[Chiedo scusa per la superficialità, ma ogni intervento sul tema è per forza superficiale, dato che non si possono ripassare millenni di storia ogni volta. Prendete le mie osservazioni per quel che valgono]

Segnalo questo breve articolo della CNN su Isis per mostrare che:

– non c’è niente di più pericoloso di grandi masse di giovani uomini senza prospettive (ci sono altri esempi: l’Afghanistan ora, per dirne un altro, ma anche il fascismo, in Italia e in Spagna, si basò sul desiderio di rivalsa e di opportunità di giovani uomini portatori di risentimenti vari)

– se un gruppo di persone si sente emarginato dal potere e nella divisione della ricchezza, prima o poi si ribella: banale, ma ancora non entra in testa a un sacco di persone. L’ideale sarebbe evitare che questo accada, prima, anziché bombardare poi (e non è solo il Medio Oriente: guardate come la questione della val Susa è stata trasformata in una di ordine pubblico e degenera progressivamente)

– i “media americani” e gli “americani” (vedere commenti) qualche esamino di coscienza lo stanno facendo e qualche voce alternativa la fanno passare

Ironia della sorte, adesso gli Stati Uniti armano i curdi. Non ho particolari obiezioni, conoscendo poco la regione e sapendo quanto questo popolo ha subito, ma farebbe ridere se non fosse tragico quanto casino gli Stati Uniti sono riusciti a fare in decenni di interventi. D’altronde, è facile per chi non deve fare niente stare al computer a dire, magari col senno di poi: “sarebbe bastato risolvere x e y in tale e tal modo, e adesso non avremmo tutti questi problemi!” Non è strano seguire queste crisi da una televisione o da un computer, magari tifando l’una o l’altra parte neanche fosse una partita di calcio? La mia priorità è pensare alla mia, di terra, e a tutti i problemi che ha e causa, e tra le tante cose mi chiedo: sapremmo difenderci? Dovrà venire il giorno in cui dovremo ancora difenderci? E se sì, da chi?

Essendo diventata come il bambino che diceva “al lupo al lupo”, non annuncio più sospensioni del blog, anche se avrete notato che sto scrivendo molto meno. Se a un certo punto sarà meno ancora, almeno avrò avvisato.

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34 risposte a “

  1. Un breve escursus sui rapporti tra l’attuale amministrazione americana e i curdi.

  2. Ciao Gaia.
    Ci sono un sacco di cose che non tornano in questa vicenda. Io personalmente ci sto capendo poco. Ma i dubbi restano.

    Seguendo gli insegnamenti di Falcone – secondo il quale per seguire i disegni della mafia bisognava seguire i flussi monetari da essa generati – quando ci sono conflitti in atto, io cerco di seguire i flussi delle armi: se scopri chi arma chi, il quadro diventa più chiaro e per lo meno si delineano più nitidamente gli schieramenti.

    Una delle prime balle che sono state fatte passare sull’ISIS è la storiella del gruppo estremista islamico composto da fuoriusciti da una costola di Al Quaeda, che si alimentano tramite il crowdfunding su internet o svaligiando le banche che trovano sulla loro strada (che è una bella immagine country, molto far west). Se guardi la prima foto nella colonna in basso a sinistra nell’articolo linkato, scoprirai l’immagine che ha fatto il giro del mondo: l’enorme colonna di pickup Toyota Hilux, stracarichi di omaccioni con la barba e il turbante nero, che viaggiano alla volta di Mosul.

    Ora qualche internauta più scafato, si è giustamente domandato: ma se erano poveri e male in arnese, com’è che arrivano su questi pickup nuovi di zecca, tutti uguali – come ottenuti da un unico grosso lotto – visto che, peraltro, non sono poi così economici? Ravanando in rete (ma non usando Google, che è il male!) si scopre facilmente che «…Recently, when the US State Department resumed sending non-lethal aid to Syrian rebels, the delivery list included 43 Toyota trucks…». I ribelli siriani chiedono farmaci/medici, armi, e questi maledetti pickup, che nei contesti di guerriglia sono ideali per qualsiasi missione, e pressocché indistruttibili (questo video impressionante mostra chiaramente il perché: nell’ultimo test il pickup riparte dopo essere stato coinvolto dalla… demolizione di un intero palazzo, dopo essere stato precedentemente demolito, affondato, etc.). Il sospetto che i “terroristi” dell’ISIS siano da anni finanziati dagli Stati Uniti, oltre che dall’Arabia Saudita e dal Qatar, prende lentamente piede, visto che oramai tutti sanno che gli USA appoggiano la Free Syrian Army, cugini sunniti dei cattivoni dell’ISIS. Possibile che l’omino seduto dietro al pc al Pentagono o alla Cia non sappia/capisca che, se invia armi e veicoli e denaro ai ribelli siriani, una parte di questa arriverà anche ai cugini dell’ISIS, che stanno procedendo dal nord-est al sud-ovest proprio per salvare i ‘fratelli siriani’ ? E’ vero che quello stesso omino è colui che decide di anno in anno – sbagliandosi sempre – quali siano i musulmani ‘moderated’ da sostenere, e quali quelli ‘terrorist’, da bombardare; però fa proprio strano che quell’omino si sbagli sempre, punti sempre sul cavallo sbagliato, e resti sempre lì al suo posto. Mah. Misteri americani.

    Nella ricerca della provenienza dei pickup mi imbatto in quest’articolo.

    Si aprono altri interrogativi: ci si domanda come mai questi nuovi terroristi siano saltati fuori di punto in bianco senza che nessuno se ne accorgesse. E’ come fossero nati dal nulla. E i satelliti, i droni, la CIA, che la mitologia comune vuole sorveglino giornalmente queste aree di conflitto, cosa facevano? L’omino dietro al pc al pentagono, oltre che a sbagliare nel puntare sui cavalli, dorme pure? Eppure già a marzo i miliziani dell’ISIS avevano lasciato le due provincie di Idlib e Latakia per muoversi verso sud-ovest, rivendicando pure il loro sogno del califfato unico sunnita Iraq+Siria, senza che la cosa interessasse i più. A me se dicessero che in Francia c’è una milizia fondamentalista che controlla la Bassa-Normandia e la Loira e sta ammassando le truppe a ridosso di Le Mans perché vuole sfondare su Parigi e poi proseguire fino a Torino o Ventimiglia, qualche problemino me lo farei. Ma si vede che l’omino al pc al pentagono ha tutto sotto controllo. Beato lui.

    Poi c’è l’intercettazione della telefonata dell’intelligence turca sull’opportunità di creare un pretesto per entrare nel conflitto, e i miliziani dell’ISIS che, con grande senso tattico e tempismo, rapiscono i diplomatici dell’ambasciata Turca a Mosul, rischiando l’intervento della Turchia (e dunque della NATO?) e l’apertura di un loro nuovo fronte a nord. Mah.

    Io non sono un complottista e non vedo la CIA ovunque; però certe strane pieghe che prendono lì le vicende fanno riflettere. Ci sono poi gli interessi della Cina che è diventato il primo partner commerciale dell’Iraq per il petrolio. Succede addirittura che (era il 2013): «…China is now making aggressive moves to expand its role, as Iraq is increasingly at odds with oil companies that have cut separate deals with Iraq’s semiautonomous Kurdish region. The Kurds offer more generous terms than the central government, but Iraq and the United States consider such deals illegal…». Di queste cose, come del conflitto in Siria, ovviamente nessuno parla. Ricostruire anche solo gli eventi diventa davvero difficile.

    Manlio Dinucci su «il Manifesto» riparla della «balcanizzazione dell’Iraq» e della sua tripartizione in tre stati: Curdi al Nord, Sunniti al Centro e Sciiti al sud. Erano idee promosse dall’intelligence americana che giravano nel lontano 2006. Chissà che l’omino al pentagono non si sia svegliato, e per fare dispetto ai cinesi abbia tirato fuori dal cassetto quel vecchio piano. Ricominciamo tutto daccapo.

  3. Un’interessante riflessione più generale su a chi giovi la ‘balcanizzazione’ degli Stati, tratta da «L’Europa vista dal Sud » (Vasapollo, Guzmàn – 2004):

    …Il feticcio della globalizzazione sembra ormai soddisfacente anche a molti studiosi e movimenti sociali per spiegare il mondo attuale, le
    nuove relazioni internazionali e i nuovi rapporti di forza. Eppure la categoria della globalizzazione è molto imperfetta e sorto certi aspetti deviante. Sarebbe, infatti, più appropriato parlare di «competizione globale», perché tale è l’epoca che stiamo vivendo; un’epoca in cui la competizione economica e quella politica tra le economie più forti e/o i principali poli geo-economici (Stati Uniti ed Europa soprattutto) tenderà ad accentuarsi, più che a comporsi in un unico «impero» dominato delle società transnazionali.

    Oggi, infatti, la struttura di dominio internazionale del grande capitale non appare più organizzata sulla base delle «Stato nazionale», ma su poli dentro cui si coordinano vari Stati tendenzialmente sempre più omogenei sul piano economico, finanziario, monetario e militare. Ed è profondamente errato ritenere che in questo processo gli Stati non abbiano più una funzione determinante.

    Lo stato si è ormai allargato a livello regionale (ad esempio l’Unione Europea, le cui riunioni, secondo il «Financial Times», «somigliano sempre più ad un consiglio di amministrazione») ma mantiene pienamente — anzi accresce — la sua funzione strategica di sostegno politico ed economico all’accumulazione capitalistica, sia attraverso la politica fiscale e di bilancio, sia attraverso la politica commerciale ed internazionale verso le altre aree economiche e verso gli altri poli geo-economici. Infine, ma non per importanza, lo Stato viene chiamato a svolgere tale funzione anche attraverso le strumento militare, cosa che, del resto, si è visto all’opera sempre più spesso
    anche nell’ultimo decennio del secolo appena concluso (vedi Iraq e Balcani) e di quello appena cominciato (in Afghanistan e di nuovo in Iraq).

    Si può allora affermare che la funzione dello Stato nell’epoca della competizione globale dipende innanzitutto della natura dello Stato: esistono infatti Stati «disgreganti» (forti) e Stati «disgregati» (deboli). In modo molto pertinente Eric Hobsbawm sottolinea come «…una delle grandi questioni che sta di fronte al XXI Secolo è l’interazione tra il mondo dove lo Stato esiste e il mondo dove non c’è». Il processo di disgregazione statuale avviato dagli Stati più forti (USA ed Europa) contro l’Europa dell’Est, ma anche contro l’Africa «decolonizzata» o l’Asia non più baluardo antisovietico (vedi l’Indonesia e in prospettiva India e Cina), conferma che questa «interazione» è uno dei progetti caratteristici della competizione globale.

    Per avere una idea concreta, è sufficiente osservate una mappa geografica del mondo attuale e confrontarla con quella di dieci anni fa. Nell’Europa dell’Est solo un decennio fa esistevano dieci Stati, oggi ne esistono ventotto. Ma è la qualità — più che la quantità — a far riflettere. Dalle ripetute secessioni della ex Urss o dell’ex Jugoslavia sono emersi numerosi stati piccoli o piccolissimi. Solo alcuni (undici per l’esattezza) superano i dieci milioni di abitanti.

    La disgregazione di tutti gli Stati non strategici per i «poli forti» è un processo che sta marciando a tappe forzate dietro la tesi quasi religiosa della inevitabilità della globalizzazione e della sovranazionalità dei processi decisionali.

    Questi nuovi Stati sono piccoli, deboli, subalterni agli organismi finanziari internazionali (FMI, HM, BERS), sono dipendenti dalla qualità degli investimenti esteri che riescono ad attrarre e dalla quantità di export competitivo che riescono a far arrivare sul mercato regionale e mondiale. A tale scopo, questi Stati devono essere «leggeri» nelle frontiere e nelle dogane, assai «indulgenti» nelle imposte e nelle tasse per gli investitori esteri, obbedienti al FMI nella politica di privatizzazioni e liquidazione dei settori statali dell’economia, puntuali nel pagamento dei debiti accumulati con le banche e gli istituti internazionali, implacabili nel mantenere basso e disciplinato il salario dei lavoratori. Infine, devono assicurare con ogni mezzo — democratico o repressivo — la «stabilità interna» per gli investitori esteri. Se non ci riescono da soli, può sempre arrivare la NATO con i bombardamenti o gli interventi «umanitari».

    Questa funzione disgregante e riaggregante da parte degli Stati più forti intorno ai poli principali, è oramai visibile anche ad occhio nudo:

    * La funzione degli Stati Uniti rispetto all’area del NAFTA è evidentemente una funzione centralizzatrice ed egemonica, sia nei confronti degli altri paesi integrati nel «polo americano» (Messico, Canada), sia nei confronti dell’area di influenza del blocco stesso (America Latina). Il progetto dell’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA), previsto entro il 2005, estende questa centralizzazione a tutta l’America Latina. La ‘dollarizzazione’ dell’Ecuador, del Salvador, di Panama, del Guatemala e dell’Argentina, è indicativa dell’obiettivo di costruire un grande polo economico, commerciale, monetario intorno agli Stati Uniti, da contrapporre a quello europeo.

    * Il Giappone, al contrario, non ha la stessa forza centralizzatrice e disgregante degli Stati Uniti. Uscito sconfitto dalla competizione con gli USA nella pesantissima «crisi asiatica» del 1997, esso non solo non ha una capacità di egemonia complessiva sul resto dell’Asia (pur mantenendo una rilevante penetrazione economica), ma deve competere con una potenza nascente come la Cina che ha dimostrato di avere ormai un ruolo strategico per la stabilità e lo sviluppo economico dell’Asia.

    * L’Unione Europea, infine, pur seguendo un processo che rimane più complesso, ha visto crescere la sua funzione centralizzatrice intorno all’asse franco-tedesco e la sua funzione disgregatrice verso l’Europa dell’Est (dalla disintegrazione jugoslava, alla deflagrazione dell’URSS, alla secessione cecoslovacca), Si rivela ancora forte un limite di questo processo, in quanto fino ad ora in Europa è andata avanti la centralizzazione economica, ma è andata avanti più lentamente quella politica. La Gran Bretagna si muove ancora molto più in sintonia con gli USA che con la UE. La dissonanza italiana rappresentata dal governo Berlusconi vorrebbe andate nella stessa direzione, da qui l’ostilità manifesta degli altri governi europei verso l’esecutivo italiano. Ma questo ritardo viene recuperato in tempi sempre più stretti. L’allargamento continuo dell’Unione Europea a Est e a Sud inglobando nuovi Stati (e nuovi mercati) viaggia oramai parallelamente all’organizzazione di un efficiente esercito europeo e di un esecutivo più dinamico che vede la «Framania» (l’asse tra Francia e Germania) acquisire un potere sempre maggiore.

  4. Da quanto ho letto io, si sente dire che siano stati gli Stati Uniti ad armare inizialmente l’ISIS, direttamente o indirettamente, non ho capito, tra i vari ribelli siriani. È una storia vecchia: combattendo contro un nemico dai i soldi al suo nemico e crei un mostro, poi ti accorgi di aver sbagliato e aiuti il nemico di quest’ultimo, e così via, finché ti comoda o credi che ti comodi. Non è un segreto.
    Per quanto riguarda tutto il resto, i cambiamenti di cui tu parli non sono solo imposti dall’alto e dai grandi per mettere al loro posto i piccoli. Lo stato nazione è solo un momento storico, non una realtà assoluta, e se popoli inglobati loro malgrado dentro uno stato nazione vogliono uscirne hanno tutto il diritto di farlo (vedi l’imminente referendum in Scozia, o l’antichissima lotta basca per l’indipendenza, o anche l’indipendentismo in alcune regioni d’Italia). Vedere sempre gli americani, gli europei o i cinesi dietro a ogni cosa, dimenticando che anche gli abitanti e le élite dei paesi di cui si discute hanno dei loro progetti e una loro capacità di agire, è riduttivo e offensivo.
    I pick-up finiti nelle mani dell’ISIS sono americani, e va bene, ma a me interessa anche sapere perché un gruppo fanatico ed estremamente crudele riesce a reclutare così tanti giovani uomini che dovrebbero avere di meglio da fare nelle loro vite. Così come può interessarmi il ruolo dell’Europa Occidentale nella disgregazione della ex-Jugoslavia, ma non riterrò mai gli jugoslavi così stupidi o manipolabili da farsi trascinare in una guerra loro malgrado e senza nessun motivo che gli interessi occidentali. Questo sarebbe complottismo di sinistra e non storia.

  5. Sul caso specifico di come siano armati e finanziati i ribelli dell’ISIS, il possedere armi o materiali americani non dimostra nulla di per sé, perché potrebbero averli anche rubati o comprati dagli altri a cui erano stati dati. Inoltre, quando vinci le battaglie spesso riesci anche a prendere le armi del nemico. L’ISIS, a quanto ho letto, si finanzia anche con il petrolio. Qui si trovano molte informazioni, come al solito, per chi ha voglia di provare a districare. Wikileaks sostiene “US arms flowed to anti-Assad militant groups. Arms also flowed from them to ISIS“, ma nel link messo da loro non ci sono le prove che confermino quest’affermazione.

  6. No, per carità, è ovvio che quella gente vuole (e ha diritto) a tutta l’autodeterminazione di questo mondo. Io sono il primo a dire che se gli iracheni si riconoscono nel califfato dell’ISIS, o i palestinesi nello Stato Libero di Palestina, hanno tutto il diritto di farlo. L’esempio che fai tu degli scozzesi o dei baschi mi sta benissimo. Il problema che io pongo è: perché gli scozzesi o i baschi possono fare valere i loro diritti senza imbracciare le armi? Io riconosco che in quella zona c’è un problema di etnie e di gruppi religiosi; ma ce ne sono di simili in altre parti del mondo che hanno esiti più pacifici. Quello che io registro è che se nasci «dalla parte giusta» e non crei problemi agli interessi internazionali, puoi permetterti di fare rivendicazioni e scissioni; mentre se nasci dalla «parte sbagliata», o se destabilizzi interessi di gasdotti, mercati unici e quant’altro, allora diventi un terrorista. Ripenso alle elezioni in Algeria: vinse il FIS (Fronte Islamico di Salvezza Nazionale), ma poiché il risultato elettorale non piacque alla Francia e alle sette sorelle, le elezioni furono invalidate e gli esponenti politici del FIS arrestati come terroristi. Lo stesso è successo – a mio avviso – in Egitto: i fratelli mussulmani non piacevano agli USA, per cui sono ridiventati terroristi ricacciati fuori dai militari, peggio di quanto aveva fatto Mubarak (1200 condanne a morte in un mese, arresti arbitrari, un bel modo di fare politica). Sui Palestinesi sorvolo, perché è una vergogna internazionale che dura da 50 anni.
    Ricordo un documentario (se lo trovo in rete lo linko) durante l’operazione «piombo fuso» degli israeliani, in cui un reporter chiedeva ad alcuni cittadini per quale motivo permettessero ai miliziani di Hezbollah di nascondere i missili tra le loro case, diventando così un bersaglio dei caccia israeliani: perché aiutate i terroristi? La loro reazione era prima di incredulità, e poi di indignazione: terroristi? Ma loro (i gruppi Hezbollah) ci hanno costruito l’ospedale, la scuola, ogni tanto riescono anche a farci arrivare i viveri! Sono nostri difensori, non sono terroristi!
    Ovviamente non voglio fare l’apologia di Hezbollah o di Hamas o dei Fratelli Musulmani, di cui non condivido idee e metodi, però è facile capire che se ad un popolo togli tutto e lo umili come è successo in Iraq o in Afghanistan (in Iraq, ad esempio, è stata fatta fuori tutta la burocrazia e l’esercito che erano sunniti, ex appartenenti al partito Bath di Saddam, perciò adesso c’è il ‘vuoto’ della minoranza sciita), è facile che le persone si entusiasmino quando arriva qualcuno da fuori che ti promette il riscatto (ed un futuro migliore) nel nome del tuo dio. Proprio a te che hai perso il padre durante una delle guerre contro gli americani, o a cui la famiglia è stata torturata dalla nuova polizia irachena addestrata dagli americani.
    Non penso affatto che questi popoli siano manipolati dall’occidente, ma che l’80% del loro odio sia generato dall’occidente e dalle sue politiche nefaste. Quando non ti resta più niente da perdere (come un’anzianissima irachena a cui avevano abbattuto il suo unico bene: una stamberga di sassi; piangeva e ripeteva: era la casa di mio padre, del padre di mio padre; del padre dei miei antenati. Che Allah li maledica! Che Allah li maledica!) o te ne vai ad ingrossare le file dei rifugiati politici andando a morire in qualche altro stato, oppure risolvi: se tanto pure devo morire, almeno cerco di tirarmi dietro anche uno solo di quei bastardi.

    Invece di mandare loro munizioni e pickup e forze speciali, dovrebbero rastrellare tutte le armi nella zona e distribuire in denaro quanto spendono in armamenti (che è quello che hanno fatto qui in Italia alla fine della guerra): presumo che la maggior parte dei ragazzi preferirebbero restare lì a casa con l’auto, il lavoro e l’iphone, piuttosto che partire e morire in nome di Allah. Mostrano sempre i fanatici religiosi, ma non mostrano mai la giornata tipo di un abitante di un villaggio iracheno. Io ho grande difficoltà a trovare materiale di questo tipo, e allora per sentire anche l’altra campana ogni tanto guardo video come questo da cui, tolta l’ovvia propaganda, traspare bene quali siano le condizioni laggiù.

  7. Quello che volevo dire con il mio breve post è proprio questo, che la gente combatte per un motivo, giusto o sbagliato che sia, e la prima cosa da fare è capire qual è.
    Riguardo allo rastrellare le armi nella zona, penso che sarebbe un’ingerenza peggiore che bombardare: se i curdi vogliono difendersi, devono potersi difendere. Il pacifismo non si può imporre più di quanto si possa imporre la democrazia – valori in cui credo, per inciso, ma che vanno conquistati e non calati dall’alto, e costantemente rivisti perché non diventino la scusa per nuovi soprusi.
    E poi, il denaro corrompe anche più delle armi: a quanto ho letto, i nativi americani iniziarono a farsi molta più guerra tra loro quando si trattò di accaparrarsi il traffico con i coloni europei (per esempio di pellicce).
    Per non parlare del petrolio: fa comodo a tutti, ai curdi come a ISIS, a Chavez come all’Arabia Saudita. Mica lo estraggono solo per fare un piacere a noi o per paura di venire bombardati!
    Quasi ogni volta che una superpotenza interviene, non dimentichiamolo, è perché c’è qualcuno sul posto che la vuole, che siano le élite filo occidentali o un popolo a rischio, presunto o reale, di genocidio. Gli albanesi sono ancora grati per i bombardamenti della NATO; i curdi vogliono le armi americane. Per non parlare di quanto supplicavano armi i nostri partigiani: allora lì va bene, e se sono altri “partigiani” a chiederle no?
    Se alla repubblica spagnola fosse stato permesso di comprare armi per difendersi dai ribelli, forse la seconda guerra mondiale non ci sarebbe stata o sarebbe stata più contenuta, e soprattutto, sempre forse ma è probabile, agli spagnoli sarebbero stati risparmiati quarant’anni di dittatura. Non voglio stare qui a fare fantastoria spicciola, ma la storia è complessa e gli occidentali non sono sempre i brutti cattivi impiccioni. Non è sempre sbagliato intervenire, purtroppo. Dico purtroppo perché sarebbe bello fosse così semplice sapere sempre cosa fare.

  8. Ah, dimenticavo: i baschi NON possono far valere i loro diritti senza imboccare le armi. Neanche i valsusini. Per non parlare dell’Irlanda. Essere in Europa non dà una gran garanzia di autodeterminazione.

  9. Essere in Europa non dà grandi garanzie di autodeterminazione, però, ad esempio, nei paesi baschi la polizia e le finanze pubbliche sono gestite a livello regionale senza alcun intervento da parte del governo spagnolo (wikipedia). Il PIL pro-capite è quasi quello del Giappone, e molti economisti suggeriscono che alla popolazione l’indipendenza dalla Spagna e dall’euro non converrebbe, in quanto il PIL pro-capite scenderebbe al livello di quello di Madrid, che non è proprio il massimo. Quando la pancia è piena e le tasche tintinnano, uno si può concedere anche il lusso di aspettare con serenità e continuare a tentare il cambiamento attraverso metodi non violenti, magari organizzando catene umane per indire un nuovo referendum sull’autodeterminazione.

    Per i ValSusini è diverso. In Italia esistono più partiti che abbraccino ideali/ideologie? Se così fosse, magari un partito capace di raccogliere le loro istanze lo troverebbero pure (per favore, non parlatemi del M5s). Invece così non è più, per cui, dato che economicamente i valligiani non spostano niente, e dato che militarmente la competizione è nulla contro lo stato centrale, una loro rappresentanza politica istituzionale non la troveranno mai, quindi è come se non esistessero. L’unico modo per fare parlare di sè è l’attentato, visto che anche la marcia pacifica non fa più notizia (il cittadino/spettatore s’è annoiato, poveretto, molto più divertente Renzi). Da questo punto di vista, politicamente i Valsusini sono più vicini agli iracheni che non i separatisti baschi: hanno meno da perdere, oramai.

    Io non voglio fare esemplificazioni buoniste o proporre soluzioni da nodo gordiano: la storia è una faccenda complessa e non credo esistano ricette preconfezionate. Però penso che da noi in Italia nel dopoguerra sono piovuti molti soldi, che hanno sicuramente causato corruzione, ma non una guerra civile come adesso in Iraq. Se esistesse una comunità internazionale capace di imporre con la forza il diritto internazionale, i trattati ratificati, i cessate il fuoco, non dico certo che non ci sarebbero più conflitti, ma probabilmente ci sarebbero meno scempi umanitari e meno odio, perchè uno degli effetti dell’applicazione della giustizia, è proprio questo: riduce/elimina l’odio. A me l’idea delle ‘guerre umanitarie’, dei ‘bombardamenti intelligenti’ quando mi fa comodo, del ‘dalli al terrorista!’ dopo che per anni gli ho venduto armi, proprio non mi va giù. I Curdi è da decenni che sono sterminati da iraniani e iracheni: in Germania e nel nord Europa ne è pieno. Obama se ne è accorto solo ora della loro esistenza/resistenza? Non sarebbe stato meglio spendere in infrastrutture in kurdistan quanto si è donato in armi ad ISIS?

  10. Nessuno dà niente per niente, quindi meglio non dare nulla che dare e pretendere qualcosa in cambio. La Cina sta riempiendo l’Africa di infrastrutture, ma già gli africani si chiedono se ne valga la pena.
    Che gli americani abbiano sbagliato e risbagliato in Medio Oriente lo sanno tutti, compresi loro stessi. Il problema è che anche quando ti accorgi che hai sbagliato, e cerchi di levarti dai piedi per non fare altri danni, come ha in parte fatto Obama, gli errori del passato ti agganciano come lacci alle caviglie e ti tirano di nuovo indietro. Molti dicono: adesso che avete combinato il casino, dovete rimediare. E può darsi che veramente riescano ad aiutare a salvare gli yazidi, e che i curdi non vogliano infrastrutture americane ma solo armi. E può anche darsi che il finimondo in Siria non sia poi colpa degli americani e degli europei (semmai delle potenze regionali che a loro volta si impicciano, e dei siriani stessi).
    Per quanto riguarda i baschi, hanno subito violenze di ogni tipo, e anche se l’economia va bene credo che la loro lotta sia o perlomeno sia stata molto disperata. Cosa succederà d’ora in poi non lo so, ma non parlerei di lusso e di serenità, quando fino a pochi anni fa (ora non so) giovani baschi venivano torturati e fatti sparire in carcere.

  11. Prima Obama ammonisce con raid aerei (umanitari?) le milizie dell’ISIS di tenersi lonatono dal Kurdistan; dopo qualche giorno, l’ONU e l’occidente decidono di armare i Curdi. Scommetto che tra qualche anno ci ritroveremo con uno stato autonomo indipendente: la Repubblica del Kurdistan. Scommetto quello che volete.

    Nel frattempo la tensione cresce: negli USA Andrew G. Doran ricorda che i miliziani dell’ISIS sono davvero cattivissimi, e che il loro obiettivo finale potrebbero essere gli USA (un nuovo 9/11 !!!) perchè… tanti di loro hanno il passaporto statunitense!. Questo sì che è un colpo di scena all’americana, meglio delle banche svaligiate lungo il percorso. E l’NSA – che qualche semestre fa si vantava di poter intercettare *tutte* le comunicazioni telefoniche di un’intera giornata di un singolo stato -, improvvisamente viene colta dalla ‘sindrome di impossibilità’ dell’omino del pentagono (del mio primo commento): «…“The NSA does not have the ability to track thousands of bad guys—and on the human intelligence side, this is even more difficult,” another senior U.S. intelligence official told The Daily Beast. “So we are worried that people are slipping through the cracks.”…».
    Vuoi vedere che se non succede qualcosa in Iraq/Siria, succederà addirittura in casa degli americani, e loro saranno nuovamente ‘costretti’ ad intervenire, per riportare pace e giustizia nel mondo?

    Non avendo trovato materiale in italiano, segnalo un bel documentario di Al Jazeera English del 2012 sullo stato dell’Iraq durante il governo del premier ora uscente, Nouri al Maliki. E’ chiaro perché i civili iracheni non combattano contro i miliziani dell’ISIS.
    Per chi fosse poi interessato al punto di vista iracheno delle due guerre del golfo, una lunga intervista – in italiano – all’ex ministro degli esteri Tareq Aziz. Quest’ultimo interessante sia per le critiche degli stessi ispettori/funzionari dell’ONU sulle responsabilità americane nei due conflitti, sia perché i bambini vittime dell’embargo di allora, e sopravvissuti alle due guerre, sono i giovani che adesso ovviamente vedono nell’ISIS un riscatto per tutto ciò che hanno subito dal 1991 in poi. Cresci la gente nell’odio, e alleverai un nemico sincero. Tutto il materiale dell’ISIS (armi, danaro, risentimento, instabilità politica, settarismo, repressione interna) ce l’hanno messo gli americani: a chi competeva è bastato soltanto scegliere l’istanza identitaria, e si è scelta la Jihād Sunnita. E’ impossibile che andasse diversamente.

  12. Qui il link dell’intervista a Tareq Aziz, che nel precedente commento mi è sfuggito (scusa).

  13. Se i curdi avessero la loro indipendenza potrebbe anche essere una cosa positiva. Non vedo perché i confini debbano restare per forza quello che sono.
    Per quanto riguarda il resto, tutti i civili hanno subito la politica estera degli Stati Uniti, però solo alcuni si sono arruolati nell’ISIS, in particolare quelli del gruppo che era uscito sfavorito dalla ‘democrazia’ e che invece, a quanto leggo, era dominante durante la dittatura. Nessuno nega le colpe dell’Occidente, ma pensare che sia solo lì il problema è limitante. Dopo l’apartheid, i neri non hanno sepolto vivi centinaia di bianchi. Gli israeliani non sono giustificati a sfogare sui palestinesi quello che gli ebrei hanno subito in Europa. E così via. Ognuno può sempre scegliere come comportarsi.
    Saddam Hussein e l’ISIS avranno anche ricevuto sostegni diretti o indiretti dagli Stati Uniti, ma sono anche prodotto di realtà, mentalità, errori e ingerenze locali. Voglio vedere se un governo americano riuscirebbe a destabilizzare la Svizzera.

  14. Nessun problema con l’indipendenza dei curdi: per me possono anche formare 100 micro-stati città tutti indipendenti. Quello che mi stupisce è come mai la comunità internazionale decida di stare dalla loro parte (la nazione curda è una delle più grandi del mondo, circa 30 milioni di persone, senza uno stato di diritto), dopo che sono stati repressi, trucidati, gasati, deportati, e chi più ne ha più ne metta, da iracheni, iraniani turchi e siriani, nel corso di vari decenni. La loro sfortuna è quella di abitare sopra uno dei giacimenti di petrolio più ricchi del pianeta, e ciò ha autorizzato ogni stato che li includeva (e la comunità internazionale che da questi stati importava il petrolio) a trattarli come scomodi intrusi, anche se erano a casa loro.
    Poi perché non usare tutto l’armamentario della diplomazia internazionale (accordi, trattati, convenzioni,etc.) per definire la loro autonomia, invece di armarli? Oppure, se l’urgenza del momento richiede le armi, perché non inviare lì delle truppe ONU a fare da polizia internazionale o a creare delle aree cuscinetto, visto che a quanto pare i miliziani dell’ISIS sono poche migliaia, per cui non dovrebbe essere un problema contenerli in un’area definita?
    Non nego, ovviamente, che sunniti e sciiti se le stiano dando da secoli, e questa conflittualità millenaria è un problema tutto loro; ciò su cui concordo di meno è l’idea che ogni popolo/comunità possa sempre scegliere come comportarsi: per me non è sempre vero. Se un invasore ti obbliga ad un certo regime economico/sociale/politico, puoi magari scegliere una resistenza non violenta come fatto da Gandhi; ma quando si presenta un invasore armato che o ti trucida sul posto o, nella migliore delle ipotesi, si impossessa della tua terra costringendoti alla fuga o deportandoti, non hai molte opportunità di scelta: o soccombi, o combatti. Almeno fin quando non arrivi qualcuno da fuori che imponga il cessate il fuoco e l’applicazione del diritto internazionale e delle varie convenzioni.
    Perché gli americani decidono gli embarghi solo per Cuba, Iran, Iraq, e non fanno lo stesso nei confronti di altri stati che fanno anche di peggio? Perché in tanti casi è loro interesse modificare la geografia politica di una zona, e non potendo farlo con l’embargo, che è solo una misura passiva, utilizzano i vettori di forza presenti localmente per cercare di raggiungere il risultato che si erano prefissi. Per esempio Kirkuk, che era in territorio di giurisdizione irachena, grazie all’attacco dell’ISIS adesso è controllato dai peshmerga curdi, che ne rivendicano l’annessione. A Kirkuk c’è il 20% delle riserve petrolifere irachene. Un bel colpo per i curdi, che mai avrebbero potuto ottenere l’annessione di Kirkuk, nè con embarghi, nè con accordi internazionali.
    Credo che solo alla fine del conflitto, rileggendo gli eventi alla luce degli esiti, saremo in grado di capire le logiche ‘umanitarie’ che hanno spinto i vari attori a comportarsi ciascuno a modo suo.

  15. Io non riporrei tanta fiducia nella diplomazia internazionale, che finora non è riuscita a risolvere la gran parte, a quanto so io, delle più gravi crisi del nostro tempo, tra veti delle superpotenze e stati che se ne fregano delle condanne che ricevono. Purtroppo, alle volte ci vogliono proprio le armi, e non mi sembra che l’ISIS sia da sottovalutare. È un grosso pericolo, se è vero quello che dicono, e se non è vero, come dici tu, lo sapremo solo dopo.

  16. Forse mi sono espresso male, Gaia; io non penso che ISIS non sia un grosso pericolo, perché si sono già macchiati di crimini orribili come questi (e credo che se Di Battista avesse usato il suo laptop per vedere queste foto, piuttosto che il blog di Grillo, forse si sarebbe astenuto da certe esternazioni); quello che trovo intollerabile, è l’uso politico che ne fanno gli americani per giustificare i loro atti di forza in medio oriente. Addirittura Human Rights Watch ha accusato il governo americano – e nella fattispecie l’FBI – di incoraggiare e finanziare le cellule americane di estremisti musulmani, per compiere piccoli attentati che consentano al governo di continuare a mantenere quell’assurda pletora di ‘Patriot Act’, ‘National Defense Authorization Act’, etc., che gli consentono – in casa loro! – di spiare senza bisogno di autorizzazione chiunque, di detenere i sospetti di terrorismo in reclusione a tempo indeterminato, etc. Insomma, la sospensione di tanti diritti civili sotto la spinta della strategia della tensione. Fuori fanno la stessa cosa: creano situazioni ad hoc, finanziando ora questo e armando ora quello, e poi intervengono perché millantano di essere depositari di democrazia e giustizia. Ricordo ancora questo documentario di Riccardo Iacona, che faceva il punto sul Kosovo a 9 anni dall’intervento NATO: a parte la distruzione, le varie pulizie etniche e le vittime innocenti, quello che mi colpì fu l’aver affidato la nazione ad un individuo come Hashim Thaci, trafficante di droga e di armi, e criminale di guerra salvatosi dai processi internazionali solo per aver fatto uccidere tutti i testimoni dalle sue bande armate. Mettere i loro farabutti più obbedienti a capo di stati sovrani, questa sarebbe la loro democrazia?
    Io insisto sulla diplomazia internazionale perché, quando non valgono le leggi, vale la legge del più forte (vedi Israele, gli USA, la Russia, etc.) e sono sempre i giusti ma deboli a soccombere.

  17. Sì, ma dimmi un solo caso in cui la diplomazia internazionale ha risolto una crisi grave. Non dico che non sia un’ottima idea, ma finora che risultati abbiamo? Inoltre, purtroppo, la democrazia in alcuni casi serve solo a ritardare la presa di una decisione, mentre la crisi degenera (guerra civile spagnola, forse guerre nei Balcani…) Mi piacerebbe che non fosse così, ma è così: ci sono persone o rappresentanti di stati che fanno finta di trattare mentre non hanno nessuna intenzione di cedere, e intanto prendono tempo.
    Io penso che dovremmo cambiare ottica. L’ipocrisia degli Stati Uniti e dei governi occidentali, così come il cinismo della Russia e della Cina, sono abbastanza evidenti e solo i più ingenui o invasati li negano. Invece di sottolinearli ogni volta sarebbe più utile esaminare la situazione, per quanto possibile, onestamente, e capire quali potrebbero essere le azioni da intraprendere. In fondo, in nessuna delle due guerre mondiali gli americani intervennero per puro umanitarismo, eppure ebbero un ruolo determinante. Gli americani non dovevano andare in Iraq, e non solo l’hanno fatto, ma lo hanno anche fatto male. Ma adesso, che si fa?

  18. Per me dovrebbe intervenire il consiglio di sicurezza dell’ONU, dal momento che ci sono crimini di guerra. Fosse per me, manderei un ultimatum all’ISIS: o arrestate l’avanzata e mandate una delegazione a trattare, oppure vi bombardiamo. I miliziani dell’ISIS hanno una debolezza: non hanno basi di terra, non sono ancora uno stato, per cui non hanno un’aviazione o sistemi di contraerea. Basterebbe un mese di un centinaio di raid aerei al giorno, e la situazione cambierebbe radicalmente, a meno che non entrino in guerra direttamente Arabia Saudita e Qatar, ma francamente mi sembra impossibile.
    Il problema è che non sono io a decidere 🙂 …. Un mese di tactical full bombing costa parecchio, e poi agli americani – fino a quando non hanno sconfinato in Kurdistan – i miliziani dell’ISIS in Iraq e diretti in Siria facevano comodo, per cui bombardarli sarebbe lo spreco di una utile risorsa in campo. Il messaggio di Obama, che ha riproposto in effetti la vecchia no-fly zone della guerra del golfo, è stato chiaro: no a sconfinamenti al nord. Gli iracheni della capitale, temendosi prossimo bersaglio dell’ISIS, ovviamente ci sono rimasti male: perché per loro sì e per noi no? Ma fanno male a preoccuparsi, sia perchè ISIS non ha la forza necessaria per prendere e mantenere un caposaldo a Bagdad, sia perché a quel punto potrebbe intervenire addirittura l’Iran, che invece l’aviazione ce l’ha, anche se vecchiotta. Fino a quando la situazione resterà in questi termini (ISIS diretti più o meno indisturbati ad ovest verso la Siria), vedremo il solito circo mediatico-militare: aiuti ed armi ai curdi al nord, qualche bombardamento al confine del Kurdistan per ribadire che è off-limits, e quelli dell’ISIS che furbescamente conquistano le città meno presidiate o quelle in cui sanno che la resistenza è minore, lanciando di tanto in tanto attentati suicidi a Bagdad (dove pare abbiano parecchie unità in sonno) per ricordare all’opinione pubblica mondiale la loro potenza e la loro ferocia (il che fa sia il gioco loro, che quello degli USA). Poverini quelli che, trovandosi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ci rimetteranno le penne.
    Ma così va la guerra, da quando mondo è mondo.

  19. Bè, ma li stanno bombardando!
    Piuttosto, sarebbe il caso di abolire o il consiglio di sicurezza dell’Onu, che non ha motivo di esistere ed è completamente anacronistico.
    Stavo per dire qualcosa sul ruolo dell’Iran e su come in Iraq ha gli stessi obiettivi degli Stati Uniti e in Siria il contrario, ma io mi fermo qui, per rispetto per chi queste zone le conosce veramente. Io non sono un’esperta di queste questioni, e per quanto possa farmi un’idea anche buona la realtà è sempre più complessa.

  20. Io cerco di farmi un’idea leggendo sia articoli di analisti americani, sia pezzi del mondo arabo, ma è dura… perché non c’è un blog preciso come il tuo, dove le notizie sono già belle cucinate e servite. Condivido le mie idee non perchè credo (o aspiro a che) siano autorevolii, ma perché confrontandomi con qualcuno che mi presta attenzione, le debolezze nei miei ragionamenti emergono subito ed, eliminando le idee più strampalate, di solito restano in piedi quelle che più trovano riscontro nella realtà. Ho un disperato bisogno di mappe mentali, perché ultimamente molte mie certezze vacillano (anche se questa sensazione pare riguardare solo me: forse perchè mi ostino caparbiamente a restare fuori dai social networks. Ma preferisco leggere libri, piuttosto che affogare nei narcisismi in 140 caratteri…)

  21. Questa storia vera, invece, sembra un romanzo… facessero tutti come Herr Zanoli!

  22. Sì, l’avevo letta anch’io. Che tristezza: un popolo che aveva la comprensione del mondo per i torti subiti l’ha sprecata commettendo atti atroci a sua volta.
    Io penso che l’offerta mediatica, anche se sovrabbondante e frammentaria, raggiunga davvero picchi di eccellenza, anche grazie ad Internet e, piaccia o no, al dominio dell’inglese come lingua globale. A proposito di questo, e per tornare alle origini del post (che aveva intenzioni umili), segnalo un ottimo profilo di Isis dall’ottimo Guardian, che offre una panoramica del contesto in cui emerge e qualche scorcio del dibattito in corso in Medio Oriente. Complimenti al signor Hassan Hassan.
    A me sembra che il fatto che molti problemi attuali derivino dalla Siria, in cui gli Stati Uniti non sembra si siano impicciati poi così tanto, indebolisca l’idea che è sempre tutta colpa degli occidentali e che se lasciassimo in pace certe aree del mondo poi andrebbe tutto bene. Ci sono problemi autoctoni che anche noi abbiamo conosciuto fino a poco tempo fa, che in certe zone d’Europa e del Nord America persistono e che rischiano comunque di tornare in qualunque momento: il fanatismo religioso, il conservatorismo sociale portato all’estremo, le potenze regionali che perseguono i propri interessi, la tolleranza della violenza per un fine ulteriore, la mancanza di prospettive per enormi masse di persone, che sono disposte a sacrificare libertà e dignità in cambio di pacificazione e benessere, l’umiliazione della sconfitta e desiderio di rivalsa su scala addirittura mondiale…
    Per quanto io cerchi di prendere in considerazione tutte le possibili visioni del mondo, le letture, l’esperienza e l’inclinazione personale portano sempre a propendere verso una piuttosto che un’altra. Nel mio caso, è l’idea che ognuno è responsabile delle proprie azioni e del proprio ruolo nel mondo e che il modo migliore per costruire una buona società sia partire dalla cultura, dalla mentalità, dall’educazione, dalla memoria. Purtroppo, me ne rendo conto arrivando alla fine dell’articolo che ho segnalato, la memoria può durare molto a lungo come serie di fatti e conoscenze, ma molto meno come consapevolezza viva. Può essere, tra le tante possibilità, che dalla devastazione mediorientale in corso emerga una nuova pace basata sulla comprensione degli errori del passato e sulla stanchezza della guerra, come in Europa dopo mezzo secolo di combattimenti, dalle guerre balcaniche alla seconda guerra mondiale.

  23. Bel commento. Hai dimenticato il link all’articolo, che immagino sia questo.
    Le tue parole mi hanno ricordato la sintesi di uno studioso, quando qualche anno fa Obama suggerì (inascoltato) agli israeliani e ai palestinesi di sedersi ad un tavolo, e di ridiscutere i confini tra Israele e Palestina, ripartendo dalla situazione dei famosi ‘territori del 1967′. Ciascuna delle due parti trovò un sacco di eccezioni (perché entrambe ci avrebbero rimesso), e dopo qualche anno si riprese con i conflitti. Interrogato sul fallimento di quel principio di dialogo, lo studioso di cui non ricordo il nome, sentenziò: «In quella trattativa c’era troppa storia, e troppo poca geografia».

    L’articolo di Hassan Hassan è interessante, però è un po’ troppo Sirio-centrico, a mio giudizio (forse perché quella è la patria dell’autore). Pare che ISIS sia nata in Siria, e si sia diffusa in medio-oriente, e si fa appena menzione di Abu Bakr al Baghdadi (che è iracheno) e della sua storia, il che è un po’ strano per uno che non solo ISIS l’ha fondata, ma si è autoproclamato califfo di tutti i musulmani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. E’ vero che forse si scende troppo nei dettagli dei gruppi militari dell’estremismo musulmano e delle loro azioni militari, però la genesi dell’ISIS e dei suoi protagonisti, e i rapporti iniziali con Al-Qaeda e Ayman al-Zawahiri, la successiva rottura con Al-Qaeda, l’addestramento alla guerriglia nei campi in Giordania, la discesa in Siria e lo scontro con Jabhat al-Nuṣra; insomma di tutta la storia iniziale dell’ISIS non c’è traccia, mentre invece – a mio avviso – è importante conoscerla per capire come questa fazione si sia sviluppata. Io sono saltato dalla sedia, per esempio, quando ho letto che il nuovo califfo del terrore Abu Bakr al Baghdadi era stato catturato dagli americani, che l’avevano poi rilasciato nel 2004 (il Pentagono: …”Ibrahim Awad Ibrahim Al Badry, also known as ‘Abu Bakr al-Baghdadi’ was held as a ‘civilian internee’ by U.S. Forces-Iraq from early February 2004 until early December 2004, when he was released… He was held at Camp Bucca. A Combined Review and Release Board recommended ‘unconditional release’ of this detainee and he was released from U.S. custody shortly thereafter. We have no record of him being held at any other time….), e da quel momento aveva fatto carriera fino a raggiungere i vertici militari della sezione irachena di Al-Qaeda. Adesso è il ricercato numero 2 del governo americano, con una taglia superiore ai 10 milioni di dollari.

    Una visione molto ‘originale’ dei conflitti che devastano il Medio Oriente la rilascia, alla stazione televisiva pan-araba di Beirut “al-Maydeen”, Nabil Na’eem Abul Fattah, fondatore del «Partito Democratico della Jihad Islamica» e poi leader della «Jihad Islamica Egiziana», ma soprattutto ideologo della Jihad assieme a Sayyid Imam Abd al-Aziz Imam al-Sharif (che è la leggenda dei jihadisti: è il mentore di al-Zawahiri, l’attuale numero uno di Al-Qaeda, e i suoi due libri “Risalat al-Umdah Fi I’dad al-Uddah” [Fondamenti nella prepazione per la Jihad] e “Al-Jami fi Talab al-I’lim al-Sharif” [Testo completo sulla Ricerca della ‘Gloriosa Conoscenza’], sono i mattoni che vengono propinati ad ogni recluta jihadista che si rispetti. E di questo successo del collega, Nabil Na’eem rosica un po’, a giudicare dalle sue parole…).
    Nabil Na’eem Abul Fattah è uno che la Jihad l’ha fatta sul serio, oltre che teorizzata: aveva il suo bel campo di addestramento militare, ha mandato miliziani a combattere in Afghanistan, ha partecipato al complotto per l’assassinio di Sadat, è stato arrestato e si è fatto i suoi buoni 20 anni di carcere. Ascolta – senza irritarti per alcune uscite – come risponde all’intervistatrice di al-Maydeen (molto intelligente, gli fa le domande giuste): sono risposte allucinanti, però ho controllato in rete tutti i fatti che argomenta, e sono tutti veri. Sarà il solito complottismo di sinistra (questa volta però proveniente dal mondo arabo), però, alla luce di questa logica, tanti ‘strani’ comportamenti di molte nazioni acquistano un senso, e si capisce anche il perché della balcanizzazione del medio-oriente. Una tesi forse assurda, ma suggestiva:

  24. Grazie della segnalazione, guarderò. Una domanda però: cosa si intende per “balcanizzazione”? È un termine a cui sono allergica, perché è quasi sempre dispregiativo e non ha un significato preciso. Si tratta di guerra fratricida (moltissime guerre lo sono)? Di autodeterminazione e guerra di liberazione? Perché quello che è successo nei Balcani, che ha tratti in comune con moltissime guerre di tutta la storia umana, dev’essere il paradigma di qualcosa che in realtà non è niente di particolare e anzi non si sa bene cosa sia?
    Sembra una questione semantica, ma secondo me è di prospettiva. È razzista nei confronti dei Balcani (consiglio la lettura di Maria Todorova che spiega bene perché) e anche nei confronti dei popoli a cui si impone il termine.
    Magari il Medio Oriente non si sta “balcanizzando” (magari neanche i Balcani si sono “balcanizzati”), ma sta cercando un equilibro corrispondente alla sua nuova realtà dato che quella precedente, questo sì, era frutto di ingerenze straniere e lasciti imperiali.
    E a proposito di imperi, qualsiasi manipolazione facciano gli Stati Uniti poi sono sempre arabi, curdi, persiani a combattere, più che occidentali. Questo non è un particolare da poco. Perché lo fanno?

  25. Ho guardato il video e mi sembra che confermi quanto ho scritto finora. Ovviamente io non sono la persona migliore per dare una risposta, mi permetto solo alcune considerazioni.
    – non è vero che ISIS non ha ucciso un solo americano, almeno secondo la ricostruzione fornita da Wikipedia con fonti, che parla di civili e militari americani uccisi dai gruppi da cui deriva l’attuale ISIS
    – per me il punto fondamentale è la regola del “divide et impera”, utile per ogni impero. Non trovo niente di sorprendente nel fatto che gli Stati Uniti, distanti da tutte queste distinzioni di religione, storia, personalità tanto importanti per coloro che sono coinvolti, sostengano di volta in volta la componente più utile o più vicina ai loro interessi. È sempre stato così e sempre sarà così finché ci saranno imperi. Infatti, l’unità è l’unico modo per sconfiggerli. Un popolo diviso, per qualsiasi motivo, cercherà di tirare dalla propria parte una superpotenza perché lo aiuti contro i suoi fratelli. Dov’è la novità? Cos’ha fatto Obama che tutti gli altri capi di un qualsiasi impero prima di lui non abbiano fatto?
    – quando dice “un apostata è peggio di un infedele” descrive anche le classiche divisioni interne della sinistra che esistono da almeno un secolo: colpisci chi è più vicino a te anziché il nemico più lontano, che dovrebbe essere comune ed è completamente diverso da te. È una ricorrenza interessante, che forse andrebbe spiegata psicologicamente. È quella tendenza naturale alla divisione dei ‘duri e puri’ di cui si approfittano poi i loro effettivi nemici. Anche qui, niente di nuovo
    – le confessioni di un incontro tra Morsi e la CIA potrebbero essere false. Nell’Unione Sovietica non si contano le confessioni false di trattative e accordi con il nemico. Ma, se fosse vero, la richiesta sembra essere di contenere i gruppi radicali, non di finanziarli, in contraddizione con quanto detto nel resto dell’intervista. E comunque l’Egitto è sempre stato, come Israele, finanziato dagli Stati Uniti e un suo alleato in quella zona
    – le accuse dell’intervistato agli Stati Uniti sono piuttosto vaghe: vogliono destabilizzarci (può essere), ci manipolano, ci finanziano. Quando parla della situazione nel mondo islamico e arabo, invece, è molto preciso. Questo fa capire che i problemi di cui eventuali poteri esterni si approfittano sono autoctoni, per esempio lo sfruttamento delle masse da parte dei leader, la corruzione, l’estremismo religioso, le diverse interpretazioni delle scritture, il conflitto tra lealtà alla nazione, all’etnia o alla religione, eccetera. Tutto questo resterebbe anche se gli Stati Uniti si togliessero da lì domani. In realtà, Obama ha provato ad andarsene almeno un po’ dall’Iraq, non so se più per continuare la guerra per procura o per non avere più quella rogna, e ora è “costretto” a tornarci perché la situazione è degenerata di nuovo. Adesso è una parte in conflitto a chiedere un maggiore intervento, anche se, ovviamente, vogliono armi e non truppe (tutti vogliono armi e non truppe, questo è un altro schema ricorrente)
    In conclusione, pur non negando il ruolo sporco degli Stati Uniti in questi paesi, più che evidente, non condivido l’analisi che li pone al centro di tutto. In tutta l’intervista non si parla di come gli americani hanno fatto qualcosa, ma di come hanno fatto fare qualcosa alle varie fazioni in lotta in Medio Oriente. C’è una bella differenza. In ogni guerra civile di cui io abbia conoscenza una parte accusa l’altra di fare gli interessi di un nemico esterno, non rendendosi contro che è proprio lo scambio di accuse e la guerra stessa, eventualmente, a fare gli interessi del nemico.

    P.S. La giornalista è bravissima, e non sorride come la Gruber ogni volta che fa una domanda provocatoria.

  26. Comunque ho cercato conferma della storia dei miliziani di ISIS curati a Tel Aviv e l’ho trovata su un solo sito dall’aria poco attendibile, senza prove. Non so se crederci o meno, mi sembra un po’ sospetto, vedremo se viene fuori altro.

  27. Ciao Gaia. Relativamente alle tue note, credo che Nabil Na’eem si riferisca nell’intervista all’ISIS sotto il comando di Al Baghdadi, cioè da quando si è definitivamente separata da ‘AQI’ (Al-Qaeda in Iraq):

    Intervistatrice: You say that ISIS is a branch of Al-Qaeda?
    Nabeel Naiem: It adopts the ideology of Al-Qaeda. ISIS was established in 2006, we created Al-Qaeda since 1989….

    Quindi Nabil Na’eem parla di ISIS dalla scissione operata da Al Baghdadi in poi. A partire da allora, sotto la reggenza di Al Baghdadi, non mi sembra ci siano mai stati attacchi mirati contro militari o obiettivi americani. Sul problema dell’apostasia, a me pare che sia fortemente critico nei riguardi delle sette che utilizzano questa motivazione per attaccare altri musulmani: infatti ripete per tutta l’intervista che sono ‘ignoranti’, non conoscendo a dovere le Scritture (di cui invece si vanta, molto boriosamente, di essere un esperto):

    Intervistatrice: What makes the close enemy, so to speak, in the ideology of these groups, the close enemy is these countries and its leaders, geographically speaking, this term as close enemy and far enemy exists in Al-Qaeda, you mentioned Israel which is not far geographically, what makes it far for them?
    Nabeel Naiem: No, they
    (si riferisce ai Khawarij, cioè ai gruppi integralisti secondo i quali il peccare è equiparato all’essere infedeli e dunque va punito con la morte; però questi stessi gruppi sono stati posti fuori dall’Islam dal Profeta, come ricorda Nabeel Naiem più tardi, e quindi sono loro ad essere contro le Scritture)don’t say this, they say: fighting an apostate is a more priority than fighting the original infidel, close and far that’s an old saying.. The apostate is us now..
    Intervistatrice: As per their understanding?
    Nabeel Naiem: Yes, we are apostate, the Arab rulers are apostate, the Arab armies are apostate, thus fighting the apostate is a priority over fighting the original infidel, the Jew.

    A me pare che Nabeel Naiem si rammarichi del fatto che tutti questi gruppi estremisti armati, a causa della loro ‘ignoranza della fede’, abbiano perso di vista il loro iniziale obiettivo (i veri infedeli: Ebrei e USA prima di tutto), per accanirsi contro altri musulmani, seppur di sette differenti, a volte abbattendo quegli stessi stati sovrani senza i quali la Sharia è inapplicabile:

    «…What I want to tell you, the efforts of all Islamic countries… must combine, to eradicate these groups, because these groups are the claws of colonialism in the region, it’s not on religious bases… there must be a combination of the countries efforts to organically eliminate these groups by security and by intellect, disprove their ideology… There must be a response to these groups and explaining its ideology is a stray ideology, contrary to the Islamic Sharia, and this is the ideology that the prophet warned from when he said about Khawarij: ‘Newly in the religion, ribald in their aims, they go through the religion like how an arrow goes through the bow, if I meet them I will kill them the way Iram and A’ad were killed, they’re the worse killers under the skies, blessed who they kill or who kills of them..’ and he called them: ‘the dogs of hell.’…»

    Che l’Egitto sia sempre stato alleato e finanziato dagli USA penso si possa dire solo a partire dal ’74 in poi, con la svolta che Sadat impresse al paese (la cacciata dei tecnici sovietici e gli accordi di Camp David) e per la quale pagò con la vita proprio per mano della «Jihad Islamica Egiziana» di Nabil Na’eem. Credo che nel racconto di Nabil Na’eem non ci sia contraddizione, in quanto quando parla del contenimento della Muslim Brotherhood (il gruppo islamico ‘amico’ secondo Nabil Na’eem, sia per aver storicamente compartecipato all’attentato contro Sadat, sia per le forti posizioni pan-arabe, sia per aver rovesciato Mubarack), questo contenimento sarebbe dovuto avvenire facendo giungere in Sinai alcuni estremisti di Al-Qaeda, per impedire che la Muslim Brotherhood, una volta rovesciato Mubarak, allontanasse l’Egitto dall’orbita degli USA. Secondo la narrazione di Nabil Na’eem, gli americani, preoccupati dalla piega indipendentista che aveva preso l’Egitto, avrebbero convocato Morsi «…to contain the radical groups in the region» (‘the region’ = Egitto), e Morsi avrebbe dunque accettato l’accordo anche per non perdere il potere, contattando Al-Qaeda e garantendo l’impunità ai suoi agenti: «…Peace be Upon You Emir of Believers, we need your people here in Sinai, and I will provide them with expenses, food and water and prevent security from pursuing them..»
    Lo so che è una lettura dei fatti piena di ribaltamenti, ma ciò è proprio quanto denuncia Nabil Na’eem, quando parla dell’uso spregiudicato che gli americani fanno delle decine di gruppi militari presenti nella regione: «…Look, there’s nothing constant in these matters, take for example after Russia was defeated (in Afghanistan) the Americans wanted to get rid of the Arab Afghanis, and in fact the Arab Afghanis were arrested, deported and some like us were jailed, so Al-Qaeda in Afghanistan was struck by September 11 attacks and after Osama Bin Laden’s death Al-Qaeda was bought by the Qatari Intelligence…»

    Indipendentemente dalla assoluta fondatezza della sua analisi, il problema che si pone è proprio la tua considerazione finale: in che modo la politica estera degli USA modifica attivamente la storia di quell’area? Cosa sarebbe successo in Iraq, ad esempio, se l’odiato dittatore Saddam Hussein fosse stato rovesciato dal suo popolo, in perfetta autonomia? E se invece il popolo avesse deciso che, tutto sommato, sarebbe stato meglio un dittatore di quel tipo (almeno fondante uno stato laico), piuttosto che le monarchie religiose proposte ora dagli estremisti islamici? La narrazione di Nabil Na’eem, ripresa più grossolanamente o fumosamente dai complottisti di sinistra, è che gli USA e Israele riescano da trent’anni a condizionare pesantemente le sorti di ciò che accade in quella regione, truccando il gioco col rendere improvvisamente assai potente ora questa, ora quell’altra fazione, ed intervenendo addirittura in prima persona quando la situazione lo richieda: fino a quando il mondo arabo-musulmano è diviso, diventa facilmente controllabile. A differenza dei settaristi come i miliziani di ISIS, che uccidono sunniti, sciiti, curdi, cristiani, insomma chiunque non appartenga al loro gruppo, questi ‘dottori’ dell’ortodossia della Jihad auspicano invece la stabilizzazione degli stati arabi, tutti in allenza tra tra loro, rispolverando il vecchio sogno realizzato per soli 3 anni da Sadat con gli Stati Arabi Uniti (Egitto, Siria e Yemen del Nord). Il ragionamento finale che fa Nabil Na’eem è proprio quello che sottolinei tu: sono inutili le guerre fratricide per l’applicazione della Sharia, se al loro termine non esisterà più neanche uno stato musulmano per applicarla. E’ questa la considerazione che più mi ha colpito nella sua intervista:
    Nabeel Naiem: …here is a link between the national responsibility and the religious commitment, and this contradicts with the understanding of the Salafists clerics, and I’ll tell you the political theory of imam Ibn Taymiyyah, who people consider him the most strict imam, Ibn Taymiyyah was asked: if the nation’s interest conflicts with applying Sharia, if we apply Sharia will lose the country, what to do? He said: Maintaining the homeland is a priority over applying Sharia, because if you lose the country, where will you apply Sharia? I’ll give you an example to make it clearer, if someone is naked and will fall from the 10th floor, will you rescue him or get him something to wear? Thus, to preserve the country is more important than to apply Sharia if there’s interest conflict.
    Intervistatrice: And the interest now?
    Nabeel Naiem: To preserve the nation.

    Quanto alla «balcanizzazione», io uso impropriamente questo termine non in senso offensivo, ma per indicare la disarticolazione di un grande paese multietnico o multiconfessionale, che ha un peso rilevante geopoliticamente a causa delle sue dimensioni e/o risorse, in un insieme di stati molto più piccoli, che perdono di importanza a causa delle ridotte dimensioni geografiche o economiche, e che iniziano ad entrare in competizione tra loro per quelle risorse che un tempo erano comuni. Tutto qui. La connotazione negativa (ribadisco non mia) può discendere dall’eventualità che uno stato terzo (o uno degli stati frammentati) più potente politicamente o economicamente o militarmente, e interessato all’area, possa aizzare i campanilismi etnici o religiosi gli uni contro gli altri, innescando conflitti con la ragionevole certezza che i loro esiti vedranno aumentata la sua influenza politica, economica o militare nella zona. Se pensiamo al Medio Oriente, ad esempio, con tutto ciò che sta succedendo, aumentano di giorno in giorno le richieste esplicite ad Obama: quali che siano gli sviluppi, immagino che – a meno di clamorosi ingressi in campo di altre superpotenze – aumenterà moltissimo l’influenza economico-politica degli americani in quella zona.
    Ti ringrazio sempre tantissimo per la pazienza che dimostri nello sciropparti tutti i link che propongo. Sei più unica che rara.

    P.S.
    Spero di non aver offeso alcun musulmano riportando brani o parole a carattere sacro, nei miei tentativi di compressione del discorso dello sheikh Nabil Na’eem. La mia conoscenza della religione islamica e della sua storia è pressoché nulla, e se l’ho fatto non era assolutamente nelle mie intenzioni, anzi andrebbe letto come un mio sforzo maldestro nel capire la trama storico-religiosa fittissima di queste vicende. Se l’avessi fatto, ovviamente, me ne scuso sinceramente.

  28. Morsi però adesso è stato rimosso e messo sotto processo, dopo manifestazioni di massa di oppositori e sostenitori, a milioni. L’accusa è di aver complottato con Hezbollah e Hamas. Ci sono tante altre cose in corso, oltre all’ingerenza statunitense (che tra l’altro è nemica di questi gruppi, al momento). A me pare che i problemi siano più interni che esterni, ma non insisto su questo punto, avendo già detto tutto quello che penso.
    Riguardo agli stati più piccoli che emergono da stati multinazionali, se è quello che i popoli vogliono a me va bene. Non solo i Balcani adesso hanno più pace, ma addirittura i paesi della ex-Jugoslavia ricominciano a collaborare tra di loro, liberamente. Cosa succederà poi lo vedremo, chi ci sarà.

  29. (Grazie a te, ovviamente. Ogni tanto penso che sia tu il vero blogger qui 🙂 )

  30. Sugli Israeliani che curano i ribelli Siriani, basta una ricerca utilizzando quali keywords: IDF, wounded, Syria. Ovviamente gli Israeliani non specificano a quale armata appartengano i miliziani feriti, ma parlano genericamente di non meglio identificati ‘insorgenti siriani’. E’ vero pure che, se sono gravi, li portano dagli ospedali da campo sulle alture del Golan, negli ospedali in città: «…The Israeli paramedics patrol the border and provide treatment for casualties they encounter. Once Syrians are evaluated, some are sewn up and treated on the ground. Others are taken to a makeshift field hospital for basic surgery and recovery. But patients who require extensive surgery are sent to a civilian hospital, Ziv Medical Center, in the Israeli town of Tsfat, about an hour away…»

    Questa cosa comunque non mi sconvolge, perché il sostegno prestato dagli israeliani a chiunque combatta Assad gli ritorna utile sia dal punto di vista militare, che mediatico (ci sono anche alcuni articoli con Netanyahu che fa la passerella tra i feriti nelle tende da campo).

    Se vuoi cercare qualcosa di più specifico su ISIS, dal momento che la maggior parte degli articoli è relativa al 2013, ti conviene utilizzare come parola chiave supplementare al-Qaeda o al-Nusra, perché ISIS e Jabhat al-Nusra sono state separate dal proclama di Ayman al-Zawahri a fine novembre 2013, se non sbaglio, per cui prima di allora la distinzione non era quasi mai rimarcata.

  31. «…Ogni tanto penso che sia tu il vero blogger qui…»

    Questo è davvero un sacrilegio! Anatema!
    Io faccio solo il bravo studente, e cerco di approfondire i temi che tu tratti, perché sono davvero interessanti. Secondo me dovresti insegnare da qualche parte, perché riesci a comunicare/suscitare l’interesse, che non è dote comune.

    Magari avessi 1/100 della tua prosa, della tua cultura, o della tua apertura mentale. (Mi fermo solo perché immagino che la cosa ti dia fastidio, e non voglio farlo). Cerco solo di seguire, confusamente, il filo dei tuoi pensieri.

  32. Quando tratto di temi che non conosco bene cerco di scegliere articoli che possano servire da spunto e stimolare il dibattito, e mi sembra di esserci riuscita in questo caso, almeno con te 🙂 (agosto è tragico, da questo punto di vista). Io davvero so molto poco del Medio Oriente, si è capito, e alcune cose che ho scritto le ho apprese in questi giorni cercando di rispondere alle tue argomentazioni. Internet (e, nel mio caso, una formazione di base su argomenti di politica internazionale che però si allontana sempre più nel passato) danno l’illusione di conoscere temi dei quali in realtà si sa ben poco. È come un viaggio con guida: ti senti un esperto, ma in realtà hai visto solo quel poco che qualcuno aveva voglia o interesse a farti vedere. La cosa migliore è mantenere una mente aperta e fare molte domande, accettando di essersi sbagliati quando ci si accorge che è così. Per questo divento sempre più riluttante a giudicare severamente, anche quando lo meriterebbero, coloro che hanno fatto scelte sbagliate in un momento in cui scegliere era difficile: è così facile sbagliarsi, anche quando si è in buona fede – e a certi livelli di potere, la buona fede diventa già di suo una questione molto complicata.

  33. Scusa se vado off-topic, ma lo faccio perchè ti offro (gratuitamente, visto che… non ho ancora ricevuto il questionario di gradimento!) un feedback come lettore, che penso ti sia dovuto.

    Quando scrivi un post, quale che sia il tema – dall’apertura del nuovo centro-commerciale-ecomostro alle politiche di contenimento delle nascite nella Guyana Francese del XVII secolo – c’è sempre una (maledetta) domanda inevasa nel tuo ragionamento, c’è ne sempre una, anche se il tuo discorso sembra del tutto assertivo. E’ un interrogativo posto ad un livello più alto della conversazione, che di solito collega come un flash multitentacolare tutta una serie di questioni apparentemente slegate dal soggetto, rendendole improvvisamente facce diverse dello stesso problema multidimensionale, anche se dislocate in ambiti differenti (solo adesso che lo sto scrivendo, mi rendo conto che sto descrivendo l’accensione di una lampadina nella testa del lettore).

    Uno legge, e dice: «c**zo!». Come quando ti lanciano un oggetto al volo, e tu lo afferri istintivamente, ma non sai il perchè, perché non te l’aspettavi.
    Passata la fase dello stupore, eccitato dalla scoperta delle connessioni nascoste tra le varie tematiche, cerchi di ripercorrerle, un po’ come fanno i cani sugli stessi sentieri: per assicurare te stesso – e il resto del mondo – che quei tragitti sono proprio i tuoi, che ti appartengono perché li hai impressi nella tua mente.

    Ma qui scatta l’inghippo: poiché il flash è un fenomeno momentaneo – che tu hai visto, era proprio lì, appena un attimo fa, ma ora non c’è più – appena inizi a ripercorre una qualsiasi delle connessioni, inizi a perderti: quei sentieri che univano le problematiche distanti, non erano strade abusate, calpestate milioni di volte dai piedi del senso comune; ma vicoletti laterali, quelli che ti fanno guardare le piazza da un’altra angolazione.

    Cosa fa un uomo quando si perde? Inizia a cercare punti noti di riferimento, a guardarsi intorno, a ripercorrere a ritroso la strada; si cercano indizi, prove, certezze che dimostrino che quella che si sta percorrendo è la strada giusta, e il senso della connessione era proprio quello intravisto prima, anche solo per un attimo.

    In questo infinito viaggiare tra un’idea e l’altra, tra le sparute certezze che collegano i dubbi ai due capi del ragionamento, se si ha l’accortezza di non stare fissi sui propri pensieri, ma di allungare il collo anche a destra e a sinistra, si osservano paesaggi che si erano dimenticati, o si scoprono visuali del tutto inedite, assolutamente nuove. E’ un viaggio in una terra semisconosciuta (quella della scoperta della propria percezione della problematica), eppure avviene interamente nella propria testa, proprio nel momento esatto in cui la si sta costruendo.

    E’ davvero una bella esperienza, perché nelle soste momentanee di questo viaggiare (che continua anche dopo che ci si allontana dal monitor), ti senti più sicuro di dove metti i piedi quando pensi, e ti ritorna familiare quale direzione prendere, quando vuoi dirigerti verso uno degli aspetti del problema. Quel territorio ti sta diventando familiare: ma adesso sul serio, in modo molto più denso rispetto a prima.

    Fine del feedback di gradimento del lettore (5 stelle su cinque)

    Non so se sono riuscito a farmi capire, ma il concetto era: continua a scrivere, e a porti domande, perché è bello/bene per chi ti legge.

    Ciao
    mk

  34. Bella questa metafora spaziale…

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