tacchi

Tutti sbagliamo, e le persone che ci vogliono bene cercano di farcelo notare per evitare che sbagliamo ancora. La categoria di rimproveri che personalmente preferisco, perché più innocua e al tempo stesso più schietta e accanita, è quella dei rimproveri estetici. Questo genere di osservazioni rivela una morale inconscia ma collettiva, una serie di assunti fondanti che pochi si sognano persino di mettere in discussione.
Faccio degli esempi presi dall’esperienza personale di rimproveri di questo genere: essere ingrassata o dimagrita (pur mantenendo un peso sano, se no si tratta di salute e non di estetica); non essere abbronzata; non avere abbastanza seno/sedere o averne troppo; non pettinarsi o non curare le punte dei capelli, e non indossare abbastanza frequentemente i tacchi alti. E avere le maglie con i buchi.
Cosa c’è dietro a queste osservazioni apparentemente scontate? C’è l’accettazione inconsapevole e granitica delle divisioni di classe, di razza e di genere della nostra società, accettazione che si manifesta per l’appunto nel giudicare “sbagliato” un comportamento estetico rispetto al suo contrario – sbagliato in quanto segnale di una devianza.
Perché, ad esempio, non posso mettere le maglie con i buchi? (Ne ho già parlato, lo so: ci tengo a questo punto). Non denotano scarsa igiene, che sarebbe oggettivamente qualcosa di negativo, né offendono in alcun modo la persona che mi sta davanti. Però suggeriscono, vero o meno che sia, che sono una persona povera e che non sono consumista – rispettivamente una vergogna e un crimine, in una società come la nostra. Il vestito rovinato in sé non sarebbe considertao brutto: di tanto in tanto vanno di moda maglie piene di tagli, tessuti effetto vintage e jeans venduti già lisi e strappati. L’importante è che si capisca che è fatto apposta e da una fabbrica, non dal tempo, e che l’abito pre-distrutto sia alla moda in quel momento e venga indossato nel contesto giusto.
L’abbronzatura è facile da interpretare: una volta la pelle bianca era indice di un ceto alto e quella scura di appartenenza alle classi lavoratrici, e infatti l’ideale femminile era: candida e morbida; in seguito, potersi permettere una vacanza al sole è diventato prima simbolo di status e poi di adeguamento al comportamento delle masse, e da lì non c’è stata più nessuna pietà per i pallidi. Tutt’ora, le abbronzature devono essere integrali, perché si capisca che chi le sfoggia non ha proprio niente da fare; se il colorito si ferma all’altezza delle spalle, allora si distingue subito il contadino o il camionista, e questo è “brutto”.
Può sembrare un dettaglio, ma è una spia: perché mai le persone devono sgridarmi, anno dopo anno, per tutta la vita ogni estate, se non sono scura? A loro cosa importa? Mica sono brutta d’inverno e bella d’estate solo perché cambio colore! Quello che mi stanno in realtà dicendo è: non fai come noi, vergognati.
La questione dell’altezza, del seno e del sedere è ancora più affascinante per me, che avendo vissuto in Asia mi sono trovata da entrambi i lati – quello del troppo e quello del troppo poco – e ho osservato con attenzione i significati reconditi di complimenti e critiche. Sostanzialmente, si tratta di una questione razziale. Dopo l’ideale bianco e nordico di estrema magrezza, l’attuale fissazione culturale americana per il didietro formoso (non si contano le canzoni pop dedicate esclusivamente a questo tema, ed essendo cambiati i canoni le donne iniziano ad attaccarsi protesi che lo aumentino, anziché fare liposuzioni) è per me una sorta di perverso segnale di una vittoria culturale della minoranza afroamericana quasi più significativo del fatto di avere un presidente nero. Oppure, è una questione economica – sempre negli Stati Uniti, l’obesità non è come si pensa segnale di ricchezza, ma di miseria, essendo il cibo sano più difficile da trovare, più costoso e più laborioso da preparare del cibo spazzatura. Non a caso, Homer Simpson si abbuffa nei fast food e le stelle di Hollywood pubblicano libri di cucina di lusso. In Italia non penso sia diverso – non me ne voglia nessuno, ma la mia personale impressione è che si trovi maggiore grassezza in molte aree del sud Italia o nel nord al di fuori dei centri urbani più benestanti. Questo, però, quando tutti hanno comunque da mangiare e la questione è semmai mangiare bene. Avevo letto da qualche parte che in tempi di crisi, quando il cibo stesso è un problema, l’ideale femminile si sposta verso una maggiore formosità: forse è per questo che saltano fuori le modelle ‘curvy’ (curiosa parola), che in alcune zone dell’Africa le giovani donne vengono messe quasi all’ingrasso, e che anche l’ideale estetico contadino della generazione dei miei nonni sembrava preferire di gran lunga le donne floride.
E adesso veniamo ai tacchi. Nel trasloco di cui vi ho parlato, ogni oggetto in più costituiva una zavorra, e così si è posto il problema se portare con me o dare via le mie scarpe col tacco. Ormai non le metto quasi mai, però sono belle.
Vorrei soffermarmi su questo “belle”. Non c’è infatti  nulla di ovvio nel trovare “bello” un oggetto asimmetrico inesistente in natura che serve a far sembrare la parte più lunga del corpo umano ancora più lunga e il resto in proporzione ancora più corto. Perché questo sarebbe bello? Perché le donne mettono i tacchi? Perché gli uomini non li mettono? Perché non risulta un’altra società umana, al di là dell’occidentale attuale, in cui è segno di eleganza e sensualità camminare sulle punte dei piedi?
È naturale stupirsi dei canoni estetici altrui, soprattutto quando comportano la modifica del corpo e a maggior ragione se dolorosa. Consideriamo una curiosità esotica, forse ripugnante, forse solo bizzarra, l’abitudine delle donne di certe tribù di allungarsi l’aspetto del collo impilandovi pesantissimi e scomodissimi collari, o di perforarsi il labbro inferiore con enormi pezzi di legno o di, nel caso di una Cina che per fortuna non esiste più, strizzarsi volenti o nolenti i piedi in fasciature dolororissime per diminuirne le dimensioni. Testa a due metri dalle spalle, labbra slabbrate, piedi larghi come zoccoli di capra: cosa ci sarà mai di bello?
Non ci sembra però molto strano che le donne della nostra società si iniettino sostanze ultratossiche o sintetiche per aumentare seni e labbra, o che appiccichino sulle proprie unghie ulteriori unghie con le quali poi non riescono neanche a battere i tasti del loro smartphone. O che si facciano venire tumori alla pelle pur di cambiare colore quattro mesi all’anno.
Magari qualcuno di voi giudica negativamente la chirurgia estetica, d’accordo. Ma qualcuno, e mi rivolgo soprattutto agli uomini, si è mai posto il problema dei tacchi?
La cosa interessante dei gusti di una società è che difficilmente sono casuali; piuttosto riflettono, come dicevo sopra, status, gerarchie e filosofie di vita. E fin qui penso di non dire nulla di controverso. Vorrei però adesso esporvi la mia personale teoria sui tacchi, partendo da questo semplice fatto: i tacchi alti rendono impossibile per una donna reggersi in piedi o camminare per più di un paio d’ore al giorno. Le più allenate sono in grado di sopportare più a lungo, ma i piedi alla fine ne vengono deformati e comunque tutte, comprese le più leggere e le più abili, hanno un limite alla propria sopportazione (e un paio di ballerine nella borsa).
Io sostengo che i tacchi, uno dei pochi strumenti di tortura autoinflitti che rimangano nella nostra società (assieme alla depilazione, guarda caso), servono a segnalare la posizione sociale della donna che li indossa: inferiore agli uomini e superiore alle altre donne.
Una donna con i tacchi non può svolgere lavori di fatica. È una donna che svolge mansioni di comando o intellettuali: lavori che pagano di più e garantiscono quindi uno status superiore rispetto ai lavori fisici più in giù nella gerarchia. Oppure è una donna così ricca che non deve proprio lavorare. Inoltre, la donna con i tacchi, non potendo camminare a lungo, dimostra di possedere un’automobile o di potersi permettere il taxi regolarmente. Per questo motivo alcuni considerano i tacchi alti un segno di potere – rispetto alle altre donne, non certo agli uomini.
Così come i corsetti sette- e ottocenteschi, e anche i piedi “loto d’oro” delle cinesi. In generale, più è scomodo un vestito più è alto il rango di chi lo porta. Gli esempi sono innumerevoli: dalle vesti con strascico e larghe maniche medievali ai vestiti pesanti e freddi delle attrici famose, che sembrano non seguire le stagioni dei comuni mortali e si vestono allo stesso modo tutto l’anno; dalle giacche e cravatte di chi lavora seduto al bianco intonso e alle scarpe lucide di chi non si sporca né mani né piedi. Nel caso raro in cui un lavoro fisico e faticoso da comunque diritto a uno status alto, anche il vestito ne diventa simbolo: pensate al valore aggiunto conferito a una semplice maglietta sintetica fatta in Bangladesh dal fatto che sopra c’è il nome di un calciatore. La stessa maglietta, ma con la scritta “Baracetti Calcestruzzi”, la mettereste solo se ve la regalassero.
Quindi, secondo me i tacchi alti rientrano in questa logica di ostentazione del lusso di poter stare scomodi. Voi direte: sì, ma quando una donna non lavora, anche se è di status inferiore può mettere i tacchi. Certo (se non deve fare lavori in casa o correre dietro ai figli), però se ci fate caso la foggia delle scarpe alla moda cambia molto velocemente, ed è praticamente impossibile alterare un paio di scarpe per farlo sembrare più moderno: bisogna comprarne di nuove. Le scarpe sono spesso costruite con materiali pregiati, e quindi quelle di qualità costano molto – sono, sia per gli uomini che per le donne, un messaggio che mandiamo non solo sul nostro gusto personale ma anche sul nostro posto nella società.
Però la donna con i tacchi alti, a differenza dell’uomo, non è libera di muoversi. Il suo equilibrio è più precario di quando non li indossa (perché una camminata ondeggiante, indice proprio di questo equilibrio precario, è considerata un richiamo sessuale?), e il dolore provocato dalle scarpe scomode e dalla posizione innaturale la rende fisicamente debole, lenta e bisognosa di essere sorretta e accompagnata. Una donna con i tacchi è una preda che non scappa.
Mi chiedo, da molto tempo: gli uomini sono attratti dalle donne con i tacchi perché le loro gambe sembrano più lunghe, oppure, inconsciamente, perché una donna con i tacchi è una donna debole?
Così come una donna con le unghie lunghe, le gonne strette o la biancheria-impalcatura: è curioso in effetti che quasi tutti i simboli sessuali siano estremamente scomodi. Persino le donne-guerriere dell’immaginario collettivo, quando vengono raffigurate nei mass-media indossano mise che renderebbero impossibile non solo vincere un duello, ma anche semplicemente portare di sotto la spazzatura.
A quanto ho visto e sentito io, più un uomo è maschilista più desidera donne che indossino i tacchi alti. Forse che per le povere cinesi i cui piedi erano ridotti in poltiglia valesse lo stesso principio? E gli eccessi delle pianelle nel quattrocento veneziano, per cui le donne camminavano così alte da doversi appoggiare alle proprie serve per non cadere, erano in fondo una dimostrazione di potere?
Un pensiero più recente che ho avuto è che i tacchi siano figli della società dell’automobile. Le donne che conosco che li indossano di frequente sono donne che non camminano volentieri e che usano la macchina, o al massimo la bicicletta, per tutti i loro spostamenti, relegando l’attività fisica alla palestra. A pensarci bene mi vengono in mente svariate serate in compagnia con una donna che trotterella faticosamente dietro agli altri e implora: andiamo in macchina, ho i tacchi alti! Ecco: non voglio più essere io quella donna. E, a dirla tutta, non voglio neanche più provare quel panico di quando sta arrivando una macchina e tu sei in mezzo alla strada con il tacco incastrato in un sanpietrino.
Io non ho smesso di indossare i tacchi alti per questioni di principio, ma perché mi ero accorta che poi avevo sempre paura di dover camminare a lungo oppure non riuscivo a ballare volentieri. Inoltre mi facevano male alle ginocchia. L’effetto peggiore era comunque quello psicologico: più che il dolore, l’alterazione del comportamento per la paura del dolore. Una vera sudditanza – e per cosa?
Per quanto riguarda invece le mie vecchie scarpe coi tacchi farò quello che sto facendo con tutto ciò che possiedo e che mi ingombra ma che comunque ha un valore estetico o affettivo: lo fotografo per non dimenticarmi com’era, e poi lo vendo o regalo. Anche questa, direte voi: finirai per rinunciare a tutto!
Come le mie altre rinunce, anche questa sarebbe reversibile, e come le altre finora non mi ha dato che soddisfazioni e liberazione. Non devo più preoccuparmi non solo del male ai piedi, ma anche delle lunghezze dei pantaloni (non tutti stanno bene con i tacchi) e dei soldi in più; inoltre, con i tempi che corrono, avere meno prodotti tra cui scegliere rende più facile e piacevole ogni acquisto. E in montagna i tacchi non mi servirebbero comunque a niente.

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21 risposte a “tacchi

  1. Questa pagina potrebbe essere l’incipit di un compendio di etologia, sessuologia, sociologia ed ecologia critiche.
    🙂
    Gran parte dei fondamenti dei comportamenti piuttosto discutibili se non assurdi dal punto di vista razionale sono di natura bioevolutiva e sono descritti in maniera molto chiara, approfondita e completa in “La regina rossa – Sesso ed evoluzione” di Matt Ridley.

  2. Dimenticavo: ai tacchi corrisponde la giacca-e-cravatta maschili, ad esempio. E si potrebbero fare molto altri paralleli.
    Ciascun genere ha connotazioni funzionali a potere-seduzione-evoluzione-riproduzione peculiari e alquanto potenti.

  3. Sto leggendo su wikipedia dei piedi rimpiccioliti delle cinesi. A quanto pare, quando la pratica era ancora in auge, senza un piede a mezzaluna non potevi neanche fare un buon matrimonio. Ovviamente questi piedi costavano alle donne sofferenze atroci, rischi sanitari e igienici a non finire e persino la morte… Ai miei occhi sono così orrendi che fatico a guardarli, ma gli uomini li apprezzavano molto, perché indicavano docilità, capacità di sacrificio e sottomissione, oltre a conferire un’andatura leggiadra e ondeggiante (come i nostri tacchi). E chi fasciava i piedi alle bambine, in fondo? Le loro madri. Spesso le donne sono i peggiori nemici delle donne.
    Ci sarebbe da farsi molte domande su una società in cui l’essersi rese visibilmente incapaci di lavorare è un prerequisito anziché un handicap.

  4. Io non sono riuscito, per orrore, da andare oltre a qualche immagine in questo articolo del corriere sull’infibulazione in Africa Orientale (in questo caso in Kenia).
    Praticato, perpetrato e perpetuato da donne.

  5. Ci sono cose a cui probabilmente io preferirei la morte. Faccio fatica persino a credere che esistano. La mutilazione genitale è una di queste.
    Non posso controllare per non imbarazzare gli altri in questa biblioteca pubblica, ma credo che il clitoride sia l’organo più sensibile in assoluto dell’intero corpo umano, maschile o femminile. Non voglio immaginare quanto male possa fare, per non parlare poi del dopo.

  6. Qualche anno fa un team di ricercatori di psicologia ha dimostrato con un esperimento che la camminata sui tacchi alti viene percepita come «più femminile» sia da uomini che da donne. La percezione della maggiore femminilità era relativa all’andatura e non alla gamba (venivano mostrate non le gambe direttamente, ma il loro movimento – al di là di una tenda – per mezzo di punti luminosi aderenti alle gambe delle ‘passeggiatrici’, indossanti di volta in volta scarpe con vari tacchi o semplici ballerine). Nel successivo test di controllo in cui veniva chiesto ai partecipanti di individuare il sesso dei soggetti deambulanti al di là della tenda, la percentuale maggiore di soggetti identificati con uomini corrispondeva all’andatura generata dalle ballerine e non a quella generata dai tacchi, sebbene in realtà i soggetti deambulanti fossero tutte donne.

    I ricercatori ipotizzano che, poiché l’effetto dei tacchi sull’andatura produce una riduzione della lunghezza del passo, un’incremento dell’agilità della camminata (110 passi al minuto invece di 106) e un aumento della rotazione dell’anca, ed essendo in particolare quest’ultima connessa al ciclo di ovulazione (e quindi alla fertilità: più ondulazione => più fertilità), la camminata coi tacchi produca uno stimolo «supernormale» a livello inconscio, segnalando alla parte primitiva del nostro cervello come più appetibili le donne con un’andatura siffatta, in quanto probabilmente in periodo fertile e quindi tali da poter produrre un indubbio vantaggio riproduttivo.
    Qui una spiegazione (in inglese) dell’esperimento citato.

    Forse, seguendo la metodologia di Haidt, l’esperimento andrebbe ripetuto anche in un contesto culturale in cui l’uso dei tacchi è sconosciuto o pressocché non praticato, per essere certi che tale preferenza sia un risultato oggettivo dell’evoluzione, e non all’inverso un sottoprodotto culturale.

    Io personalmente non impazzisco per i tacchi (anzi trovo sexy le donne scalze), però credo che forse il successo dei tacchi come «richiamo sessuale» sia dovuto anche al fatto che costringono la donna in una postura in cui essa deve necessariamente inarcare la schiena per bilanciarsi (la schiena inarcata immagino sia un ulteriore esplicito richiamo sessuale); inoltre costringano la donna a camminare con le gambe molto strette (immagino sia difficile camminare sui tacchi a gambe leggermente divaricate come facciamo noi uomini), pronunciando in tal modo la rotazione delle anche e dunque producendo un ulteriore richiamo sessuale.

    Qui un’interessante puntata di ‘Uomini e Profeti’ in cui, oltre a domandarsi della ricorrente negatività della figura femminile in tanta parte della mitologia, una sinologa ricordava le *incredibili* angherie, psicologiche e fisiche, cui erano sottoposte le donne nella Cina degli ultimi secoli, tra cui la tortura dei «gigli d’oro».

    [P.S. Forse in assoluto l’organo più sensibile del corpo umano, sia maschile che femminile, è il cervello; anche se, inspiegabilmente, quasi nessuno lo considera come un organo]

  7. Molto interessante. Al tempo stesso, i canoni cambiano talmente tanto da persona a persona e da cultura a cultura che trovo difficile credere a spiegazioni così universalistiche. In teoria, una donna con i fianchi larghi dovrebbe essere universalmente preferita a una con i fianchi stretti, eppure parlando con conoscenti maschi vedo che alle volte è il contrario. Nell’Iliade le belle donne erano “dalle belle braccia”: perché?, mi chiedevo al ginnasio, dato che le braccia a quei tempi non importavano a nessuno. Perché proprio le braccia, e in altre culture i piedi, le caviglie, le spalle, i capelli, il seno, le gambe…?
    Idem per i tacchi: conosco uomini a cui piacciono moltissimo, e altri a cui stanno del tutto indifferenti. È come la questione della preferenza del colore rosa: ho letto che per le donne è naturale, dato il loro passato di cacciatrici-raccoglitrici, eppure ci sono così tante eccezioni e al tempo stesso, data la quantità di rosa che viene fatto indossare alle bambine (ci ho dedicato un post, ed è sempre peggio!), a me sa più di lavaggio del cervello…

  8. Le donne dalle belle braccia… Che bel ricordo mi hai risvegliato! A me attirano tantissimo il collo e le spalle, trovo lo “scollo a barca ampio” il massimo della sensualità. La verità è che l’organo dove si originano le pulsioni sessuali è il cervello, e ognuno ha le sue preferenze personali, c’è poco da fare. Ci sono occhi che fanno girare le teste più di un paio di gambe, e nasi pronunciati che diventano irresistibili. Se solo le persone imparassero ad affinare i propri sensi, e a non cercare eros e bellezza nella conformità omologata dei media, ma nelle persone che vi sono accanto…

  9. in altre culture nn lo so, ma nell’iliade le donne hanno belle braccia perché sono più capaci a abbracciare, cioè più buone o brave a comprendere, e più stanziali, degli uomini che piè veloci come achille hanno semmai fulminee intuizioni. xò già esiodo è il primo misogino greco.

  10. Bella questa metafora, non la sapevo! La questione delle belle braccia mi è tornata in mente quando tutti parlavano delle braccia di Michelle Obama, e anche qui ci ho trovato una questione di ceto: donna di successo che fa molta palestra. Probabilmente le braccia sono anche indice di giovinezza, dato che la pelle sotto cade con l’età e non c’è molto da fare.
    Per quanto mi riguarda, in campo estetico le preferenze personali sono da preferire rispetto ai canoni universali, dato che siamo tutti diversi e il sentirsi dire che non si ha abbastanza della tal cosa, o se ne ha troppa, crea solo insicurezze e frustrazioni. Diverso però è il discorso dell’esaltazione del malsano, che sta ad esempio avvenendo negli USA: guai ad esempio a dire pubblicamente che qualcuno è obeso, perché siamo tutti belli così come siamo! Risultato: bisogna far finta che una situazione patologica sia normale, e cade un ulteriore incentivo a correggerla.

  11. A proposito del parallelo tacchi e cravatta. Un mio ex che lavorava a Milano in una società che si occupa di gestione di progetti europei, mi diceva che non poteva presentarsi in ufficio senza giacca e cravatta perchè veniva richiamato. Come se contasse di più l’abito che indosso piuttosto che quello che so fare.
    Lui soffriva molto questa situazione perchè non era uno che amava la cravatta, soprattutto. Quando ha cambiato lavoro il lato più positivo che ha trovato nella nuova realtà lavorativa era proprio quello di poter presentarsi al lavoro in stile casual. 😀
    Secondo me tacchi e cravatta sono sempre espressione di una cultura dell’apparenza più che dell’essenza. Cioè se uno li mettesse perchè gli/le piacciono ok, ma a volte (vedi ad esempio l’ambiente lavorativo di cui sopra) ho come l’impressione che uno li metta proprio per dimostrare una certa “reputazione”. Mi vengono in mente anche le mamme che vanno a prendere i bambini a scuola coi suv, che tra l’altro spesso non sanno neppure guidare, perchè, tra l’altro, mettono le scarpe col tacco che sono scomodissime per guidare!!
    Non so se magari questa attuale cultura dell’apparenza è anche figlia di un certo retaggio culturale. Se non ricordo male nell’Italia del dopoguerra si tenevano il vestito e le scarpe buone per la domenica, quando si andava in chiesa e dopo a fare lo “struscio” in città. Soprattutto mi sono sempre chiesta il perchè del vestirsi bene per andare in chiesa: cosa importa a Dio se ho il vestito buono o no, lui non è più vicino proprio ai poveri??
    Neanche io non impazzisco molto per i tacchi. Ogni tanto li metto per uscire quando ne ho voglia e prevedo di non dover camminare molto, anche se non sono a spillo quindi diciamo che non sono del genere più scomodo.

  12. A Dio non importa se hai il vestito buono, ma al resto del paese che ti vedeva sì. Addirittura nel libro ‘Il mondo dei vinti’ ho letto di gente che le scarpe “buone” le metteva solo alla fine del tragitto verso il paese, per non consumarle, e di una donna che aveva un vestito costoso, comprato con i propri risparmi di operaia, che non poteva indossare finché il padre non avesse finito di pagare i propri debiti. Come dire che era una mancanza di rispetto nei confronti dei creditori far vedere che si avevano soldi per un vestito ma non per ripagarli (e a proposito di questo, le poche volte che ho prestato i soldi ho notato che questo sano principio di dignità non funziona più, perché è meglio spendere che restituire, e questo è alla radice di molti problemi della nostra società).
    C’è un unico motivo per cui un giorno mi piacerebbe essere parlamentare (istutizione ormai svuotata di senso da dentro e da fuori, come abbiamo visto), ed è che vorrei andarci con gli scarpets e i vestiti fatti a mano mezzi rattoppati, e vedere cosa dicono. L’abito non fa il monaco, ma indica il monaco. Saperlo leggere è una chiave fondamentale. E sì, in certi ambienti di lavoro la cravatta è obbligatoria, per quanto assurdo possa sembrare. Io ho avuto problemi in un’associazione culturale in cui “lavoravo” perché non trovavo niente di strano presentarmi con i sandali e le canottiere. Mi dispiace aver offeso, ma certe cose non le avevo ancora imparate.

  13. La religione è soprattutto un meccanismo di governo sociale e quindi la messa è un rito sociale (la parte spirituale non è la parte rilevante, la spiritualità è una dimensione assolutamente individuale) e come ogni rito sociale adotta schemi e dinamiche sociali.
    Ad un appuntamento “importante” vado con vestiti “importanti” (o meno ordinari).

    Tacchi e … glutei.
    Questo filmato di biosociologia dice più di mille articoli.
    Rispetto alla cultura, la parte di biologia che determina i nostri comportamenti ha la stessa importanza della parte immersa di un ghiaccione (iceberg) rispetto a quella emersa.

  14. @Erika: ad un sacerdote feci la tua stessa osservazione, e lui mi rispose che poiché la messa domenicale è, tra le altre cose, anche una festa per l’incontro con Dio, i fedeli manifestano la loro gioia interiore rispecchiando con la bellezza esteriore la loro bellezza/contentezza interiore. La cosa mi colpì non poco, perché nelle mie frequentazioni del mondo cattolico credo di non aver mai incrociato fedeli che indossino il vestito della domenica perché sono “felici nell’incontro con Dio”. Ma queste sono bieche considerazioni di uno spinoziano incallito che lasciano il tempo che trovano.

    @Gaia: il problema dell’abbigliamento nasce quando diventi membro di una compagine. Se il gruppo di cui fai parte vuole propagandare una certa immagine di sé, allora il tuo divergere dall’immagine propagandata diventa un problema di rappresentanza per il gruppo, e quindi sei sanzionata. E’ un problema che affronto con una certa periodicità, ma che riesco in qualche modo ad evadere perché per il mio lavoro non ho visibilità pubblica, e fortunatamente ad un terminale non importa come sei vestito. Ho invece qualche problema con i figli, che soffrono tantissimo quando mi vedono con i pantaloni strappati o i maglioni forati. Chiedo loro perché io non possa andare in giro ‘forato’, mentre le amiche più grandi indossano con nonchalance jeans e leggins pseudo-strappati dai quali occhieggiano le gambe. La risposta è fantastica: «Perchè i loro buchi sono finti – è la moda – mentre i tuoi sono veri!». Quindi la moda si è appropriata anche della mia ‘indigenza vestiaria’, che pertanto mi è preclusa: ostentare lo strappo sì, ma solo quando è intenzionalmente fashion, e non quando è naturale. Così, per amor loro, cerco (con alterne fortune) di andare in giro ‘senza fori’. E’ incredibile quanto peso abbia, su coloro che ci amano, la percezione esteriore che hanno di noi. Però, visto che mi ritrovo in minoranza assoluta e per me è fondamentale ‘fare famiglia’ con loro, debbo necessariamente adeguarmi. Spero almeno che i miei sforzi saranno ricordati quando entreranno nell’età dei tatuaggi o dei piercing…

  15. Chiara, premesso che un qualsiasi uomo preferirebbe stare con una donna bella fuori, piuttosto che soltanto dentro, il mio pensiero è che la medesima possa benissimo trasparire anche senza essere all’ìultima moda, o conformati/adeguti al modo di fare comune; in altre parole, in occasioni come questa, ritengo che un individuo attento alla sua individualità debba applicare il brevettato “metodo sticazzi”: annuire convintamente a ciò che dice l’interlocutore…e poi fregarsene e fare alla propria maniera. Lo faccio io per primo, che vado a fare lezione con felpa a cappuccio e pantaloni di denim e ho un collega che si presenta con camicia, giacca e pantaloni di velluto, attrezzato come un manichino…e la scuola è un umilissimo istituto agrario (senza nulla togliere, e lo dice un agrario mancato!).

    E non mi hanno ancora esonerato da nessun incarico 😛

  16. Michele, tu fai vergognare i figli, e io i genitori 🙂 Purtroppo c’è anche la dimensione affetto/convenienza/poca voglia di litigare/dover lavorare, per cui alle volte si cede su qualcosa per quieto vivere, per non venire licenziati o per amore. Mi fa ridere che i tuoi figli ti abbiano dato la stessa risposta che avevo ipotizzato io: la nostra società è talmente folle che va bene prendere una stoffa nuova e rovinarla apposta, va bene buttare via un vestito ancora utilizzabile, ma non va bene tenere un vestito utilizzabile ma un po’ rovinato. Lo spreco è virtù! A Napoli fa caldo e quindi probabilmente non è pertinente il mio consiglio, ma di recente ho scoperto l’ovetto di legno per rammendare la lana in modo tale che non si veda il danno (bisogna ricostruire la trama, o almeno credo, è piuttosto affascinante). Altrimenti puoi prendere toppe e mettere quelle, certe possono essere belle.
    Il paradosso, per me, è che le persone che criticano il mio modo di vestire spesso sono a mio giudizio vestite molto peggio di me, cioè con vestiti scadenti, globalizzati e non buoni. Sono loro che rovinano la mia visuale, e non viceversa!
    Il mio ideale è la moda pre-industriale: rattoppata, lisa, ripetitiva anche, ma di buona fattura, curata nei dettagli, funzionale, identitaria pur nelle sue variazioni e fatta per durare e dare ogni volta soddisfazioni. Erano molto più eleganti i contadini dell’Ottocento dei loro discendenti di oggi, per non parlare delle classi alte!
    Sul discorso vestito come appartenenza a un gruppo, niente di più vero, e a questo proposito sarei tentata di aprire un capitolo sul fatto che gli anarchici si vestano sempre tutti uguali, ma lascio approfondire a chi fosse interessato…

  17. > un capitolo sul fatto che gli anarchici si vestano sempre tutti uguali,

    Ahahaha
    ROTFL
    Bellizzzima questa! 🙂

  18. Credo sia dovuto al fatto che vi sono modo e conformismi anche nel così detto anticonformismo. semplicemente, cambiano i modelli di riferimento.

  19. Abbiamo parlato della mutilazione genitale femminile: un articolo molto bello su questo argomento e sulle donne, e non solo, che lottano perché questa pratica scompaia.

  20. Sempre sulla questione dei piedi fasciati, un reportage fotografico e un articolo sul Guardian.

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