non contattate

È una strana sensazione stare davanti al computer a leggere una notizia allarmante dopo l’altra (l’ebola, l’agonia della democrazia italiana, Gaza, gli aerei che cadono…) sapendo di non poter far nulla, almeno al momento, e volendo però comunque sapere cosa succede e formarsi delle opinioni. Una notizia che mi sembra non sia stata ripresa dai media italiani, ma che mi ha colpito molto, è questa: una tribù di indigeni dell’Amazzonia è fuggita dal Perù fino in Brasile (confini che per loro, presumibilmente, non significano nulla) in seguito a un attacco da parte di non-nativi che deforestano illegalmente e trafficano droga. Sono venuti a chiedere armi e aiuto, e rischiano già solo per questo di morire di influenza, a cui non hanno immunità.

Ovviamente è un argomento di cui non ho nessuna esperienza diretta, ma la stessa esistenza di tribù isolate che desiderano rimanere tali pone tanti interrogativi di grande importanza anche per chi vive in angoli del mondo dove queste tribù non esistono. Di chi è la terra? È giusto uccidere per difenderla? Il progresso va in una direzione sola? A che punto una causa diventa persa? Si può tornare indietro? Lo si può fare solo in parte? È più importante lasciare tracce del nostro passaggio o vivere bene? L’incontro tra culture è sempre una cosa positiva?

Qui qualche informazione sulle tribù del Brasile e sui motivi per cui il semplice contatto con non-nativi è per loro devastante. Altre domande: cos’è che possiamo fare per salvarli? Non mangiare carne? Non comprare legname esotico? Non tirare di coca? Convincere i brasiliani e i peruviani a non vivere come noi? Smettere di dare il cattivo esempio? Vivere senza petrolio? Niente?

È triste pensare che alcune di queste tribù possono essere scomparse per sempre.

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13 risposte a “non contattate

  1. Ciao Gaia. Empatizzo con la tua ‘strana’ sensazione (la mia nitidamente di impotenza) provocata dall’assistere a veri e propri drammi sociali con la consapevolezza di non poter incidere – fino a quando resterò isolato davanti al mio terminale – in alcun modo sul loro esito. Impotenza ancora più colpevole, se vissuta attraverso l’amara consapevolezza di una paternità che realizza, giorno dopo giorno, il pessimo lascito che sta producendo nei confronti delle generazioni future.

    Tu ti domandi di chi sia la terra. A me viene subito da rispondere: è di chi la abita… ma solo fino a quando non arriva qualcuno più forte che se ne impossessa. Penso al South Dakota: se domando a chi appartiene, ogni individuo dotato di un minimo di cultura geografica mi risponderà che è uno degli stati federati americani e dunque appartiene agli americani; ma in realtà quella terra apparteneva ai Lakota, una tribù Sioux bellamente sterminata dagli ‘invasori’ americani. Oggi, dopo solo appena un centinaio di anni, nessuno ricorda più i Lakota e la loro cultura (e le loro proprietà: se lo stato si chiama “Dakota” un motivo pure ci sarà); paradossalmente, l’ingiustizia e il sopruso di quella conquista viene pure celebrata nell’epos dei western che narrano (di solito anche in maniera erronea e faziosa) le gesta di Nuvola Rossa, Toro Seduto o Big Foot. Quindi, checché ne dicano i filosofi del diritto che magari disquisiscono se sia più giusto assegnare la proprietà della terra a chi la abiti, o a chi la lavori, o a chi l’abbia ricevuta tramite un lascito testamentario senza neppure averla mai calpestata, la verità storica è che la terra appartiene semplicemente al più forte. Vedi Gaza, tanto per stare sul pezzo, vedi il South Dakota, vedi la ValSusa, vedi il MUOS, etc. Non c’è filosofia che tenga: davanti ad un fucile e ad una comunità (internazionale, nazionale, regionale o locale) che si gira dall’altra parte e ti dà le spalle, la terra è di chi sta dalla parte dell’impugnatura del fucile.

    Ho finito da qualche settimana di leggere un saggio interessante che cerca di dare una risposta scientifica all’annosa questione se i principi morali (il bene, il male, la capacità di formulare un giudizio morale) siano innati nell’uomo, oppure se siano il risultato della sovrastruttura mentale che acquisiamo crescendo attraverso l’educazione o il contesto cui siamo esposti. In esso, tra i tanti lavori, è citato l’esperimento di Henri Tajfel “Kandinsky contro Klee” per studiare come emergano le discriminazioni tra gruppi sociali. Descrivo (molto imprecisamente) l’esperimento, solo per spiegarne le risultanze: Tajfel recluta da una stessa scuola 48 scolari tra i 15 e i 16 anni, e li divide in maniera casuale in due gruppi, facendo credere loro, attraverso un espediente ben congegnato, che ogni ragazzo sia stato assegnato ad un gruppo in quanto preferisca le opere astratte di Kandinsky piuttosto che quelle di Klee (agli scolari viene fatto credere che il loro unico compito nell’esperimento sia quello di mostrare la propria preferenza personale per uno dei due artisti, soltanto per stabilire quale dei due artisti sia più prossimo alla percezione visiva da loro mostrata a quell’età). In realtà, i ragazzi sono assegnati ai due gruppi a caso. Simulando la fine dell’esperimento, e notificando a ciascuno scolaro l’appartenenza ad uno dei due gruppi, Tajfel comunica loro che hanno la possibilità di dividersi una piccola ricompensa (centesimi di penny) per aver partecipato all’esperimento: ciascun partecipante potrà scegliere tra una delle 13 differenti ipotesi predefinite di distribuzioni della ricompensa (espresse in coppie: ad esempio “5 parti allo studente n. 15 del gruppo Klee e 14 parti allo studente n. 22 del gruppo Kandinsky), tra 2 scolari scelti a caso in entrambi i gruppi, non conoscendo però l’identità dei beneficiari (a ciascuno è assegnato un numero identificativo casuale non noto ai ragazzi, e la distribuzione della ricompensa è effettuata in base a quel numero). Per agevolare l’analisi della strategia adottata dagli scolari nella ripartizione della ricompensa in forma anonima tra i partecipanti, Tajfel costruisce le coppie di distribuzioni delle ricompense proposte, in modo che ricadano in tabelle mostranti chiaramente gli esiti globali in termini di gruppo: massimo profitto comune (tutti i partecipanti all’esperimento guadagnano la stessa cifra), massimo profitto di gruppo (gli appartenenti al proprio gruppo hanno la massima ricompensa, indipendentemente da quella che consegue all’altro gruppo), massima differenza tra gruppi (la distribuzione finale è quella che presenta la maggiore sperequazione nella ricompensa, a favore del proprio gruppo, indipendentemente da quanto il proprio gruppo guadagni). Gli scolari erano a conoscenza di provenire tutti dalla stessa scuola, di essere tutti concittadini, di appartenere alla stessa razza, alla stessa classe sociale, etc. etc., quindi l’unica differenza tra essi era quella creata artificialmente dagli sperimentatori. Uno si aspetta (almeno io!) che gli scolari abbiano diviso le ricompense assegnando a ciascuno la stessa cifra (tipo: 5 parti allo studente anonimo Klee e 5 parti allo studente anonimo Kandinsky); invece dallo studio emerge non solo che gli scolari sceglievano le soluzioni che massimizzavano i profitti del proprio gruppo rispetto all’altro; ma addirittura che, avendone la possibilità, tra le coppie di soluzioni proposte sceglievano la soluzione che creasse la maggiore disparità tra i due gruppi, preferendo una quota minore rispetto alla massima che avrebbero potuto ottenere, pur di ottenere in proporzione di più di quanto assegnato ai membri dell’altro gruppo (per esemplificare: tra le ipotesi [10 Kandinsky, 9 Klee] e [7 Kandinsky, 3 Klee], gli studenti del gruppo Kandinsky preferivano irrazionalmente la seconda, scegliendo di avvantaggiare il proprio gruppo sull’altro, pure a costo di guadagnare in assoluto di meno). Quindi: non è importante in valore assoluto quanto io guadagni, ma che il mio gruppo abbia molto più in relazione al tuo. L’importante è il vantaggio che si ha sugli altri.

    Partendo da queste (tristi) considerazioni di psicologia sociale – che secondo l’autore del saggio sono il lascito ancestrale della nostra evoluzione biologico/sociale, e che vanno fermamente combattute con la nostra parte razionale – è facile comprendere anche perché, da sempre, vengano spesso prese delle decisioni che, pur avvantaggiando una singola parte rispetto all’altra, sovente ci danneggiano tutti (pensiamo ai disastri ecologici che dovrebbero danneggiare anche chi quel disastro lo compie per i propri personali interessi). In fin dei conti, tendiamo tutti istintivamente a guardare ai nostri relativi interessi di clan, e non al risultato globale. E’ questo il vero problema.

    Alla sua soluzione dovrebbero essere preposte le leggi, il diritto, quel sistema di vincoli che – pensati a mente fredda quando i conflitti sono lontani e il senso di giustizia è alto – dovrebbero porci nelle condizioni di aprire gli occhi quando scoppiano gli opposti antagonismi. Ma cosa accade quando il diritto non si pratica più? Chi è che tutela i nativi amazzonici? Chi tutela gli abitanti di Gaza? Chi il paesaggio della ValSusa?

    Io oramai non mi pongo più interrogativi morali su cosa sia giusto o meno. Quello che mi domando è: a cosa serve essere dalla parte del giusto quando, quale che sia la tua parte, il risultato viene deciso dal più forte? Prendi Renzi: le riforme si faranno, perché io ho i numeri. Oppure gli Israeliani: la guerra continuerà, perché noi faremo quanto in nostro potere per difendere il nostro popolo. Non ‘quanto è giusto’; ma: ‘quanto è in nostro potere’. Lo faccio perché sono il più forte, perché ‘è in mio potere’.

    Quale misterioso sonnifero ha addormentato tutte le coscienze? Cosa ci spinge tutti a dare una scrollatina di spalle, e a girarci dall’altra parte?

    Come la privacy, che non si consugue se non è attuata da tutti, così anche la giustizia sociale non esiste, se non sono tutti ad imporla a chi non la rispetta. Stiamo regredendo – davvero – all’età della pietra.

  2. Grazie Michele per averci fatto conoscere l’esperimento “Kandinsky contro Klee” di Henri Tajfel.
    Esiste una dicotomia, una separatezza e un conflitto irrisolto tra biologia e cultura, tra etica e morale e questo lo dimostra ancora una volta.
    Le coscienze e la morale sono determinate dalle tensioni, dalle differenze di potenziale, di giustizia. E anche questo e’ un paradosso.

  3. Sarebbe interessante sapere se lo stesso esperimento darebbe gli stessi risultati se fatto in altre culture o con altri gruppi di età. Gli adolescenti americani non sono rappresentativi dell’intero genere umano.

  4. @Gaia: l’esperimento credo fosse condotto in Inghilterra, perché Tajfel insegnava a Bristol. Comunque quasi tutti gli altri esperimenti citati riguardano, come fai notare tu, adolescenti nord-americani, anche se di differenti etnie. Concordo assolutamente – e con un sospiro di sollievo! – sul fatto che gli adolescenti americani non siano un campione rappresentativo degli adolescenti del pianeta.

    @UnUomoInCammino: Prego! Il saggio divulgativo è “Just Babies: The Origins of Good and Evil” di Paul Bloom. Io ho riportato solo quell’esperimento per argomentare che molti atteggiamenti tribali competitivi è come fossero codificati nel nostro dna, e bisogna farci i conti; ma nel libro ce ne sono tanti altri a testimoniare comportamenti altruistici e compassionevoli innati negli stessi (vituperati) bambini americani. Nell’ultimo capitolo Bloom ribadisce proprio l’importanza della nostra parte razionale nella formulazione dei giudizi morali: in fin dei conti è vero che «non siamo angeli caduti dal cielo, ma scimmie che si sono alzate dalla terra»; però è proprio questa la nostra forza: la capacità di imbrigliare la nostra parte ‘tribale/egoistica’ e fare prevalere quella ‘razionale/umanitaria’.

  5. gaiabaracetti

    Come fa però l’esperimento a dire che gli atteggiamenti tribali* competitivi sono nel nostro dna, e non semplicemente culturali? Per esserne certi bisognerebbe ripetere l’esperimento in tutte le altre culture. Inoltre, io nutro alcune perplessità (pur non essendo una psicologa) sugli esperimenti che offrono qualcosa o chiedono alle persone di spendere qualcosa, ma in contesti lontani dalla vita reale e in quantità molto piccole, e quindi con pochissime conseguenze pratiche. Nessuno gioca a Monopoli come se i soldi fossero veri, e se a me chiedessero di dividere una ricompensa minima in un contesto che sembra ludico o sportivo, almeno in alcuni suoi aspetti, io forse applicherei la stessa logica ludico/sportiva, in cui vincere due a zero è migliore che pareggiare tre a tre. In fondo hai diviso dei ragazzi in due “squadre” e gli offri degli spiccioli: forse è naturale che si preoccupino di averne più degli altri come se fosse solo un gioco. Non so se esperimenti come questi, anche se io spesso ne cito, bastano a trarre conclusioni definitive sulla natura umana.

    * Perché, poi, “tribale” viene associato a competitivo ed egoistico? Ho appena passato due giorni a leggere articoli riportati da Survival International sugli stereotipi associati a queste comunità: se vi interessa il sito ha molto materiale.

  6. Gaia, scusami, ma le critiche che muovi sono tutte da addebitare a me e non al lavoro di Bloom. Le affermazioni che contesti sono mie e non sono assolutamente presenti nel testo. Non si fa alcun riferimento al dna (era una mia – sbagliatissima – espressione gergale per sottolineare un tratto comportamentale connaturato, come l’istinto di difesa o di fuga) e molti degli esperimenti citati sono relativi a bambini piccolissimi, anche al di sotto dei 3 anni, proprio per dimostrare che sono innati e non effetto di condizonamenti culturali. In molti altri esperimenti menzionati condotti su adulti, i soldi distribuiti/guadagnati sono reali, proprio per evitare comportamenti ludici. Io non metto in dubbio il metodo scientifico condotto nelle ricerche, anche perché sono state tutte pubblicate su autorevoli riviste scientifiche internazionali. Ovviamente non potevo citare tutti gli esperimenti del libro (anche perché sarei andato off-topic). Me ne è bastato citare uno… e farlo male! Ho utilizzato “Klee contro Kandinsky” per argomentare che quando si incontrano gruppi sociali, si scatenano istintivamente dei comportamenti egoistici che spesso sembrano irrazionali e controproducenti in termini globali.

    Il termine “tribale” l’ho usato perchè, in generale, nelle culture tribali le azioni intraprese nei confronti di tribù esterne sono sempre a vantaggio della propria e, quando sono a vantaggio anche dell’altra, è perché tale vantaggio è condiviso, o comporterà un beneficio per la propria nel futuro. Con “tribali” non intendevo “selvagge” o “primitive”, bensì “orientate al proprio esclusivo vantaggio, a livello di gruppo sociale”. Però ho invertito i termini contrapposti (ho usato un chiasmo invece di un’antitesi) e ho generato il fraintendimento. Avrei dovuto scrivere: …‘tribale/egoistica’… e ….‘umanitaria/razionale’… sarebbe stato più corretto. Me ne scuso.

  7. gaiabaracetti

    Ok, come non detto allora. Riguardo al termine tribale, non ne so abbastanza per sapere se il comportamento tribale sia considerato egoistico o meno.
    Forse l’egoismo di gruppo non è peggiore dell’egoismo individuale o familiare, e forse si potrebbe anche sostenere che sia comunque meglio fare gli interessi del proprio gruppo, purché internamente equo ed egualitario e purché si tratti di interessi difensivi e non offensivi, piuttosto che quelli di un’élite o una classe globale in cui ci si riconosce (liberismo, comunismo…) a scapito di alcuni o molti membri della propria comunità, ma ovviamente ci sono tanti fattori in gioco e non voglio semplificare 🙂

  8. Anche io ne so poco: è solo da qualche mese che il mio interesse sta migrando dalle neuroscienze alla psicologia sociale e alla sociobiologia. Per me «tribù» è un sinonimo di «clan», insomma di un gruppo di persone con una forte carica identitaria, la parte ‘Noi’ della contrapposizione Noi/Loro. Non ha di per sè un’accezione negativa. Anche l’egoismo, il ‘sano’ egoismo a volte consigliatoci dai nostri amici, è un atteggiamento che è necessario per sopravvivere, a meno che non si viva in un sistema che provveda a noi in tutto e per tutto. Da alcuni testi che sto leggendo (come questo) non credo che un comportamento tribale implichi necessariamente un comportamento egoistico o competitivo. Il problema è che, in questi studi, i comportamenti “tribali” emergono appena si considerano gruppi sociali in interazione tra loro, situazioni in cui spesso l’elemento egoistico emerge o prevale. Pensa che su di una pagina ho letto, quale definizione di umanismo: «una forma di collaborazione non limitata alla tribù». Come se tribù fosse proprio il sinonimo di egoismo a livello di gruppo sociale.

  9. Il rapporto tra parte razionale, morale del vivere e quello istintivo, biologico, etico è da sempre precario e cambia molto in funzione delle epoche.
    Il fatto è che essi devono convivere se pensiamo ad una vita di qualità.
    Osho che era brillante sui paradossi, usava il termine di egoismo intelligente che a me piace. Non puoi essere intelligentemente egoista se non consideri la qualità di vita del prossimo (avere una villa circondata da fogne non è granché, direi che conveniamo) ma devi essere egoista.

    Sul fatto di essere razionalmente empatici con persone o gruppi remoti… c’è da discutere. Non soffriamo per la morte di altre persone come quanto per la morte dei persone vicine, che abbiamo abbracciato, che vediamo, che frequentiamo o abbiamo frequentato, con le quali mangi o gioisci o ti appassioni insieme. Eccezioni a parte.
    Anche da questo punto di vista tantrico – il corpo come dispositivo di umanità! – la dimensione umana è quella in piccolo, quella della piazza, del borgo, del paese, dell’abbraccio, della frequentazione fisica.
    Del resto NON siamo più tribù o chefferie di cacciatoti e raccoglitori, lo strato tecnologico sia pur agendo superficialmente non ha effetti di poco conto.
    Infine, gli aspetti fini, sottili, spirituali della Vita sono spesso conseguiti mediante una estrema detecnologizzazione, con una massimizzazione del rapporto con la Natura o con aspetti ad essi legati, a partire da Terra e corpo, anche metaforicamente (la transe, in genere, quella italiana del tarantismo in specifico).
    Una delle critiche più feroci e precise degli antimodernisti è che la energotecnologizzazione ha sradicato le masse dalla Terra amplificando in peggio le dissociazioni tra vissuto e agito, tra usi e comportamenti, tra evoluzione e contingente, individuale e collettivo, diritto e dovere.

    Il noglobalismo, l’antimodernismo, la tensione al selvatico, l’anarchismo e anche idee e tensioni verso una democrazia compiuta apologizzano il rientro (decrescita in alveo, per dirla con parole care a Latouche) ad una dimensione territoriale umana della vita.
    Forse la dimensione razionale, un egoismo intelligente, potrebbero aiutare a pensare a collaborare con altre comunità identitarie territoriali,
    Ma sappiamo dalla storia che la distopia della crescita e la competizione per le risorse smentiscono questa utopia.
    Uno degli errori è centrare il paradigma e il governo del sistema, la sua morale, su una dimensione razionale, quasi sempre completamente o del tutto assente, trascurando la realtà non-razionale, etica.

    La differenza di potenziale, le differenze sono, entro certi limiti, il motore dell’evoluzione biologica ma anche culturale se ci pensate.

  10. Ancora un paio di osservazioni sulle ingiustizie e sui differenziali come straordinari propellenti evolutivi e sul conflitto irrisolvibile tra etica e morale.
    In questo articolo del corriere http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_agosto_04/brucia-rosso-scooter-rubato-muore-all-incrocio-4d1738e0-1b9f-11e4-91c9-c777f3f2edee.shtml l’approvazione (faccina sorridente), è passata, nel corso della giornata, dal 73% al 68% e poi è risalita ora al 75%.

    Moralmente avrebbe potuto essere anche un atto di giustizia quel furto e quindi la sua conclusione mortale avrebbe potuto anche essere deprecata, ma eticamente, dai più è visto come “giusta e opportuna conclusione” ad una minaccia, come fine di un sopruso potenziale e di un paradigma di sopruso ai tuoi danni.
    Anche io mi sono rallegrato… “Ecco uno stronzo di ladro schifoso in meno, finalmente ora!” anche se la mia parte razionale, emotivamente e motivazionalmente superficiale, considera molto peggio i vari ladri e ladroni in colletto bianco, in elicottero, in panfilo etc. . che depredano il paese di centinaia di milioni di euro all’anno.
    Anzi, io potrei percuotere fino a conseguenze gravi un tizio che trovassi a rubare la mia bicicletta, non mi chiederei certo prima del suo status, del suo tenore di vita, etc. .

    E’ sempre molto artificiale, complicato e poso istintivo muoversi sui piani della morale. Ragionare che al punto in cui siamo arrivati le differenze e le ingiustizie siano arrivate al massimo storico al punto di intaccare le basi funzionali delle società è artificiale e faticoso e richiede un pensare la storia, pensare la società, pensare la convivenza, un pensare quotidiano, continuo così impegnativo che solamente pochi e per periodi di tempo determinati ci riescono.

  11. L’interrogativo profondo di questo post (di chi è la terra?) è così attuale in questo mondo ipocritamente civile (in realtà molto barbarico), che da quando l’ho letto ne trovo applicazione quasi quotidianamente. Oggi (31 agosto 2014) su Haaretz:

    “Israel appropriates massive tract of West Bank land”
    Move comes in wake of kidnapping and murder of three Israeli teens; intention is to build a large settlement, Gvaot, between the Etzion settlement bloc and Jerusalem.

    The appropriation of 3,799 dunams (988 acres) of West Bank land between the Etzion settlement bloc and Jerusalem was announced on Sunday by the Israel Defense Forces’ Civil Administration.

    The appropriation was decided on by the cabinet last week as a response to the kidnapping and killing of three Jewish teens by Hamas militants in the area in June, according to the administration’s announcement.

    Anti-settlement group Peace Now said it was the largest land appropriation in 30 years.

    The intention of appropriating the land is to create territorial continuity between the Green Line and settlements of Beitar Illit, Kfar Etzion, and Gvaot.

    The appropriated land belongs to five Palestinian villages in the Bethlehem area: Jaba, Surif, Wadi Fukin, Husan and Nahalin.

    Most of the land does not fall under any local authority at this stage. Following the announcement, settlement bodies are now able to submit plans for the development of the land.

    The announcement is the latest of a series of plans designed to attach the Etzion settlement bloc to Jerusalem and its environs. Some 984 dunams (243 acres) in the area were declared state land last April.

    Construction of a major settlement at the location, known as Gvaot, has been mooted by Israel since the year 2000. Last year, the government invited bids for the building of 1,000 housing units at the site and 523 are currently under construction. Ten families currently live on the site, which is adjacent to a Jewish seminary

    David Perl, head of the Gush Etzion local council, said that the “declaration of some 4,000 dunams as state land paves the way for the establishment of Gvaot, a new city in Gush Etzion. I want to congratulate the prime minister and the government of Israel on their promotion of the initiative and the defense minister and head of the civil administration on getting the decision approved.”

    Nabil Abu Rudeineh, spokesman for Palestinian President Mahmoud Abbas, called on Israel to cancel the appropriation. “This decision will lead to more instability. This will only inflame the situation after the war in Gaza,” Abu Rudeineh said.

    Prime Minister Benjamin Netanyahu broke off peace talks with Abbas in April after the Palestinian leader reached a reconciliation deal with Hamas, the Islamist movement that dominates the Gaza Strip.

    In a series of remarks after an open-ended cease-fire halted a seven-week-old war between Israel and militants in the Gaza Strip, mainly Hamas, last Tuesday, Netanyahu repeated his position that Abbas would have to sever his alliance with Hamas for a peace process with Israel to resume.

    Israel has said construction at Gevaot would not constitute the establishment of a new settlement because the site is officially designated a neighborhood of an existing one, Alon Shvut, several miles down the road.
    _______________________

    Rileggiamo un attimo la storia di quanto accaduto in questi ultimi mesi: scompaiono in circostanze misteriose 3 adolescenti israeliani all’uscita da una scuola rabbinica; uno dei tre ragazzi fa in tempo a chiamare la polizia, e l’agente all’altro capo del telefono ascolta (e registra) le sue urla – ci stanno rapendo! -, poi le raffiche di una mitraglietta, e le urla vittoriose di un uomo: «Ne abbiamo presi tre!». Il governo israeliano parla di sequestro e impone segretamente a tutti i media di non fare menzione della telefonata, nè del suo contenuto, per non compromettere le operazioni di ricerca. I giornalisti israeliani che non vogliono NON vedere, come questo qui, mangiano subito la foglia: al 90% i 3 ragazzi sono morti, lo sa anche lo Shin Bet, perché dopo il rapimento di Nachshon Wachsman chiunque faccia una cosa del genere in Cisgiordania sa di avere alle calcagna non solo i (famigerati) servizi israeliani, ma anche quelli palestinesi, e «… you cannot remain undetected in the West Bank (as opposed to Gaza) with two security services hunting for you…». Il governo israeliano non perde tempo, e scatena l’operazione ‘Brother’s Keeper’: grande spiegamento dell’esercito in Cisgiordania, 5 palestinesi uccisi, 350 arrestati solo perché ‘sospettati’. In questo modo, come «effetto collaterale», viene di fatto decapitata la leadership di Hamas in Cisgiordania. A 3 giorni dal rapimento, Netanyahu già accusa Hamas: sono stati loro. Il presidente palestinese Abbas nega, e sottolinea che non ci sono prove. Nel frattempo la tensione sale, i rastrellamenti proseguono, il mondo si indigna per la sorte dei sequestrati. A quasi tre settimane dal rapimento, una pattuglia israeliana recupera i corpi dei tre ragazzi, effettivamente freddati a distanza ravvicinata all’atto del sequestro. La tensione accumulata nelle tre settimane esplode: Hamas deve pagare! Gli israeliani compiono una serie di raid aerei a Khan Yunis, Hamas risponde lanciando missili contro israele, e per l’ennesima volta è guerra. Gli israeliani la battezzano come ‘Operation Protective Edge’, e al 26 agosto si contano 2.143 morti (di cui il 70% civili) e 11.100 feriti tra le fila dei palestinesi; 72 morti (di cui 6 civili) e 530 feriti (di cui 80 civili) tra gli israeliani. Gli israeliani sganciano circa 20.000 tonnellate di esplosivo su Gaza, i danni sono stimati in circa 5 miliardi di dollari (quando il PIL della Palestina è di 6,6 miliardi), Gaza City è distrutta per un quarto, Beit Hanoun è quasi completamente rasa al suolo, gli sfollati sono più di 273.000. Poi, a 5 giorni dall’ultimo cessate il fuoco, la dichiarazione del governo israeliano: dal momento che avete rapito e ucciso 3 nostri ragazzi, ci prendiamo altri mille acri di Cisgiordania, dove costruiremo una nuova colonia: Gvaot.

    Altro che ragazzi sequestrati. La questione era (ed è): di chi è la terra? E, nel frattempo, il mondo intero tace.

  12. Io ho letto che Hamas avrebbe poi ammesso di essere responsabile del rapimento, anche se non so quanto sia attendibile la notizia.
    Comunque, sono solo pretesti, è ovvio. La terra gliela tolgono continuamente, con una scusa o l’altra. Per questo io inizio ad essere favorevole alla soluzione di uno stato solo, ovviamente con dei meccanismi di rappresentanza che garantiscano per entrambi, e ritorno dei profughi (si può ancora, no?) La soluzione dei due stati mi sembra un modo per permettere a Israele di essere quanto grande vuole, con i palestinesi fuori.

  13. A proposito di come si fomenta la guerra.
    I coloni e il loro espansionismo sono La Guerra continua, a media intensità da cui poi deriva tutto il resto.

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