è utile o no
    Zygmunt Bauman osservava che la redditività di un lavoro è proporzionale alla sua inutilità o, sempre più spesso, alla sua nocività

    Come ecologista osservo che la maggior parte del BAU consiste in attività di creazione problemi e di loro aggravamento.
    Invece di riportare le note osservazioni di Sartre, riporto una frase di Upton Sinclair citata da Jacopo Simonetta in un suo bel lavoro.

    “E’ difficile far capire qualcosa ad un uomo il cui stipendio dipende dal fatto che non la capisca.”

    Le recenti vicende di Mafia Capitale hanno evidenziato ciò che tutti coloro che non hanno messo la testa all’ammasso dell’ “accoglienza senza se e senza ma cosa buona e giusta opportunità” e altre stupidaggini del genere hanno sempre sottolineato ovvero che, come osservavo, esiste un’ampia parte della popolazione di “scafisti bianchi” ovvero di gente che campa e lucra (non solo economicamente) nel favorire, sostenere ed aumentare la catastrofe della immigrazione di massa.
    A partire da molte cooperative antisociali che, oltre ad essere strutturalmente, per scopo, sostenitrici attive del problema entrano, con i vertici, nelle cloache corruttive del paese.
    Anche molti lavori creduti dalla massa delle menti catechizzate come positivi sono, a tutti gli effetti, lavori massimamente dannosi, e per la società e per l’ecologia.

  25. In questo topic mi trovo quasi perfettamente d’accordo con le esternazioni di UIC. Dalla costatazione della “disuguaglianza” degli uomini alla bordata finale sul business del “vogliamose bbene” e del terzomondismo in salsa radical-chic.
    Sulla proprietà, direi che non è ne sacra (alla gianluca) ne un furto! (alla Prudhon). Ho letto che in un paio di casi (Napoli e Milano), agendo su un diritto che la Costituzione riconosce esplicitamente (quindi nessuna espropriazione proletaria), i comuni stanno cercando di espropriare edifici e aree dismesse da tempo e lasciate in stato di abbandono.

  26. Cara Gaia, io non parlo di essere aiutati a 50/60 anni, ma molto prima: per come siamo combinati ora, è la generazione di quella classe di età che sta difatti aiutando chi è giovane ed è a spasso. Mica uno deve lasciare necessariamente ai figli: ci sono nonni che lasciano ai nipoti (col consenso dei “genitori dei nipoti” che una casa ce l’hanno già) e ci sono zii e zie che aiutano allo stesso modo membri della famiglia che si trovano in difficoltà.
    Mi rendo conto che forse in Italia ci sono differenze molto marcate tra una regione e l’altra, e tra la concencentrazione di reddito in aree differenti del paese e per fasce d’età; però ti assicuro che conosco molte persone che hanno una casa solo perché gli è stata lasciata loro dai genitori (a 35 anni, non a 50, ed era gente che un posto fisso lo aveva), o che hanno acquistato grazie ai sovvenzionamenti di parenti più anziani che hanno donato prima di morire, o con un lascito testamentario una volta passati a miglior vita. Un mio caro amico, pur lavorando in fabbrica, quando si sposò fu costretto a restare a casa – con la fresca sposa – dei suoi genitori, e prima di riuscire a mettere da parte i soldi per iniziare una vita davvero indipendente ce ne volle. Il problema è che se vivi del tuo stipendio, e questo è così basso che non riesci a mettere molto da parte, e se vivi in una parte di Italia in cui lo Stato è pressoché inesistente e in cui i prezzi delle case sono altissimi (1 anno fa ho scoperto che un appartamento a Berlino di 70 mq come il mio costa meno del mio nella periferia est di Napoli… sic!), è impossibile riuscire a comprare una casa da soli, a meno che non ti aiuti qualcuno. Qui nel sud «familista» è di solito la famiglia che ti dà una mano, e tutte le persone che – come il mio amico – fanno parte di famiglie che già versano in condizioni disagiate e non possono concorrere alle spese necessarie per ‘mettere su famiglia’ (basta essere monoreddito ed in affitto), allora restano al palo pur godendo di un posto fisso.
    E’ questo – assieme al fattore affettivo – il motivo per cui non sono pregiudizialmente contrario all’eredità: se prima non si redistribuisce il reddito, eliminarla significa eliminare quel sostegno indispensabile a tante persone che non hanno altro per rendersi indipendenti. Costruiamo una società in cui l’alloggio, così come il reddito, siano diritti compiuti e non teorici, e ti faccio vedere che non staremo più a parlare di eredità. Basta fissare un limite alla ricchezza/patrimonio che una persona può accumulare.

    Quanto al lavoro, facciamo attenzione a non confondere lo sfruttamento cui si è soggetti per l’arricchimento di terzi (come quando si lavora alienati in qualche multinazionale, ad esempio), con quell’attività primaria nella tua vita che prima ti dà identità sociale, e poi un reddito di cui vivere. Al primo sono contrario anch’io, al secondo no. Il lavoro è necessario non tanto perché ti garantisce uno stipendio, ma perché ti realizza come persona, se è proprio ciò che vuoi fare. Se parli con un cassintegrato (bellissimo l’intervento di Mario alla manifestazione della FIOM del 21 novembre qui a Napoli), ti accorgi che il suo stato di malessere non è connesso tanto (o solo) al fatto di avere una retribuzione bassissima, quanto piuttosto alla privazione di un’identità sociale. Non tutti sono artisti o artigiani, e quindi hanno la fortuna di poter lavorare indipendentemente per tempi, mezzi e organizzazione: la maggior parte delle persone lavora in contesti organizzati da cui non può prescindere. Io per mettere le mani sulle reti informatiche ho bisogno di infrastrutture senza le quali il mio lavoro non avrebbe proprio senso di esistere; lo stesso dicasi di professionalità quali gli infermieri (molto bello anche l’intervento di un’infermiera oggi dal palco della CGIL) che soffrono quando gli ospedali dove lavorano non li mettono in condizioni di assistere i pazienti; o come gli insegnanti che lavorano nelle scuole che vanno a pezzi; come gli addetti alla mobilità quando hanno i mezzi che non funzionano, e così via. Queste sono persone che amano il loro lavoro perché a loro dà gratificazioni; la ragazza di oggi sul palco si è presentata dicendo che era un’infermiera e, anche se non ha mai fatto riferimenti diretti alla sua professionalità, da ogni parola del suo discorso (che invece verteva più generalmente sulle problematiche del suo settore) trasudava la voglia di volere fare quell’attività, e volerla fare bene. E queste persone sono quelle che fanno funzionare tutti quei bei servizi che noi diamo per scontati: gli ospedali quando non stiamo bene; le università quando dobbiamo studiare; le reti telefoniche o informatiche quando dobbiamo comunicare; i treni/le navi/gli aerei quando ci dobbiamo spostare. Se vuoi lavorare in uno di questi settori – ai quali sinceramente una qualche utilità sociale io la riconosco – devi necessariamente fare parte di un contesto organizzato, non puoi farlo in assoluta autonomia; e quando da quel contesto organizzato sei messo fuori per qualche motivo, hai perso tanto, tanto di più del tuo stipendio. Conosco almeno 3 docenti universitari che continuano ad andare in laboratorio nonostante siano anziani e in pensione, senza ricoprire incarichi o guadagnare alcunché, e non lo fanno perché pretendono qualcosa, ma perché quel laboratorio è stato, ed è, la loro vita. Sono esigenze e modi di intendere la vita che noi possiamo condividere o meno, che a noi possono piacere o meno, ma che esistono e vanno rispettati, se noi vogliamo che siano riconosciuti e rispettati i nostri. Spostare tutta l’attenzione solo sul reddito – come fanno molti, non certo tu, ma ti assicuro molti -, a mio avviso è sbagliato: è lo stesso identitico paradigma di tutti coloro che leggono la realtà puramente in chiave economica e finanziaria.
    Non siamo solo individui che guadagnano e consumano: siamo persone, ognuna con i suoi demoni e le sue passioni, ciascuna desiderosa di una sua identità sociale. E cosa ti dà quell’identità se non la tua attività preferita, che in una società ideale – o quanto meno ben organizzata – è proprio il lavoro? Il problema non è il lavoro, ma chi non riconosce attività e lavori utili alla società perché sono al di fuori del mercato economico, e invece incentiva attività/lavori dannosi (direttamente o indirettamente) per la società e l’ambiente, soltanto perché hanno un tornaconto economico. Una società che reputa inutili lo scrittore, il musicista, l’attore di teatro, il proiezionista, l’agricoltore diretto, il mediatore culturale, l’assistente sociale, il giornalista freelance, il filosofo, il raccoglitore di pomodori, è una società che ha _qualche_ problema nel suo sistema di valori e nella sua organizzazione. Non è certo un problema il lavoro (la scrittura di un libro) o gli individui (lo scrittore). E’ questo ribaltamento di orizzonte che non mi va giù: non confondiamo il lavoro con la sua organizzazione o la sua retribuzione. Sono cose diverse, ed è bene tenerle separate.

  27. Allo stato attuale delle cose, l’unico modo per entrare in possesso di un’eredità in tempo utile è o che muoiano i propri genitori prima dell’aspettativa di vita media, non una prospettiva allegra, oppure che questi decidano di donare prima di morire, che è ciò che vorrei incentivare con la mia proposta. L’abolizione dell’eredità porterebbe a una redistribuzione immediata, perché le persone muoiono tutti i giorni, per cui andrebbe, da subito, a tutto vantaggio di chi con il proprio salario non riesce a permettersi una casa, e a svantaggio di coloro i cui genitori hanno accumulato grandi ricchezze.
    C’è anche un altro discorso, più scomodo, ma su cui sono parzialmente d’accordo con Un uomo in cammino: forse le case costano troppo perché c’è troppa gente. Prima di pensare a come i propri figli possono permettersi la casa, bisognerebbe porsi il problema di perché fare figli, o perché farne più di uno o due, in aree sovrappopolate. Siamo sottoposti anche alle leggi di natura, non solo a quelle economiche, e se a Roma, a Napoli o a Milano, o a Londra, le case costano uno sproposito non è solo per la speculazione, ma anche perché si pretende di continuare a vivere e a migrare in zone sovraccariche. Il problema non è di facile soluzione, me ne rendo conto, ma andrebbe posto anche in questi termini.
    Riguardo al lavoro, ovviamente il problema non è la singola attività che la gente fa e il fatto che per compierla dipenda anche da una struttura, quanto l’idea che ognuno debba fare solo una cosa nella vita e che chi non fa una sola cosa o non la fa sempre debba avere meno dignità, diritti e autostima degli altri. Ci sono persone che non vogliono definirsi con una sola attività, che non vogliono far dipendere la propria posizione sociale da una sola cosa, e quando qualcuno vuole essere visto come innanzitutto “un professore”, “un infermiere”, “un musicista”, così facendo molto spesso trascura tutti gli altri aspetti dell’esistenza e costringe gli altri ad occuparsene – il professore che ama il suo lavoro assume una donna perché gli pulisca la casa; il musicista non ha idea di quanta fatica costi produrre il cibo che dà per scontato, il medico non si abbassa a pulire le strade, e così via. Inoltre ci sono lavori sgradevoli che però vanno fatti, ma da cui nessuno vuole far dipendere la propria immagine di sé e che è quasi impossibile fare con passione. Per questi motivi ci vuole un ripensamento dell’idea che abbiamo di lavoro come qualcosa da cui dipende tutto il resto: una società in cui ci si presenta davanti agli altri sempre e quasi sempre esclusivamente come “quello che compie la data professione e ha un reddito solo grazie a quella” è una società per forza di cose esclusiva.

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