ricchi

Possiamo considerare finalmente scientificamente provato che essere ricco ti rende una persona peggiore. Consiglio di leggere questo articolo e guardare questo video per i vari risvolti della questione.

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18 risposte a “ricchi

  1. Consiglio anche questo, visto che i media parlano solo dei mondiali e della crescita economica: http://ugobardi.blogspot.it/2014/07/cronaca-di-un-pianeta-gravemente-malato.html

  2. Ciao Gaia. Premetto che, da povero & stupido, ovviamente non parteggio per i rich & assholes, però io qualche dubbio su questa tesi ce l’avrei.

    [Un’altra premessa, un po’ volgare e campanilistica: qui a Napoli abbiamo coniato un termine preciso per indicare quella (purtroppo molto diffusa e) umana attitudine a prevaricare sugli altri, anche a costo di danneggiarli seriamente: «’a cazzimm’». Se qualcuno ti addita una persona sussurrandoti tra i denti: «Statt’ accort, chill’ tene ‘a cazzimm’», ti sta mettendo in guardia da qualcuno che, pur di guardare al proprio meschino e futile tornaconto, è capace di passarti sopra dopo che gli hai appena salvato la vita.]

    Fatta questa premessa, che mi eviterà improbabili circonlocuzioni per indicare di volta in volta questa spregevole attitudine/comportamento, eccoti le mie considerazioni:

    La prima. Come si fa a stabilire che ‘la cazzimma’ sia l’effetto di un elevato standing sociale, e non la causa? Personalmente, ho conosciuto alcune persone che, particolarmente dotate della prima, ma di estrazione sociale non particolarmente felice, nella vita hanno raggiunto ragguardevoli posizioni. Quando se ne discuteva con gli amici – tra l’invidia e lo sconcerto – di queste improbabili ascese, c’era sempre qualcuno che esclamava: «Tant’ o sapimm tutt’ che chill’ tene ‘a cazzimm’…». Io tendo più ad associare i macchinoni e la guida aggressiva ad un deficit culturale, piuttosto che ad un eccesso di ricchezza. Quando giro in alcuni paesi dell’hinterland vesuviano, dove la cultura è poca ma l’esteriorità abbonda, è paradossale osservare il rapporto inverso che intercorre tra il restringersi delle strade (vincolate alla vecchia geometria urbana del paese) e l’allargarsi delle auto (per me resta un problema connaturato a noi maschietti: io ce l’ho più grosso del tuo). Eppure sono tutte zone un po’ depresse, dove di soldi non ne corrono tanti. Fenomenologicamente parlando, sarei più portato a parlare di «correlazione» tra cazzimma e ricchezza, un po’ come l’entanglement quantistico, piuttosto che di rapporto aristotelico causa-effetto.

    La seconda. Da qualche settimana mi sta perseguitando Jaron Lanier. Non ne posso più. Appena apro un libro, un giornale, una rivista, una pagina web (anche di letteratura!), me lo trovo davanti. Ben 2 articoli pure su ‘Le Scienze’, negli ultimi mesi. Perchè tutta questa notorietà? Dopo aver costruito le proprie fortune nel mondo dell’informatica, sfruttando (cazzimma anche lui?) alcune nicchie prosperose quali la realtà virtuale o Internet2 negli USA, dopo aver tacciato Wikipedia di ‘maoismo digitale’, così come il modello di sviluppo software open-source (che lo raggiunga una scarica di 20.000V dalla tastiera, maledetto!), oggi che è diventato ricco e sfondato il buon Jaron si accorge che, se non opportunamente mediato, l’effetto dell’information technology nel mondo del lavoro può essere devastante. Cito: «…[L’industria musicale, oggi] Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto [a causa di Internet] varrà un decimo… Al suo apice Kodak valeva 28 miliardi di dollari e impiegava 140 mila persone. Instagram, che risponde alla medesima esigenza di condividere foto, aveva 13 dipendenti quando è stata venduta per un miliardo. Ma non è stata valutata così tanto perché quei tredici sono straordinari. Il suo valore nasce invece da milioni di utenti che contribuiscono al network senza essere pagati. Negli anni 80 General Motors impiegava 350 mila persone, oggi Facebook meno di 7.000. E così via. È un’ingenuità credere che i restanti si siano tutti riciclati come web designer. Il grosso si è semplicemente volatilizzato. Il 60 per cento dei posti persi nella recessione, ha calcolato la Federal Reserve di San Francisco, erano della classe media. Thomas Cook, la leggendaria catena di agenzie di viaggio britanniche, ha annunciato che ne chiuderà 195 licenziando 2.500 dipendenti. Ha resistito a tutto, per 172 anni, ma non all’impetuosa crescita di Expedia, Orbitz e simili. Per tacere dei libri. A New York le librerie indipendenti sono state prima decimate dalla grandi catene, tipo Borders e Barnes&Noble. Ora le catene sono fatte fuori da Amazon…».

    La domanda, visto che si professa amico/estimatore di famigerati squali del business («…Resto in buoni rapporti con tutti: Jobs era un amico, Bezos lo è, Gates mi ha anche offerto il mio attuale lavoro. Ma quando scrivevo che l’online avrebbe liberato la musica, mi sbagliavo di grosso…») sorge spontanea: come mai, quando si poteva arginare il fenomeno ma c’era la concreta possibilità di arricchirsi (a danno di tutti: dunque cazzimma evidente), nessuno ha visto niente; poi, quando si passano i 50, si posseggono attici a New York e cottage alle Maldive, mogli-fotomodelle di 30 anni più giovani, il lacché che ti spalanca la porta della limousine, etc. etc. solo allora cominciamo a notare che «…c’è evidentemente qualcosa che non va nel sistema?». Gates ha fatto lo stesso: ha distrutto intere società di software (e protocolli di rete) e adesso elargisce gli spiccioli facendosi passare per un mecenate; Warren Buffett, il cui patrimonio personale è stimato in più di 50 miliardi di dollari (tanto per intenderci, più del prodotto interno lordo nominale del 2013 di tutto il Gambia o la Guinea-Bissau: ma vi pare normale?) ammette che la finanza sta distruggendo l’economia e chiede che a pagare siano i più ricchi. Ognuna di queste persone ha concorso, a proprio vantaggio, alla distruzione di interi ecosistemi economico-industriali, e solo ora – quando sono parzialmente usciti di scena per anzianità – se ne accorgono, perché quello che loro facevano a loro tempo, adesso lo stanno facendo altri (Zuckerberg, Larry Page, Tim Cook, etc.)
    Pertanto, mi dispiace per Paul Piff, ma chiudere il proprio intervento con una citazione di Gates (“Humanity’s greatest advances are not in its discoveries – but in how those discoveries are applied to reduce inequity…”) mi pare proprio una fantastica, clamorosa presa per i fondelli, visto che la disuguaglianza l’hanno creata proprio persone come il buon vecchio Bill (Gates). Come funziona? Quando la creano loro la disuguaglianza, va tutto bene; ma poi, quando si imbolsiscono e gli sfracelli li fanno gli altri, allora urlano dai loro scranni aurei: “Suvvia signori, un po’ di moderazione…”. Non mi sembra molto etico, nè esemplare.

    Più di 2000 anni fa, Plauto scriveva «Homo homini lupus». La base antropologica è quella, ed è rimasta tale (pensiamo all’attualità dei classici). Cosa è cambiato da allora, al di là della tecnologia? E’ cambiata la cultura. Quella adesso predominante (Piff ne parla come de «il sogno americano») è che se si è capaci e meritevoli, se si lotta con tenacia e dedizione, prima o poi il successo arriva. Basta solo impegnarsi, ed essere un ‘golden boy’ innato. Questa balla colossale (ben smascherata da questa vignetta, che ironizza sulla statistica in base alla quale circa ogni 100 anni nel mondo nasce un genio della caratura di Einstein) serve a chi è al potere per blandire le masse ignoranti: lavora sodo, e potrai diventare ricco come me. Quanto deve lavorare oggi un contadino nigeriano, iracheno, o cinese, per diventare ricco come Warren Buffet? O anche solo come Marchionne? C’è gente che lavora 5/10 anni per guadagnare poche migliaia di euro, cullando il sogno di affidare la propria vita ad uno scafista e sperare di arrivare almeno dall’altra parte della costa, dove si spera si stia meglio. Questa è la verità, basta solo avere il coraggio di guardarla negli occhi. E’ inutile fare esperimenti sociali di laboratorio: se hai un’indole e una formazione francescana – che pure nacque ricco – conduci una vita consapevolmente parca; se sei nato, cresciuto e pasciuto come un Marchionne, un Moretti o uno Zuckerberg saccheggi lì dove c’è da saccheggiare. Il tema, a mio avviso, è un altro: se adesso è diffuso solo il modello di Zuckerberg, che fine ha fatto l’altro, quello della parsimonia e della giustizia sociale, un tempo almeno appannaggio di preti e marxisti? Chi lo propaganda? Chi lo diffonde? Chi lo insegna? Il suo messaggio, ovviamente, non è ciò di cui parla Piff, che invece mi pare parta dal concetto di riduzione delle disuguaglianze con la stessa impostazione con cui gli israeliani parlano della divisione della terra con i palestinesi (è tutto nostro, vi concediamo questa zona solo perché lo scegliamo noi, essendo magnanimi in questa fase del negoziato). Come ricordava Mirella La Magna del gruppo Gridas, la carità è socialmente inaccettabile perché rende arbitriario (l’atto di restituzione del bene del ricco verso il povero) ciò che invece dovrebbe essere dovuto, fosse solo per giustizia sociale.

    E’ questo il motivo per cui quando Buffett si rammarica di pagare meno tasse della sua segretaria, quando Bill Gates annuncia di investire migliaia di dollari in progetti per il terzo mondo, quando Jaron Lanier denuncia che Zuckerberg e Page fanno miliardi sulle spalle dei cybernauti, quando Piff analizza che chi è più ricco tende a prevaricare gli altri, mi sento preso in giro: è la storia del ladro che mentre ti svaligia in casa ti chiama sul cellulare e dice: «Che mondo di merda, tu sei al capezzale di tua madre in ospedale e io ti sto svaligiando l’appartamento… hai tutta la mia solidarietà, amico, questa città è davvero uno schifo».

  3. Ben tornato Michele.
    Anche a me è parsa un po’ una paraculata la conclusione del video, ma l’ho consigliato lo stesso perché è interessante il resto. Condivido in toto la tua critica alla carità ma aggiungo, a difesa del dott. Piff, due cose:
    1. forse ha visto che le sue tesi, anzi le sue scoperte, erano troppo per gli americani e ha addolcito la pillola con il classico lieto fine in cui si scopre che il cattivo non era poi così cattivo. Questo costrutto della redenzione a tutti i costi probabilmente fa parte della cultura americana tanto quanto l’ideale dell’impegno personale per farcela nella vita. Forse inconsciamente il ricercatore ne è stato succube, e ha cercato di inserire a beneficio del suo pubblico l’immancabile: “sì, però, in fondo in fondo alla fine non è poi…”
    2. la tesi di Piff è che, se ai ricchi si mostra la povertà in faccia, perdono almeno in parte quella loro insensibilità e tendenza a pensare di meritarsi quello che hanno. Se noti, alcuni dei suoi esempi di ricchi che chiedono redistribuzione erano firmati “l’1%”. Questa categoria è nata e diventata nota grazie a movimenti di protesta e/o analisi reiterate sulla divisione iniqua della ricchezza in Occidente e non solo. Piff stava semplicemente dicendo: se li costringi a vedere, vedranno. È una strada da percorrere. In fondo lui non si occupava di distribuzione iniqua dei redditi in quanto tale, ma più specificamente degli effetti psicologici della stessa
    Detto ciò, io non metterei Piff nella categoria di persone che hanno avuto vantaggi in questo sistema ingiusto e ora lo denunciano. Gli altri che hai citato sì, ma lui, povero, dove sta scritto che è miliardario?
    Infine, concetto molto importante secondo me: i suoi esperimenti erano interessanti perché non solo studiavano i comportamenti dei ricchi già ricchi, ma prendevano persone a caso e le mettevano in condizioni di vantaggio (consapevole) su altre persone a caso, e poi ne osservavano il comportamento. Può darsi che ci sia un elemento culturale anziché biologico che porta le persone a comportarsi da prepotenti e da cafone quando le loro condizioni materiali migliorano, ma fatto sta che è così e bisogna che lo sappiamo. Molti pensano che ci sia gente che si arricchisce proprio perché passa sopra agli altri senza tanti scrupoli, e la mia esperienza personale conferma questa impressione, ma è molto, molto interessante sapere che anche se prendi una persona qualunque e le sbatti in mano una piccola o grande fortuna, questa altererà il proprio comportamento.

  4. Tutta la mia incondizionata solidarietà al movimento “We are the 99%”, ovviamente. La mia acrimonia contro Piff (di cui però riconosco la meritoria attività di propaganda) deriva dal fatto che non condivido la sua tesi causa-effetto molto ‘buonistico-americana’, che a mio avviso sposta l’attenzione della platea da ciò che io considero il vero problema reale: redistribuzione della ricchezza e giustizia sociale.
    Dire che verosimilmente una persona che si arricchisce tenderà a prevaricare gli altri, mi ricorda i discorsi che si facevano al di qua dell’atlantico a proposito dei nostri manager: più era cattivo e prevaricante, e più era un top manager migliore. La spietatezza negli affari, la logica crudele che non guardava ai poveri malcapitati di turno, erano gli assi da calare sul tavolo al momento opportuno, per vincere il piatto ed essere osannato da tutti. In una società competitiva come quella americana, questi sono valori fondanti. Una parte della loro mitologia è costituita da magnati partiti dal nulla (magistrale a tal proposito – vedilo se ti riesce – il film ‘il Petroliere’ di Paul Thomas Anderson: una delle frasi celebri del protagonista è «io sento la competizione in me… io non voglio che gli altri riescano!»), che solo grazie alle proprie capacità personali e al fiuto per le buone occasioni, riescono a volgere il destino a loro favore. Se ne ‘Il Grande Gatsby’ questa capacità di ricchezza/successo autopoietica era giustificata almeno in parte dall’amore incompiuto di Jay Gatsby per Daisy Fay, successivamente col passare dei decenni essa è assurta in senso assoluto a misura unica dello spessore dell’eroe: sei un grande se vinci tutto, sbaragliando tutti gli altri competitors senza alcuna pietà.
    Partendo da questi presupposti, per me è del tutto normale che individui che vengano educati con questo sistema di valori abbiano dei comportamenti boriosi o arroganti quando affermano il proprio primato: se affermare il mio essere significa che devo superarti/sconfiggerti in qualche modo, e se i gesti di comprensione/rispetto/compassione nei confronti dell’altro si riducono ad un’ autocelebrazione della propria magnanimità, allora va da sè che quando vinco – anche se partendo in posizione di chiaro vantaggio – io ostenti la mia superiorità, o che se mi fermo alle strisce per farti passare, lo faccia per dimostrare che sono gentile: è noioso decelerare bruscamente quando il motore possente della tua berlina è in accelerazione, e la nonnetta lenta per i reumatismi può anche aspettare un secondo e passare dopo, ché il mondo non crolla.
    Piff non mette in dubbio questi valori – neanche per un secondo – e dice: le persone che hanno troppo tendono a prevaricare gli altri. Il problema allora non è più il fatto che poche persone abbiano troppo, ma che coloro che hanno troppo, in generale, tendono a prevaricare gli altri, in generale. Cosa succederebbe, allora, se per assurdo tutti i ricconi del pianeta diventassero più gentili e meno prevaricatori? Guarda caso, è quello che è successo a Bill Gates. Guarda caso, la citazione finale ad effetto è proprio di Bill Gates. Lavorare per diventare grandi uomini di successo, per poi utilizzare il successo conseguito nella propria vita per diminuire le disparità sociali nella società. Ma che succede se il diventare grandi uomini di successo sia basato/concorra proprio a creare queste grandi disparità sociali, la cui dissoluzione è solo rimandata in un secondo momento (se mai verrà, aggiungo io) ? Piff non parla di questo cortocircuito, di questa contraddizione intima dell’idea di società cui si riferisce. Perchè invece di studiare le variazioni di flussi emotivi tra le varie classi sociali a seconda del reddito (facendo a mio avviso il gioco dell’establishment, che già con Facebook ha creato il più grande esperimento di gestione delle emozioni della storia, 700.000 utenti manipolati on-line dal loro Science Data Team, qui la notizia dello studio, qui i risultati pubblicati sul prestigioso PNAS), non studia invece le variazioni di comportamento a seconda dell’esposizione o meno del soggetto ad un determinato sistema/contesto di valori? Come dici tu, non viene troppo enfatizzato che c’è un 1% della popolazione che vive sulle spalle dell’altro 99% – quello è il dato di partenza -, bensì che se ai pochi privilegiati Warren Buffet del pianeta si sbatterà in faccia che hanno troppo, allora (forse) saranno più sensibili, e non penseranno di meritare automaticamente tutto ciò che hanno, a causa delle loro capacità personali. Non viene assolutamente posta in discussione la provenienza delle loro fortune, né la disparità dei redditi. Ancora una volta ci dovrebbe essere questo atto di magnanimità salvifico per i ricconi, che dovrebbero allentare di un altro poco i cordoni delle loro borse, per gettare qualche obolo a noi poveri sfortunati (anzi stupidi incapaci) che non ce l’hanno fatta (you… loser!). Che ci possiamo fare, è normale che facciano così, sono dei vincenti, quando vinci sei abituato a strabbattertene degli altri. Abbiamo familiarizzato con la sex-addiction di Michael Douglas, di Schwarzenegger, di Strauss-Kahn (se invece salto io addosso alla prima nei paraggi mi dicono semplicemente che sono un porco), alle rock star che distruggono le suite degli hotel (se lo faccio io sono un vandalo), ci abitueremo anche a questa nuova evidenza che, quando hanno tanto, credono che sia giusto così e tendono a volerne sempre di più. Del resto cosa aspettarsi da un paese in cui lo Stato concede la libertà su cauzione per i reati meno gravi? Significa proprio questo: chi ha i soldi, può permettersi anche di non sottostare alle regole che valgono per la maggior parte degli altri concittadini. Se hai i soldi puoi tutto, anche uscire dal carcere a differenza del portoricano sfigato, pur avendo partecipato entrambi alla stessa rissa nello stesso locale. Se hai i soldi, paghi ai luna park e non fai le file come gli altri. Perchè allora in altri contesti dovrebbe essere diverso? Non è vero che siamo tutti uguali: chi ha di più, *nella realtà* ha un trattamento superiore agli altri, e quindi è superiore agli altri.

    Perciò credo che, sventolando al mondo il rapporto di causalità: più sei ricco => più prevarichi, Piff distolga l’attenzione dal fatto vero problema: se sei troppo ricco (anche se magnate educato, colto e raffinato) => c’è un centinaio di persone nel mondo che sono sfruttate a causa tua.

    P.S.
    In queste due settimane di vita off-line, i tuoi post sono l’unica cosa di cui ho davvero avvertito la mancanza.

  5. Grazie 🙂
    Sono d’accordo in buona parte con quello che dici, però secondo me da un ricercatore che presenta i suoi risultati non dobbiamo aspettarci anche che moralizzi, perché questo rischierebbe di indebolire la sua credibilità.
    Il ruolo degli scienziati nella società è un argomento piuttosto controverso. Devono dire: “la quantità di gas serra presente nell’atmosfera e assorbita dall’oceano presenta i seguenti rischi per l’umanità e la vita sul pianeta”, oppure devono mollare almeno un attimo il laboratorio, farsi invitare ai talk show e dire: “razza di imbecilli sveglia che se non facciamo qualcosa qui siamo tutti fottuti”? La differenza può non essere solo di forma ma anche di sostanza: io scienziato ti avverto freddamente presentando i miei risultati e lascio a te la decisione, o conduco campagne di opinione? E soprattutto: sono moralmente tenuto a pensare che l’ingiustizia o la devastazione del pianeta siano cose negative? Se, per ipotesi, non lo penso, posso lo stesso esporre i miei risultati accettando che vengano usati da persone con idee diverse dalle mie? Sono tenuto a essere buono, se faccio solo ricerca?
    Torno all’argomento principale. Si sta parlando molto di diseguaglianza: vedi ad esempio quanto è discusso il libro di Piketty sull’argomento. Non serve che ogni persona che si occupa del tema ne studi tutti i risvolti, anzi non è materialmente possibile. Piff si occupa di comportamento, non di giustizia in senso astratto, anche se lascia intendere di considerare negativamente il fatto di non fermarsi alle strisce, umiliare un avversario o rubare caramelle ai bambini. Comunque, lui ha mostrato i risultati delle sue ricerche e ha concluso dicendo che ci sono casi in cui i ricchi non si comportano come lui ha osservato, ma sono più altruisti, e ha spiegato perché. Certo, lo ha fatto con un po’ di retorica, ma è americano (insegna a Berkeley, non so dove sia nato, ma l’accento è forte). Io capisco perché ha presentato i suoi dati così e perché può persino aver pensato che una presentazione di questo tipo possa essere più efficace di una che si concludeva solo con l’osservazione: i ricchi sono stronzi. Cosa che, tra l’altro, significherebbe nascondere parte dei risultati delle sue ricerche, comportandosi disonestamente. Se certi ricchi diventano altruisti in certe circostanze, perché non dovrebbe riportarlo? Alcuni esempi famosi possono aiutarlo a illustrare la questione.
    Non è vero che Piff non mette in discussione i valori della sopraffazione e della mancanza di empatia: come ho detto, dalla sua presentazione è chiaro che lui considera negativamente certi comportamenti. Non può neanche moralizzare troppo, però, perché si sta presentando come studioso, non predicatore o politico.
    Tu dici che non studia le variazioni di comportamento a seguito di diverse esposizioni, ma lui questo invece lo fa: cerca in vari modi di mettere persone ricche di fronte alle sofferenze altrui, in vari modi, e osserva come si comportano. È molto difficile cambiare la cultura di una persona in un laboratorio, ma se già rilevi che con stimoli diversi ha comportamenti diversi, una scoperta l’hai fatta eccome.

  6. Hai ragione in tutte le tue affermazioni; è che non vado tanto d’accordo col mix Science+Entertainment che fanno gli americani. Sono abituato all’antica: o all’asettica relazione scientifica con pubblicazione dei risultati (con tanto di valutazione della deviazione standard, χ², etc.); oppure alla semplice divulgazione scientifica – per non addetti ai lavori -, nella quale lo scienziato può anche commentare i risultati, dandone un’interpretazione personale o tale da colpire l’immaginario dell’uditorio. Il video mi pareva, almeno nei toni, più qualcosa che ricadesse nella seconda categoria e, come non mi ha scandalizzato in un documentario l’etologa che, mostrata la fine delle zone riproduttive per alcune delle specie artiche a causa dello scioglimento della banchisa, si è profusa in una forte perorazione delle politiche per contrastare l’aumento di CO2 e l’effetto serra, così non mi sarei scandalizzato se Piff avesse parlato anche della iniquità che genera i fenomeni che in effetti sono i suoi oggetti di studio.

    Però, a giudicare dalla platea, forse non sarebbe stata una mossa saggia. E poi, vedere gente ben vestita che in una sala conferenze elegante si permette il lusso di ascoltare divertita questa faccenda dei ricchi che più ne hanno e più si sentono in diritto di spadroneggiare – esperienza di cui dovrebbero avere conferma ogni giorno – mentre altre assemblee ben più pressanti e urgenti non si fanno, o vanno quasi deserte, mi ha dato, da mediterraneo incasinato, un po’ fastidio.

    Io non conosco, ovviamente, gli studi di Pif; però leggere che le classi più abbienti donino per la maggior parte ad istituzione scientifiche, culturali, musei o mostre, mentre le classi meno abbienti alle associazioni umanitarie o caritatevoli mi è parsa un’ovvietà (se sei povero e non sei mai stato al teatro o all’Opera, è difficile che tu faccia loro una donazione; mentre se conosci le attività della Charitas o hai amici/parenti che ne usufruiscono, è più probabile che se abbia la possibilità di donare, lo farai in loro favore). Lo stesso dicasi per le classi meno abbienti che donano di più ai poveri – pur avendo minori mezzi a disposizione – delle classi più abbienti: quando sei solo su 1 o 2 gradini più in alto di chi va aiutato, tendi ad identificarti con loro; se ne sei molto distante, e peraltro non li incroci mai nel tuo quotidiano, per te finiscono di essere persone e diventano una parola: “i-poveri” (noto lo stesso fenomeno anche con gli extra-comunitari: chi li frequenta per vari motivi tende a trattarli e a parlarne come persone in carne e ossa; chi li conosce solo come quegli esseri che ai semafori cercano di rifilarti fazzoletti o lavarti il vetro dell’auto, tende a vederli come numeri o fastidiose concretizzazioni particolari di un’unica idea platonica: quella di extracomunitario. Eppure sono uomini anche loro).

    Però, come dici tu, queste sono considerazioni politiche che non c’entrano niente con la psicologia e le scienze cognitive. Quando uno non ha le risposte che si aspetta da chi dovrebbe (in questo caso, i politici), tende a cercarle un po’ ovunque, sbagliando fatalmente.

    Mea culpa, Gaia. Grazie comunque per il post, che citerò quando cercheranno di convincermi che la concentrazione di ricchezze non è poi così un male, che storicamente è sempre esistita, prima c’erano i re, gli imperatori, etc. etc.

  7. Se denaro e potere, per dirla alla Massimo Fini, sono lo sterco del demonio,, possiamo immaginare cosa diventi la vita di alcuni homo che è completamente dedicata, devota alla merda.

  8. Ecco un altro miliardario cronico pentito alla Warren Buffet. Non capisco come gli psicoterapeuti americani non abbiano ancora inserito il disturbo nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders e creato l’opportuno approccio psicoterapeutico di gruppo: «Salve a tutti, mi chiamo Nick Hanauer e sono un miliardario cronico».

    Bellissima poi l’apologia del capitalismo: «…Capitalism, when well managed, is the greatest social technology ever invented to create prosperity in human societies. But capitalism left unchecked tends toward concentration and collapse…». Ma dai! E’ come dire: beh, sai, le reazioni di fissione nucleare rappresentano il più grande livello tecnologico di produzione di energia: il calore prodotto da 1 Kg di uranio equivale a quello prodotto da 2.500.000 Kg di carbone! Però ‘ste benedette reazioni di fissione, se le lasci incontrollate, mostrano la disdicevole tendenza a collassare ed esplodere… A questo punto, gli indigenti sono gli inevitabili ‘effetti collaterali’ del capitalismo, così come le radiazioni sono gli inevitabili ‘effetti collaterali’ dei reattori nucleari. Però, tutto sommato, sono tecnologie strafiche!

    A proposito della ‘trickle-down economics’, che eccedeva la mia capacità interpretativa dell’americano, ho trovato questa bella definizione nell’Urban Dictionaryl, che penso possa tornare utile a chi ha avuto le mie stesse difficoltà:

    Trickle down:

    A fairy tale told by Republicans. Based on the idea that if rich people are given Uber-Welfare in the form of tax credits, that they may throw a few crumbs to the rest of us, which somehow benefits us (even though the crumbs we get don’t equal the money we’ve handed over to the rich). see also: absolute bullshit

    Made popular under the Reagan Administration, it was his Republican primary opponent George Bush (Version 1.0) who coined the term voodoo economics to describe the principle. This, of course, was before it dawned on Bush that he was a rich bastard himself and should probably just keep his mouth shut.

    Called trickle down as an endearing visual of the upper 1% pissing all over the less fortunate.

    Più chiaro di così… A questo punto, le idee di Nick Hanauer mi sembrano la versione 2.0 della trickle down economics. Cambia la tecnica di trasferimento dei flussi monetari (non più tax credits ai ricchi, ma l’aumento del salario minimo per i poveri), però il risultato è sempre lo stesso: «…an endearing visual of the upper 1% pissing all over the less fortunate.»

  9. A me però il candore di quest’uomo piace: amici miliardari, se volete continuare ad esserlo, fate qualcosa per redistribuire le ricchezze. Altrimenti 1. i nostri affari crollano 2. la gente arriva coi forconi.
    Almeno è onesto.
    Per quanto riguarda il trickle-down, lui lo dice che è una stronzata. Anche secondo me quella proposta da lui non è la soluzione (per quanto io sia favorevole a un reddito minimo abbastanza alto – in Italia non ce l’abbiamo proprio!), ma è interessante leggere i pensieri di un miliardario intellettualmente onesto. Alla fine conclude dicendo: io ho avuto culo, non sono certo meglio degli altri.

  10. Comunque io penso che sia vero che il capitalismo crea una quantità di ricchezza materiale mai vista prima e probabilmente non alla portata di altri sistemi economici. Il problema è la distribuzione di questa ricchezza, gli effetti ambientali devastanti, e le aspettative, frustrazioni e distorsioni nell’immagine di sé che questa ricchezza crea. Sarebbe meglio un sistema meno redditizio nel complesso, ma senza questi problemi.

  11. La sua falsa modestia mi puzza lontano un miglio. Alla fine pare che abbia avuto successo solo per la sua malcelata lungimiranza (prerequisito fondamentale di ogni business man che si rispetti), e per le fortunose amicizie con i più versati Tauber e Bezos. Per me il fattore principale è stato la sua estrazione sociale. Se fosse nato da una coppia nero-ispanica in miseria in uno dei sobborghi di Detroit, col cavolo che frequentava Bezos o Tauber. L’unica analisi dell’articolo che trovo veritiera, è quando descrive la loro società come un sistema feudale. E’ proprio così, l’hanno trasformata in un sistema feudale, nel quale se nasci da clan tipo i Bush non puoi che accrescere le tue ricchezze e il tuo potere, mentre se nasci nella topaia del sobborgo di Detroit da due proletari, sei solo uno schiavo tra tanti alla ricerca di un nuovo padrone nel loro mercato del lavoro.

    Senza grandi cambiamenti del contesto, i forconi che Hanauer paventa non credo arriveranno mai, per il motivo magistralmente spiegato da Ascanio Celestini in questo pezzo di più di sei anni fa:

  12. I forconi, piaccia o no, prima o poi arrivano sempre. Basta vedere la storia. Fra un po’ condividerò mie nuove letture (e sì, sto anche scrivendo 🙂 )

  13. Si, ma erano rivolte di quando esistevano le ideologie o i nazionalismi. Io non ricordo niente di serio in Europa negli ultimi 30 anni (ad eccezione degli effetti della caduta del muro), se non brevi scontri di piazza durati qualche giorno, i moti di Londra del 2011, o qualche mese in Italia per i fatti di Reggio. In Grecia, con tutto quello che è successo, eccettuati i successi politici di Syriza e di Alba Dorata, non ci sono stati grandi sommovimenti a livello istituzionale, come invece successe alla fine degli anni ’60 con la dittatura dei colonnelli quando esistevano i blocchi contrapposti. Lo stesso dicasi in Spagna, Irlanda, Portogallo, etc. Qui in Italia abbiamo avuto i trattori-armati leghisti, il movimento dei forconi e Grillo, ma come vedi i piani della trojka procedono come nulla fosse. Neanche un graffietto.

    Nel mondo arabo ci sono stati i veri sommovimenti, però non hanno attraversato né Mediterraneo, né Atlantico. Perché? E non ditemi per piacere che è solo a causa della penuria di risorse e della siccità, perché in Algeria e Marocco, che pure sono stati oggetto degli stessi problemi, le rivoluzioni non ci sono state. Per me le rivolte di massa scoppiano sì per qualche accidente storico (una carestia, un attentato, uno scandalo, una strage, etc.), ma solo se esiste a monte una cultura popolare di protesta radicata e condivisa, sintetizzata da una qualche ideologia (i valori racchiusi nelle bottiglie che i ricchi ci hanno depredato) che faccia da collante sociale. Senza di quei valori può succedere solo qualche scontro, che viene subito circoscritto o sedato; se invece sono presenti, come è stato nel mondo arabo, allora scoppiano le rivolte popolari.

    Per carità, non che me le auguri, ma io non riesco proprio ad immaginarle le rivolte popolari negli USA, in Spagna o in Italia, se il quadro politico e culturale resta quello di oggi, pur tenendo conto dell’attività e della propaganda dei movimenti degli Indignados, OccupyWallStreet, WeAreThe99%, etc. Come per i NoTav, restano limitati ad una percentuale molto ristretta della popolazione, perché il resto degli interessati, come ricorda Ascanio, ancora gode della «libertà di succhiare le mentine».
    Lo dice anche Nick Hanauer: qualche mentina in più, e il problema è risolto.

    Difatti, se, come scriveva Brecht:

    La guerra che verrà
    non è la prima. Prima
    ci sono state altre guerre.
    Alla fine dell’ultima
    c’erano vincitori e vinti.
    Fra i vinti la povera gente
    faceva la fame.
    Fra i vincitori faceva la fame
    la povera gente,
    egualmente.

    allora a che pro le masse povere dovrebbero rivoltarsi? Se arriva ogni tanto qualche mentina in più, e sai che – a costo della vita – la tua situazione non cambia di molto, allora preferisci tenere la mentina e rimandare la rivolta a data da destinarsi.

  14. Appena trovata: “Socialism never took root in America because the poor see themselves not as an exploited proletariat, but as temporarily embarrassed millionaires.” – John Steinbeck

  15. Avevo scritto commento abbastanza articolato, perso! Uff!

  16. Riassumo
    Vizio ontologico del capitalismo: nato e cresciuto in contesti in cui la limitatezza delle risorse non era neppure pensata. Da sinistra problema rafforzato da Engels con la fede nelle progressive sorti che avrebbero permesso di superare finitezza delle risorse e limiti dei sistemi.
    Dunque solo ora alcuni si rendono conto che
    1 – la torta è finita
    2 – che se alcuni ne prendono fette enormi ai rimanenti rimane poco
    3 – che il numero di bocche mangiarisorse cresce esponenzialmente ovvero cresce esponenzialmente il numero delle fette

    Dal punto di vista razionale è ovvio che il capitalismo – metodo della concentrazione delle risorse – non può funzionare.
    Ma noi, osservatori razionali, culturali del problema non contiamo sulla sua forza derivante dal paradosso di un approccio culturale che ha esasperato alcune connotazioni biologiche: ingordigia, competizione, gerarchizzazione, sistematico impegno delle masse a massimizzare le risorse e a minimizzare l’impegno/fatica/lavoro/rischio per ottenerle, trasferendolo in forma di sfruttamento ad altri.
    Questo spirito biologico permea la piramide capitalistica e ne nutre la dinamica alimentando l’illusione (pattern della lotteria) di innalzarsi in essa (la verità nascosta, l’ombra è che questo comporta che altri scendano).

    Le osservazioni razionali su iniquità, inefficienza, sul peggioramento delle condizioni medie, sulla catastroficità di questo sistema specie coni numeri attuali non ne modifica di un epsilon lo spirito.
    Esperimenti alternativi sono durati pochi lustri.
    I più feroci e volgari ricchi sono gli ex-poveri / neo ricchi.
    Un po’ come gli ebrei di ritorno dalla diaspora che diventano “nazi” coloni sionisti scaricando, in modio più efficace dei loro duali del Terzo Reich – tutta la violenza, il rancore represso, la fame di ingiustizia e prevariicazione di secoli sui tecnosocialmente inferiori palestinesi.

    Emerge di nuovo il dilemma se governare eticamente il reale e la realtà o se impegnarsi nel tentativo morale di migliorarla.

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