Myths Over Miami

Se questa storia non è vera, chi l’ha scritta ha quantomeno un grande talento. Se è vera… è una delle cose più potenti che io abbia mai letto. Qui un dibattito su i contenuti e la veridicità, purtroppo niente di risolutivo. La storia, scritta nel 1997 come articolo e diventata famosa molti anni dopo grazie a Internet, è Myths Over Miami.

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7 risposte a “Myths Over Miami

  1. Avevo messo il link sbagliato alla storia… adesso ho corretto.

  2. Mi sembra un racconto medioevale. Bambini in stracci che si trascinano nelle strade, accompagnati da orchi (più che da genitori). Angeli e demoni che combattono, sangue, fuoco, sporco, specchi rotti, satana con le squame, la fata blu (da noi: dai capelli turchini?), la contrapposizione buoni/cattivi, vivi/morti, angeli/demoni (con le rispettive armate), adulti(sempre malvagi, se non quando ritornano come spiriti)/bambini, la piccola vedetta che protegge il sonno della madre tossica dalle torme di tossici ululanti potenziali assalitori.

    Effettivamente è un po’ troppo “americano”, come certi film che vogliono stupire a tutti i costi, e pure la presunta «tradizione orale» di questa mitologia suburbana della disperazione infantile, mi richiama alla memoria la dinamica psicologica dei racconti della notte di Halloween.

    Quello che mi ha impressionato – e in questo spero che l’autrice abbia davvero calcato la mano – è la condizione umana in cui vivono gli strati inferiori della società americana, e nello specifico i bambini indigenti. Eppure siamo a Miami, che non dovrebbe essere così depressa. Sembra davvero il medioevo di cui parlavamo in qualche post fa. Certo non dovrei essere io a sottolinearlo – visto che stamane ad un chilometro da casa mia hanno freddato con un colpo alla testa un povero pensionato, la cui sola colpa è stata quella di scendere a fare la spesa e di trovarsi nel bel mezzo di uno scontro a fuoco tra 2 bande rivali in scooter – però, non ricordo bene chi, asseriva che il livello di civiltà d’una società si misura da come vengono trattati i vecchi e i bambini. In questo caso, anche nella “America’s Cleanest City”, forse qualche domanda sul loro modello di sviluppo dovrebbero porsela.

  3. Credo che la condizione dei bambini senzatetto di Miami sia l’unica parte sicuramente vera della storia. Almeno per il 1997; non so se la situazione sia migliorata, ma ne dubito, data la crisi economica. Qui una mappa sulla divisione in quartieri ricchi e poveri a Miami, una delle contee con più diseguaglianza in America.
    Per quanto riguarda il racconto, alcuni elementi fanno sicuramente parte dell’immaginario infantile americano, come Bloody Mary, o della Santeria praticata in Florida, a sua volta in parte discendente dalla mitologia dell’Africa occidentale; altri sono, com’è evidente, biblici e cristiani. La donna azzurra sembra una divinità yoruba, Yemaja; quella de La Llorona è invece una leggenda messicana.
    La storia secondo me è straordinaria per come rovescia la religione della società dominante, che rifiuta questi bambini ed è da loro rifiutata, e la adatta a un contesto al tempo stesso universale e molto specifico, essendo piena di riferimenti geografici, urbani, e persino a oggetti comuni tra cui i bambini dovevano orientarsi: stare in luoghi illuminati, non giocare coi frigoriferi (in cui si restava di rimanere chiusi), e così via. Anche il messaggio: ‘siate buoni anche se i cattivi sono più forti’ è molto interessante – soprattutto se viene dai bambini stessi.
    Dal punto di vista simbolico, secondo me questa storia è eccezionale. Più ci penso più ci trovo strati di significato. Spero che qualcuno scopra prima o poi se veramente sono stati i bambini a inventarla.

  4. Inoltre, per quanto macabra, questa storia ha una morale molto più realistica ed educativa di religioni con tradizioni millenarie. Si basa su tre principi:
    – la vittoria del bene sul male non è garantita. La partita è ancora aperta, e il suo esito dipende anche da te
    – non sarà la preghiera a salvarti, né una figura potente interverrà in tuo soccorso. Al massimo, qualcuno saprà consolarti e indicarti la strada, ma poi sono le tue scelte a fare la differenza
    – non sei solo. C’è un gruppo di persone che si sta battendo per quello che è giusto, e il tuo contributo può fare la differenza

  5. Sull’ultimo punto qualche dubbio ce l’avrei: … But their accounts of an exiled God who cannot or will not respond to human pleas as his angels wage war with Hell is, to shelter children, a plausible explanation for having no safe home… …”I don’t think any more that things happen for some great, good God plan, or for any reason,” he says. “And I don’t know if any angels are still fighting for us.”…. … often view God as a kind, empyrean doctor too swamped with emergencies to help. But homeless children are in straits so dire they see God as having simply disappeared….

    A me pare più la religione dell’abbandono: Dio è fuggito o è troppo occupato; le armate celesti non si è certi se stiano combattendo ancora e, in caso affermativo, se stiano vincendo; l’unica cosa che resta da fare è cercare di sbrogliarsela da soli. E le aspettative non sono le più rosee, se come autoritratto si sceglie …a gravestone carefully inscribed with her own name and the year 1998.

    La frase che ho trovato più pesante, perché grondante di solitudine e abbandono, è questa: …Sometimes I dream that when I die soon, I’ll be in some high, great place where people have time to conversate. And even if there’s no God or Heaven, it won’t be too bad for me to be there….
    Il paradiso come un posto dove le persone possono ‘permettersi il lusso’ di conversare. Quale devastazione deve essere la vita per un bambino circondato da adulti che – schiacciati dalle loro miserie – non parlano più tra di loro, né parlano con lui. E’ come essere già tutti morti. Così si spiega l’autoritratto con la tomba o la promiscuità con gli spiriti. Si è già spenti nell’anima; e dopo qualche disgrazia che prima o poi arriva come succede agli adulti, anche nel corpo. Per me non è una religione, è un disperato tentativo di spiegarsi l’orrore e il senso di precarietà quotidiano. Non c’è riscatto, non c’è salvezza, non c’è niente. Solo istinto di sopravvivenza, e sperare di non essere il prossimo.

  6. No, secondo me non è solo così, perché ci sono un sacco di riferimenti a come l’essere buoni rinforza gli angeli e tiene lontana Bloody Mary; ci sono apparizioni consolatorie della Blue Lady, di cari morti che invitano a studiare e ad essere bravi… il messaggio fondamentale è che c’è chi si batte per il bene ma è più forte se lo aiuti anche tu, e che devi impegnarti in prima persona. Questa non è una garanzia di successo, ma in fondo è sbagliato far credere che un certo comportamento garantirà sempre un successo: crei generazioni di frustrati. Meglio dire: io ci provo, intanto, speriamo che vada bene.
    Ovviamente il quadro generale è desolante, ma io penso che, ammesso e non concesso che sia tutto vero, il fatto che dei bambini riescano a costruirsi una morale e delle motivazioni per comportarsi bene in una situazione del genere fa ben sperare. Poi, certo, sarebbe molto meglio se non ci fossero bambini senza tetto o nelle gang armate, ma se ci sono, questa narrativa è interessante come ricerca di un senso e una via di uscita che però non dà false speranze (tipo: prega e andrà tutto bene). Siccome l’esperienza umana non è tutta rose e fiori, e ci saranno sempre periodi bui, oltre a fare del nostro meglio per evitarli secondo me possiamo anche cercare di capire come le persone affrontano questo buio e ci trovano un senso. Non siamo sempre chiamati a giudicare la realtà condannandola o assolvendola, e se una realtà non ci piace allora non ci piace nessuna delle possibili risposte ad essa. Forse mi dà più speranza un bambino che inventa storie in un rifugio per senzatetto di un bambino sano e pasciuto ma viziato e incapace di vedere al di là di se stesso.

  7. Io la vedo così.
    A Miami ci sono, o almeno c’erano verso la fine degli anni Novanta, dei bambini senza fissa dimora i cui genitori li hanno abbandonati, sono morti, hanno problemi di dipendenze o di instabilità mentale. Questi bambini non possono credere, come fanno molti dei loro coetanei, alla storia del padre onnipresente e onnipotente e della madre amorevole: è troppo distante dalla loro esperienza, non è credibile, è una beffa. Al tempo stesso, nella loro difficile esistenza hanno comunque conosciuto qualche figura che è dalla loro parte: un fratello più grande o un cugino che li capisce e li sprona, un educatore o un estraneo che dà l’impressione di preoccuparsi di loro o almeno spende una parola di conforto. I bambini si incontrano in questi ricoveri, per strada, a scuola, negli edifici diroccati in cui i genitori cercano riparo, nei parchi… e incontrandosi, riconoscono la condizione comune e cercano di darsi una mano a vicenda. Individualmente e collettivamente, i bambini osservano la realtà attorno a sé e vedono quanto è reale il rischio di imboccare la cattiva strada: il crimine, le dipendenze, persino la morte per essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato sono esperienze molto reali per loro, e a cui vogliono sfuggire: ma come? Allora, ed è questa la cosa straordinaria, invece di raccontarsi semplicemente cosa è successo a loro o a persone che conoscono, fanno un passo ulteriore, un passo che accomuna l’intera umanità e, per quanto ne sappiamo, ci separa dagli altri animali: creano miti. Questi miti, comprensibili, densamente simbolici, pieni di particolari immaginifici ma legati alle caratteristiche specifiche dello spazio attorno a loro, assumono per i bambini l’autorità della religione: ci credono. La storia della religione mostra che gli esseri umani sono in grado di credere al soprannaturale, a storie di cui non sono stati testimoni e che trascendono le leggi materiali il cui funzionamento osservano tutti i giorni. I bambini, poi, possono avere una grande fantasia e una grande capacità di sospensione dell’incredulità, per cui questa serie di storie per loro è di una potenza inaudita. Qui io provo meraviglia: per la forza espressiva e la qualità letteraria di una risposta di tipo mitologico a circostanze deprimenti.
    Ovviamente, una mitologia simile non può essere troppo ottimista, perché non sarebbe credibile, e presenterà degli elementi che non ci piacciono: la fuga dalla legge (una volta che hanno visto il tuo volto ti cercano ovunque), il disprezzo per i vincenti di questa società (il diavolo va in giro a gozzovigliare con i ricchi), la non garanzia di successo (gli angeli sono dei resistenti, dei partigiani senza comandante, non l’invincibile Esercito del Bene), mal che vada c’è il paradiso (i disegni di tombe). Al tempo stesso, la vita è così: alle volte è ingiusta, non dà garanzie, e finisce inevitabilmente con la morte. Dal mio personale punto di vista, le religioni in cui il bene trionfa sul male, si sa già, non hanno una grande aderenza alla realtà e non sono tanto interessanti. Questa mitologia infantile di Miami divide il mondo in bene e male, è vero, ma non garantisce il risultato. Non c’è, però, predestinazione: al suo posto c’è l’impegno personale e collettivo. Questo è molto bello. Esistono poi anche le religioni in cui non c’è bene o male, e forse sono la maggioranza, ma pretendere che dei bambini non scolarizzati dei bassifondi di Miami rovescino duemila anni di dominio cristiano forse è un po’ troppo.
    Certo, c’è il bambino che esprime dei dubbi, che non ci crede più, ma questo è normale in qualsiasi comunità: ci sono vari livelli di fede e di scetticismo.
    Se poi l’autrice ha inventato tutto questo è un gran peccato, ma complimenti per la scrittura: per due sere di fila ho avuto paura che Bloody Mary saltasse fuori anche dal mio specchio (sono particolarmente infantile in questo). Se invece, come credo, ha solo esagerato sulla base di qualcosa che esiste davvero, io non posso che augurare a questi bambini di non fare gli errori dei loro genitori e di essere, ora che dovrebbero avere più o meno la mia età, degli adulti sereni.

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