diseguaglianze generazionali

L’altro giorno ho chiesto a una persona dell’età dei miei genitori perché avesse acquistato una vecchia casa che non ha né tempo né voglia di ristrutturare, nonostante le insistenze quasi disperate di un potenziale affittuario. “Perché non sapevo cosa fare dei soldi”, mi ha risposto ridendo. E non sto parlando di una ricca ereditiera o di un manager strapagato, ma di una persona che aveva un impiego di medio livello nel settore pubblico e che è già in pensione da un po’ (e che io non considererei assolutamente persona avida). Faccio una breve carrellata mentale di tutte le persone che conosco e mi rendo conto che, tra i miei coetanei (diciamo 25-40 anni), pochissimi hanno una casa di proprietà, e se ce l’hanno è acquistata che io sappia quasi sempre con l’aiuto dei genitori; molti sono in affitto, e altri non sono ancora usciti di casa. Penso poi a tutti gli ultracinquantenni tra parenti, amici e consoscenti: non mi viene in mente nessuno che non possieda la propria casa o non ne abbia nel peggiore dei casi l’usufrutto, e molti ne possiedono anche una in più, spesso sfitta perché non si fidano ad affittarla, perché non gli interessa, o perché la tengono per un non precisato futuro in cui potrebbe servire. Molti addirittura si lamentano del reddito e delle tasse, ma mettere la casa in eccesso o men che meno le stanze in più delle loro grandi magiorni a disposizione di qualcun altro non li sfiora nemmeno. Questo è uno dei grandi drammi della mia generazione: non potersi permettere una casa mentre i più vecchi di noi siedono sopra interi patrimoni inutilizzati. Molti si associano nei movimenti per il diritto alla casa per recuperare almeno un po’ dell’inutilizzato, ma nel loro caso si tratta di immobili pubblici o di proprietà di banche, non dei tanti appartamenti e case sparsi per l’Italia e quasi segretamente disabitati, o men che meno delle case vacanza, trattate come se esistessero su un altro pianeta e non in località in cui qualcuno, comunque, potrebbe voler abitare sul serio. L’altro giorno ho sentito un’affermazione agghiacciante, che riporto sperando che non se ne riconosca l’autore: un uomo, impegnato in politica a sinistra, colto e attivo, credo già pensionato, mi ha detto di essere preoccupato per la figlia, disoccupata, e di non essere quindi incorruttibile. Quest’uomo possiede, assieme alla moglie, una casa di proprietà e almeno due case per le vacanze. Voleva dimostrarmi che anche l’idealismo ha un limite, ma questo limite non è, come molti dell’età dei miei genitori credono, l’amore per i figli, bensì quello per la proprietà. L’ho visto sulla mia pelle: la grande generosità dei miei familiari nei miei confronti si è sempre tradotta, a conti fatti, in una rinuncia a una piccola parte del superfluo. Una riduzione nel superfluo altrui si è dimostrata più che sufficiente per coprire il mio necessario e quello di altri, e questo dà da pensare, ma non divaghiamo.

Io ho fatto molti lavori nella mia vita, tutti pagati poco. Più un lavoro era qualificato, meglio lo facevo, meno persone erano in grado di farlo come me, meno guadagnavo – fino al mio lavoro migliore, i libri, per cui addirittura ci rimetto. Nel frattempo genitori, nonni e alle volte anche zii e persino, in rarissimi casi e discretamente, amici, mi davano del denaro – che io non chiedevo mai e che spesso ho addirittura rifiutato, fino a rendermi conto che era meglio per tutti prenderlo: per loro era in eccesso, ed erano talmente preoccupati per me che sarebbe stato meglio anche per loro che sapessero che io lo accettavo. C’è anche da dire, e mi scusino i miei benefattori che dovessero leggere qui, che io penso di fare un uso migliore di loro dei soldi che ho – anche perché per usare bene il denaro bisogna avere tanto tempo a disposizione. Non investo, non speculo, non spreco: compro prodotti biologici, locali, artigianali, usati, sfusi, controllando scrupolosamente la loro origine e sostenendo le economie più virtuose che posso, evito il più possibile i prodotti ad alto impatto ambientale, e condivido le case non mie con chiunque ne abbia bisogno per un giorno o un mese; inoltre, e anche qui mi riservo di approfondire in futuro, l’accoppiata basso reddito-buona informazione è la migliore che ci sia per l’ambiente: ho imparato a tagliare tutti gli sprechi possibili, a riciclare, ad autoprodurre, a recuperare nell’usato quello che mi piace dandogli nuova vita. Mi trovo in una situazione paradossale: non mi manca nulla perché mi arrangio, perché le persone sono buone con me, perché ho aguzzato l’ingegno e abbassato le aspettative, mangio bene e sano, vivo esattamente come e dove voglio, probabilmente sono utile per la società, eppure sono più che precaria, più che bohemienne, e povera, ma povera per l’Istat, povera nel senso ‘al di sotto di ogni soglia di povertà’, che se la soglia di povertà è un albero il mio reddito è alto quanto il muschio ai suoi piedi. Io sono anzi quasi uno spazzino sociale, sguazzo in fondo alla catena alimentare, raccogliendo detriti, facendo, proprio come in natura, dell’enorme spreco ecosistemico il mio personale nutrimento e utilizzando tutta la mia biologia perché quello che mi cade attorno rientri in circolazione. Non faccio esempi per non dilungarmi e perché ci sono già abbastanza blog sul fai da te – aspettate il prossimo libro o venitemi a trovare. Quindi, direte voi, di cosa esattamente ti lamenti? Io non mi lamento per niente: constato. Due cose mi tengono in vita, e non sono né la mia intelligenza né il mio impegno. Sono la mia capacità di vivere con pochissimi soldi e la disponibilità dei miei familiari e di amici ad aiutarmi materialmente. Ho lavorato, poco ma sempre, ma come ho detto mi sono accorta che era un impiego migliore del mio tempo fare gratuitamente cose utili che io ero in grado di fare in maniera diversa da chiunque altro, perché espressioni personali (tipo il blog), e accettare elemosine, piuttosto che trovare un lavoro – che comunque, ora a differenza di anni fa, non trovo se non in nero e pagato una miseria. Una società in cui il lavoro dei giovani rende meno degli avanzi degli avanzi del consumo dei più vecchi è una società che ha un problema.

Infatti quello che mi veniva dato era comunque quello che avanzava dopo che le persone che me lo davano avevano non solo soddisfatto tutti i loro bisogni, ma anche gli sfizi e i desideri e addirittura fatto acquisti di cui si erano pentiti. Per questo io accetto. Faccio un altro esempio. Recentemente ho presentato il mio libro tramite un circolo culturale che organizza cene a pagamento con presentazione di un’opera. È andata, secondo me, molto bene: la persona che mi ha invitato, una donna molto in gamba, ha fatto un’introduzione interessante e profonda; il pubblico era partecipe, il posto bello e il cibo buono. Solo che non c’era nessuno, ma proprio nessuno tranne me e mia sorella, di giovane (a meno che non si considerino giovani i cinquantenni, come ora si fa). Di per sé non è un problema, perché io presento volentieri davanti a chiunque, però non riuscivo a far capire in nessun modo alle curatrici di questi eventi che no, non potevo coinvolgere miei amici giovani nelle loro attività, perché nessuno di loro spende 25 euro per sentir parlare me, o chiunque altro, di cultura. Si potrebbe interpretare questo fatto come scarso interesse, e sicuramente io ho amici che spenderebbero anche più di 25 euro per un concerto-evento a cui io non metterei mai piede, o per bere e mangiare a sbafo, ma non per sentir leggere poesie. È più vero ancora, però, che pochi hanno i soldi per un evento culturale che non sia proprio imperdibile, men che meno se quei soldi non vanno al relatore ma a pagare una cena e per il libro bisogna poi scucirne altri. Il discorso è complesso, e capire il giusto equilibro tra cultura gratuita, cultura pubblica e cultura per cui paga chi la vuole lo è ancora di più. Ma in questo caso la differenza generazionale tra i pensionati ricchi che potevano sborsare serenamente 25 euro per sentire me e cenare e i giovani che quei soldi o non li hanno o li devono mettere via per pagare il mutuo o la macchina o persino quel minimo sociale necessario, come le ferie, per non passare per balordi come me era particolarmente stridente, e il fatto che io non riuscissi a farla capire molto eloquente. La cultura potrà anche tornare a essere gratuita, improvvisata, popolare, informale, dal basso, e magari sarà un bene – ma nessuno toglierà a questi pensionati che ci stanno soffocando i loro soldi in eccesso, finché non moriranno: ed è questo il problema.

Ho altri esempi così, comunque: la vita culturale che osservo tra la gente benestante che ha più di cinquant’anni e quella dei giovani mi appaiono estremamente diverse, e non solo per le diverse età della vita. I giovani si aspettano eventi gratuiti e hanno voglia di bere – i vecchi bevono vino buono e vanno a eventi di lusso, o stanno davanti alla televisione.

So che ci sono anche i famosi pensionati con la minima, che faticano ad arrivare a fine mese, e che non tutti quelli della mia generazione sono dei morti di fame rispetto ai loro genitori: molti hanno un lavoro (tra l’altro, spesso i lavori meno utili per la società, meno sensati, o addirittura dannosi, sono quelli che rendono di più, e viceversa. Altro motivo per cui vivo così). Pochi però, come dicevo, hanno una casa, e nessuno he ha più di una. È normale, direte voi: più passa il tempo più si riesce a risparmiare e si accumulano investimenti. Non è proprio così, però. Le persone che ho in mente io si sono potute permettere case e risparmi forse grazie a una struttura generazionale particolare, per cui chi stava sotto non aveva tanti vecchi da mantenere e non faceva troppi figli, e sicuramente grazie all’orientamento della spesa pubblica: stipendi pubblici generosi per lavori più o meno utili e pensioni premature, e liquidazioni, assolutamente sproporzionate rispetto ai contributi versati. Rimando ai miei post passati, in cui spiego che la pensione, per come è ora, è un’ingiustizia totale, che chi la riceve non ha versato i contributi per averla, e che l’Italia spende per le pensioni molto di più di praticamente tutta l’Europa e l’Occidente. Solo un dato, per ora: la spesa pensionistica italiana, la più alta della zona OCSE, rappresenta il 17% del Pil.

Inoltre, i pensionati costano non solo in pensioni e liquidazioni, ma anche in sanità. Più vecchi si è più si va curati, ma il problema non è solo qui: la vecchiaia, la noia, l’eccesso di tempo libero portano molte persone a intasare ospedali e cliniche senza un vero motivo, con la complicità di medici insensibili o intimoriti che prescrivono esami che non servono, e così le liste di attesa si allungano a dismisura e per molti giovani le cure iniziano ad essere troppo complicate o troppo costose – di fatto, anche se non ufficialmente, proibite.

Pensate se io, invece di passare anni a rifiutare soldi per orgoglio, offerti come elemosine da chi li riceveva spesso senza meritarli da uno stato che a me invece non da nulla, a trattare per avere meno e a interrogare continuamente la mia coscienza, avessi diritto a un reddito mensile così come chiunque altro nella società, reddito finanziato tassando proprietà, pensioni d’oro, alti stipendi. Sarebbe un mio diritto, e non la gentile concessione di qualcuno. Sarei libera di imparare, fare, investire, produrre nel senso migliore del termine. Soprattutto, potrebbe fare tutto questo anche chi come me ha buone idee ma non ha una famiglia benestante. Nessuno avrebbe scuse per rubare, ci sarebbe meno rancore sociale, meno disuguaglianze, meno gioventù schiavizzata.

Una proposta, quindi, è la tassazione dei redditi e della proprietà, e delle grandi pensioni, per redistribuire il denaro tramite reddito di cittadinanza. Tassare le grandi ricchezze in tutte le loro forme potrebbe servire anche a ridurre le tasse sul lavoro, e quindi forse (non è così semplice) ad aumentare gli stipendi. Come ho già scritto, valgono più tante pensioni immeritate di interi stipendi guadagnati con il proprio lavoro.

Un’altra proposta è incentivare ancora di più l’affitto: pagare un alto imu per la seconda casa può bastare per spingere ad affittare o vendere, ma per ora non sembra colpire in maniera sufficiente palazzinari e grandi proprietari. Va aumentato e in parallelo va condotta una campagna che ne spieghi le ragioni. Così verrebbe meno, tra l’altro, anche la scusa dell’alloggio per continuare a cementificare l’Italia.

Faccio un’altra proposta ancora più radicale, che magari spiegherò più approfonditamente in futuro. La generazione dei miei nonni è rimasta orfana più presto di quella dei miei genitori e della mia. Lasciamo stare l’aspetto emotivo; dal punto di vista delle risorse, i grandi vecchi sono un dramma: continuano a possedere case che spesso sono troppo malati per occupare o troppo conservatori per affittare, e che giacciono lì vuote. Non propongo nulla di nazista: sono fermamente convinta che non potremo permetterci ancora per molto di tenere in vita le persone così a lungo e in condizioni così pietose come facciamo ora, e che questo sia un bene sia per loro che per la società, ma non serve arrivare a tanto per attuare la redistribuzione necessaria. Basterebbe prendere in considerazione questa mia semplice proposta: abolire l’eredità.

In fondo l’eredità è un’ingiustizia: significa dare a persone che non hanno fatto nulla o quasi nulla per meritarselo proprietà accumulate da chi per un caso genetico o legale si è trovato ad averle come prole. Che merito c’è nell’essere amati in quanto figli? In un momento in cui le diseguaglianze sono, nel nostro paese ma un po’ in tutto il mondo, in aumento, in buona parte generazionali, e per un’altra buona parte invece ereditarie, con tutto ciò che ne consegue, quale misura migliore, più semplice, chiara ed efficace, dell’abolizione dell’eredità? Uno dice: ma come! Uno non è libero di lasciare i frutti del lavoro di una vita ai propri figli? Certo che lo è: prima di morire. Se fosse vero che i genitori sono così preoccupati per come staranno i figli dopo di loro, sgancino subito: che le case e i terreni passino di mano, con una tassa ovviamente, e non se ne parli più. Se invece il vegliardo vuole ancora vivere nella casa ma essere sicuro che l’avranno i discendenti, può chiederne l’usufrutto; al limite, si può cercare un meccanismo legale per cui, nel momento in cui una persona muore e le sue proprietà vanno alla collettività e quindi all’asta, i discendenti abbiano la possibilità di acquisirle prima a un valore di favore stabilito da dei periti e con qualche prestito statale agevolato. Ma che le paghino. Ci tieni tanto alla casa di famiglia? Fattela dare, oppure inizia a risparmiare così da potertela comprare quando i tuoi genitori saranno morti. Nessuno ha diritto ad avere più di questo.

Non pensate che tutta questa mia durezza sia dovuta a qualche rancore generazionale o addirittura una maschera che do a un insuccesso personale. Io ho scelto tutto questo, in un certo senso: credo talmente tanto in quello che faccio che sono disposta ad accettare per esso non soltanto la povertà, ma, ormai, anche l’umiliazione. Nessuno, men che meno i genitori, dà qualcosa senza umiliare, ed è per questo che scrivo questo post: per porre fine all’umiliazione generazionale. Non è per me che chiedo un reddito di cittadinanza, anche se ne beneficerei: qualche lavoretto qua e là lo trovo, qualche paghetta la prendo, i libri li vendo, qualcuno di voi addirittura mi ha aiutato con il blog. Non m’importa della mia vecchiaia: non sono sicura di arrivarci e il mondo sarà così diverso, quel giorno, che la pensione è l’ultima delle mie preoccupazioni.

(Ho visto di recente il bellissimo film su Leopardi, Il giovane favoloso, e mi si è riscaldato il cuore quando ho sentito che lui doveva addirittura umiliarsi a chiedere soldi ai genitori, che in parte lo disapprovavano. Marx, fonte wikipedia, era una delusione per sua madre perché non aveva la buona posizione in cui lei sperava. Non sarò né Leopardi né Marx, non preoccupatevi perché non ho questo genere di illusioni, ma sapere che due delle più grandi menti europee dell’Ottocento vivevano a scrocco e preoccupavano i genitori mi fa sentire in ottima compagnia)

Io dico queste cose perché non tutti hanno le mie fortune e, soprattutto, perché questa società non è giusta. È stato il petrolio: ha creato un benessere senza precedenti nella storia umana e quindi prodotto almeno una generazione, forse di più, che non riesce proprio a capire che il miracolo non si può ripetere – e che, pur di non rinunciare ai ‘diritti acquisiti’ (non esistono diritti acquisiti!!), e al tempo stesso di non sentirsi in colpa perché sta togliendo il pane di bocca ai propri figli, inventa spiegazioni del mondo che non rispecchiano minimamente la realtà. Dai miei familiari al nostro premier, dagli economisti all’uomo della strada, tutti pensano che la ricetta sia la stessa: spendere, consumare, far ripartire l’economia. Invece l’economia non torna come prima, non ci sono le basi storiche e materiali, e dobbiamo piuttosto fare i conti di quello che la società possiede e redistribuirlo più equamente. Ci sono diseguaglianze di classe, in buona parte ereditarie, ma anche diseguaglianze generazionali. Prima facciamo qualcosa, meno saranno disperse e distrutte le preziose energie della nostra gioventù.

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26 risposte a “diseguaglianze generazionali

  1. Guarda cosa scrivevo da Fausto in FarDiConto? Non esistono diritti non negoziabili.

    Non esistono diritti acquisiti!!
    Men che meno nelle pensioni che… dovrebbero essere …. quasi altrettanto abolite per responsabilizzare le persone.
    Abolire subito tutto quello a sistema retributivo e ridurle ad un massimo (ad. esempio 2000€ lordi al mese).
    Poi vedi casi come quello di Bonanni e capisci che il sistema è completamente corrotto e marcio.
    Le pensioni non guadagnate sono sfruttamento di altre persone.

    Anche io ho pensato spesso all’abolizione dell’eredità.
    E’ un meccanismo iniquo e massimamente antimeritocratico.
    Anzi, è ciò che favorisce l’accumulo e la concentrazioni di capitali a cavallo di più generazioni, la massimizzazione delle sperequazioni.
    Magari con qualche soglia di esenzione minima anche per garantire la continuazione delle attività agricole (e.g. legge del maso chiuso in Sud Tirolo).

  2. Cara Gaia,

    sono d’accordo con parte del tuo ragionamento, ma non condivido alcune delle tue riflessioni. Per evitare subito gli equivoci, ricordo che in questo blog mi sono *sempre* pronunciato sia a favore della riduzione di ogni tipo di disuguaglianze sociali (e dunque anche di quelle relative alla ricchezza), sia a favore della necessità di proteggere quelle che oggi vengono chiamate con nonchalance le ‘generazioni perdute’. Fosse per me, imporrei delle quote obbligatorie per i giovani – in analogia alle quote rosa – in ogni contesto: lavorativo, sociale, economico, politico, produttivo. Quindi sono in prima fila quando si tratta di tutelare i diritti e gli interessi delle fasce di età giovanili. Prima i giovani, poi le donne, e infine gli uomini.

    Fatta questa premessa, ecco le mie considerazioni: viviamo in un contesto che procede per (estreme) semplificazioni e che, colpevolmente amplificato dai media, tende a mettere i vari gruppi sociali l’uno in contrapposizione con l’altro. Per ogni parola c’è il suo polo opposto: giovani/vecchi, nord/sud, residenti/immigrati, lavoratori dipendenti/lavoratori precari, dipendenti pubblici/dipendenti privati, politica/antipolitica, etc. Basta una semplice notizia, la pubblicazione di un dato statistico, ed è subito guerra urlata: se il paese va a rotoli è colpa di X, oppure la responsabilità è di Y. Nessuno si cura di approfondire o di contestualizzare il dato comunicato e, nel frattempo, chi deve menare fendenti per distruggere le ultime vestigia di scampoli di civiltà conquistati con anni di lotte, ha gioco facile.

    Le cose peggiori le pubblicano riguardo la previdenza e l’INPS. E’ facile capire il perché: la spesa per la previdenza costituisce una quota importante del debito pubblico, ed è relativa ad uno strato sociale su cui si può menare facilmente mazzate, perché i pensionati sono fuori, non hanno più alcuna forza contrattuale. E’ come sparare sulla croce rossa. Ma veniamo a noi: i dati più aggiornati (anno 2012) li ho trovati in questo prospetto del Sole24ore. [ E’ fatto abbastanza bene, fosse solo perché ricorda a tutti che l’INPS non paga solo le pensioni di vecchia/anzianità, ma anche le pensioni di invalidità (invalidi civili e del lavoro), di inabilità (chi diventa inabile durante il rapporto di lavoro), gli assegni sociali, l’accompagnamento agli invalidi, la cassa integrazione, e così via. Quindi tutti coloro che parlano di sistema previdenziale dimenticandosi della parte assistenziale – il welfare di ‘quelli che sono rimasti indietro’, come si diceva un tempo a sinistra – sono persone poco informate o in mala fede ].
    Nel link che tu citi, se si legge lo studio originale, si parla (figura 3 di pagina 15) dell’indice di crescita della ricchezza media per età, passata per i pensionati da 61,6% a 97,8% tra il 1987 e il 2008. Ciò vuol dire che la ricchezza media del pensionato (medio) è cresciuta del 36,2%, ed è quasi diventata pari alla ricchezza media calcolata su tutta la popolazione. Quello che non si riporta è quale sia l’importo assoluto di tale ricchezza media. E’ un fattore importante, perché se ad esempio un pensionato in media nel 1987 percepiva circa 500 euro (cioè una miseria), e con un incremento del 36,2% nel 2008 percepiva ben 681 euro (cioè sempre una miseria), non credo si possa certo addebitare principalmente ai pensionati i problemi di reddito della fascia giovanile della popolazione. Per me questa non è nient’altro che la solita guerra dei poveri, e sinceramente mi vergogno di vivere in un paese che non riesce a tutelare le categorie naturalmente deboli (cioè i troppo giovani e i troppo anziani). Vediamo allora quale sia questa ricchezza indebitamente conseguita dal popolo dei pensionati italiani in questi undici anni. Nell’approfondimento sulla distribuzione e la concentrazione dei redditi dei pensionati a pag. 91 dello studio del Sole24ore, si scopre (dalla prima riga della tavola 2.8.1) che il reddito pensionistico annuo medio di 11.495.550 pensionati su 16.761.497 (cioè di circa il 70% della popolazione dei pensionati) è pari a 10.013€/anno (cioè 834,42€ al mese). Neanche mille euro al mese, per una fascia di popolazione che in media ha consumi più alti a causa di spese mediche, assistenza (leggi: badanti), problemi di mobilità, etc. Allora di cosa stiamo parlando? Anche io ribollo dalla rabbia per la ricchezza media delle fasce giovani, che è scesa a poco più del 60% della ricchezza media perché sono sottopagati o non lavorano proprio, ma il problema a mio avviso non riguarda i pensionati: i soldi che mancano stanno da un’altra parte. Non nelle tasche dei pensionati medi.

    Se posso aggiungere un’altra osservazione – ma questa meno oggettiva perché relativa alla mia realtà sociale, che potrebbe essere ben diversa altrove – ogni volta che mi trovo in un contesto nel quale sia necessaria una partecipazione sociale, anche economica, coloro i quali sono più presenti e di solito elargiscono donazioni sono gli anziani: i giovani hanno quasi sempre di meglio o di più urgente da fare, e non hanno mai soldi. Così vedi il vecchietto che per contribuire alla causa si priva di spese minime (che però gli aumentano molto la qualità della vita), e giovani che dicono di non poter contribuire perché non lavorano, però poi pagano almeno otto euro a settimana (cioe 32 euro al mese) solo per far funzionare lo smartphone, per non parlare di concerti a 72 euro o dei pieni di benzina per auto/moto, oppure dei weekend last-minute a 200 euro con la morosa. Eppure i miglioramenti sociali dovrebbero interessare di più loro, visto che hanno un’aspettativa di vita maggiore degli anziani, che non questi ultimi. Forse se in tanti contesti culturali sono più presenti gli anziani che i giovani, non è solo per motivi economici, ma perché se si deve scegliere tra divertimento/sballo e cultura, di solito i giovani ahimè tagliano sulla seconda, e non sulla prima, avendone la possibilità.

    Anche io conosco pensionati della magistratura o del mondo accademico che fumano letteralmente con le loro pensioni stratosferiche il mio stipendio da fame, ma ti assicuro che qui c’è tanta gente che ha pensioni davvero irrisorie. La mia, se mai riuscirò a raggiungerla a 70/72 anni (a causa dell’aumento triennale dell’aspettativa di vita), sarà presumibilmente inferiore ai mille euro. Forse mi conviene più dignitosamente tirare le cuoia prima (dopo aver finito di pagare il mutuo, però).

    E’ un momento storico in cui giovani e anziani (indigenti) debbono restare uniti, e non dividersi, nella lotta contro chi invece detiene la maggior parte della ricchezza (sia esso anziano, maturo o giovane). Se ci fai caso, ad eccezione delle tasse sulla casa, nessuno propone mai una patrimoniale (che toccherebbe in misura minima giovani e anziani indigenti), ma i vari governi propongono solo le tasse sul reddito (che invece pesano sui giovani lavoratori e sui pensionati). Se si vuole fare una politica in favore dei giovani bisogna tassare i patrimoni, e non il reddito. Così si colpirebbero anche i pensionati ricchi, e di certo non il pensionato medio con 800 euro di pensione mensile. Il problema – a mio avviso – non sono in generale i pensionati, ma chi possiede/consuma troppo, indipendentemente da quale sia la sua età.

  3. In direzione uguale, ostinata e contraria.
    Ihihih

    Al contrario di Michele, io penso che esista sempre di più la necessità di scelte draconiane.
    Imposizione di un massimo (e.g. 2000€ lordi al mese) per TUTTE le pensioni con sistema retributivo.
    Dal punto di vista dei volumi non si otterranno risultati stravolgenti ma, lo saranno dal punto di vista etico, morale e di giustizia, esemplare ed educativo che sono MOLTO più importanti.

  4. Ciao Michele,
    siccome mi aspettavo proprio l’obiezione dei pensionati poveri, negli ultimi giorni ho passato mentalmente in rassegna tutti i pensionati che conosco. Non è un campione rappresentativo perché io vengo da una famiglia benestante e da una regione ricca, lo so, però tra tutti i pensionati che conosco – familiari, conoscenti, vicini, gente di cui ho sentito la storia – non solo non ce n’è nemmeno uno che sia povero, neanche lontanamente, ma hanno tutti un tenore di vita di gran lunga superiore al mio. E non pensare che non abbiano potere contrattuale: sono impegnati in politica, sono attivi nella società, e sono tanti. Non penso sia un male, per me è un bene che tutti siano convolti nella comunità, ma nel complesso in Italia il potere non è in mano ai giovani, ma ai vecchi! E non sono d’accordo con il sistema delle quote: se i giovani non sanno svegliarsi e prenderselo, il potere, non se lo meritano.
    Tornando ai pensionati poveri: ovviamente non significa che una questione non esista solo perché io non l’ho mai incontrata in vita mia! Ad ogni modo, ottocento euro al mese, più tredicesima, non sono pochissimi, se non hai figli da mantenere, la casa è tua, e hai l’esenzione per il ticket, come c’è qua. Inoltre, ci sono molti pensionati che continuano a lavorare, com’è giusto che sia, ma sono “costretti” a farlo in nero. Se uno ha troppi pochi soldi, può sempre cercare di integrare con un lavoro finché è in grado di svolgerlo. Altri pensionati integrano con gli affitti delle case, altri ancora hanno risparmi: ovviamente non tutti, ma è difficile dedurre dal mero reddito pensionistico medio quale sia il tenore di vita dei pensionati. Sempre sulla base della mia esperienza, per l’appunto, tanti integrano con altre fonti di reddito che ai giovani sono precluse.
    (Non sono riuscita a trovare nel testo la cifra di 681 di ricchezza media)
    Le contrapposizioni esistono, non sono un’invenzione per dividere i poveri. Quando le risorse si riducono, è naturale che tutti cerchino di difendere la propria fetta a scapito degli altri. Personalmente, io non andrei a toccare i pensionati con la minima: la mia proposta è l’eliminazione di qualsiasi assistenza (disoccupazione, pensione, cassa integrazione) al di fuori di quella ai disabili e di un reddito di cittadinanza per tutti con un incremento graduale a partire da un’età che potrebbe essere i 60 anni, ma senza superare i 1000-1500. Se questi soldi non ti bastano per vivere, e l’assistenza medica è pagata con i soldi pubblici, forse è colpa tua che sbagli stile di vita. Una delle tante cose che mancano alla nostra società è l’educazione al risparmio.
    Per me vanno tassati sia proprietà che redditi (medi e alti). Il pensionato da 800 euro al mese non ne risentirebbe. Tutti gli altri sì, però.

  5. Io non concordo con il tuo asserto che se uno è pensionato abbia automaticamente anche la casa di proprietà, le rendite, i patrimoni, il secondo lavoro, e così via. Per questo ritengo sia sbagliato criminalizzare un’intera categoria, e credo invece sia necessario valutare la situazione patrimoniale/reddituale complessiva di ogni singolo cittadino. Dei tetti su pensioni e stipendi sono sempre stato un sostenitore, ed è uno dei principali motivi per cui sono accusato di marxismo o comunismo. Che il governo poi elimini surrettiziamente questi tetti non fa altro che avvalorare le mie considerazioni sulle politiche e sulle logiche governative, garantendo i patrimoni a discapito di chi vive di reddito (di solito un operaio non ha la maxi-pensione, sono constatazioni piuttosto evidenti ma noto addolorato che non tutti hanno la capacità di farle).

    Tu parli di sanità gratuita, ma qui in Campania, così come in altre regioni (come la Liguria di cui ho notizia diretta), di solito nell’ultimo trimestre i fondi per la sanità cessano e le Regioni non coprono più le prestazioni sanitarie e gli esami medici. Si paga tutto al 100%, a meno di non voler attendere le liste di attesa di 1 anno e mezzo per le strutture pubbliche che sono al collasso. Puoi ben comprendere che se una persona giovane può in qualche modo resistere a questi tempi e travagli, un anziano solitamente non è nelle condizioni, ed è costretto a mettere mano al portafoglio, soprattutto in un periodo dell’anno dove di solito aumentano le criticità e i problemi di salute.

    Per come la vedo io, in questo momento di forte disoccupazione i pensionati stanno facendo da ammortizzatore sociale, aiutando con le loro magre pensioni i figli e nipoti disoccupati o sottopagati in nero. Ovviamente sto parlando delle famiglie che vivono del proprio reddito perché, stranamente, tutti coloro i quali hanno pensioni sostanziose, hanno poi anche la seconda e la terza casa, i lavori di consulenza e i figli e i nipoti tutti ben inseriti nel mondo del lavoro.

    Ci sono pensionati e pensionati, è questo il concetto che cerco di esprimere. Facendo una ricerca in rete su ‘pensionati estero’ (senza usare google che è il male) si scopre che 1 pensionato su 2 ha fino a mille euro al mese di pensione (ma questo lo sapevamo già dal Sole24Ore) e che ben 483.000 hanno scelto di trascorrere gli ultimi anni della propria vita in altri paesi dove il costo della vita è più basso ed è più facile accedere all’assisenza sanitaria (anche Floris ci ha fatto un servizio, se non ricordo male, ho trovato solo questo, pessimo ma meglio di niente). Sono stati creati anche portali in proposito, ad esempio voglioviverecosì.com, con una sezione ad hoc sui pensionati all’estero. Sui trends nelle disuguaglianze della ricchezza ha scritto ultimamente Picketty, e non mi pare abbia parlato particolarmente dei pensionati, ma piuttosto del capitale privato accumulato. Sono cose differenti, non confondiamole. Evitiamo invece che chi abbia già tanto, riesca ad usurpare ancora tanto pure allo Stato sotto forma di previdenza. Ciò potrebbe essere facilmente ottenuto imponendo un tetto alle pensioni. Però queste cose le fanno i governi di sinistra, quella vera… al cui avvento io non credo sinceramente più, a meno di non seguire il modello delle primavere arabe.

    A mio avviso la domanda che bisognerebbe porsi è perché mai ci siano persone che abbiano le pensioni sopra i 1500€ (reddito che probabilmente nella mia vita lavorativa non vedrò mai, e che mi cambierebbe la vita), la casa di proprietà, la casa al mare e quella da affittare, i figli uno dirigente lì e l’altro funzionario di là, e quelli che invece hanno le pensioni inferiori ai mille euro, pagano ancora il mutuo o sono in affitto, e passano pure qualcosa ai figli grandi che lavorano in nero per poche centinaia di euro al mese. Il famoso ascensore sociale è bloccato; se nasci in uno di questi due universi difficilmente finirai nell’altro e, in continua accelerazione, essi si stanno allontanando sempre più l’uno dall’altro.

    Questa è la mia personalissima percezione della società italiana attuale.

  6. Hai ragione quando dici che non tutti i pensionati sono uguali, e infatti a quelli che già hanno poco (meno o uguale a 1000 euro al mese) io non toglierei nulla. Non volevo neanche sostenere che un pensionato per forza abbia case in più e secondo lavoro, volevo solo dire che i dati sulla pensione media attuale non tengono conto di questi due possibili fattori, mentre non è lo stesso per le fasce più giovani, perché se hai un lavoro in nero difficilmente hai anche una rendita mensile aggiuntiva senza fare nulla in quel momento, e pochi giovani vivono dei soldi dell’affitto (io non ne conosco).
    Una cosa su cui non sono d’accordo, anzi questo è il motivo per cui ho scritto il post, è che i pensionati “mantengano” i figli e nipoti disoccupati. È proprio questo il problema: quei soldi sono sottratti ai giovani (mancanza di amortizzatori sociali, tasse alte), e poi restituiti a loro in piccola parte e come forma di favore. A parte l’Italia non esiste, a quanto ho letto, uno stato occidentale che abbia una spesa così sproporzionata per le pensioni, e questo è uno dei motivi principali per cui poi non ci sono soldi per amortizzatori sociali per lavoratori, giovani e famiglie. Per cui cominciamo pure a tagliare quelle d’oro, ma facciamo i conti anche sulle pensioni medie e soprattutto sull’età pensionabile, perché se smetti di lavorare a 60 anni non importa che tu prenda “solo” 1500 euro al mese: sono comunque troppi, se potresti ancora lavorare!

  7. Una delle frasi massimamente indigeste alla sinistra welfarista è quella proposizione di Gandhi secondo la quale ogni persona deve lavorare finché è in grado di farlo.
    La pensione fissa a 53, 55, a 57, a 60 anni è così ingiusta che ora i risultati di questa immane giustizia iniziano a vedersi.
    A questa colossale ingiustizia per dimensioni della base, si aggiunge la colossale ingiustizia maldestra sulle pensioni di vertice, d’oro di platino o come le volete chiamare, sempre con l’apologia di diritti pensionistici presuntemente non negoziabili, acquisiti sì, a spese di altri.
    Io penso che sia molto utile che emerga un conflitto e spero che esso porti quanto prima alla revoca di diritti presuntemente acquisiti. Sì sì, a spese dello sfruttamento altrui, un po’ come il debitismo che ha favorito il consumismo e la crescita più bieche (segna segna che poi passerà mio nipote o suo figlio a pagare i debiti del nonno) creando un debito che non si può più numerare, dire, nonostante sia in euro e non più nelle piccole lirette.

  8. Uno dei problemi creati sia dalla società del lavoro in cui viviamo, e conseguentemente della pensione per come la concepiamo, è che instaura una distinzione artificiosa e netta tra chi “lavora” e chi “non lavora”. Così, tante occupazioni che sono di fatto lavori salariati, come quelli di cura delle persone e della casa, di autoproduzione con condivisione dell’eccesso o insegnamento agli altri, di attivismo e volontariato, e così via, rientrano nella categoria del non lavoro, mentre chi fa un lavoro per cui è pagato, utile o dannoso che sia, lavora e basta e non deve giustificarsi di nulla. La pensione crea una cesura netta e per molti anche traumatica: un giorno lavori 8-10 ore, dal giorno dopo mai più neanche una. Non è che da un giorno all’altro diventi incapace di lavorare, semplicemente la società stabilisce una scadenza arbitraria e tu, pronto o meno che sia, la rispetti.
    Le conseguenze di questa distinzione netta, fenomeno complesso che ora affronto superficialmente, sono molteplici: vengono scoraggiate certe mansioni che potevano essere offerte gratuitamente, come appunto la cura, e si costringe ad assumere e pagare per esse; vengono umiliate persone che svolgono lavori utili solo perché non percepiscono un reddito, e il fatto che non si possa fare nulla senza un reddito e che queste persone non ce l’abbiano le rende dipendenti dagli altri (una casalinga dal marito, un figlio che aiuta in casa dai genitori o viceversa). Si perdono molti saperi, perché ognuno impara a fare solo un lavoro, e si costringe a utilizzare il denaro per ogni transazione, anche per quelle che sarebbe più vantaggioso effettuare in altri modi (rimando al blog dell’Arcidruido che questa settimana parla proprio di questo). Infine, si sperperano un sacco di soldi pubblici: se io incoraggio le persone ad andare in pensione poi le devo anche pagare, mentre sarebbe meglio che le incoraggiassi a fare qualcosa di utile per sè e per gli altri e corrispondessi al limite un reddito per questo.
    Io propongo, e non solo io, tanti sistemi per disinnescare questo meccanismo mentale e sociale pericoloso: incentivazioni al part-time con conseguente aumento dello scambio informale e dell’autoconsumo, pensionamenti più tardivi e graduali, reddito garantito a tutti ma basso e rimozione di qualsiasi forma ingiusta di amortizzatore sociale che si basi su differenze artificiose – perché ad esempio chi fa la stagione turistica ha la disoccupazione per il resto dell’anno, e chi si dimette dopo un periodo di tempo paragonabile o non ha il rinnovamento di un contratto no? Perché dare la disoccupazione a chi non lavora e sottopagare chi lavora, così che diventa più vantaggioso stare a casa?

  9. Credo che in fondo la vediamo allo stesso modo, solo che tu testimoni giustamente una realtà dove le pensioni sono medio-alte, e io invece tendo a vedere quelle medio-basse, che sono più numerose nel mio contesto. Se in una famiglia entra *solo* la pensione del nonno di 2000€, anche io credo che forse sarebbe meglio se si distribuisse reddito dando 1000€ al nonno e 1000€ al nipote (ovviamente mettendo anche il nipote in condizioni di essere indipendente, magari con un lavoro NON in nero); il problema che pongo è quando la pensione è di 800€, e non c’è molto da dividere. In quel caso – che pare sia la maggioranza secondo l’ISTAT – propagandare la questione generazionale mi sembra davvero aizzare alla guerra tra poveri. Di questi problemi in genere non si discute sui media, e li si tira fuori strumentalmente solo quando fa comodo per attaccare ora questa categoria (i giovani choosy o fannulloni) ora quella (i pensionati dalle pensioni d’oro). In Italia mai che si faccia una discussione serena e oggettiva. Altrimenti correrremmo anche il rischio di risolvere i problemi e migliorare.

    Quanto all’età pensionabile, grazie alla Fornero è stata alzata per tutti (sia uomini che donne) ad oggi a 65 anni, più un adeguamento incrementale di 3 mesi circa ogni biennio. Questo incremento aumenta in accordo con l’aspettativa di vita: il secondo adeguamento è previsto nel 2016 (pari a 4 mesi); il terzo dal 2019 pari ad ulteriori 4 mesi. Dal 2019 in poi gli adeguamenti sono a cadenza biennale: 2021, 2023, 2025 e così via (gli aumenti sono stimati in circa 2-3 mesi a biennio). La clausola di salvaguardia della legge impone – anche se si sviluppasse un morbo che facesse morire tutti entro i 60 anni, per cui l’aspettativa di vita crollerebbe di colpo – che l’età per avere diritto alla nuova pensione di vecchiaia dovrà essere pari ad almeno 67 anni dal 2021 (cioè, se in base agli incrementi alla speranza di vita non si raggiungerà questo livello, si procederà comunque in modo automatico a fissare questa soglia). Se volessi andare in pensione nel 2030, dovrei avere almeno 68 anni e un mese; e, senza avere almeno i 40 anni di contributi, cosa peraltro frequente a causa del ritardato ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, mi ritroverei pure con l’assegno pensionistico ridotto. Capisci a cosa stiamo andando incontro? Lavorare fino a 70 anni, per poi ritrovarsi con una miseria in mano. Questo il sunto della grande riforma Fornero. Quando lavori in un contesto in cui sono presenti lavoratori anziani (sopra i 55), anche se non fanno lavori usuranti, ti rendi conto che diventa difficile per loro, perché iniziano ad avere una serie di acciacchi che ne pregiudicano l’attività lavorativa. E’ biologia: il tuo metabolismo inizia ad incrinarsi, e tutta una serie di attività che prima ti erano facili, naturali, diventano difficili da portare a compimento. E’ vero che si allunga l’età della vita, ma come vivono queste persone dalla vita «allungata»? Nelle pubblicità o in rete li mostrano felici e ridenti mentre scelgono paste adesive per la dentiera o acquistano pillole di viagra… io nella realtà non li vedo così.

    Due settimane fa ero alla stazione aspettando il solito treno in ritardo per andare a lavoro; essendo saltate già due corse, c’era più gente sulla banchina, tutti raccolti in piccoli capannelli. Alla mia sinistra, a qualche metro, un capannello formato da signore in età (credo insegnanti) che cercavano di rassicurarsi l’un l’altra sulle condizioni di affollamento del treno prossimo venturo. Le raggiunge dopo poco un uomo sulla sessantina, abbastanza emaciato, mal vestito però signorile, che le saluta e le ascolta in silenzio un po’ in disparte. Un bidello o un addetto di segreteria – immagino – perché nel gruppo è defilato in un ruolo subalterno. All’improvviso l’uomo ha un accesso di starnuti e, ben educatamente, si allontana di qualche passo dal gruppo e si rivolge verso i binari. Esplode in uno starnuto fortissimo, che gli fa volare la dentiera e lo lascia incredulo a guardare i suoi denti che gli rimandano lo sguardo dal pietrisco delle rotaie. Scatta la campanella che segnala il sopraggiungere del treno, e lui resta imbambolato: gettarsi sui binari per raccogliere la dentiera, o aspettare che il treno vada via? Si avvicina ai binari e fa per scendere, le signore se ne accorgono e inorridiscono non capendo il gesto, una lo blocca per un braccio e lui girandosi biascica, senza i suoi denti, che non li ha più perché gli sono caduti lì, che deve riprenderli. E’ molto imbarazzato e umiliato, non si capisce niente di quello che dice. Le signore, con quella dolcezza e compassione di cui solo le donne sono capaci, lo dissuadono dallo scendere dai binari e lo invitano a recuperarli dopo la partenza del treno, che nel frattempo arriva; lui si convince, le saluta, si stringe nelle spalle e si fa sotto sotto la parete della stazione, guardando dall’altra parte. Le donne entrano nel treno, che è stracolmo. Anche io entro, meccanicamente, stupidamente – che coglione -, senza restargli accanto, e mentre il treno riparte dai binari e si allontana lo vedo piangere in silenzio. Lo immagino scavalcare la banchina da solo, raccogliere da solo la dentiera (sperando che non si sia rotta), riporla in un fazzoletto e poi in tasca, e aspettare nuovamente per mezz’ora un altro maledettissimo treno per andare a lavorare in ritardo, e per di più senza denti in bocca.

    C’è una cosa che si chiama dignità, che a queste persone viene tolta ogni giorno. Anche costringendoli ad andare a lavorare fino a 68 anni, in posti dove devono scusarsi con tutti perché diventano lenti a coordinare il movimento del mouse, oppure non ce la fanno a restare seduti per 8 ore perché gli si gonfiano le gambe, oppure perché hanno già subito più interventi chirurgici, o sono reduci da chemioterapie. Oppure perché, molto più semplicemente, gli è volata la dentiera alla stazione, e adesso i colleghi o i clienti hanno difficoltà a capire il suo biascicare sdentato.

    A me non piace una società che tratta i suoi vecchi in questo modo, e voglio cambiarla. Quando le colleghe in stato interessante vengono al lavoro, nessuno fa loro sconti: a me è capitato anche di vedere capi che chiedono a signore col pancione di prendere faldoni pesanti o fare altri lavori che una qualsiasi persona dotata di buon senso non chiederebbe mai ad una donna in avanzato stato di gravidanza. Sei venuta al lavoro? Allora vuol dire che lo puoi fare. Lo stesso vale per i colleghi anziani. E se diventano più lenti, meno reattivi, più incostanti nel rendimento, i capi cominciano a rimbrottare, a fare allusioni, battutine, a trattarli come lavoratori di serie B. Si sa, quello è vecchio. I problemi esplodono quando iniziano ad aggravarsi, ed interviene il medico del lavoro, che inizia a demansionarli, vietandogli quella o quell’altra attività. Allora non li vuole più nessuno, perché nel certificato c’è scritto chiaro e tondo che il sig. Tal De’ Tali non è più abile allo svolgimento di quella o quell’altra mansione lavorativa, e il capo non può più farci nulla. Allora mi domando: è coerente uno Stato che obbliga un anziano ad andare a lavorare fino a quando è palesemente incapace di svolgere efficacemente il suo lavoro, e allo stesso tempo lascia per strada giovani che quel lavoro potrebbero svolgerlo senza difficoltà? Per me, uno stato che agisce in tal modo danneggia con un colpo solo entrambe le categorie. E’ per questo che giovani e anziani dovrebbero essere alleati, e non in competizione tra loro.

  10. Io penso che l’aspettativa di vita sia come l’economia: ci si aspetta che possa aumentare per sempre solo perché in un lasso brevissimo ma quasi ininterrotto della storia umana ha fatto così. Ad un certo punto, anche quella smetterà di crescere, e allora se vigerà ancora lo scatto automatico (e ne dubito) ad andare in pensione saranno solo i morti.
    Non ha nessun senso, nessuno, stabilire un’età pensionabile. Non invecchiamo tutti allo stesso modo e non facciamo tutti lo stesso lavoro. Bisogna garantire un minimo vitale a tutti, rendere possibile ridurre o modulare l’orario di lavoro, e creare una società in cui un anziano non fa i lavori da giovane se non ci riesce ma neanche passa il tempo a divertirsi o a fare quello per cui prima non aveva tempo perché prima invece lavorava troppo. Io ho visto anziani, e intendo almeno ultrasettantenni e spesso ottantenni, tenere orti, produrre cibo e vino, spaccare la legna, allevare cavalli, aggiustare macchinari e aggeggi di ogni tipo, remare vigorosamente, produrre maglioni, cesti, vestiti… in un’economia in cui a contare non è solo il lavoro salariato, ognuno potrebbe decidere come e quanto lavorare e al limite, se è stanco e un po’ rimbambito, sedersi sulla poltrona a lavorare il legno, scrivere o fare a maglia per parenti, amici, o per un piccolo commercio informale, finché non riesce a fare nemmeno quello, se arriva a quel punto. E allora, se davvero ci teniamo alla dignità degli anziani, permetteremo loro anche di morire, invece di imbottirli di pillole, interventi, paranoie, incitazioni a non crepare, finché li convinciamo di essere immortali o di doverci almeno provare.

    (Sono temporaneamente a Udine per dare una mano con Suns, non stupitevi se rispondo subito ai commenti 🙂 )

  11. Per un attimo ho pensato che fossi rimasta chiusa in biblioteca, o avessi scoperto le proprietà dipolari trasmissive dei tuoi rampicanti in giardino.. 😀

  12. complice il maltempo, sono riuscito a leggere buona parte dei post precedenti e devo dire che in linea di massima condivido l’idea di Michele Testa da Napoli. A mio avviso al momento ci sono differenze generazionali dovute al transito da una fase economica all’altra. E tuttavia, dato che la direzione che sta prendendo questa trasformazione economica è evidente, non tarderà troppo ad avvenire un riequilibrio in questa stortura, nel senso di un livellamento verso il basso delle condizioni di vita.
    Quelli che sono anziani oggi godono sostanzialmente del fatto che hanno potuto accumulare reddito e diritti in una fase espansiva dell’economia, in tempi di capitalismo ancora almeno parzialmente redistributivo. Hanno avuto lavori buoni e sicuri, pensioni superiori a quelle future ecc ecc. Non saprei dire se per i loro tempi hanno avuto troppo o il giusto. Di certo è accaduto che sui diritti leciti si sono accumulati privilegi folli che ora pesano su tutti: baby pensioni, pensioni d’oro, organici delle pubbliche amministrazioni ipertrofici…..cose in parte fatte per fini elettorali, in parte perché semplicemente in italia non c’è, credo io, lavoro per tutti, e quindi si è proceduto a forme mascherate di assistenzialismo. Come quando si risolvono le crisi aziendali con i prepensionamenti.
    Altro punto a favore degli anziani è, da quello che mi pare di capire “a naso”, una forte rivalutazione del valore degli immobili negli ultimi 30 anni, cosa che ha messo nelle loro tasche un patrimonio e una forma di rendita molto cospicui e nel contempo però ostacola ai giovani l’accesso a un bene primario come la casa. (to be continued…)

  13. Per esempio, mi diceva mio padre che, a fine anni 60, una coppia con un reddito medio poteva comprare un appartamento decente con le economie di una manciata di anni. Un auto, per intenderci, non costava molto di meno. Ancora a fine anni 70 una coppia con reddito medio poteva comprare una villetta a schiera con giardino senza indebitarsi per 20/30 anni. Oggi, nonostante la crisi, il mercato immobiliare è ancora gonfiatissimo, specialmente nelle grandi città. Al che direi che la richiesta della nostra Gaia, di rimettere più o meno forzosamente “in circolo” le case sfitte (dato che case nuove in linea di massima non servono, se non forse di quelle popolari in certe città) mi pare logica. Io però direi che contemporaneamente è anche necessario prevedere che lo stato si faccia carico degli affittuari morosi, evitando che l’impossibilità legale di sfrattare gente in situazione di oggettiva difficoltà diventi un sistema per scaricare sul padrone di casa una forma di ammortizzatore sociale che non gli compete, e che senza dubbio scoraggia la locazione degli immobili.
    Dunque, se l’anziano ha goduto di questa fase positiva dell’economia, il giovane invece entra in una fase di restrizione continua dei diritti e di graduale impoverimento dello stato sociale. Come ho detto, non so se quanto viene assorbito dagli anziani in termine di rendite, pensioni, welfare sia oggettivamente eccessivo, stante la ricchezza nazionale, di certo è che i giovani devono convivere con una situazione di peggioramento delle condizioni di lavoro, sia economiche che legali, con una restrizione delle opportunità lavorative, con prospettive pensionistiche pessime ecc ecc ecc. e in più sospetto che abbiano una ridotta propensione al risparmio (punto forte invece dell’anziano). Non solo per l’impossibilità di molti di risparmiare, ma anche per la difficoltà a ridimensionare certi stili di vita tipici del nostro mondo edonista o per l’idea che il risparmio inizierà poi, in un futuro non ben definito, quando ci sarà maggiore disponibilità economica e sicurezza.
    Comunque, credo che in breve il gap generazionale andrà ridimensionandosi. Con il proseguimento del processo di deindustrializzazione , le fine degli ammortizzatori (cassa integrazione, mobilità..), l’entrata in vigore dei nuovi sistemi pensionistici ecc (con ecc intendo: prelievi forzosi sui conti correnti o altre forme di erosione del risparmio….) molti maturi/anziani verranno a perdere i vantaggi acquisiti in passato per fare i conti con una situazione che per loro risulterà forse anche più penalizzante che per i giovani (chi ti assume se hai più di 29 anni e non puoi fare il tirocinio con gli sgravi fiscali o non sei in mobilità? che ti paga i costi fissi di mutui ecc ecc che hai contratto in passato? la tua formazione scolastico/lavorativa ha ancora un valore o è ormai obsoleta?).
    Per ora basta.

  14. Se non gestita bene, questa transizione rischia di permettere a chi ha beneficiato del vecchio sistema di continuare ad accumulare le proprie ricchezze e poi lasciarle agli eredi, mentre tutti gli altri vedranno peggiorare la propria situazione e basta. Bisogna redistribuire prima possibile, perché più si accumulano le ricchezze, più o diventano intoccabili, o l’intera società precipita nel disordine (rivoluzione francese e russa…)
    Riguardo agli sfratti, è un bel problema. Temo che molti nel movimento nel diritto alla casa non abbiano buone proposte al riguardo: manifestano contro gli sfratti ma, se ho ben capito e spero di sbagliarmi, sono contrari anche al risarcimento del proprietario. Vista la ricchezza di molti proprietari di casa nelle città più critiche, questo potrebbe essere moralmente giusto, ma l’effetto alla fine è solo scoraggiare le persone dall’affittare le case, chi perché ne ha solo una e non può permettersi di tenere gente che non paga, chi perché ne ha molte ma è avido. Allora si potrebbe solo espropriare tutto, certo, ma questo, oltre ad essere politicamente improponibile al momento, non è vantaggioso: spesso si è in affitto perché si è di passaggio, o perché non si può o vuole comprare una casa – poterla prendere in affitto è un vantaggio, in questi casi, non un sopruso.

  15. Mauro davvero impressionante (e preziosa) la tua testimonianza sulla variazione della ricchezza media dagli anni ’60/’70 ad oggi. A volte quando leggo le pagine economiche sui giornali, mi sembra che chi le scriva abiti su Marte (o che io provenga da Saturno). Poi basta un minimo di memoria storica come la tua per rimettere le cose al loro posto.

    Ci vorrebbe un bel pulsantone ‘Back To Reality’ dietro alle teste di tante persone..

  16. Il conflitto intergenerazionale continua o si aggrava ulteriormente anche in Germania: pensione da 67 anni a 63 anni.
    Dietro, ancora una volta, lo zampino progressista-umanista antiecologista del SPD. La stessa roba del PD nostrano.

  17. Grazie! Intanto leggo che la ricetta è “creare occupazione” (come? se non ci sono riusciti fino adesso…) e privatizzare imprese e attività statali. Guai a toccare i ricchi, come al solito, piuttosto svendiamo quel poco che rimane aspettando che il passato ritorni.

  18. Il problema è che la crescita economica del dopoguerra e la crisi attuale non sono due eventi slegati tra loro. È anche e soprattutto perché chi c’era prima ha preso tutto, e lo detiene tutt’ora, che adesso non è rimasto niente. Se le risorse fossero state gestite diversamente, adesso non saremmo a questo punto. Purtroppo la tendenza umana sembra essere quella di espandersi quando si può, e lasciare i problemi a chi viene dopo.

  19. Segnalo un articolo di Jacopo Simonetta sul blog Effetto Risorse:
    http://ugobardi.blogspot.it/2016/02/espulsi-dal-paese-dei-balocchi-il.html

  20. gaiabaracetti

    Da L’Espresso: “Una linea di demarcazione fondamentale, perché lungo essa negli anni si è spostata una quantità enorme di ricchezza dai più giovani ai più anziani. Lo mostrano tra l’altro le ricerche della Banca d’Italia , secondo cui la fetta di reddito guadagnata dai giovani non fa che calare da anni – anche ben da prima della crisi economica – mentre quella delle generazioni più anziane regge quando addirittura non aumenta, protetta soprattutto dal sistema pensionistico.”

  21. Caritas: ora la povertà aumenta con il diminuire dell’età. Cioè, come vado dicendo da un po’, sono i giovani i nuovi poveri. Ma i sindacati continuano a pensare solo ai pensionati.

  22. Io non voglio che si “cresca”, nel senso che i mezzi di (in)formazione di massa danno comunemente a quel lemma.

  23. E anche il Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/28/i-vecchi-stanno-vincendo-la-lotta-di-classe/3128949/
    Che giovani imbelli, però. Io provo a fare la mia parte, con questo blog, e ormai persino sfidando apertamente i vecchi perché almeno si rendano conto. Bisogna iniziare a dirle queste cose.

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