trasloco

Chiedo scusa se interrompo temi seri con un messaggio commerciale, ma sto traslocando e, in questo momento, gli scatoloni dei miei libri costituiscono un peso, per cui ho deciso, nel caso potesse fare un po’ di differenza e qualcuno fosse indeciso se comprare un mio libro o meno, di offrirli per l’ultima volta in vendita ai prezzi scontati che si trovano qui – con spese di spedizione comprese, tranne che per le poesie se ordinate da sole (+1,50). Dopo di che inizierò a vendere i miei libri al prezzo pieno di copertina, per il semplice motivo che altrimenti non riesco a coprire i costi. Certo, i libri si possono trovare scontati su siti come IBS, e se preferite questa modalità io non mi offendo; in teoria, il vantaggio di comprarli da me potrebbe essere il fatto di avere una dedica, ma io non me n’ero accorta finché qualcuno non me l’ha fatto notare. Forse non dovrei fare pubblicamente questo genere di affermazioni, ma non riesco a capire il discorso delle dediche. Non fraintendetemi: alle presentazioni le faccio sempre se mi viene chiesto e le faccio volentieri, e ho anche un timbro personalizzato fatto da una mia amica con una serie di simboli che lei associa a me, e lo uso più volentieri ancora. Io stessa, in passato, sono andata in giro a chiedere autografi, ma ora provo un certo distacco nei confronti della cosa e addirittura fatico a capirla. Un conto è una dedica personalizzata, in cui l’autore scrive qualcosa di preciso a una persona precisa (e anche queste mi mandano in crisi, perché spesso vedo che le persone si aspettano qualcosa di diverso e io non riesco a scrivere secondo le aspettative altrui), ma che significato hanno un semplice nome con firma sulla prima pagina di un libro? È un trofeo che dimostra un contatto ravvicinato con un autore? Un feticismo? Un modo per aumentare il valore del libro nel caso l’autore dovesse avere molto successo?

Comunque, se qualcuno vuole la dedica la farò. Come vedete, i miei tentativi di vendita sono così maldestri da risultare piuttosto tentativi di non vendita. Negli ultimi anni ho scoperto di essere più brava a rifiutare denaro che a chiederne, il che è piuttosto interessante dal punto di vista socio-psicologico, ma qui divago.

Tornando al trasloco: a differenza di molti, forse di tutti, gli amanti dei libri, il mio obiettivo e vanto è possedere meno libri possibile anziché il contrario. Un libro è un peso, un impegno, e come in altri campi della mia vita la qualità viene prima della quantità. Il trasloco è il momento ideale per liberarsi del superfluo, e io sto cercando di liberarmi non solo delle copie dei miei libri in eccesso, ma anche di quei libri che ho, spesso perché mi sono stati dati, ma non ho interesse a leggere o rileggere e non voglio tenere – incontrando l’opposizione degli amici e parenti secondo cui dare via un regalo è una mancanza di rispetto nei confronti di chi te lo ha dato. No, no e no: un regalo dev’essere un gesto di libertà. Se possiamo disporre del ‘regalo’ più importante di tutti, cioè la vita (regalo nel senso che ci viene data e non è possibile guadagnarla), sicuramente possiamo disporre anche di tutti gli altri! Certo, non è bello vedere che qualcuno non vuole ciò che gli hai dato, ma non è peggio sapere che lo tiene controvoglia anziché usarlo per fare contenta un’altra persona? Comunque, la cosa interessante è che ho provato a vendere dei libri su un sito che io stessa consulto spesso, e non ci sono riuscita anche se alcuni dei titoli che offrivo sono bestseller (nota a chi mi avesse regalato libri di recente: quelli li ho ancora 🙂 ). Ci sono rimasta male, non tanto per motivi economici quanto perché il mio ambientalismo mi porta a soffrire quando non riesco a far incontrare domanda e offerta di merce usata e sono costretta a buttarla via. Farò un ultimo tentativo con il Banco Libero di Udine, se non li vogliono neanche lì li butterò nel bidone della carta.

Riguardo di nuovo ai miei libri, ho avuto una discussione con la casa editrice perché ho chiesto se fosse possibile aumentare il numero di parole per pagina. Loro mi hanno risposto che è un problema per gli ipovedenti e un indice di scarsa cura editoriale, mentre io associo alle pagine affollate testi densi e letture voraci, nonché un passato romantico in cui a causa dell’alto costo della carta, probabilmente, si cercava di minimizzarne l’uso. Io voglio risparmiare carta, voglio alleggerire gli eventuali traslochi dei miei lettori, per l’appunto, e voglio imitare i libri che mi piacciono, anziché quelli nuovi che vedo, belli diradati e spesso così poco interessanti… ma, al tempo stesso, non voglio affaticare la vista di nessuno. Se qualcuno avesse pensieri in proposito, sono graditi. I futuri volumi di Che male c’è, in ogni caso, dovranno essere impaginati allo stesso modo. E devono anche, in buona parte, ancora essere scritti, e a questo proposito la decisione di traslocare in un posto senza internet potrebbe finalmente venirmi in aiuto.

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13 risposte a “trasloco

  1. Per me i libri sono come persone. Nel senso che, quando li leggo, oltre a rappresentarmi mentalmente il loro contenuto, tendo anche ad immaginare l’autore e la voce dell’autore che mi legge il libro. Ovviamente non conosco l’aspetto, nè la voce, del 99,9% degli autori dei miei libri (sono quasi tutti defunti!), per cui questo processo mentale è erroneo e inutile; però non posso farci nulla, è la mia mente bacata (con cui mi sforzo di coabitare). Cerco sempre di NON conoscere l’aspetto o la voce degli autori che leggo, perché a volte mi è capitato di provare un senso di disagio, quando ho scoperto che erano assolutamente differenti da quelli del mio immaginario. Resto disorientato.

    A parte queste psicopatologie personali, per me i libri sono un’estensione del mio pensiero: tutte le informazioni che non trovano posto nella mia testa, sono (fortunatamente) custodite nei libri che si trovano sui miei scaffali. Ho una pessima memoria (ma davvero pessima) e dimentico i nomi di autori, i titoli, i protagonisti, le trame. Quando parlo di letteratura con qualcuno, probabilmente do l’impressione di uno che non legga mai, neppure sotto tortura. Quello che mi resta di un libro è il senso (so di essere oscuro ma non riesco a esprimermi meglio) e in quale relazione il libro si ponga con la mia visione del mondo e il mio sentire. Allora per me è necessario conservare i libri, perché quando qualcosa mi provoca una reminescenza, un frammento del libro si ripresenta alla mia memoria, e sento la necessità di rileggerlo per rievocare tutto il resto. Pur non ricordando i dettagli del testo e di tutto il resto, inspiegabilmente riesco a sapere a che altezza debbo aprire il libro per trovarmi nel punto che mi è tornato alla memoria. Davvero utile ricordare la posizione del testo e non il suo contenuto, ma forse è meglio di niente.

    Per me dunque è necessario conservare i libri, perché se li dessi via non potrei più riconsultarli e – a causa dei miei problemi mnemonici – è come se non li avessi mai letti. Il mio modo di leggerli come se in realtà fosse l’autore ad essero intento a leggerli a me, fa in modo che tenda a sovrapporre, identificare realmente l’autore col libro. Quando leggo è come se mi incontrassi con Neruda, Marài, Saramago, Borges, Yates, e quando li rileggo è come se li reincontrassi in un caffè dopo un lungo periodo di reciproca lontananza. Quando ho visto ‘Midnight in Paris’ è come se Allen mi avesse spiato. Chissà, forse è una comune patologia psichica. Diventano davvero come persone, e per questo mi riesce molto difficile separarmene: gli amici non si regalano.

    Relativamente alle dediche, per quanto mi riguarda, l’avere un pensiero dell’autore scritto di suo pugno all’interno del libro è un ulteriore rafforzamento nel percepire l’autore completamente sovrapposto alla sua opera. So che è sbagliato (e irrazionale), però io lo vivo così. Non ho mai chiesto autografi (non ne capisco il senso); però quelle rarissime volte in cui l’autore di sua iniziativa mi ha siglato il libro o scritto una dedica, per me è stata una dimostrazione di affetto davvero entusiasmante. E’ come se l’autore ti riconoscesse ufficialmente come suo lettore, e sancisse privatamente la relazione personalissima che intercorre tra lui e te. Per me la dedica di un autore al lettore è l’equivalente letterario della lettera d’amore tra l’amato e l’amante: l’amato riconosce te e l’amore che nutri per lui, e in qualche modo li legittima con la lettera/dedica. Come le lettere d’amore sono le vestigia di un rapporto affettivo, così le dediche sono le vestigia di un rapporto letterario.

    Scusami per questa (involontaria) seduta di psicoterapia.
    E’ la prima volta, per me, che posso confrontarmi con un autore.

  2. È molto interessante! Non posso parlare per nessuno scrittore al di là di me stessa, ma io vorrei sempre essere nella testa dei lettori dei miei libri per sapere cosa pensano e come reagiscono… ho un’amica che legge le mie bozze e le commenta con frasi, faccine, punti esclamativi, eccetera, e io non vedo l’ora che mi tornino indietro per vedere cos’ha scritto. Ovviamente non è possibile sapere tutti i pensieri, e neanche desiderabile, e poi quando qualcuno mi fa i complimenti mi imbarazzo e taglio corto e poi mi pento, però quel desiderio di fondo rimane sempre…
    Riguardo ai libri, non mi separerei mai (salvo cataclismi) da quelli che mi sono piaciuti e penso di rileggere – mi riferivo a quelli che non voglio leggere o rileggere, ma magari a qualcuno possono piacere. In realtà ho anche avuto il seguente dilemma: se un libro mi è piaciuto così poco che non voglio nemmeno incentivare altri a leggerlo, lo distruggo o lo dò via?

  3. Forse ti sembrerò strano, ma io credo che un libro – anche se pessimo – non andrebbe mai distrutto. Anche il «Mein Kampf» di Hitler o «Il marxismo e la linguistica» di Stalin.
    Per svariati motivi: il primo è che in un’opera pessima potrebbero esserci anche frammenti di valore. Se nel «Mein Kampf» Hitler affermasse, tra le altre cose, che la sovrappopolazione è un problema per l’umanità, non bisognerebbe rigettare l’idea solo perché provenga da Hitler o perché si trovi all’interno di un libro zeppo di informazioni sbagliate.
    Il secondo motivo è di ordine relativistico: ciò che è contrario/sbagliato per il mio senso morale, potrebbe essere giusto/corretto per un altro individuo, e ciò che per me è spazzatura, potrebbe essere un tesoro per qualcun altro. Io tendo appunto a non distruggere ciò che a me non serve, quando so che può tornare utile a qualcun altro. Questo discorso è valido, ovviamente, fin tanto che il libro non risulta ai miei occhi un vero danno per la comunità, e dunque la sua diffusione un ulteriore danno per tutti.

    Qui però mi sovviene un’altra riflessione, forse suggeritami dalla filosofia del software libero: molto spesso capita che nello sviluppo dei programmi, un programmatore possa codificare un errore. Nei casi meno gravi il programma ha un comportamento difforme da quello atteso, ma non compromette il corretto funzionamento dell’intero sistema; nei casi più gravi il programma malfunzionante compromette l’intero sistema (l’errore viene detto «vulnerabilità»), dando ad esempio la possibilità ad un altro processo non autorizzato di eseguire attività critiche per l’intero sistema. Gli ingegneri del software e gli esperti di sicurezza hanno più modi di evitare le vulnerabilità: riassumo brevemente le due direzioni (opposte) perseguibili. La prima è quella di nascondere la falla (non disclosure): evitare che l’informazione che può essere sfruttata da individui malevoli si diffonda a macchia d’olio, sperando che a scoprirla sia il numero minore di persone possibili. La seconda è quella di allertare l’intera comunità, dando tutte le informazioni possibili: qual’è il pezzo di codice bacato, dov’è che si trova, quali altri programmi ci interagiscano, e come sia possibile sfruttarne gli effetti per compromettere un sistema (full disclosure). In alcuni casi, sono forniti anche gli esempi che dimostrano come, sotto particolari condizioni o input, il programma bacato vada ad effettuare ciò che invece non dovrebbe mai compiere. Sembra davvero folle ma… in realtà funziona. Uno dei maggiori esperti in tema di sicurezza informatica, Bruce Schneier, in un post memorabile affermò che:Full Disclosure of Security Vulnerabilities: a ‘Damned Good Idea’. Allertare tutta la comunità che in un sistema c’è una falla, indicare dove sia e quale sia il modo per sfruttarla, ha tre effetti immediati: obbliga tutta la comunità ad affrontare direttamente il problema, senza girarsi dall’altra parte o delegare a terzi; costringe tutti gli sviluppatori a ricontrollare il proprio codice o i propri sistemi per verificare se siano soggetti a quella falla; manifesta a tutta la comunità in che modo si è verificato l’errore, insegnando a tutti le norme elementari per non ripeterlo (c’è dunque soprattutto anche un effetto educativo/culturale). Al termine della storia, dopo settimane alacri di lavoro in cui i sistemisti rimettono in sicurezza i loro sistemi e i programmatori riscrivono il proprio codice per fare sì che la vulnerabilità non si manifesti mai più, tutto ritorna ai tranquilli ritmi precedenti l’allerta, e l’intera comunità è certa di vivere in un ecosistema software più sicuro.

    Tutto questo sproloquio per costruire la seguente analogia: se c’è un libro davvero dannoso per la comunità («100 modi fantastici per avvelenare l’acqua – anche per i non esperti in chimica!»), forse è inutile nasconderlo o distruggerlo, perché ci sarà sempre qualche copia che si salverà, o qualcuno che ristamperà il testo, e qualche malintenzionato che la utilizzerà, sfruttando peraltro la mancanza di sensibilità al pericolo dei restanti membri della comunità, che sono ignari della faccenda. Se invece del libro se ne parla, se ne discute, se ne mostrano i pericoli, e si spiega all’intera comunità quanto esso sia dannoso e come fare per limitare i danni provocati da chi lo leggerà, probabilmente le teste sane se ne terranno alla larga, mentre le teste matte (che purtroppo ci sono sempre) saranno più facilmente identificabili, perché i membri ‘sani’ della comunità, conoscendo le minacce presenti nel libro (puoi facilmente inquinare l’acqua con il nitrato presente nei fertilizzanti!), sapranno immediatamente identificare i comportamenti nocivi messi in atto dalle teste matte sotto l’ispirazione del libro (un ragazzo che in una metropoli compri quintali di fertilizzanti. Che voglia avvelenare l’acqua?).
    Forse non dovremmo distruggere i libri ‘cattivi’, ma – utilizzando l’idea del «meme» introdotta da Dawkins ne ‘Il gene egoista’ (quale gene di informazione culturale che si evolve e si propaga utilizzando l’uomo come vettore) – dovremmo utilizzarli proprio come immunogeni per stimolare il sistema immunitario delle nostre società a reagire e a contrastare i memi dannosi. Un libro cattivo, insomma, come un vaccino.

    Auguri per il trasloco!
    Un abbraccio

    mk

  4. Grazie!
    Sono d’accordo con quanto tu dici, e in realtà io non avevo in mente libri “cattivi” quanto libri inutili. Sul fatto che esistano dei libri effettivamente pericolosi, e che oltre a servire da monito e andare affrontati possano anche influenzare negativamente qualcuno, non mi soffermo perché non ci ho pensato abbastanza per dare un contributo. Io penso piuttosto a libri mediocri, scritti male, poco significativi: se qualcuno li vuole a tutti i costi, posso anche darglieli, ma perché dovrei sacrificare il mio spazio prezioso, e soprattutto lo spazio prezioso del pianeta, per conservarli a tutti i costi? Io penso che ogni libro di scarso valore costituisca un ostacolo rispetto ai libri di valore a cui invece vorrei poter arrivare e aiutare gli altri ad arrivare. Ovviamente le valutazioni hanno anche un elemento soggettivo, ma non c’è niente di male: la memoria è anche una somma di soggettività, e il mio contributo alla qualità della memoria è cercare di preservare ciò che secondo me vale e facilitare l’oblio di ciò che secondo me vale poco. Se qualcuno non è d’accordo, prenda il libro che butto via, ma in fretta, perché la distruzione, di questi tempi, è veloce.

  5. D’accordissimo con te: anche io credo che lo spazio non è infinito, e ci si trovi sempre ad essere costretti a scegliere, per cui tra Moccia e Leopardi uno non è che poi abbia molte scelte… Sulla distruzione, se io fossi te – di cui non tesserò mai abbastanza le lodi per la tua capacità di scrittura – porterei tutti i libri ‘pessimi’ in quei negozi/bancarelle di libri usati (di solito ce ne è sempre uno nei pressi di scuole o università), o in una biblioteca, non prima però di aver scritto sulla seconda di copertina o sulla pagina del colophon un tuo breve commento su che cosa non ti piace di quel libro. Secondo me riusciresti ad essere molto efficace: io ho cominciato a seguirti folgorato dalla tua critica a Dal Lago (che a sua volta criticava Saviano).
    So che costa fatica, però sarebbe un vero e proprio vaccino sociale prodotto dalla premiata casa farmaceutica «Baracetti»!

  6. Haha, ottima idea! Ci penserò 🙂 L’idea comunque, come scrivevo, è di donarli al “Banco Libero” di Udine, che però non accetta tutto, e sono curiosa di vedere cosa prenderanno e cosa no.

  7. A proposito di traslochi e di case, non so se tu abbia avuto modo di vederla, ma ieri ho trovato davvero fantastica a Report la storia di Osman Kalin, un turco che, per costruire il proprio orticello a ridosso del muro di Berlino, ha sfidato (vincendo!) per anni sia i temibili vopos della DDR, sia la (inarrestabile) burocrazia della RFD, prima e dopo la riunificazione. Un bel video del suo orto e della sua casa, assolutamente ecologica, è qui (anche se in tedesco).
    Mi domando come mai non abbiano ancora scritto un libro o fatto un film su di una storia così umana, così carica di simboli e di valori positivi.

  8. Ciao Gaia,
    io sarei interessata a leggere i tuoi libri. L’interesse nasce dalla circostanza che sono prossima a trasferirmi in FVG, e, se ho ben compreso, nei tuoi libri c’è un po’ della tua regione. Ho occasione di venire ad Udine due volte al mese di persona. Posso contattarti via e-mail per accordarci? Grazie

  9. Ciao Erika,
    grazie per l’interessamento. Il mio indirizzo mail è gaiabaracetti [at ] yahoo.com Adesso abito in montagna, ma ogni tanto scendo a Udine; ad esempio tornerò a metà novembre. Non controllerò la posta tutti i giorni ma cercherò di farlo almeno due volte alla settimana, quindi scrivimi pure e ci mettiamo d’accordo.

  10. > Adesso abito in montagna, ma ogni tanto scendo a Udine

    Ero certo che tu l’avresti fatto, prima o poi.
    Stella, Stefania… 🙂

  11. Oh Gaia, di grazia, su che monte sei andata a rifugiarti?

  12. Non posso specificarlo pubblicamente: dovrete leggere il prossimo libro e cercare di indovinarlo 🙂 (ma se sei curioso posso scriverlo privatamente, non è poi un segreto così grosso)

  13. Scrivimi scrivimi Egregia Gaia. Sai mai che una volta arrivo, ignaro, in macchina proprio al tuo paese e ti trovo lì che me le dici di tutti i colori perché non ho preso il bus! 🙂

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