un partito della decrescita

Siamo vicini al tracollo. Forse anche a una terza guerra mondiale, o forse stiamo per essere invasi da ondate inarrestabili di migrazioni di massa (con relative aggressioni, caos e rimescolamenti) paragonabili a quelle che travolsero l’Impero Romano. Oppure verrà fuori qualcosa che ci salverà, oppure andremo avanti così ancora per un po’, in lento declino. Ci sono buoni motivi per ritenere probabili tutti questi scenari futuri, anche se quello del salvarsi grazie a qualche trovata miracolosa mi sembra il meno probabile: ci sono troppi problemi ed è troppo difficile che una sola soluzione vada bene per tutti.

In questo contesto, anch’io ho dei dubbi sul da farsi. Salvare il salvabile, prepararsi all’inevitabile, o fondare qualcosa di nuovo dato che ho tante buone idee? Mentre si raccolgono informazioni, in situazioni di incertezza simile, si cerca di fare del proprio meglio nel prendere decisioni sulla base di quello che si sa e di quello che si è visto succedere in casi precedenti, imparando dalla storia. Non mi illudo di poter conoscere il futuro.

Io mi sono fatta un’idea di dove si dovrebbe cercare di andare per riparare ai danni fatti finora e per farsi trovare preparati, almeno alcuni di noi, davanti a quello che sembra stia per succedere. L’ordinata ritirata è sicuramente preferibile al caos fratricida, ma non so se è possibile. Se lo fosse, io ho un’idea di come dovrebbe essere, e per attuarla ho pensato che ci vorrebbe anche un partito, oltre che un movimento di opinione, che si opponga alla retorica crescista miope e devastante, all’accettazione delle diseguaglianze estreme, all’aggressività internazionale ma anche alla superficialità di soluzioni troppo semplici, e proponga una società ed economia alternative basate sulla comprensione dei limiti, sul rispetto dell’ambiente e delle altre forme di vita, oltre che degli esseri umani, e in realtà su una serie di valori che effettivamente sono un po’ quelli miei personali, anche se si riallacciano alle idee di solidarietà, convivialità e autosufficienza presenti nella letteratura su economie alternative e decrescita. Ho provato a descrivere come dovrebbe essere un simile partito, e sarei interessata a sentire cosa ne pensate. Non credo che lo fonderò: non saremmo nemmeno in tre. E se lo fondassi non credo che prenderebbe molti voti e anche se prendesse molti voti farebbe comunque fatica a mettere in atto le sue proposte, data la complessità del mondo. Ma ho fiducia nel potere delle idee.

Ecco la mia proposta di manifesto di un partito della decrescita:

 

  1. La decrescita è una direzione e non, come la crescita, un imperativo assoluto. In alcuni ambiti è necessario un calo e in altri un aumento temporaneo. Concettualmente, la decrescita rappresenta un’alternativa al perseguimento della crescita economica a tutti i costi e all’istigazione al consumismo, le cui conseguenze sono la devastazione ambientale e la frustrazione legata all’eccessivo carico di lavoro e all’insoddisfazione materiale perenne. I consumi umani devono nel loro complesso essere ridotti significativamente; questa riduzione dovrà riguardare innanzitutto chi attualmente consuma di più, in particolare i megaricchi, e diventerà invece un aumento nei casi di persone che soffrono di malnutrizione o non hanno accesso a cure mediche sufficienti o ad alloggi dignitosi. Non può esserci decrescita senza redistribuzione: sarebbe iniqua e pericolosa.

  2. Un declino del livello complessivo di consumi umani e della media di consumi pro capite è inevitabile, almeno nel futuro prossimo: gli idrocarburi e in generale le risorse di economica e facile estrazione iniziano a scarseggiare, il clima sta cambiando, il livello di inquinamento è sempre più alto, le specie da cui dipendiamo per la sopravvivenza sono in crisi o a rischio estinzione, e la popolazione continua ad aumentare. Un partito che non tema la decrescita, ma capisca quando è necessaria e come guidarla è più adatto a queste sfide di un partito che promette di mantenere una crescita ormai impossibile e un tenore di vita insostenibile.

  3. La popolazione umana è cresciuta ben oltre la capacità di carico della Terra. La crescita sia di consumi che di popolazione sta causando la rapida estinzione delle specie con cui condividiamo questo pianeta e danneggiando anche la nostra. La decrescita da perseguire è quindi anche quella demografica, fino a raggiungere numeri più compatibili con le risorse del pianeta, con una maggiore qualità della vita e con il diritto delle altre specie di sopravvivere e riprodursi. Questa decrescita si può attuare attraverso sistemi preferibilmente non coercitivi quali la disponibilità gratuita di anticoncezionali, compresi vasectomia e aborto, una corretta informazione, un sistema di tassazione sfavorevole per le famiglie numerose (cioè con più di due figli), il rispetto della libertà di scelta delle donne e una sensibilizzazione sui danni causati da alti tassi di fertilità che porti le persone a fare scelte responsabili. Nei paesi, come l’Italia, la cui crescita demografica è dovuta esclusivamente all’immigrazione, è necessario porre un tetto il più basso possibile all’ingresso di nuovi esseri umani ad esempio accettando tanti immigrati quanti sono gli emigranti, e non di più. La decrescita demografica può essere attuata nel rispetto della dignità e della libertà, avendo come obiettivo la riduzione per quanto possibile delle sofferenze umane e prediligendo sempre i sistemi meno coercitivi quando parimenti efficaci.

  4. A guidare le politiche economiche, anziché il perseguimento della crescita, dovrebbe essere la soddisfazione dei bisogni umani con un leggero margine di superfluo; questi bisogni e questo margine non devono essere stabiliti rigidamente ma compresi e trattati attraverso un dibattito collettivo. Non esiste un ‘pacchetto’ ideale di consumi da imporre a tutti; piuttosto i singoli e la collettività devono considerare responsabilmente le conseguenze di ogni stile di vita o comportamento economico.

  5. La decrescita richiede una riduzione complessiva delle ore di lavoro salariato: attualmente, in nome della creazione di posti di lavoro a tempo pieno, si costringono le persone a sacrificare enormi porzioni della propria vita a singole mansioni spesso ripetitive, inutili e ambientalmente o socialmente dannose. Questo modello di vita e lavoro viene addirittura additato come positivo nella società attuale: qualunque politica ambientale per essere accettata deve poter promettere la creazione di nuovi posti di lavoro. La decrescita richiede invece una redistribuzione del lavoro passando per una riduzione dell’orario e conseguentemente del salario, accettabile alla luce di minori consumi e di un maggiore ricorso all’autoproduzione, con i conseguenti vantaggi per la creatività umana, comprensione del mondo materiale, varietà della vita e scambio conviviale.

  6. I sistemi di contrazione di debito devono essere messi in discussione e ripensati con il fine di evitare la necessità della crescita economica, rendite parassitarie quali la speculazione e l’ipertrofia finanziaria.

  7. A tutti i cittadini va garantito un reddito incondizionato di base, da finanziare con la redistribuzione delle ricchezze e i risparmi burocratici risultanti dalla semplificazione del sistema di sussidi attuale; questo reddito deve permettere il soddisfacimento delle necessità di base e consentire la libertà di scelta e di rifiuto di offerte di impiego, ma non finanziare spese superflue, nel rispetto dei principi della decrescita e del dovere morale di ciascuno di contribuire alla società attraverso qualche forma di lavoro, salariato o scambiato con lavoro altrui. In quest’ottica, la pensione va sostituita con un aumento legato all’età e comunque contenuto del reddito di base. Chiunque sia in grado di lavorare dovrebbe essere incentivato e motivato a farlo, compresi anziani e adolescenti, in mansioni compatibili con l’età, i desideri personali e lo stato di salute. Vanno aboliti sistemi che privilegino alcune categorie di non lavoratori rispetto ad altre, quali la cassa integrazione, la pensione e il mantenimento obbligatorio di ex coniugi. Contestualmente, sono da abolire anche i contributi versati in questo senso, e il reddito minimo come le altre spese vanno finanziati tramite la fiscalità generale.

  8. Sanità, scuola e altri servizi fondamentali vanno finanziati principalmente con denaro raccolto attraverso le tasse e quindi pubblico. Può essere prevista una compartecipazione di chi usufruisce del servizio; questa non deve però costituire una barriera all’accesso. Il finanziamento pubblico, però, non significa ‘più è meglio’. Bisogna non solo ridurre gli sprechi e i privilegi, ma anche interrogarsi costantemente su quanta scuola, quanta sanità, quanti servizi la società vuole ed è disposta a finanziare a scapito di altre cose.

  9. La decrescita non si riduce a un’idealizzazione del passato o a un rifiuto degli avanzamenti scientifici e tecnologici: piuttosto richiede di valutare caso per caso quali tecnologie migliorino la vita e l’ambiente, e quali invece siano dannose o completamente superflue. Quando è necessaria una decisione collettiva si procederà in questo senso; in altri casi la scelta di quali tecnologie adottare può rimanere individuale.

  10. Ogni regione, le cui dimensioni possono variare ma devono essere al di sotto di quelle di uno stato come l’Italia, dovrebbe puntare alla maggiore autosufficienza economica, alimentare ed energetica possibile. Questo permetterebbe una più attenta osservazione e valutazione dello stato delle risorse e dell’ambiente, nonché delle pratiche produttive e dei diritti dei lavoratori in loco; ridurrebbe i costi e i danni ambientali legati ai trasporti e permetterebbe una maggiore autosufficienza e indipendenza rispetto ad avvenimenti che si verificano altrove. Stimolerebbe anche la creatività e l’adattamento riducendo il ricorso all’importazione. Gli scambi non andrebbero aboliti, ma limitati per quanto possibile a ciò che si desidera ma non si può produrre localmente e alla solidarietà tra popoli in caso di calamità. Conseguentemente, ogni regione dovrebbe valutare la quantità di persone che è in grado di sostenere autonomamente, quantità che varia a seconda del tenore di vita desiderato e di parametri materiali come la disponibilità di acqua e il clima, nonché il diritto delle altre specie di sopravvivere e godere del proprio habitat. Il numero ottenuto a seguito di queste valutazioni dovrebbe essere tenuto sempre presente in qualsiasi decisione politica o economica. È necessario lasciare un certo margine in caso di improvvise catastrofi o aumenti di popolazione (ad esempio, l’accettazione di gruppi di profughi).

  11. Non avendo necessità di conquista di nuovi territori e materie prime, la decrescita è intrinsecamente pacifista. L’autodifesa è permessa, e in questo senso va mantenuta una preparazione sufficiente; l’intervento in caso di richiesta di aiuto di un’altra comunità vicina se aggredita va valutato con estrema attenzione e cognizione di causa.

  12. La decrescita, se attuata come sopra, permetterebbe la creazione di società conviviali e solidali. Meno oberate da orari eccessivi di lavoro, le persone potrebbero dedicare più tempo ai propri interessi e affetti ma anche alla cittadinanza attiva e alla partecipazione ai dibattiti e alle decisioni di interesse comune. Alla luce del principio di autosufficienza e dell’impegno di ciascuno nelle decisioni collettive, la democrazia della decrescita dev’essere più locale e diretta possibile. Il ricorso alla delega è limitato e comunque richiede controlli costanti da parte dei cittadini; livelli più centralizzati di decisione sono accettabili solo se resi necessari dalla scala (ad esempio per i trasporti a lunga percorrenza) e non coercitivi. Gli intermediari, la burocrazia, il numero di leggi e la complessità delle strutture devono essere ridotti il più possibile, compatibilmente con tutti gli altri principi qui espressi.

  13. La decrescita predilige la qualità rispetto alla quantità. A questo consegue anche una riscoperta di bellezza e un impegno di ognuno per rendere più bello, da tutti i punti di vista, il proprio mondo. Pur nel rispetto della creatività e dei gusti dei singoli la tutela, la creazione e il godimento della bellezza dovrebbero essere patrimonio comune, e non pratiche riservate a poche persone ricche, a poche mete turistiche o a pochi momenti dell’anno, mentre il resto del tempo e dello spazio rimangono soffocati da brutture e squallori.

  14. La libertà dei singoli di disporre della propria vita e di decidere quando morire dev’essere rispettata il più possibile. È ammessa la repressione di comportamenti dannosi nei confronti della comunità solo quando questo danno sia comprovabile a fronte di dati e di un dibattito razionale sulla natura dell’atto; la repressione di questi comportamenti nocivi deve essere ridotta il più possibile, proporzionata al danno, attuata nel rispetto dei diritti umani e finalizzata a nulla più che alla protezione della comunità. In quest’ottica, il consumo di droghe leggere sarebbe regolamentato ma concesso; i crimini economici sarebbero puniti economicamente, così da privare i colpevoli dei frutti del crimine e al tempo stesso impedirne la reiterazione; e i danni alla vita e incolumità altrui sarebbero sia evitati che puniti con misure di prevenzione (ad esempio, nel caso di incidenti stradali: incontro con le vittime, servizi di utilità sociale, divieto di guida a lungo termine o permanente pena punizioni più severe…).

  15. Nel rispetto del principio della libertà umana, anche se non è quasi mai possibile una decisione veramente unanime, il partito della decrescita aspira a convincere, non a costringere. Il suo primo obiettivo, antecedente anche all’acquisizione di cariche elettive, è diffondere le proprie idee e convincere le persone attraverso un dibattito onesto e razionale. Non sono ammessi tatticismi, né affermazioni menzognere volte ad acquisire voti, né incoerenze nel comportamento. Le idee vengono prima della struttura creata per veicolarle e della lealtà ai singoli individui, che comunque devono essere trattati con correttezza e rispetto. Il fanatismo è contrario ai principi di adattamento a condizioni mutevoli e di libertà di pensiero. La differenza di posizioni all’interno del partito è tollerata se ne sono rispettati i principi fondamentali; le decisioni vanno prese per maggioranza e la scissione o l’abbandono di alcuni, se effettuati con correttezza, non sono tragedie.

  16. Un partito che propugni questi valori deve rispettarli anche nel proprio comportamento. La militanza in detto partito non può quindi portare all’arricchimento né del gruppo né dei singoli, e deve piuttosto agire con morigeratezza e trasparenza. Inoltre, nel rispetto del principio di ritmi di vita umani e di responsabilità individuale, non dovrebbe essere il partito a cercare di attirare con pubblicità aggressive e fuorvianti gli elettori, ma semplicemente dovrebbe rendersi noto e mettersi a disposizione, lasciando che siano le persone ad avvicinarvisi. Dovrebbe adottare una sobrietà anche lessicale, usando il minimo numero di parole necessarie e rispettando il valore del tempo altrui. Un tale partito esisterebbe solo ed esclusivamente per promuovere in maniera democratica le convinzioni sopra esposte; farebbe alleanze solo se compatibilmente con i suoi principi e direbbe ciò che i suoi aderenti pensano anche se impopolare. Non entrerebbe nemmeno nel dibattito sull’essere un partito di governo o di testimonianza, perché si concentrerebbe sulla diffusione delle proprie idee con l’obiettivo di essere votato al solo scopo di avanzarle concretamente.

  17. La decrescita non è un insieme rigido di dettami ma una filosofia di vita che può essere adattata in maniera flessibile alle diverse esigenze, modificata con il cambiare dei luoghi, delle culture e dei momenti storici, nel rispetto anche delle differenze individuali. Come la crescita non è un valore assoluto, così nemmeno la decrescita: aumento e diminuzione sono esigenze relative alle circostanze in cui ci si trova e all’ambito di cui si parla. I capisaldi di questa filosofia, che rimangono, sono il rispetto dell’ambiente e dei limiti fisici, la solidarietà umana, la libertà e la qualità prima della quantità.

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29 risposte a “un partito della decrescita

  1. Egregia Gaia,
    ma quanto ci hai messo a formulare questo Manifesto del partito Baracetti? 🙂
    Io non ho letto tutto per filo e per segno, ma ti sei fatta un brainstorming mica da ridere. In linea di massima mi paiono cose ragionevoli e condivisibili (anche se io non sono in toto d’accordo sul reddito minimo garantito), soprattutto il fatto di riconoscere la necessità di dare una forma politica alla decrescita. Credo che come i vecchi socialisti dell’800, sia necessario anche prevedere un Internazionale dei decrescenti o decrescituri. Limitato ad un paese solo, un movimento del genere non potrebbe approdare a molto, temo.

  2. Razionale, realizzabile, sensato, equo, permette di pensare al futuro, semplice da realizzare con un po’ di impegno personale.
    Risultato: voti tendenti allo zero.
    La mia percezione è che la quasi interezza della popolazione non ha alcuna voglia di diminuire la propria impronta ecologica e spera, sostanzialmente, ce aumentando lo sforzo competitivo potrà aumentare sia numericamente che nei consumi.
    Ritengo che ci sia una sorta di destino biologico intrinseco alla specie che la condurrà a scenari via via peggiori.

    Ovvero si potrebbe pensare ad un programma di evoluzione culturale, filosofica, sociale che porti al paradigma della decrescita serena ma i tempi necessari per esso sono del tutto incompatibili con l’esplosione demografica e quindi dell’impronta in corso.
    Su questa cosa c’è un contributo interessante di Jacopo Simonetta in Effetto Cassandra.

  3. Sì, una delle questioni fondamentali è quanto si potrà fare volontariamente e quando dovremo fare per forza, oppure subiremo. Queste sono cose che, in buona parte, si possono capire solo dopo. Non credo nel dire “è inutile, quindi non faccio niente, aspetto che la – inserire forza fuori dal proprio controllo – ci pensi lei.” Sempre meglio provare ad anticipare, gestire, guidare i cambiamenti. E il modo migliore di cominciare, come diceva anche Gandhi, è dalla propria persona. Se poi non serve a niente pazienza, ma è importante provarci. Le nostre azioni hanno sempre una conseguenza, anche se insufficiente o diversa da quella anticipata, e non mi piace l’idea di essere testimone passiva degli eventi, anche se ovviamente ho un potere molto limitato.
    (Non so quanto ci ho messo a scrivere questo testo, ma non tantissimo, in fondo sono le stesse cose che dico sempre. Il problema semmai è che sarebbe potenzialmente sempre migliorabile e ritoccabile)

  4. Ciao Gaia, e complimenti per il tuo ‘Manifesto per la decrescita’.

    Se posso apportare il mio piccolissimo contributo critico, vi ravviso solo alcuni punti (a mio avviso) critici, che sintetizzo qui per puro spirito di dialogo, anche perché sono socraticamente convinto del ‘dialogo maieutico’.

    Il primo è di carattere generale: tu fai benissimo a sottolineare in ogni punto di considerare valori differenziali e non assoluti, perché vai a normare le politiche di evoluzione di sistemi complessi, e dunque consideri le grandezze caratteristiche di quei sistemi nelle loro transizioni da una fase all’altra. Questo è un approccio molto scientifico e a me sta benissimo; il problema a mio avviso sorge sulla soggettività con la quale si possono valutare i differenziali da te considerati. Mi spiego meglio con un esempio: quando nel punto 4 affermi «…questi bisogni e questo margine non devono essere stabiliti rigidamente ma compresi e trattati attraverso un dibattito collettivo. Non esiste un ‘pacchetto’ ideale di consumi da imporre a tutti; piuttosto i singoli e la collettività devono considerare responsabilmente le conseguenze di ogni stile di vita o comportamento economico.», postuli utopicamente una collettività che, «responsabilmente», effettui una stima di uno stile di vita o di un processo economico, ne valuti l’ecosostenibilità rispetto a dei parametri che qualcuno (la comunità scientifica internazionale? Un ente statale? Un organismo internazionale ambientale?) dovrebbe definire caso per caso e di volta in volta, e infine decreti ed accetti delle norme prescrittive condivise da tutti. Se vogliamo ragionare in termini locali di comunità, ciò che a me parrebbe uno sfruttamento moderato di una certa risorsa naturale X, per un’altra comunità potrebbe essere invece uno sfruttamento contrassegnato da un tasso di decrescita non adeguato. Pensa ad esempio a quanto accade per la guerra delle quote europee di CO2 per le compagnie aeree, che per alcuni Stati sono giuste ed accettabili, mentre per altri non lo sono. Se io nel mio spazio aereo impongo il pagamento delle quote di CO2 alle compagnie aeree, perché credo che inquinino troppo, altre comunità potrebbero valutare il fenomeno diversamente e regolarsi di conseguenza. Chi è che valuta il grado di responsabilità della collettività, visto che viviamo tutti in uno stesso mondo con nazioni (penso agli USA, alla Cina o all’India) che non mi paiono brillare particolarmente per «responsabilità» ambientale? Traslando la questione sugli stili di vita personali, mi trovo spesso ad osservare ‘teorici’ dell’ecosostenibilità che denunciano i comportamenti dei propri conoscenti quando si tratta di abitudini che essi stessi non praticano; e invece si auto-assolvono tacitamente quando le abitudini da biasimare sono le loro. Esempio: l’anti-automobilista convinto che usa solo bici e mezzi pubblici perché vive in un piccolo paese a misura d’uomo e biasima gli automobilisti, però fa un uso poco sostenibile dell’energia o dei dispositivi digitali (perché ad essi invece è sensibile). Oppure trova la morosa nel paese mal collegato a 60 Km di distanza e all’improvviso riscopre la sua vocazione automobilistica e si riconverte. C’è chi invece la bici la odia e fa un uso smodato di carne o altri alimenti ad alta impronta biologica, etc. Insomma, sono portato a pensare che, analogamente ai singoli individui, ogni collettività sceglierebbe in modo molto soggettivo il proprio percorso di decrescita, alcune – come succede oggi – rendendolo praticamente prossimo allo zero, oppure fittizio. Se la carica idealista è evidente, e forse anche dovuta in un documento come un manifesto, a mio avviso potrebbe però risultare foriera di modelli poco applicabili praticamente, a meno di non inventarsi delle forme di verifica/controllo condivise da tutti.

    Il secondo punto critico che rilevo è quello sulla mobilità degli individui, che tu subordini all’autosostenibilità di una comunità locale. Qui si aprono due livelli di confronto: il primo è di ordine giuridico-filosofico, se il diritto alla mobilità degli individui, peraltro sancito nell’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.”) sia subordinato o meno al diritto di ogni comunità di ottemperare alle proprie politiche di autosostenibilità. Tralascio questo aspetto della discussione, perché è veramente complesso, e di solito (non è il tuo caso, ma non ci sei solo tu) è il classico argomento su cui si scatenano le guerre di religione, perché i partecipanti intervengono con un giudizio precostituito intuitivamente, che cercano poi di giustificare (a se stessi e all’interlocutore) con argomentazioni logiche (me compreso, ovviamente! Sto leggendo un libro di Haidt veramente illuminante in proposito). Sono stato tutta la giornata a lavorare ai miei infissi con la smeriglitrice angolare e il pennello e non ho la forza per affrontare un dibattito su temi così emotivamente carichi, per cui do per scontato che la subordinazione sia giusta a priori, e proseguo oltre. Supponiamo allora che esista un paese in cui la popolazione – virtuosissima – non solo abbia conseguito il tanto agognato ZPG bilanciando perfettamente le nascite con i decessi, ma abbia anche tarato la propria consistenza demografica in modo da risultare autosostenibile in rapporto al proprio territorio. Supponiamo anche che questo territorio e la comunità che vi dimora siano una specie di Eden, detenendo il tenore e la qualità della vita migliori, rispetto a tutte le altre nazioni circostanti. In base al principio da te enunciato («…accettando tanti immigrati quanti sono gli emigranti, e non di più…»), in questo modo il paese perfetto diventerebbe assolutamente impermeabile all’immigrazione di qualsiasi tipo, in quanto per accettare un individuo in ingresso, dovremmo averne qualcuno che emigra, ma questo non succederebbe – o lo sarebbe in misura limitatissima – dal momento che nessuno si allontanerebbe spontaneamente per andare in un altro posto dove si vive peggio (siamo nell’Eden). Te la immagini una società così razzialmente chiusa? Non potrebbero più entrarci famosi calciatori stranieri, celebri starlet, eminenti professori universitari, ingegneri risolutori di catastrofi nazionali, premi nobel e quant’altro, a meno di non trovare dei cittadini disposti ad andarsene per fare posto loro. E a questo punto, sarebbe eticamente corretto mandare via il povero anonimo sig. Rossi, per fare posto all’ingresso del celebre luminare della medicina? Non dovremmo godere tutti degli stessi diritti, indipendentemente dal livello d’istruzione o dalla professione? Oppure ci sarebbero due tipi di immigrazione, quella ‘deluxe’ per gli individui ad alto impatto scientifico-economico-commerciale, in un certo qual modo sempre garantita, e quella dei ‘morti di fame’, da avversare in tutti i modi a meno che non si liberi un posto in ultima fila? In un contesto in cui aumenta sempre più la differenza tra il tenore di vita di differenti aree geografiche, io credo che sia pura utopia blindare di fatto le comunità con logiche matematiche (uno dentro, uno fuori) e non politiche, a meno di non blindare militarmente il territorio come era a Berlino, con un bel muro alto 3 metri e mezzo, le torrette con i Vopos, e i checkpoint per regolare il flusso “uno dentro, uno fuori”. Le maree dei disperati sono difficili da arginare.

    Il terzo punto critico è nel punto 10, quello relativo all’autarchia energetico/ecologica di una nazione. Anche in questo caso, io credo che il modello, perfetto nella teoria, risulterebbe di non facile applicazione, a meno di non coercere in determinati range l’impronta biologica di ciascun individuo. Se ho ben compreso, ogni regione dovrebbe, fissati alcuni parametri (quali «…il tenore di vita desiderato… la disponibilità di acqua e il clima, nonché il diritto delle altre specie di sopravvivere…», determinare il target di popolazione che riuscirebbe a sostenere compatibilmente con l’ambiente circostante. Supponiamo che il sistema di equazioni ammetta nel suo spazio delle soluzioni un numero N di individui, ciascuno con a disposizione m risorse in quantità q(m). Che succede se per un qualsiasi motivo un numero N/3 di individui raddoppiano il consumo della risorsa da q(m˳) a 2q(m˳)? Dobbiamo cacciare via dalla regione un altro terzo di persone per ripristinare le quantità totali di sfruttamento della risorsa ? Oppure dobbiamo imporre ai responsabili delle eccedenze di ridurre i propri consumi, magari risarcendo in qualche modo quanto sottratto agli altri? Io credo sia ancora una volta difficile arrivare ad una sorta di razionamento delle risorse, per far sì che abbia senso una correlazione tra numero degli individui e il loro sfruttamento, a meno che queste non siano davvero indisponibili, come succede nei tempi di guerra o carestia.

    Il quarto punto critico è sulla ‘non coercitività’ della coordinazione centralizzata al punto 12. Io comprendo il profondo e autentico principio autonomista che esprimi in quel punto, ma questo modello funziona solo quando i nodi periferici sono *tutti* virtuosi o disconnessi, e il nodo centrale è morboso e ingerente. Che succede invece, se i nodi sono interconnessi, e anche uno solo di quelli periferici non è virtuoso, ma adotta politiche che compromettono tutto il network? In questo caso funziona meglio il modello della coordinazione centrale coercitiva che, appunto in conseguenza della propria potestà, può costringere il nodo periferico dannoso a rimettersi in riga e smettere di danneggiare tutto il sistema. Io prevederei sempre un bilanciamento delle autonomie; e la coordinazione, se non è coercitiva, non è coordinazione, perché ognuno poi fa come gli è più comodo. Anche in questo caso, postuli comunità locali virtuose a priori; però forse qualche eccezione si potrebbe verificare, come già è successo per le quote di CO2 delle compagnie aeree (chi non vuole sottostare, se non c’è una forma di coercizione, inquina l’aria che però respiriamo tutti).

    Il punto 13 è intrinsecamente religioso. Davvero. Etica baracettiana. Però anche qui il rischio della soggettività è alto: ad esempio mi sono sentito rispondere, mentre ammiravo un paesaggio incontaminato, ma un po’ brullo: non mi dire che ti piace questa ‘landa desolata’! Non sarebbe meglio se ci costruissero un centro sportivo? Almeno ci sarebbe più vita… E’ la cultura che ci rende più sensibili a certe bellezze piuttosto che ad altre; forse sarebbe necessaria prima l’affermazione diffusa della cultura ambientale, che purtroppo qui da noi è ancora un po’ di nicchia.

    Sul punto 15, per quanto sopra esposto, è evidente che io non creda nel carattere unicamente formativo, e non in qualche modo impositivo, del ‘precetto baracettiano’. Parafrasando Marx e Engels nel loro manifesto… dittatura del baracettismo! Sarà che vivo in un posto dove per fare rispettare le regole ce ne vuole, ma dubito fortemente che le persone si possano convincere solo attraverso argomentazioni raziocinanti. Proprio tu, Gaia, dovresti essere un’ottima testimone di quanto sia difficile fare passare certe idee, utilizzando soltanto le armi della ragione e della dialettica. Per inculcare le buone abitudini, in modo tale che il soggetto le metta in pratica anche in assenza del controllore, c’è bisogno di un lungo periodo di apprendimento caratterizzato da una puntuale coercizione alle nuove abitudini, a meno che esse non siano tanto piacevoli da giustificare il costo dell’apprendimento con una gradevole e immediata attivazione del sistema dopaminergico.
    ‘No’ di principio al fanatismo e agli estremismi, però non puoi cambiare lo stile di vita di coloro ai quali è stato insegnato per anni a consumare indiscriminatamente, persuadendoli unicamente a vivere in parsimonia. Sarà anche un processo graduale, ma dubito che avrà luogo se non imposto in qualche modo (sanzioni, disincentivi, etc.). Pensa all’auto o alla differenziata, ad esempio.

    Un saluto affettuoso dallo (s)profondo sud.
    mk

  5. Ciao Michele,
    proverò a risponderti punto per punto, ma prima specifico che i miei sono indirizzi di carattere generale. Non ho la presunzione di esporre in un solo testo (o in qualsiasi numero di testi scritti da me, se è per quello) la soluzione a tutti i problemi del mondo e il modo di mettere in pratica questa soluzione. Io indico dei principi e delle direzioni, poi ovviamente bisogna discutere su come arrivarci e anche tentare meccanismi che sulla carta funzionano ma in pratica no, e quindi cambiarli.
    Detto ciò:

    1 – Se ho ben capito qui il problema è: chi decide, e come fai a convincere gli altri? Ovviamente non è tanto semplice. Ho visto però che, davanti alla minaccia del cambiamento climatico e dell’inquinamento, persino Stati Uniti e Cina sembrano iniziare a prendere decisioni unilaterali (per i dettagli rimando ai blog dedicati all’argomento) per ridurre le emissioni, e ho letto che è stato effettuato un sondaggio tra gli americani che si sono detti in maggioranza favorevoli ad un’azione del loro governo sul clima anche se unilaterale (credo di aver messo il link tempo fa). Io non sottovaluterei la capacità di sacrificio umana, anche se nella nostra era individualista, consumista ed egoista sembra difficile persino immaginarla. Se qualcuno prende un’iniziativa di questo tipo, gli altri potrebbero seguire, meno spaventati dall’idea di perdere terreno economicamente. Sulle incoerenze degli ambientalisti siamo d’accordo. Io penso che ognuno abbia diritto a qualcosa in più, a patto di limitarsi in altri campi – se vuoi mangiare carne più di una volta a settimana, allora vai a piedi; se ti piace spostarti, accetta di vivere in una casa piccola, eccetera. Come fare? Forse ti stupirà, ma io penso che una possibile soluzione sia l’uguaglianza economica: non c’è maggior incentivo allo spreco del poterselo permettere. Se tutti hanno più o meno lo stesso, con piccole variazioni, nessuno potrà inquinare più di tanto. So che c’è un certo sospetto nei confronti dell’idea di usare meccanismi di mercato per regolare queste cose, ma in certi casi funziona: “hai solo mille euro da spendere” mi sembra preferibile, anche per il rispetto della libertà delle persone, di: “allora, tu questo mese hai percorso… vediamo… cento chilometri in più di quelli consentiti, hai comprato due vestiti, hai mangiato…”

    2 – Ovviamente il conflitto tra libertà di spostarsi e autogoverno di una comunità è impossibile da risolvere: due volontà, diritti e libertà diverse cozzano. A meno che, ovviamente, una comunità voglia ricevere persone, ma se questo non accade quale diritto deve prevalere? Infatti la Dichiarazione dei Diritti Umani, che comunque è solo un documento umano e quindi fallibile, parla di libertà di movimento ma non di obbligo di accoglienza. C’è un bel buco. Detto ciò, costruendo una società non solo localmente ma anche globalmente equa, che è uno degli obiettivi, difficilmente ci sarebbero masse enormi di persone che si spostano. Utopia, certo, ma qui stiamo parlando di utopie 🙂 Nel mio “manifesto” ho anche parlato di margini da lasciare in caso di aumenti improvvisi di popolazione, proprio perché le eventualità di cui tu parli potrebbero verificarsi. Ovviamente poi bisognerebbe porsi il problema di come rientrare nei limiti. Riguardo alla società razzialmente chiusa, io sono dell’idea che né la mescolanza né la purezza siano garanzia di alcunché, se non di loro stesse. A quanto ho letto l’Atene classica era razzista e chiusa (oltre che misogina e schiavista), eppure abbiamo visto che vette ha raggiunto. Nell’attuale Italia multietnica, invece, il panorama è desolante. Ci sono molte altre variabili oltre all’incontro di culture per determinare a cosa può arrivare l’essere umano e la società. Inoltre, la mia regola del bilanciare entrate e uscite (un’idea non mia, dato che in altri paesi europei ci sono organizzazioni che esistono proprio per chiedere questo) può essere osservata lasciando dei margini positivi e negativi, non al numero esatto.

    3 – Non credo che sia difficile razionare le risorse. Se educhi le persone alla loro finitezza, queste accetteranno spontaneamente, salvo alcuni casi, il razionamento in momenti di crisi. Rimando al libro ‘Collasso’ di Jared Diamond, in cui parla di comunità isolane del Pacifico che ricorrevano addirittura al suicidio spontaneo come metodo di controllo della popolazione (per fortuna noi possiamo invece usare la contraccezione, anche se anch’io credo nel suicidio spontaneo in caso di età e stadi di malattia molto avanzati, ma magari ne parlerò più avanti)

    4 – Questo è un tema molto difficile. In teoria, se un nodo non è virtuoso il primo a collassare è lui – per esempio, se un comune spende più di quanto guadagna poi non può pagare quello che gli serve. Se le conseguenze ricadono sugli altri, si può pensare a un sistema di ritorsioni simile a quello delle sanzioni economiche, che in alcuni casi funziona.

    5 – Sì, ho presente. L’altro giorno ero in corriera che andavo verso Sappada, e dei vecchi seduti non lontano da me commentavano, attraversando i paesi della Carnia autentici e mezzi abbandonati in cui io vorrei andare a vivere: “che tristezza, qui”, mentre quando ci trovavamo in un centro turistico, pieno di parcheggi e di non montanari che giravano tra negozi e strutture create solo per loro, si entusiasmavano: “qui sì che c’è sviluppo!”. Questo è uno dei motivi principali per cui ormai se viaggio in corriera porto sempre un lettore mp3. Hai ragione: bisogna lavorarci. Io comincerei con il mandare un po’ di gente alla pinacoteca di Monaco, così vedono com’era l’Italia quando i pittori di tutt’Europa venivano a dipingerla, prima dei centri commerciali, delle concessionarie, dei capannoni e dell’esplosione demografica.

    6 – No, un po’ di coercizione ci vuole sempre. Io stavo parlando di come affermare certe idee, non certi comportamenti. Le idee non si possono imporre con la forza, ma se uno trasgredisce certe regole è giusto che ci sia una punizione (secondo i principi del punto 14 🙂 )

  6. Io il mio voto te lo darei; come (quasi) tutte le utopie, questa è dolce e sensata.

  7. L’utopia è dolce, ma metterla in pratica sarebbe, metaforicamente parlando, una strage. Immagina le resistenze a un programma che intacchi lo stile di vita della quasi totalità della popolazione e delle categorie in cui si raggruppa. Naturalmente, io sono convinta che per quasi tutti la vita risulterebbe poi migliore secondo molti parametri, ma si tratta di rovesciare non decenni ma secoli di lavoro intellettuale per dimostrare il contrario (inneggiamenti al benessere e a ogni tipo di ‘progresso’).
    Inoltre ci sarebbe la fatica opposta, cioè quella di evitare comunque lo scivolamento nella miseria.

  8. Infatti, io credo, un programma del genere necessiterebbe di strumenti non del tutto democratici per essere applicato in tempi non biblici.
    Generalizzando e semplificando, tutte le rivoluzioni che hanno voluto capovolgere alcuni aspetti fondamentali delle società in cui si attuavano hanno avuto delle svolte a dir poco autoritarie….

  9. Dipende, però. Ad esempio, un primo atto dell’ipotetico partito della decrescita potrebbe essere bloccare i lavori della Tav. Sicuramente ci saranno delle ripercussioni da parte dei vari potentati che hanno bisogno dei soldi legati all’opera, ma di sicuro non ci sarebbero rivolte popolari pro-treno.

  10. x Michele:
    La dichiarazione universale dei diritti (i doveri dove sono finiti) dell’Uomo non è uno scritto divino metafisico di verità e comandamenti.
    Era stato scritto in una cultura, in un luogo, in un tempo, con certe condizioni.
    Il diriito alla mobilità non ti permette di salire su un autobus già stipato, no!?
    Altre tue osservazioni sono importanti come contributo al realismo. Ora però io contestuelizzerei: il centralismo democratico (è il termine che si usa nella cultura di sinistra) è una dei pilastri del globalismo, dell’antiterritorialismo. Il mondo in questo momento ha bisogno di MENO globalizzazione, di chiudere , come fossero stive nello scafo di un merantile, connessioni, globalizzazioni, non di aumentarle.

    > Che succede se per un qualsiasi motivo un numero N/3 di individui raddoppiano il consumo della risorsa
    In un sistema sostanzialmente locale e “chiuso” se tu consumi le mie risorse io attivo contromisure e ti devo limitare, pena la mia sopravvivenza.
    Invece ora l’ingiustizia o l’iniquità viene scaricata all’esterno: tu prendi le risorse che con la tua fetta piccola (dovuta alla mia grossa) non sono sufficienti, dall’esterno, sfruttando Terra e genti altrue, esportando violenza e sfruttamento.
    Sarebbe bello, oltre che necessario, alimentare questi confliltti di interesse con la profilassi di una draconiana autonomia che impedisca di esportare lo sfruttamento e l’ingiustizia non gestita localmente.

    x Gaia:
    Quasi ogni giorno io osservo approcci brutali, rozzi, inefficienti se non dissipatori della distopia ottundente attuale che sarà velocemente molto infelice.
    La vita risulterebbe migliore per molti aspetti per tutti.
    Ma molte persone sono ferocemente attaccate ai propri stili di vita, spesso anche se essi ne degradano la qualità. L’autossicodipendenza è proprio uno di questi.

    x mauro:
    Due parlamentari italiani (Lega e FI, direi siamo agli antipodi culturali della decrescita, la Lega ha perso i barlumi di razionalità filolocalista che forse non ha mai avuto se non speculativamente) hanno apprezzato il civismo dei coreani. Io scrivevo del civismo cubano.
    Ma questo provoca reazioni irate dagli anticomunisti che nella loro foga fondamentalista non riescono o vogliono osservare i pregi di alcuni regimi e, sostanzialmente, il fallimento e la regressione che ne è seguita, di queste pseudemocrazie.
    La democrazia è il nuovo feticcio di massa: non è un sistema che ha pro e contro, è il nuovo dio, la parolina magica che significa tutti i tipi di bene possibile e che non ha altro dio all’infuori di sé.
    Insomma, la democrazia a Scampia o ad Haiti, a Locri, in Iraq è demnocrazia? che esito ha avuto?
    Perché puoi girare senza timore per le strade de L’Avana anche di notte mentre nei rioni e nelle periferie degli altri stati psedudemocratici intorno rischi la vita?

  11. Scritto di fretta, con un sacco di errori. Riletto ora,chiedo scusa.

  12. Sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: semplicemente è il set minimo di diritti per dare vita ad una comunità giusta e democratica. Come già precedentemente espresso in questo blog, l’art. 13 sanciva la disumanità di ghettizzare/confinare popolazioni di qualsiasi tipo in qualsiasi luogo. A me non pare un principio troppo campato per aria, e credo andrebbe applicato ovunque. La banalizzazione dell’autobus stipato credo sia fuorviante, perché se sto in una strada durante un regolamento di conti (leggi: sento il fischio delle pallottole alle mie spalle), oppure se attorno a me si sta scatendando l’inferno, io sull’autobus ci salgo anche se è stipato. Il vero problema è perché l’autobus sia stipato, e perché ci debbano stare alcune persone invece che altre. Rendere banali/elementari fenomeni complessi per me è fuorviante.

    Sull’abuso nella fruizione delle risorse: che significa ‘io attivo delle contromisure e ti devo limitare’ ? Supponiamo di vivere su di un territorio capace di assicurare non più di 1000 Kw/mese di energia elettrica ad individuo. Cosa faccio se il mio vicino ne consuma 1700 in un mese? Busso, aspetto che apra e gli spacco la faccia? Oppure mi armo di tronchese e gli stacco i cavi? Se non vogliamo tornare all’età della pietra, la fruizione delle risorse deve essere controllata e coordinata da qualche ente la cui autorità sia riconosciuta da tutti. Io credo che questo sia nè più nè meno che razionamento (c’è una risorsa comune che, per essere equidistribuita, deve essere razionata per evitare abusi ed iniquità), e credo che politiche siffatte – sebbene per me *alquanto* auspicabili – siano ad oggi di difficile accettazione serena da parte del popolo, come notava anche Mauro.

    Sulle autonomie: non ho mai parlato di centralismo democratico (non sono così vecchio). Ho solo sensibilizzato Gaia, relativamente alle reti (intese in senso matematico, pensavo ai grafi) che, nel caso dei grafi connessi (modello al quale penso siano assimilabili molti network, come quello composto da comunità che condividono un territorio comune), il fatto che ogni nodo sia di per sè autonomo rispetto agli altri, non garantisce una evoluzione ottimale per l’intera rete. Lo stesso dicasi per i sistemi in cui c’è un unico nodo cui tutti gli altri siano subordinati. Il senso era: anche le autonomie vogliono contrappesi (credo di averlo anche scritto). Tutto qui.

  13. >comunità giusta e democratica
    Il giusto e il democratico sono dimensioni indipendenti.
    Israele è democratica e ingiusta
    La Corea del Nord è sicuramente più “giusta” ma non è democratica.

    Come persona con una formazione scientifica sai che il portare i sistemi al contorno è un meccanismo di verifica delle teorie.
    Quindi, anche se non ti piace, il “diritto” alla mobilità cessa quando l’autobus è stipato. La dchiarazione dei diritti senza doveri dell’uomo è una teoria che ha degli intervalli di applicazione al di fuori dei quali essa cessa di valere, Volerla applicare in contesti radicalmente diversi, fuori dai suoi limiti rischia di renderla ridicola.
    Era stata presa sull’onda emotiva della fine della seconda guerra mondiale, in un mondo che aveva meno di un terzo degli abitanti attuali, in un mondo occidentale che con le sue migrazioni aveva già compiuto genocidi. I bruti, i prevaricatori, i vincitori devono sempre trovare una glassa morale con cui giustificare la propria egemonia. Come il diritto a muoversi. Ma anche no. Se entro in un territorio abitato e il mio muovermi significa prevaricare la comunità autoctono è violenza, non c’è nulla di “giusto” (secondo la morale). Il fatto che ciò sia stato fatto con decisione a maggioranza (democraticamente) non ne cambia l’essenza.

    Certo che puoi provare a salire su un autobus zeppo. Prova a vedere cosa succederà.
    Si ritorna alla legge del più forte, alla biologia. Che è il duale, la negazione della morale.
    Se sulla porta ci sarà una vecchietta potrai strapparla a forza e salire, se ci sarà un nerboruto ne uscirai malconcio. Salire su un autobus zeppo è violenta e scatena forti reazioni al suo interno. Ma la cosa che non si dice è cosa succederà in quell’autobus zeppo, magari ancora più zeppo perché sono entrati a energumeni che sono riusciti a farsi spazio in qualche maniera. Prendi quell’autobus e lascialo chiuso, al sole, magari mezz’ora e osserva quanto succederà all’interno.
    L’etica sociale in quel piccolo biotopo collasserà e inizieranno quasi subito processi via via più violenti. Di fatto, ancora, non ci sarà mobilità (non penso che sia possibile guidare un autobus in cui i viaggiatori si stanno massacrando, si stanno prendendo a calci in faccia o a coltellate).

    E’ nella negazione di ciò che è ovvio e noto che la sinistra perde di credibilità e diventa ridicola prima e poi foriera dei peggiori incubi.
    Kundera, affronta, nella parole di Tomas, il “Essi sapevano? essi non sapevano?” sulla responsabilità di parte della Cechia nell’imposizione coercitiva del comunismo russo-sovietico (che ebbe non pochi indubbi effetti positivi) sulla società ceca.
    Essi sapevano, Essi sanno.
    Certo che noi, voi sapete.
    Ma ciò confligge con la nostra / vostra morale della quale la Dichiarazione è un artefatto. Un artefatto che dovrebbe avere un libretto di istruzione.
    Funziona in sistemi con tensione a 220V, 50 hertz etc.
    Se lo colleghi ad una spina con la 380 trifase non solo non funzionerà ma rischia di esploderti in mano facendo grossi danni.
    La sinistra stravolge uno dei suoi fondamenti che è il pensiero scientifico, razionale (ma esso viene fatto soccombere alla sua morale sostanzialmente giudaico – cristiana ostile a scienza e conoscenza come ogni morale).

    I sistemi hanno dei limiti e le teorie in essi sviluppati pure, hanno degli intervalli di applicazione.

    > Cosa faccio se il mio vicino ne consuma 1700 in un mese?
    Fino a questo momento si è risolto il problema esportando, delocalizzando l’ingiustizia.
    Giusto? Sbagliato? Non so. E’ una domanda della morale.
    Ma non lo puoi più fare se dall’altra parte ci sarà qualcuno che subirà il furto di energia perché è stata prelevata per far funzionare la tua comunità e conservare lo status quo in essa.
    Esiste una ingiustizia e ciò comporterà una tensione.
    Non esiste ora e forse non è mai esistita una terza possibilità: continuerà lo status quo nella mia comunità e non ci sarà problema altrove. E’ il pattern della torta: se allargo la mia fetta per me e i miei amici, diminuisce la porzione di torta per te e i tuoi amici e viceversa. Ora, in queste condizioni, la torta non solo non può aumentare ma quella di domani sarà più piccola di quella di oggi e di qualità più scadente.
    Iniquità: o la gestisci nella tua comunità o la esporti.
    Se volessimo stare sul piano della morale cara a molti, non c’è alcunché di moralmente accettabile nell’esportarla.

    Localismo vs. centralismo.
    Ciascuno ha pro e contro.
    Dipende.
    Ancora una volta dipende dal contesto.
    Il centralismo decide di imporre il TAV a territori che non ne vogliono sapere.
    Il localismo porta all’orribile spezzatino ferroviario e allo sfascio del sistema di trasporto pubblico ferroviario, con punte aberranti di “eccellenza” in regioni come il Veneto che credono di essere il meglio del paese.
    Ancora: come possiamo risolvere i problemi conoscendo homo? In un sistema democratico responsabilizzandoli sulle loro scelte. In un sistema autocratico, centrale, imponendo coercitivamente una politica dall’esterno.
    Cosa vogliano fare?

  14. C’è una dimensione emergenziale e una strutturale, e questo è uno dei problemi principali. Lasciando stare per un attimo l’autobus, che comunque come similitudine può funzionare, prendiamo gli annegamenti di migranti in mare, questa tragedia orribile che continua a verificarsi alle porte dell’Europa. Cosa si fa? Ovviamente bisognerebbe salvarli, e poi agire sulle cause che li spingono a partire, sia di qua che di là – perché non tutti sono in fuga dalla guerra, e anche sulle guerre si può provare a fare qualcosa. Il problema però è che salvarli rende più conveniente il viaggio, perché meno rischioso e costoso per gli scafisti, quindi agisce sulle cause della partenza facilitandola anziché scoraggiandola. Inoltre, meno il viaggio è pericoloso più può essere desiderabile intraprenderlo, anche se data la quantità di persone partite dubito che esista un effetto deterrente degli annegamenti, al di là del cinismo. Allora che si fa? Non pretendo di avere una risposta sull’aspetto emergenziale. Mi verrebbe da dire “per fortuna non sono io nella posizione di decidere”, poi mi ricordo che in quella posizione c’è Alfano, e forse meglio di lui sarei non solo io, ma anche il divano su cui sono seduta. Comunque, io cerco di proporre ricette strutturali che vadano all’origine del problema. Avete ragione tutti e due, secondo me, in parte: su un autobus pieno NON può salire più nessuno, ma perché si è riempito l’autobus?

  15. Riguardo ai trasporti, rimando al punto 12 🙂 Ci sono casi in cui ci vuole una coordinazione su scala più ampia, come ad esempio non solo i trasporti a lunga percorrenza ma anche l’inquinamento e il rischio atomico (sull’ultimo numero di Konrad si parla del rischio sismico della centrale di Krško), o sulla gestione delle risorse ittiche. Il ‘non coercitivo’ non è tanto semplice da applicare in pratica, ma io penso che sia possibile sensibilizzare una comunità sui vantaggi per gli altri di un proprio sacrificio, se sensato e necessario. Se la TAV non fosse così palesemente inutile e così gravemente dannoso, se non ci fossero così tante alternative, forse non ci sarebbe stato il sollevamento popolare che c’è stato. Un caso interessante potrebbe essere quello di strutture che non è necessario avere in ogni comune e quindi a cui qualcuno deve rinunciare, come le aree industriali, i punti nascita, i tribunali. Secondo me qui basterebbero dati e buon senso, oltre che un buon livello di fiducia reciproca, per cui tutti abbiano un risarcimento per quello a cui rinunciano.

  16. Nel dicembre 2008 io mi presi il divertimento di riparafrasare la dichiarazione universale (?) dei diritti dell’uomo in una Dichiarazione dei diritti e doveri di Persona Sapiens.
    Così semplice da… apparire come provocatoria.

  17. Ciao Gaia. Trovo sicuramente giusta la tua osservazione sui due aspetti del problema immigrazione, quello emergenziale e quello strutturale. Ma io credo che il punto sia proprio questo: in un manifesto immagino si auspichino soluzioni strutturali al problema, e non momentanee o emergenziali. Si corre il rischio di sembrare un po’ utopici, però è importante additare sempre l’ideale ultimo cui puntare. La mia osservazione era la seguente: ogni volta che si deroga ai diritti fondamentali della persona, per giustificare ora l’una, ora l’altra emergenza, si finisce sempre per generare catastrofi. Pensa ad esempio agli israeliani: anteponendo il diritto alla propria sicurezza al diritto alla mobilità dei palestinesi, hanno innalzato quel muro vergognoso a Gaza e istituito blocchi e checkpoint, rendendo di fatto quella zona il più grande carcere a cielo aperto del mondo. Io riconosco agli israeliani il loro diritto a sentirsi sicuri; ma a mio avviso, ridurre la mobilità dei palestinesi, è la risposta sbagliata ad una problematica reale: alla fine sono passati dalla parte del torto. Analogo errore è stato compiuto dagli americani nelle carceri di Abu Ghraib (derogare all’inviolabilità dei prigionieri in nome della lotta al terrorismo), come pure in casa loro (derogare al diritto alla privacy dei cittadini in nome della sicurezza nazionale: il programma PRISM). Lo stesso errore lo fecero i sovietici, derogando a numerosi diritti umani in nome dell’applicazione del comunismo reale. Ogni volta che si deroga ad uno dei diritti della Dichiarazione, motivando la mancata osservanza con una necessità contingente, si inizia la costruzione di un problema ancora più grande – di una situazione ancora più esplosiva – di quella cui si voleva porre rimedio.

    Ora io riconosco tutte le problematiche di sovrappopolazione ed ecosostenibilità che tu ricordi quasi quotidianamente su questo blog, e te ne do atto; però, a mio avviso, limitare il diritto alla mobilità dei migranti con un principio del tipo «uno dentro, uno fuori», mi pare proprio ancora una volta una risposta sbagliata ad una questione seria, anzi serissima. A me non piacerebbe un mondo in cui la mia mobilità fosse ridotta così drammaticamente, lo troverei piuttosto ingiusto. Credo che col trascorrere degli anni e con l’inasprimento della situazione, finiremmo per fare la fine degli israeliani, erigendo barriere, militarizzando zone, istituendo checkpoint e zone vietate, e così via. Vorrei conoscere una soluzione alternativa da proporti, ma purtroppo non ne sono capace; la mia incapacità, però, non mi suggerisce che l’ipotesi proposta nel manifesto sia convincente.
    Concludo riportandoti alcune riflessioni di Alessandro Dal Lago su «Vita Activa» di Hannah Arendt, che trovo molto meno banali delle mie considerazioni:

    «…Nel 1969, mentre preparavo la tesi di laurea sul pensiero politico di Gramsci, il relatore mi suggerì di “dare un’occhiata” ai libri di Hannah Arendt, usciti negli anni precedenti. Capii ben poco di Vita activa…
    …Oggi, la sezione sull’imperialismo mi sembra la più attuale delle Origini e senz’altro centrale in tutta l’opera arendtiana. Si tratta non già di una ricostruzione originale dei processi di lungo periodo che portarono alla crisi della prima guerra mondiale – su cui Arendt è debitrice dei grandi studi di Hilferding e Luxemburg, tra gli altri -, ma dell’analisi dei movimenti culturali e ideologici in cui si espresse l’espansionismo europeo.
    Uno soprattutto è comune al nazionalismo esasperato, al colonialismo e all’imperialismo: il razzismo. Venticinque anni prima del Foucault di ‘Bisogna difendere la società’ (e spesso utilizzando le stesse fonti) Arendt dimostra che l’invenzione delle razze è essenziale all’autorappresentazione europea e occidentale. Europa e occidente non possono esistere senza fondarsi sulla superiorità, comunque determinata, rispetto al resto dell’umanità. Superiorità volta per volta mitologica, biologica, razziale, culturale; quale ne sia l’espressione “scientifica”, la pretesa ideologica di dominare gli altri sulla base della superiorità, della conquista, della forza o “per il loro bene” è l’essenza della coscienza europea – al di là delle forme più o meno stravaganti con cui la cultura letteraria e filosofica di fine secolo ha rappresentato tale pretesa.
    Se la competizione imperiale, maturata per una ventina d’anni prima del 1914, contribuì alla prima guerra mondiale, la fine di quest’ultima, con la soppressione di imperi e stati, ha causato il primo esodo di massa del Novecento e l’invenzione dei moderni senza patria. Le pagine dedicate alle migrazioni forzate tra le due guerre e soprattutto alla fine dell’illusione nei diritti umani sono tra le migliori di Arendt in assoluto. Quello che apparve indiscutibile è che i “diritti” non precedevano logicamente gli stati ma ne erano la conseguenza. Chi, armeno, ebreo o balcanico avesse perso lo stato perdeva qualsiasi personalità giuridica. Gli stati europei non riuscirono a risolvere il problema delle stateless persons tra le due guerre, o meglio le confinarono nel limbo degli apolidi, i titolari del celebre passaporto Nansen, che Vladimir Nabokov, con uno dei suoi famosi giochi di parole, definì passaporto nonsense. Si gettavano le premesse per la sparizione di massa degli esseri umani praticata su larga scala a partire dalla seconda guerra mondiale.
    Hannah Arendt scrive a proposito di profughi e migranti: “Gli individui costretti a vivere fuori di ogni comunità sono confinati nella loro condizione naturale, nella loro mera diversità, pur trovandosi nel mondo civile. (…) Il loro distacco dal mondo, la loro estraneità sono come un invito all’omicidio, in quanto la morte di uomini esclusi da ogni rapporto di natura giuridica, sociale e politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza per i sopravvissuti”.
    Arendt pensava che il limbo degli apolidi, conseguenza della prima guerra mondiale, preparasse le stragi della seconda e che fosse quindi una premessa del totalitarismo. Ma le sue analisi hanno un valore che trascende l’analisi storica. Se è la cittadinanza – e non una generica appartenenza umana, come nell’espressione “diritto umano” -, a fondare l’esistenza sociale, allora la perdita della cittadinanza, come avviene per i profughi, o la rinuncia forzata, come nel caso dei migranti, significa l’esposizione all’omicidio anche in situazioni di apparente protezione dell’umanità, come nei sedicenti stati di diritto contemporanei.
    Arendt avrebbe visto nell’episodio dei polacchi di Puglia, come nelle morti in mare vicino a Lampedusa, un esempio evidente dell’inclinazione omicida (se non altro per omissione) degli stati di diritto nei confronti di chi non ne è cittadino. Se si sospettasse che dieci italiani sono stati uccisi in qualche parte del mondo (e non solo in Italia) lo scandalo sarebbe enorme.
    Uno stupro imputabile a uno straniero fa infinitamente più rumore della morte di alcune decine di stranieri sulle nostre coste. Non si tratta di minimizzare il primo, ma di notare come agli stranieri, privi della nostra cittadinanza, non sia applicabile alcuno schema di responsabilità, anche indiretta, che non sia quella degli scafisti, colpevoli a portata di mano.
    Si alzano le spalle, si dà per scontata la nostra innocenza, anche quando – e capita abbastanza spesso – è una nostra nave militare ad affondare qualche battello di migranti. I diritti, e tanto meno umani, non esistono sul nostro territorio e all’interno delle nostre acque territoriali, per chi non è dei nostri.
    Collegando fobia anti-islamica e razzismo anti-migranti, la Fallaci (bisogna riconoscerlo) ha il merito di aver reso esplicito oggi ciò che Hannah Arendt aveva intuito cinquant’anni fa e che pochi hanno il coraggio di dire esplicitamente: che il trattamento dei migranti è l’altra faccia del dominio coloniale. La differenza è che all’interno dei nostri stati la privazione dei diritti è sostanzialmente civile, mentre all’esterno è militare. Ma il peso di chi non è europeo o occidentale è lo stesso a Baghdad come nel Mediterraneo, indipendentemente dal fatto che muoia per mano dei marines o per indifferenza. Non esiste socialmente e quindi umanamente.
    Lo scenario prefigurato da Arendt nella sezione sull’imperialismo preparava il totalitarismo, ma non si sarebbe esaurito con la sconfitta dei nazisti nè con la fine del socialismo reale. È la semplice conseguenza dell’incapacità dello stato nazione di concepire l’esistenza dei soggetti di diritto al di fuori di se stesso. Della finzione intrinseca a organizzazioni come le Nazioni Unite o dell’ipocrisia di un’Europa che è solo la somma di una ventina di nazionalismi grandi piccoli e non del loro superamento (che d’altra parte non potrebbe configurarsi che come un supernazionalismo). Le politiche migratorie e del diritto d’asilo, in Europa e nel mondo, lo dimostrano.
    Ecco dunque il carattere profetico del libro di Hannah Arendt, se lo si sottrae alla vulgata della guerra fredda. Con esso una teoria della soggettività giuridico-politica trova un ancoraggio, anche se non una fondazione vera e propria, tanto meno positiva. Ma è proprio dall’esistenza di un’umanità senza stato, marginale o confinata nelle enclave degli stati nazione del mondo ricco, che potrebbe partire una riflessione su una cittadinanza globale.
    Si tratta in fondo del riflesso concreto, troppo concreto, di quella fondazione di un agire comune che Arendt ha perseguito nelle sue opere più celebrate… »

    Buon fine settimna,

    mk

  18. Finche’ non si osserva che
    o – la migrazione (predatoria) delle risorse
    o – le migrazioni di massa delle persone
    non sono che due lati della stessa medaglia, la prima violenza che e’ quella a Gaia, si continuera’ a dissertazioni intellettuali o intellettualoidi a geometria di giudizio variabile su questo e’ bene qui ma è male la’.

    La migrazione sionista di massa in Palestina è la causa – per dirla alla palestinese – de La Grande Catastrofe.
    Il collasso africano attuale e’ solo il risultato della migrazione egemonica culturale prima religiosa (islamica e cristiana) in un continente animista che ne ha stravolto gli equilibri, poi tecnoteista-consumista, la violenta assurdita’ del si’ cellulare no contraccettivo no, si’ acqua in bottiglia di plastica no idea di cosa farmene del rifiuto residuo in ambienti ecologici e culturali senza alcuno strumento per governare questi problemi.
    Nella storia la prevaricazione e l’egemonia e i grandi genocidi sono stati sempre ottenuti con la prevaricazione numerica e le migrazioni di massa.
    Poi possiamo anche dimenticarcelo.

  19. I diritti non sono assoluti, come non lo è la libertà dell’individuo: i primi possono entrare in competizione tra loro; la seconda deve per forza essere limitata per garantire la convivenza. Tu hai libertà di parola ma non sei libero di diffamarmi, hai libertà di movimento ma non puoi entrare in una sala operatoria durante un intervento o in un aereo se non hai il biglietto o a casa di qualcuno che non ti vuole. Se violi il diritto altrui alla vita, perdi addirittura la tua libertà e vai in prigione. E così via. Il diritto di libertà economica cozza con il diritto al lavoro e alla non discriminazione; il diritto collettivo di una comunità di tutelare la propria lingua o di autogovernarsi può cozzare con il diritto del singolo al lavoro o alla migrazione…. gli esempi sono potenzialmente infiniti. I diritti sono un modo dell’umanità per dire: al momento, abbiamo capito che per noi queste sono le cose importanti – sui dettagli, però, diventa tutto più difficile.
    Riguardo alla mia proposta di bilanciare entrate e uscite, io mi riferisco principalmente alla residenza, meno al transito, anche se questo a sua volta dovrebbe essere regolamentato. E comunque, anche il mio principio non è un assoluto: può avere dei margini positivi e negativi, non essere esatto al numero spaccato di persone, o può fare eccezioni temporanee se in un paese vicino c’è stato un cataclisma. Il principio in questo caso è: non bisogna caricare un territorio più di quanto questo è in grado di sopportare. In realtà questa non è una legge umana, ma è una legge di natura, solo che l’applicazione umana di questa legge è molto meno dolorosa dell’applicazione di natura, che in pratica significa fame, guerre o epidemie. Meglio pensarci prima, a prescindere da quello che Dal Lago pensa che Hannah Arendt avrebbe detto se fosse viva oggi.

  20. (Non volevo essere acida, solo che anche a me l’intervento di Dal Lago sembra un po’ troppo astratto e inconcludente.)

  21. Gaia ,
    mi sembra tu ti renda conto di qualcosa , che voglia fare qualcosa , e questo è bene . Trovo insopportabilmente ingenua la tua idea di fondare un partito : è tardi . E’ tempo , ormai di minoranze illuminate e decise all’ azione . Sicuramene non preoccupate di raccogliere consenso di chi non ha già partecipato alla ” decisione “, non preoccupate di salvare il maggior numero di individui possibili : l’ Arca aveva solo una coppia rappresentante per specie e Noè ha tenuto gli altri fuori .
    Il tempo della democrazia è già passato , pochi se ne sono accorti perché hanno ancora gli armadi pieni e qualcosa in dispensa . Il futuro sarà solo di chi sarà capace di chiudersi a coorte e pensare solo a chi è nel progetto con lui . Tutti gli altri saranno perduti e tutti i loro ragionamenti democratici verranno seppelliti con le loro ossa .
    Da sempre la Natura non fa prigionieri ed il Cataclisma che sta per verificarsi non risparmierà chi non si sarà attrezzato : a Pompei chi non ha creduto ai segni di avvertimento del Vesuvio , potete ammirarlo nei musei , rappresentato da una colata di gesso !
    L’ Occidente ha deciso di non difendere i propri valori e la propria civiltà , minato dal relativismo della sinistra e da sensi di colpa gratuiti inculcati da chi deve garantirsi ampie basi elettorali : il giochino al massacro lo ho capito da tempo : non avranno la mia complicità .
    Avrei piacere di poter scambiare con più agio qualche idea con te : cercherò di essere alla presentazione del tuo libro a Udine .
    Ad egregia
    P.S. tuo papà è un medico ?

  22. A : Michele Testa e Un Uomo in cammino .
    Israele non è uno stato democratico , sveglia ! E’ una tribù con organizzazione da stato demoratico .
    Per il problema dei Kw a disposizione : tratto da” I tre giorni del Condor ” :
    « Higgins : Il problema è economico . Oggi è il petrolio , tra dieci o quindici anni il cibo , plutonio , e forse anche prima . Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora ?
    Joe : Chiediglielo .
    Higgins: Non adesso , allora ! Devi chiederglielo quando la roba manca , quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano , quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame . E vuoi sapere di più ? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo , vuole solo che noi provvediamo . »
    Riuscite a vedere la Realtà che avete davanti ? Eppure è così facile !
    Aldo Mercanti .

  23. Sì, mio padre è medico (chirurgo).
    Io non posso dire di conoscere il futuro, ma dubito che ci sia una categoria di persone che possa salvarsi da sola, mentre gli altri colano a picco. A parte che un simile scenario non è tanto auspicabile dal mio punto di vista, ma soprattutto: chi salverà questi presunti illuminati dall’eventuale assalto violento di tutti gli altri disorganizzati e affamati? Oppure: chi garantirà loro il diritto al minimo di proprietà necessario a sopravvivere quando vincerà la legge del più forte oppure quando qualcuno con la manipolazione delle istituzioni sarà riuscito ad accaparrarsi le terre migliori?
    Inoltre, ci sono un sacco di cose che vanno gestite collettivamente: che me ne faccio del mio orticello e del mio pannello solare se non ho qualcuno che fabbrichi gli attrezzi, che gestisca quel minimo di sanità necessaria per sopravvivere e vivere decentemente, che organizzi quelle infrastrutture senza le quali è impossibile vivere, che presti soccorso in caso di emergenza?
    Io cerco di fare entrambe le cose: prepararmi personalmente imparando a coltivare, cercando di capire cosa e come può dare la terra, costruendomi degli oggetti necessari, ma anche convincere più persone possibili a quell’azione collettiva senza la quale non siamo in grado nemmeno di sopravvivere (senza la sanità moderna, almeno un po’ di industria e di gestione del traffico e della sicurezza, e la disponibilità continua di cibo anche in caso di calamità, io sarei già morta una dozzina di volte).
    Se ti va di passare alla mia presentazione mi farà ovviamente piacere.

  24. Rispondo :
    1 Nessuno ha detto che oltre che a sopravvivere sarò capace di conservare un mondo organizzato : una regressione più o meno drammatica è scontata .
    2 La Natura distribuisce il rischio del gioco Vita sulla Terra dividendolo su miliardi di individui : i più periscono in caso di disastri , ma in genere non sono quelli che scrivono la storia , ma la subiscono .
    3 Le minoranze illuminate hanno il dovere di attrezzarsi per tutti gli scenari che può proporre una politica all’ ultimo atto o una Catastrofe .
    4 A tali minoranze non è precluso l’ uso della Forza e delle armi per difendere la superiorità delle proprie conquiste morali , politiche e visione del mondo rispetto ad altri gruppi meno evoluti , anzi le usano meglio e con migliore cognizione .
    5 Quanto è più vero morire con la pistola in pugno sul proprio pezzo di terra , invece di essere , come ora , sopraffatti da minoranze che sfruttano la nostra organizzazione statale per succhiarci il sangue , complici i nostri politici ai quali fanno comodo come base elettorale o peggio , morire sparati da un carabiniere perché non hai visto di notte una ” paletta ” alzata o mentre sei seduto sulla tua auto in una area di parcheggio dell’ autostrada ( omicidio Sandri ( Cassazione dixit )) .
    6 sono un addetto ai lavori e affermo che non c’ è assolutamente bisogno della Sanità moderna per avere una vita significativa : se crepi a 50 anni avendo vissuto è ben di più di aver fatto la larva x 85 !
    Ho la presunzione di non aver fatto mai nulla per convincere nessuno , tantomeno voglio convincere te ; certi tuoi pensieri ” concreti ” mi avevano fatto pensare che ti potesse essere utile sentire alcuni concetti , ma molto probabilmente mi sbagliavo .
    Buona vita , e che sia lunga .

    Aldo Mercanti

    P.S. : a proposito della tua voglia di combinare qualcosa tirandoti dietro il maggior numero di seguaci , ti rammento il latino : ” Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur ” . O meglio , il friulanissimo : ” L’è inutil insegnai al mus, si piart timp e si infastidis la bestie! “.

  25. > Israele non è uno stato democratico , sveglia ! E’ una tribù con organizzazione da stato demoratico .

    i sembra che io NON abbia sottolineato la piu’ o meno democraticita’ di Israele qui o altrove.
    La democrazia (quale?) e’ delle possibili forme di organizzazione del potere e in sé non ha alcunché di positivo o di negativo.
    Cosa vuol dire che uno stato e’ democratico?
    Uno stato democratico e’ sostenibile? e’ ecologico? c’e’ senso civico? paesani e cittadini sono responsabili e respons-abili in quello stato democratico? etc.
    A me che uno stato sia democratico non dice null’altro che c’e’ qualche meccanismo per cui alcune persone vengono elette per esercitare il potere su meccanismi di vario tipo basati su presunte maggioranze.
    Anzi, esistono numerosi ricercatori e scienziati che hanno sottolineato una forte sinergia al peggio tra democrazia demagogica e peggiori scelte possibili sul medio – lungo termine.
    Tipicamente la decrescita essendo questione di qualita’ e di eccellenza e’ inerentemente minoritaria e sostanzialmente antidemocratica.

    > L’è inutil insegnai al mus, si piart timp e si infastidis la bestie!
    Ahah, bellissima questa.
    Mi piace.
    Grazie!

  26. Ciao Gaia ,
    sorvolerei sulla definizione di stato democratico .Quello che è fondamentale è che Israele è una TRIBU’ ! Chi di voi nel blog se ne era accorto ? Si può fare a meno di saperlo ? Certamente no , altrimenti come fai a parlare di loro e a spiegarti come si muovono ?
    Poi , dici che la decrescita è inerentemente minoritaria ed antidemocratica e quando ti parlo io di “Minoranze illuminate ” fai finta di non capire e chiedi ” Ma cosa sono queste minoranze illuminate ?” . Allora delle due l’ una : diciamo la stessa cosa o cosa ? Dovresti leggerti ” Critica della retorica democratica ” di Luciano Canfora , un libello di poco costo ma zeppo di considerazioni . Conforta nelle affermazioni appena fatte e altro .
    Se non puoi comprartelo , te lo presto io .
    Saluti
    Aldo

  27. Ciao Aldo, stai parlando con due persone diverse, da qui le risposte diverse 🙂
    Io sono rimasta senza internet a casa e posso scrivere solo dalle piazze di Udine. Faccio fatica a rispondere.

  28. Salve , certamente lo so .
    Auguri per la tua ” linea ”

    Aldo

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