chi votare alle europee? terza parte

Immagino che qualche sostenitore delle liste da me liquidate nel precedente post o di quelle che esaminerò in questo potrebbe accusarmi di essere ingiusta e superficiale. Ci sono persone, tra i candidati, che fanno politica in un modo o nell’altro da una vita, e non dev’essere piacevole ritrovarsi giudicati così sommariamente, in stile reality: “avanti un altro!”. Bisogna dire, però, che io sto dedicando a questa riflessione sul voto probabilmente più tempo ed energie della stragrande maggioranza degli elettori, che non ha tempo né voglia di andare a fondo. Non è colpa mia se il quadro, nel suo complesso come nei particolari, è desolante. Non potete aspettare che vi salvi un dettaglio: vi presentate male e non avete le idee giuste. Non pretendo una totale aderenza alla visione baracettiana del mondo, ovviamente, ma non posso accontentarmi delle solite litanie mentre marciamo verso il precipizio. La direzione giusta è dall’altra parte.

Vediamo se qualcuno l’ha capito.

Verdi. La capolista è Maurizia Giusti detta… Syusy Blady (pensavo si chiamasse veramente così). Già questo da una misura di quanto radical chic sia questo partito. Il turismo è un’attività devastante per l’ambiente e spesso anche per le comunità. Di sicuro, non mi viene voglia di votare una che è famosa per averlo promosso in maniera quasi compulsiva.

Ma diamo un’altra possibilità a questo partito – che tra l’altro, come i comunisti, era stato escluso per poi essere riammesso. Perché? Boh.

Sul loro sito, tanto per cominciare, non trovo il programma e praticamente non trovo nulla di utile sulle elezioni europee, se non i loghi. Provo un motore di ricerca, e finalmente trovo qualcosa: un pdf di 14 pagine. Nota ai lettori: questo post, essendo molto lungo, è stato scritto in più volte. Durante la stesura avevo effettivamente trovato il programma dei verdi. Stupidamente (ma loro sono più stupidi) non ho tenuto il link. Adesso cerco e ricerco, ma non lo trovo più. Il programma in inglese è qui. Alla fine trovo anche quello in italiano, che avevo analizzato nei dettagli qualche giorno fa, ma mi accorgo in extremis che è il programma elettorale del 2004. Mi viene da piangere. Direi che i Verdi (italiani) possono anche andarsene a cagare, dato che non si degnano nemmeno di pubblicare un programma, o se lo pubblicano lo nascondono così bene che con le migliori intenzioni non si riesce a trovarlo. Peccato, perché mi piace per quel poco che ne so la figura di José Bové, e ho sentito parlare bene di Ska Keller.

Passiamo all’Italia dei Valori, che ha un pessimo slogan: “europei non tedeschi”. Cosa vorrebbe dire? Che cosa risolve prendersela in continuazione con la Germania? Dati i precedenti, io lascerei stare.

Il programma, per fortuna, si trova facilmente, è chiaro e abbastanza breve, ed elenca anche le passate iniziative del partito nel Parlamento Europeo (dove non sapevo che fosse, per dire). Vediamo le proposte. Ovviamente: “un patto per la crescita.” Non mi interessa la proposta nel dettaglio: è l’idea che è sbagliata. Per la migrazione, si propone un corridoio umanitario dal Nord Africa, soluzione parziale al problema e potenzialmente molto dannosa – lo sa l’Italia dei Valori quanta gente c’è in Siria ed Eritrea? Quanti aspettano in Libia? Dove li mettiamo tutti? Tante delle altre idee sono anche buone – no al nucleare, battaglia contro la contraffazione, altre molto meno: no al pareggio di bilancio, niente sul reddito minimo e sulla redistribuzione. Non sono tanto convinta.

Poi c’è quest’altra lista, Io cambio: da dove saltano fuori? Chi sono? Prendiamo il Presidente Nazionale, tale Angelo Alessandri. La sua pagina sul sito dice che ha ricoperto la carica di presidente federale di “un importante partito nazionale”. Questo non mi piace: perché non dire che partito è? Avete qualcosa da nascondere? Per fortuna c’è wikipedia, e scopro subito che quel partito è la Lega Nord. Ecco perché non l’aveva specificato.

Guardo il programma e capisco subito che anche questa lista non fa per me: crescita, ripartire, un appello alla sovranità nazionale scritto in maniera fumosa e contorta, per negazioni anziché per affermazioni. No grazie. Peccato, perché alcune delle proposte potrebbero avere un senso: tassazione delle rendite finanziarie, semplificazione burocratica, no al centralismo di Bruxelles… Questa è una lista dei piccoli e medi imprenditori che conoscono molto bene i loro problemi, e magari hanno anche qualche idea concreta per le soluzioni, ma pochi ideali e ancor meno coraggio.

La Lista Tsipras, al contrario, sembra piena di begli ideali e molto poco pratica. Un ottimo esempio è questo. “L’Europa che vorrei” non è l’Europa che vorrei io. Non ci assomiglia nemmeno. Mi viene anche da dubitare del senso della realtà di un candidato il cui programma sembra Imagine di John Lennon. Comunque, il programma della lista dovrebbe essere meglio delle esternazioni dei candidati – che ad ogni modo, leggendone altre sul sito, sono alle volte penose e alle volte incoraggianti: questo, ad esempio, fa sperare in una lista no tav e contro le violenze della polizia, magari oggi in Europa e domani in Italia.

In inglese esiste l’espressione: ‘più della somma delle sue parti’, a indicare che l’unione ha un valore aggiunto. Purtroppo, ogni volta che qualcuno prova a unire la sinistra italiana, il risultato sembra minore della somma delle sue parti – qualcuno non voterà la lista Tsipras perché dentro c’è SEL, e forse anche viceversa. Non voglio entrare troppo nel merito, perché a inseguire tutte le beghe e proteste si rischia di essere anche ingiusti: io sono rimasta delusa da SEL ma non così tanto da rifiutarmi di votarla se entra in una forza maggiore composta da gente, si spera, di un certo valore. Non voglio fare l’errore più antico e ricorrente della sinistra: ritenere più nemico il potenziale alleato del nemico vero.

Il programma della lista Tsipras è lungo 32 pagine. Questo è un problema. Io sono d’accordo con il non parlare per slogan, con l’approfondire le questioni e prendersi lo spazio che serve, ma trentadue pagine sono tante. Se uno dovesse leggersi tutto il programma per ogni lista che gli interessa si troverebbe con centinaia di pagine. Una delle cose che manca all’Italia è la sintesi. La sintesi significa non brevità fine a se stessa, ma capacità di dire quello che si deve dire con il numero minore possibile di parole, così da non far perdere tempo all’interlocutore. La sintesi è una virtù anglosassone e faremmo bene a importare quella, anziché infiniti anglicismi di cui non ci facciamo niente. Articoli, documenti ufficiali, esternazioni politiche peccano sempre in questo: usare tante parole per dire poco. Ripetizioni, liste, abuso di aggettivi e avverbi, termini vuoti…

Tratterò il programma della lista Tsipras come si merita: farò solo una ricerca per parole chiave. Crescita: sembrano esserci dei timidi tentativi anti-crescita a tutti i costi, ma il messaggio finale non è chiaro. “Assunzione del concetto di limite”, si legge, ma la cosa sembra finire un po’ lì.

“Diseguaglianze” – la sinistra si misura qui. Si capisce che l’uguaglianza per questi candidati è un valore, ma non si capisce come intendono procedere. Neanche la ricerca sulla “redistribuzione” (io uso le radici delle parole, tipo “distrib”, per trovare tutto) dà risultati interessanti.

“Debito” – qui casca l’asino. Si criticano le politiche attuate per ridurre il debito, che in realtà ne hanno provocato l’aumento – vero che il debito è aumentato, sul perché bisogna discutere – e si critica l’obbligo del pareggio di bilancio: perché? A me sembra del tutto logico che non si debba spendere più di quello che si ha, che indebitarsi crei problemi peggiori di quelli che risolve e che bisogna addirittura ripagare o rinegoziare il debito fino a ridurlo al minimo possibile, e come regola non contrarne più (utopistico, lo so, e completamente logico). Vediamo invece cosa propone la lista. Intesa, trattativa, conferenza sul debito… e in pratica? Cosa vogliono fare? “Giungere a un taglio dei debiti che per le loro dimensioni appaiono chiaramente non riscuotibili, a una ristrutturazione dei rimanenti, allungando i periodi della restituzione, a forme di mutualizzazione su scala europea del debito ”. Non ho capito e non sono convinta. Si può non pagare il debito? Se sì, a che prezzo? Si può pagarlo tassando le ricchezze e le rendite finanziarie, di modo da recuperare almeno in parte quanto si è versato ingiustamente a chi specula e guadagna senza produrre? Queste sono le domande a cui io vorrei una risposta che la lista Tsipras non dà. Dice invece: “ogni paese membro dovrebbe avere la possibilità di emettere un prestito obbligazionario finalizzato esclusivamente alla creazione di lavoro con la contemporanea garanzia da parte della Bce di acquisto di una quota congrua sul mercato secondario.” Altro debito? Cosa vuol dire finalizzato alla creazione di lavoro? A me sembra la solita solfa: mi indebito sperando di poter recuperare quello che ho speso, più gli interessi, grazie alla crescita. Ma l’era della crescita è finita. Il mondo è cambiato, e anche questi qui non l’hanno capito. “Gli obiettivi della Bce cambierebbero da quelli puramente destinati a tutelare la stabilità monetaria, cioè dei prezzi, a quelli della stabilità finanziaria e dello sviluppo dell’economia reale e dell’occupazione” – a me sembra la solita solfa della crescita, con un cappellino nuovo. Peccato, perché le proposte sulla finanza sono dettagliate e probabilmente molto concrete. Ma senza un cambio di paradigma non si va da nessuna parte.

Riduzione dell’orario di lavoro, reddito minimo garantito: benissimo. Vediamo ora l’immigrazione. Non sto a ripetermi all’infinito, perché ormai è chiaro che io desidero che si pongano dei limiti all’immigrazione per motivi demografici ed economici, e che al contrario tutte le liste che si vorrebbero ambientaliste e di sinistra hanno proposte opposte, come: “garanzia del diritto di arrivare legalmente in Europa”, “politiche migratorie aperte all’inserimento degli stranieri nel mercato del lavoro”, e simili, e non dicono assolutamente nulla sulle conseguenze per il nostro continente di una crescita demografica senza fine e per i lavoratori europei della concorrenza di manodopera disperata e a basso costo.

Nel programma è nominata e criticata la TAV Torino – Lione, ma piuttosto timidamente, nel senso che manca un impegno netto e chiaro a fermarla. Benissimo parlare di reddito minimo per ogni paese, ma sulla redistribuzione dei redditi non c’è nulla.

Voi direte: non si può essere d’accordo su tutto, quante ne vuoi! È vero che bisogna votare accettando qualche compromesso, ma dipende dalle proprie priorità. Per me la prima cosa da fare in assoluto in Europa, e anche globalmente, è evitare ulteriori aumenti di popolazione. Certo, bisogna ridurre anche i consumi, ma qualsiasi riduzione non accompagnata da un calo o almeno una crescita zero rischia di venire assorbita dalle persone in più, e quindi vanificata. Inoltre, mentre è possibile anche se non indolore ridurre di molto i consumi da un giorno all’altro, con le persone non si può fare lo stesso: una volta che qualcuno è nato, o anche solo si è stabilito qui, non puoi mica ucciderlo!

Inoltre, questa cecità, a questo punto, di tutti i partiti che io concepisco di poter votare, e anche degli altri, sul tema della crescita demografica, mi fa capire che non ragionano in maniera lungimirante e pragmatica, e quindi mi fa perdere interesse nei confronti della loro proposta in generale. E comunque, anche sulla necessità di una redistribuzione delle ricchezze persino i partiti di sinistra dicono poco e niente. Qualcosina c’è, ma nessuno ha il coraggio di dire con forza: togliere ai ricchi e redistribuire. Si preferisce puntare su crescita, investimenti per i giovani e l’economia verde, le solite soluzioni, senza dire che c’è chi ha troppo e, se quelle persone tengono tutto quello che hanno o peggio ancora continuano ad arricchirsi, ci saranno meno risorse per gli altri in un momento in cui le risorse sono IL problema.

Ogni giorno leggo notizie scoraggianti sullo stato dell’ambiente, alcune delle quali riporto qui, altre no, perché sarebbero troppe, non ci si sta dietro. E la causa di ognuna di queste cattive notizie è sempre la stessa: noi. Siamo troppi e consumiamo troppo. Ora, nel 2014, nel momento in cui sono chiamata alle urne, la questione più importante in assoluto che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare, cioè la possibilità di distruggere tutto ciò che di bello c’è sul pianeta compresa l’umanità stessa, non viene affrontata seriamente da nessuno dei partiti che si candidano alle prossime elezioni.

La mia vecchia bozza di questo post si concludeva con l’annuncio: non voterò. Nessuno si merita il mio voto.

Questa decisione però mi aveva lasciata con un senso di amarezza e di impotenza. E poi, tutti i media continuano, come al solito, a trattare le elezioni come se vi partecipassero solo i candidati considerati principali. Qualunque cagata dica Berlusconi, Renzi o Grillo, e stanno dando il meglio di sé, viene riportata in prima pagina, e quando vengono riassunti i risultati dei sondaggi si dà rilievo quasi solo a quanto sembra che prenderanno loro. Degli altri, poco e niente. Io questo non lo sopporto. Tutti devono avere la stessa possibilità. Basta con questa logica dei partiti grandi e piccoli. Hanno ottenuto abbastanza firme per presentarsi? Bene: ascoltiamoli. Non tollero che i giornali e le tv decidano per gli italiani chi gli italiani devono votare. Presentando il peggio, tra l’altro.

Voglio premiare delle persone e un programma, non la pubblicità dei partiti principali e la loro gara a chi la spara più grossa. Torno sui miei passi e cerco un compromesso. Openpolis ancora non è aggiornato alle elezioni europee, purtroppo. Appena sarà reso disponibile farò il test, se non altro per curiosità, perché ormai leggendo i programmi un’idea abbastanza chiara me la sono fatta.

Ecco quindi, se a qualcuno interessa ancora, il mio verdetto.

Tutte le proposte attuali sono sbagliate. Ce ne vuole una nuova. Se nessuno fonda un partito per la decrescita bisognerà che ci pensi io. Ci sto già pensando, a dire il vero, ma nemmeno nella mia cerchia intima sono riuscita a trovare altre due persone con cui farlo. Non saremmo neanche in tre. Questo è lo stato attuale.

Riguardo alle europee, mi riservo di cambiare idea nei prossimi giorni, ma penso che voterò per la lista Tsipras e studierò a chi dei suoi candidati dare la mia preferenza. Lo farò perché, nonostante siano più le cose che non mi piacciono di quelle che mi piacciono, comunque gli altri partiti sono ancora peggio, e io voglio segnalare almeno questo. Nessun partito si avvicina nemmeno lontanamente ai miei pilastri: decrescita economica e demografica, democrazia locale e su piccola scala, redistribuzione radicale delle risorse a tutti i livelli. Alla fine se non voto la lista Tsipras non faccio avanzare le mie idee ma solo eleggere gente che è ancora più lontana da me. E poi questa sinistra italiana divisa, malconcia e rissosa ma in fondo idealista, che prende un pugno e si rialza, prende subito un altro pugno e prova ancora a rialzarsi, merita un incoraggiamento anziché l’ennesima batosta. Sarei contenta se ottenesse un buon risultato. Poi, naturalmente, resterebbe un sacco di lavoro ancora da fare, ma forse è più facile con questi, piuttosto che con gli altri e le loro premesse ancora più sbagliate.

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30 risposte a “chi votare alle europee? terza parte

  1. Stamani, per motivare la risposta a MrKeySmasher, sono andato a vedermi alcune cose a destra, poi, anche a sinistra v. commento nella pagina-puntata precedente).
    Non aggiungo nulla alle tue considerazioni più che corrette: solo che la demagogia deborda.
    Manca un partito ecologista, noglobal, della sostenibilità demografica, economica, sociale ed ecologica locale, della democrazia diretta, delle politiche di transizione, di decrescita, dei beni comuni, dello stop al consumo del territorio e al traffico (privato) su gomma, un partito di anche sola blanda ecologia locale e globale, con un progetto della redistribuzione (ad esempio con modifiche drastiche del diritto ereditario), della lotta allo sfruttamento e all’assistenzialismo.

  2. Io parteciperei con molto entusiasmo al Partito di Gaia
    (fui uno dei pochi gatti che votò Per il bene comune, il partito di Stefano Montanari :).
    Però è così difficile stare uniti. Sebbene siamo straordinariamente d’accordo sulla lotta senza frontiere a tutto ciò che è crescita demografica, io non ho capito quale sia la tua idea sugli strumenti e operatività per contrastare l’immigrazione di massa: regole di ingaggio, respiingimenti, rimpatri coercitivi, controllo capillare sul territorio ed arresto e rimpatrio per tutti i clandestini, collaborazione con i soli paese che implementino al poltica coercitiva del figlio unico, legge del figlio unico anche in Italia, valida anche per i migranti etc.
    Cosa fare per i nuovi centri di inquinamento, nuove chiese, nuove moschee, etc.?
    Cosa fare quando arriva un barcone?
    Cosa fare su un treno in cui viaggiano clandestini (senza pagare il biglietto)?
    Dove scontano le pene i migranti che hanno commesso dei reati?
    Ricongiungimenti: quale politica?
    Cosa fare quando ad un ospedale si presenta una persona clandestina per una cura?
    Perché i grandi principi poi devono essere tradotti in disposizioni operative.
    E ora vige il teatrino più sgarrupato, buionista, di svampitismo non so se pseudo idealista o credulone-ingenuo, un quadro di normazione completamente incongruente e contraddittorio (non puoi entrare, ma ti vengo a prendere con le navi, ma che cazzo significa tutto ciò?!).
    Il fatto che la catastrofe della crescita demografia non sia mai stata così grave non giustifica il coacervo di omissioni legislative ed operative, provvedimenti assurdi e contraddittori, la mancanza di un approccio globale, sistematico, razionale, l’attuale completa assurdità nelle norme e nelle disposizioni.

    Ecco, è un problema così drammatico che si è sempre negato e si nega.
    Perché non ha una soluzione dolce, non cruenta: qualsiasi cosa faccia per risolverlo sarà cruenta, qualsiasi cosa tu non faccia e differisca, aggraverà il problema rendendo più cruento ciò che succederà domani o dopo domani….

  3. gaiabaracetti

    Sul cosa fare esattamente, ancora non lo so. Siccome nessuno vuole veramente limitare l’immigrazione, non c’è un dibattito su quale sia il sistema più efficace ma anche meno crudele e che non finisca per colpire semplicemente nel mucchio.
    Un’idea sarebbe investire molto nelle politiche di contraccezione e salute riproduttiva nei paesi che ne hanno bisogno. Ci guadagnano tutti, soprattutto le donne, e il problema inizia ad essere risolto alla radice. Però è una strategia lenta. Sicuramente va fatto.
    Oppure avevo pensato a questo, almeno temporaneamente: disincentivare l’assunzione di stranieri, così da scoraggiare la migrazione economica. Il problema è che non è l’assunzione di stranieri di per sé ad essere sbagliata, nel singolo caso (così come è sbagliato ad esempio un singolo furto), ma il numero di arrivi. L’altro problema è che probabilmente le attuali leggi non lo permetterebbero.
    E poi cosa fai, eccezioni nella ricerca, nel calcio? Sarebbe assurdo.
    Naturalmente, bisognerebbe iniziare a consumare localmente e smettere di depredare i paesi poveri. Se noi fossimo più sobri, il miraggio consumista perderebbe di attrattiva, probabilmente, e meno persone fuggirebbero la miseria.
    E poi, una politica di tassazione che premi le famiglie piccole e penalizzi quelle numerose.
    Leggendo molto su questi argomenti, vedo che anche i paesi più poveri si sono accorti che non possono sostenere la crescita della popolazione a questi ritmi, e molti governi stanno cercando di fare qualcosa. Contribuire a questo, anziché portare semplicemente assistenza medica ed economica, sarebbe molto utile. E poi è più onesto: ti aiuto non perché mi fai pena, ma perché così aiuto anche me stesso.

  4. Quando in lista civica sostenevo che le famiglie con più di due figli devono essere pesantemente penalizzate fiscalmente, quando dicevo che dovrebbero perdere il diritto alle case popolari o perderlo se già in esse, quando affermo della validità della Politica Coercitiva del figlio unico, vengo odiato e insultato da destra, dalla sinistra, dal centro.
    L’inquinamento della crescita, a partire da quella demografica, è del tutto trasversale. Infatti, non abbiamo un partito come quello che tu delinei.

  5. gaiabaracetti

    Secondo me bisogna tenere presenti anche principi di equità. Non puoi penalizzare retroattivamente chi ha fatto più di un figlio, anche perché a pagare sarebbero i bambini. Dovresti piuttosto cambiare il paradigma, pubblicamente, far capire perché sono necessarie certe politiche e applicarle da adesso in poi. Questo sarebbe molto più accettabile.

  6. riesci sempre a rendermi interessante leggere quasi il contrario di ciò che penso. tra questi tre post e quello sulla longevità, direi k unisci razionalismo illuminista e naturalismo romantico, due opposti. in età moderna li unì hegel, ma a spese della natura: nel Sistema guidava tutto la storia, più razionale che naturale. poi nietzsche fece l’unione inversa, a spese della ragione, ma ci morì pazzo. invece tu sembri partire dalla natura, equiparata xò alla ragione, tipo la razionalità dell’ecosistema: sta parità la inventò platone, assai più democratico x la sua epoca di quanto parve ai liberali di fine ‘900, da popper a bobbio, ma andò perduta col cristianesimo.
    certo, x me così paga tutto l’individuo, che deve servire due padroni, ma io sono più terra terra, tipo k la vita è tanto bella e me la vorrei godé, a modo mio e senza vedere altri soffrire. poi qualche volta mi è capitato di nn votare…ma x fortuna mi hanno sempre governato lo stesso.

  7. gaiabaracetti

    Ti ringrazio, anche perché io con la filosofia, lo dico senza falsa modestia, ho sempre fatto fatica. L’unico che sento di capire è Nietzsche, istintivamente però: lui alla fine scrive poesia e quando razionalizzi la poesia la disfi.
    Comunque, secondo me volersi godere la vita è sacrosanto e, con buona pace di Nietzsche per l’appunto, secondo me è giusto non voler vedere sofferenza, o almeno cercare di non causarne e di alleviarne, visto che giustamente la sofferenza fa parte di questo mondo e non può non esserci del tutto. La cosa che vorrei comunicare in futuro è che tutte le mie rinunce non scalfiscono minimamente il mio personale godimento della vita (è soggettivo): semplicemente ci sono nuovi piaceri e la rinuncia a piaceri dannosi diventa un piacere ancora più grande. E trattandosi di rinunce non fini a se stesse, ma razionali, cioè fatte in base a delle considerazioni sulle loro conseguenze, credo non ci sia troppo cristianesimo in questo 🙂

  8. Tu sei una filosofa anche se dici di non esserlo o che essa ti è ostica.

  9. Gaia,
    per decidere di non votare la lista Tsipras ti bastava guardare il manifesto elettorale: si schierano a sinistra perchè a occhio e croce sono quasi tutti coetanei di Lenin. Ora, non che “giovane” sia una garanzia di qualità (abbiamo visto cosa fanno i giovini di belle speranze al comune di udine, no?) ma mi pare che il quedretto di insieme dei candidati non sia incoraggiante. Certi pigli austeri da pseudo-filosofi poi…. 🙂

  10. Diciamo allora che è la metafisica il problema. In fondo, filosofia può comprendere così tante cose…
    Riguardo alla lista Tsipras, come ho spiegato non è certo con entusiasmo che la voterò. Tra i candidati non so quale scegliere… le battaglie di Edoardo Salzano contro il consumo di suolo sono molto importanti, e la sua figura è di spessore, ma sinceramente non vorrei mandare a Bruxelles un uomo così anziano. Si può essere lucidi e idealisti a 84 anni e rincoglioniti a 25, per carità, ma il nostro paese ha bisogno di essere svecchiato anche nell’età dei suoi rappresentanti. Se qualcuno conosce gli altri candidati, dia un consiglio…

  11. E a proposito di manifesti, alle ultime comunali di Udine ho notato quanto sia riconoscibile lo stile di sinistra (arruffati, colori vivaci, vestiti stile equosolidale, barba) rispetto a quello di destra (giacca e cravatta sobri) e di estrema destra (nero, giubbotti, jeans). Potrei farci un post.

  12. è vero mi sono espressa male, intendevo le sofferenze causate dalla organizzazione sociale, quindi ti do ragione.

  13. Ciao Gaia.
    Ti ringrazio per aver preso in considerazione la possibilità di votare per la lista Tsipras. Ti ringrazio anche per aver dato una scorsa al programma – anche se per parole chiavi – pur intuendo che fosse lontano in parecchi punti dal tuo sentire. (Ti ringrazio anche per non aver scritto nel tuo blog di Renzi o di Genny ‘a Carogna, ma questa è una cosa personale).

    Io avevo scelto di non votare per tutta una serie di ragioni, che non sto qui a riportare; poi ho letto questo commento sul contenzioso presentato al Bundesverfassungsgericht (Corte Costituzionale tedesca) da Die Linke e ben 11.715 (!) singoli cittadini tedeschi sull’adozione degli OMT (Outright Monetary Transactions) varati dalla BCE di Mario Draghi per frenare le speculazioni dei mercati finanziari sugli spread (in breve: la sinistra tedesca e molti cittadini contestavano alla Corte Costituzionale il mancato rigetto, da parte del Governo Federale tedesco e del Parlamento tedesco, del piano di Draghi di acquistare sul mercato secondario – senza limiti di spesa – obbligazioni emesse dagli stati europei coinvolti dal crack bancario mondiale. La motivazione: le determinazioni della BCE esorbitavano le sue competenze istituzionali, ma soprattutto ledevano il diritto dei cittadini tedeschi di autodeterminare la propria politica economica col proprio voto, in quanto il governo tedesco si trovava a dover finanziare un onerosissimo piano di salvataggio promosso in autonomia dalle BCE di Draghi ma non votato, né discusso, da alcuno in Germania.)

    La domanda che mi pongo in continuazione è sempre la stessa: chi comanda davvero qui in Italia? E in Europa? Lascio da parte, almeno per adesso, tutte le implicazioni filosofico-giuridiche sulla possibilità o meno che, a decorrere dall’esito della sentenza che emetterà la Corte di Giustizia dell’UE, su singoli atti deliberativi di una istituzione dell’UE ci possa essere un sindacato giurisdizionale di organi istituzionali tedeschi: non mi interessano questi cavilli legali. Mi domando piuttosto, visto che a quanto pare sentono la stessa identica necessità anche in Francia, in Germania, in Spagna, in Grecia, in Portogallo, etc., se non sia il caso di arginare in qualche modo lo strapotere che manifestano nelle politiche economiche degli stati europei la BCE (interessante anche questo studio) e i mercati finanziari.

    Sotto quest’ottica, la lista Tsipras mi sembra la risposta forse più ingenua, ma anche la più vera e radicale. Molte persone che stimo, che hanno speso e spendono buona parte della propria vita per fare politica senza ricavarci un soldo, ma soltanto per spirito di servizio – vivono di quanto guadagnano -, mi hanno manifestato la loro intenzione di votare per Tsipras. Questa rinata voglia della base della sinistra «sana» di ritentare di cambiare il sistema, unita al restringimento degli spazi democratici che avverto crescere di giorno in giorno, mi ha spinto a transitare dal non-voto al voto pro Tsipras.

    Spero solo che non si ripresenti l’effetto «Rivoluzione Civile».
    Speriamo bene.

    Un abbraccio,
    mk

  14. Scusate, quali sono le posizioni della Lista Tsipras circa la firma del trattato di libero scambio transatlantico Europa-USA? Che, a occhio e croce, è il prossimo grande disastro in cui ci stanno cacciando i papaveroni di Bruxelles?

  15. gaiabaracetti

    “A tutto ciò si aggiunge un’altra grave e più recente minaccia: il Ttip (Partneriato transatlantico per il commercio e gli investimenti), un accordo discusso segretamente che permetterebbe alle imprese Usa di bypassare qualunque legge di tutela del lavoro o dell’ambiente nella loro attività in Europa.”
    “Oltre ad un nuovo rapporto tra paesi del Mediterraneo e dell’America Latina e dell’Africa l’Unione Europea dovrà quindi rivedere profondamente le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America a partire dall’opposizione al Partenariato Transatlantico per gli Investimenti ed il commercio (Ttip) di cui
    abbiamo già detto.”
    Quindi direi che è abbastanza contraria.

  16. Continuo a non capire come mai la sinistra non entra nel merito del paradigma e del perché sono stati fatti debiti e inquinamento finanziario e del fatto che le masse consumistiche dei paesi “ricchi” ne hanno beneficiato finché andava bene e ora che si raschia il fondo del barile è colpa del barile vuoto, delle Banche, dell’euro, del capitalismo, della zia, di R. di B. di G, del partito, della Cee, della casta, del colore della scrivania.

    Sempre più no global e localista.
    Ogni popolazione deve essere responsabilizzata su OGNI tipo di sostenibilità alla stretta e rigorosa sostenibilità (anche finanziaria) locale (che in Italia è poco più che il comunale, diciamo l’unione dei comuni che in alcune regioni di stanno formando, meno di una provincia, il metro è “il territorio che puoi visitare a piedi o in bici in giornata tornando a casa”) ovvero all’autonomia/autarchia locale ovvero alla democrazia diretta locale.
    Un paesano della Serbia non deve essere sfruttato per mantenere dei privilegi per un cittadino di Edimburgo, un cittadino tedesco non deve essere sfruttato per mantenere una truffa calabrese sulle coltivazione degli agrumi, un valsusino non deve essere gas-cianurato in casa propria per la speculazione elettorale ed ideologica ed economica di un parlamentare PD di Torini o di un elettore molisano che probabilmente per la Val susa non ci passerà neppure mai etc.

  17. Quando la sinistra entra nel merito del paradigma dei debiti e dell’inquinamento finanziario – di solito criticando il sistema bancario, le storture delle società consumistiche, proponendo il risanamento della finanza pubblica, cercando di limitare gli eccessi dei mercati finanziari e delle «mani magiche» che li autoregolamentano – è tutto un coro di critiche: è l’ingerenza dello “Stato” nell’economia, il dirigismo della politica veterosocialista, l’oppressione dei mercati, la frustrazione dei cittadini che sono limitati nei propri consumi, gli sguardi tristi negli occhi delle persone dell’est-Europa, giusto per citare qualche frase letta anche tra i commenti di questo blog.

    Dalla sinistra (e solo dalla sinistra) sono partite le battaglie ambientaliste, quelle sulla decrescita, quelle contro la delocalizzazione, contro lo sfruttamento dei paesani della Serbia (ricordiamo ‘Pianeta Zastava’, tanto per dirne una nostrana?), contro lo sperpero dei fondi di finanziamento europei per costruire cattedrali nel deserto o parchi eolici in odor di mafia, contro ecomostri quali la Tav, oppure la battaglia per i beni pubblici, etc.

    Ovviamente intendo per ‘sinistra’ la (vera) sinistra, che certamente non è Renzi, non è Fassino, non è la Camusso, non è Veltroni, non è Repubblica, non è Cacciari, non è Ichino, ma neppure Ferrero o Rizzo. Basta partecipare ad una manifestazione della Fiom, leggere un saggio di Rodotà o un articolo di Pietro Ingrao per rendersi conto di quanti megaparsec intercorrano tra quella che dai media viene rappresentata come ‘sinistra’ e quelli che sono i valori fondanti della sinistra.

    A proposito, qualche sera fa, in tardissima serata (altrimenti qualcuno potrebbe cominciare a riflettere), il Komunistissimo Corrado Augias in una puntata del suo programma ‘I Visionari’ ha ricordato l’attualità del pensiero di Marx ai giorni nostri, mostrando come tante considerazioni espresse ne ‘Il Capitale’ funzionino anche oggi, seppur in un mutato contesto storico. Io non sono un marxista; però ho notato, ad esempio, che appena pronuncio questo nome in qualsiasi contesto – anche per dire banalità del tipo 2+2=4 – mi becco contumelie di ogni genere e nessuno mi ascolta più da lì in poi. Perché sono diventato un «marxista».

    Mi scuso per questa specie di ‘apologia’ della sinistra che lascia il tempo che trova, ma accusare genericamente la sinistra di non entrare nel merito o in polemica con i sistemi economico-finanziari attuali (quasi tutti liberisti o neo-liberisti) o lo sfruttamento dei deboli, mi sembra quanto meno ingeneroso.

  18. gaiabaracetti

    Infatti il problema non è che la sinistra (sia movimenti che partiti) non critichi la finanza o lo sfruttamento dei deboli, cosa che fa regolarmente, ma che non proponga la decrescita (salvo qualche voce mai candidata), che non accetti la riduzione della spesa pubblica (anzi, vuole togliere il pareggio di bilancio) e che continui a proporre il rilancio dei consumi, complici anche i sindacati, per uscire dalla crisi.
    Trovami un candidato di sinistra, fosse anche di una piccola lista civica di qualche comune disperso (UIC non autonominarti) che dica:
    – bisogna tutti consumare di meno
    – lo stato / il comune / la provincia non deve spendere più di quello che può raccogliere, e se necessario deve tagliare la spesa per non indebitarsi
    – bisogna ritardare l’età pensionabile e non aumentare i consumi dei lavoratori oltre una certa cifra
    Questa sinistra, purtroppo, (ancora?) non esiste

  19. gaiabaracetti

    Comunque, visto che negli ultimi giorni la mia vita è una coincidenza dietro l’altra, appena finito il commento sopra ho controllato la posta e mi è arrivata una mail da questi qui: http://www.listacivicaitaliana.org/2013/04/02/programma-versione-sintetica/
    Non perfetto, ma molto interessante. Si avvicina all’invalidare quanto ho appena scritto.

  20. Sull’attualità del pensioero di Marx oggi (Marx non credo si credesse di destra o di sinistra…) mi piace sentire spesso Diego Fusaro, anche per lo stile ampolloso, quasi caricaturale, del suo parlare. 🙂
    Apprezzo soprattutto che Fusaro (come un altro intellettuale originale e anticonformista, ma proveniente storicamente dalla Nuova Destra francese, De Benoist) indichi la sterilità di riproporre la divisione destra/sinistra e i vecchi proclami “Siamo antifascisti!” “Abbasso i comunisti!”. Prese di posizione, queste, del tutto funzionali al vero nemico, il sitema turbocapitalista attuale, che si sfrega le mani mentre i due contendenti si accapigliano su posizioni largamente superate dalla storia, distraendosi dai problemi più grandi. Anche perchè una analisi onesta delle posizioni estrema sinistra/estrema destra porterebbe a capire come in realtà i punti di contatto siano molti (descrescita, localismo, stato sociale, anticapitalismo…), e forse meriterebbe una riflessione se non sia meglio lavorare insieme su ciò che unisce piuttosto che azzuffarsi sulle cose, spesso irrazionali, che dividono.
    Io della sinista non apprezzo, per dirla con la nostra Gaia, il dimenticare la responsabilità individuale, il parlare molto di diritti (che mi va benissimo…) e poco di doveri. Per questa strada si finisce spesso nel trasformare la difesa dei diritti in difesa di posizioni privilegiate o insostenibili e nel barricarsi in torri d’avorio. Il dirigente nazionale Fiom, che prende Euro 2.300 netti/mese, lamantava qualche settimana la situazione degli operai che guadagnano Euro 1.500/mese…..che mi risulti questi sono già forntunati, considerando il precariato e la pressione salariale al ribasso che si vede in giro. Come dire, fosse questo il vero problema, caro dirigente Fiom!
    Non mi piace poi il mondialismo felice di molta sinistra, che è, sebbene inconsciamente, del tutto funzionale al capitalismo: società senza confini e identità, nate da un mix di culture che certamente porterà anche dei frutti, adatte a un mercato che non vuole barriere, neppure sociali e culturali.

  21. Anche a me non piace l’idea delle società senza confini, ma non dimentichiamo che l’internazionalismo fa parte del comunismo e, a quanto so, del pensiero marxista sin dalle sue origini. L’identità e le differenze culturali mancano completamente dall’analisi marxista, e questo è uno dei suoi grossi limiti. Un marxista e comunista deve essere internazionalista, a meno di non scegliere nelle tradizioni in cui si riconosce solo quello che preferisce, tralasciando il resto.
    Appropriarsi di Marx a destra, negando la sua appartenenza, francamente è avvilente. A destra sembrano mancare miti e padri fondanti, dato che si vanno a prendere quelli più classici di sinistra: anni fa l’estrema destra di Casa Pound cercò di appropriarsi pure di Che Guevara, dimostrando oltre che pochezza totale ignoranza della storia.
    L’anticomunismo e l’antifascismo non sono la stessa cosa, come scrivo sempre, e se c’è bisogno di dichiararsi antifascisti anche oggi è perché in Italia oggi esistono ancora i fascisti, tra l’altro molto violenti. Finché ci saranno fascisti ci sarà bisogno di antifascisti. Inoltre l’estrema destra italiana, a differenza dell’estrema sinistra, pur proclamando valori che superficialmente possono sembrare simili a quelli dell’estremo opposto, di fatto è vicina e io direi addirittura organica ai sistemi di potere politico ed economico e ai loro interessi (vedere Alemanno), come d’altronde fu a suo tempo il fascismo.
    Il fascismo in fondo nacque picchiando operai, contadini e comunisti, con lo specifico scopo di stroncare le loro rivendicazioni, e fu per questo sostenuto dalle elite. All’inizio dell’era fascista ci furono molti simpatizzanti del fascismo nei paesi capitalisti, a cominciare dallo stesso Churchill.

  22. Trovo molto ragionevoli le parole di Mauro.
    destra/sinistra è solo una delle dimensioni del mondo e la dialettica che ne deriva spesso è grottesca e assurda.come dimostra il teatrino pluridecennale di finto antagonismo DC-PCI poi FI _ PDS,, poi PD(L), ora PD e FI/NCD che sulla assoluta maggioranza di provvedimenti politici hanno votato sempre insieme.
    E’ poi la frode del bipartitismo, questa, del bipolarismo e, ancora più in generale, della visione destra-sinistra della realtà. La realtà NON è monodimensionale basato sui soli criteri antropocentrici della giustizia vs. libertà, individuo vs collettivo, struttura vs personale, etc.

    > L’anticomunismo e l’antifascismo non sono la stessa cosa
    Dipende.
    Se tu ti sposti di qualche centinaio di chilometri verso nord-est e vai in Polonia, leggevo che là c’è il corrispondente penale dei nostrani reati di apologia del fascismo e di ricostituzione del partito fascista ovvero vengono considerati criminali l’apologia del comunismo e fuori legge il partito comunista.

    Spostandoti nello spazio e nel tempo osservi che le forme di tirannia del potere hanno i più diversi colori e connotazioni. Vallo tu a dire ad un cambogiano che i fascisti sono cattivi e i comunisti (khmer) buoni.
    Oppure vai a dire ad un giapponese di Nagasaki o di Hiroshima nuclearizzato dagli Stati Uniti che questi sono i liberatori, i democratici, i garanti della pace e dei diritti civili etc. .

  23. gaiabaracetti

    Affermare che Marx non era né di destra né di sinistra è semplicemente assurdo. Piaccia o no, Marx è stato uno dei fondatori del pensiero moderno di sinistra e lì ci si colloca, punto. Poi la sinistra può allontanarsi da Marx, ma non è che questo ci autorizza a riscrivere la storia solo perché la destra moderna è a corto di idee.
    Il mondo non si riduce tutto a destra e sinistra, questo è ovvio, com’è ovvio anche agli stessi partiti che infatti adottano ulteriori definizioni: liberali, cristiano democratici, ambientalisti, nazionalisti, indipendentisti, e così via. Che poi non siano del tutto onesti rispetto alla propria definizione è un altro discorso, ma nessuno, tranne qualche cialtrone che ogni tanto ci troviamo a capo del governo, pensa seriamente che esistano solo “destra” e “sinistra” (e “centro”). Se poi uno non si riconosce in nessuna delle attuali correnti di pensiero, affari suoi, ma non significa che queste correnti non abbiano senso. Io non sono né cristiana né musulmana né buddista, però il cristianesimo, l’Islam e i buddismo esistono, nelle loro infinite manifestazioni.
    Anticomunismo e antifascismo non sono la stessa cosa non perché il fascismo è cattivo e il comunismo è buono, cosa che io non ho detto, ma perché fascismo e comunismo non sono la stessa cosa. Il fascismo ha assunto SOLO forme dittatoriali e violente perché è intrinsecamente dittatoriale e violento, il comunismo ha assunto ANCHE forme dittatoriali e violente, in grandissima parte abiurate da quelli che oggi si dicono comunisti. I regimi comunisti sono stati un’aberrazione del pensiero comunista, i regimi fascisti una concretizzazione del fascismo. Questa è la differenza fondamentale. E non serve essere comunisti per saperlo.
    Se poi nell’Europa dell’Est hanno dei traumi e li elaborano anche per vie legali, questo è un altro discorso. Non credo che sentano volentieri neanche parlare di nazismo, se è per quello, visto com’è andata.

  24. @Mauro: Maurizio Landini da segretario generale della FIOM prende all’incirca (in meno e non in più) la retribuzione di un settimo livello del contratto metalmeccanico. E’ all’incirca il doppio di quanto prendo io, che sono un settimo livello dell’area tecnico-scientifica ed elaborazione dati nella PA; però mentre a me al più mi si abbassa la vista, mi viene la cervicalgia, la sindrome del tunnel-carpale o le emorroidi, loro – i metalmeccanici – diventano dopo circa 20 anni di catena di montaggio degli “RCL” (ridotte capacità lavorative). Nel 2010 a Melfi erano la metà dei dipendenti dello stabilimento (circa 2.500 persone ammalate), a Mirafiori 1.500 su 4.000, alla Sevel 1.700 su 4.000. La risposta di Marchionne in un’intervista in cui gli si adombrava il sospetto di sfruttare eccessivamente le capacità lavorative degli addetti alle nuove catene di montaggio, minandone irrimediabilmente la salute, fu: «Facciamo automobili e l’auto nel mondo si fa così. Chi viene in fabbrica questo lo sa bene.» (trad: c**zzi loro). Ricordo ancora alla manifestazione di Pomigliano la testimonianza di un operaio che confessò di non riuscire a tenere in braccio il figlio di tre anni la sera quando tornava a casa, perché le braccia non gli reggevano più dopo il turno pomeridiano.

    Non citi il contesto in cui Landini si lamentava dello stipendio di 1.500 euro di un operaio, per cui mi è difficile contestualizzare le sue parole; ma seguendo abbastanza la FIOM nelle sue battaglie per l’applicazione della Costituzione e dei diritti in essa sanciti (la famosa Costituzione ‘praticata’ e non ‘teorizzata’ di cui spesso parla Rodotà), è facile supporre che si lamentasse dell’esiguità della retribuzione ai fini di un’esistenza libera e dignitosa (Costituzione Italiana, art. 36: Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.). Il discorso è sempre lo stesso: in una famiglia monoreddito, con il classico mutuo/affitto, le bollette e anche un solo figlio, non fai tanta strada con 1.500 euro. Landini peraltro è un sindacalista e fa (a mio avviso) molto bene il suo lavoro, per cui mi meraviglierei se non si lamentasse di situazioni del genere, avendo il dovere istituzionale di difendere i lavoratori che rappresenta.

    Non dico una novità se affermo che gli stipendi medi in Europa sono sensibilmente più alti: …Il Paese in cui il rapporto tra retribuzione e costi sostenuti è più vantaggioso per i cittadini è la Germania, che si aggiudica il primato europeo con 2.580 euro di stipendio medio mensile e una spesa quotidiana per l’utente di soli di 37,2 euro, che nell’arco del mese incide sul reddito per il 43,2%. Ciò significa che chi vive e lavora in Germania non ha problemi ad arrivare a fine mese e che può condurre una vita soddisfacente e dignitosa… …Il salario medio pro-capite nel nostro Paese è di 1.410 euro (contro i 1.850 della penisola iberica), e il cittadino deve fronteggiare una spesa di 39,4 euro al giorno (contro i 35,9 della Spagna), determinando in questo modo un costo della vita elevatissimo, che impiega ben l’ 83,8% delle risorse di ogni utente. Questa percentuale è difficilmente sostenibile per molte famiglie, ed è sconcertante constatare come questa superi di quasi 20 punti percentuale la media europea…

    Cosa ci aspettiamo che dica un sindacalista?

    La verità è che la situazione qui in Italia sta collassando così tanto, e in maniera così lentamente soft, che oramai per noi è diventata la normalità che le aziende chiudano, che si resti senza lavoro, che si finisca in cassa integrazione o esodati. Allora fortunato chi il lavoro ce l’ha, anche se non ce la fai ad arrivare a fine mese e se non sai cosa succederà al tuo corpo tra 20 anni. Il problema non è Landini, dire che il problema è Landini significa guardare il dito e non la luna che esso indica.
    A mio avviso, invece, la FIOM in questo particolare momento storico sta davvero facendo tanto, supplendo al ruolo dei partiti politici di sinistra: un tempo era il partito a fare da cinghia di trasmissione per il sindacato, ora siamo all’esatto contrario. E’ il sindacato che porta avanti le battaglie sociali, e i partiti gli si accodano (e ultimamente neanche più, come è successo per CostituzioneLaViaMaestra). Ti ritrovi gli operai della FIOM che manifestano con te a Roma per il diritto allo studio, per l’attuazione del dettato costituzionale, o contro la TAV, quando potrebbero benissimo farne a meno (un sindacato dovrebbe battersi per le vertenze in tema di lavoro, e non di studio o di alta-velocità o ambiente).
    Io di questo alla FIOM sono gratissimo, e altrettanto lo sono a Maurizio Landini, che è uno dei pochi leader sindacali anti-divo, con cui poi tranquillamente conversare dietro ad uno striscione senza avere l’impressione che lui ti stia ‘magnanimamente’ concedendo il suo tempo. Anzi spero che alla scadenza del suo mandato, invece di tornare a fare il saldatore – come spesso ricorda -, riesca a trovare una sua agibilità politica, perché a mio avviso è una persona che può ancora dare tanto al paese.

    @Gaia: se devo essere onesto, il candidato ad una lista di sinistra che parli di tutto ciò che dici tu esiste, ma… è abbastanza recente, per cui non vale, in quanto il tuo ragionamento aveva un orizzonte temporale più ampio. Dovrei portarti ad esempio candidati/eletti nelle scorse tornate elettorali, ma sinceramente in mente non me ne viene nessuno, se non discorsi contro la globalizzazione e tutto ciò che è venuto fuori dopo Seattle.
    Voglio però proporre alla tua attenzione l’idea che i punti che hai trattato hanno sempre rappresentato un fiume carsico che scorreva nascosto tra le pieghe di tante discussioni della sinistra, spesso affiorando nel corso degli anni: nel ’70 Berlinguer batteva sempre sull’austerità in questi termini: «L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea e poter consentire la ripresa e il ripristino di vecchi meccanismi economici e sociali. […] Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo […], quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. […] L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe possibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita…»
    A proposito della decrescita, lo stesso Latouche ha scritto: «…La crescita, infatti, non è che il nome “volgare” del fenomeno che Marx ha analizzato come accumulazione illimitata di capitale, fonte di tutti i guasti e le ingiustizie del capitalismo. Il profitto è il fine dell’accumulazione del capitale così come l’accumulazione del capitale è il fine del profitto. Parlare di una crescita o di un’accumulazione del capitale buone, di uno sviluppo buono, equivale pertanto a dire che esistono un capitalismo buono (verde o sostenibile, magari) e uno sfruttamento buono. Per uscire da una crisi che è inestricabilmente ecologica e sociale, bisogna uscire dalla logica dell’accumulazione infinita del capitale e dalla subordinazione di tutte le decisioni essenziali alla logica del profitto…». E così, dopo di me, anche Latouche diventa marxista… non lo leggerò più! 😀
    Sono d’accordo con te col fatto che oggi questi temi siano minimamente trattati dalla sinistra e dai suoi candidati (a mio avviso perché hanno poca spendibilità elettorale: quasi nessuno vuole «decrescere», e la decrescita non è certo un tema negoziabile coi poteri forti come le politiche sul lavoro o sul reddito); però non mi sembra del tutto peregrina la costatazione che i temi che tu affronti abbiano intrinsecamente tanti punti in comuni con il pensiero di sinistra, per cui nella mia rappresentazione mentale per me è più facile collocarli nella galassia dei valori fondanti della sinistra, piuttosto che della destra, se mi passate queste grossolane categorizzazioni.

    La mia analisi politica da quattro soldi (anzi… da tre soldi) è la seguente: la sinistra ha mostrato alla fine dello scorso secolo una profonda subalternità culturale ai modelli sociali della società consumistica, e si è arresa al capitale, al mercato e alla finanza arroccandosi unicamente nella difesa dei diritti ora dei lavoratori, ora dei ceti deboli, ora dei pensionati, etc. Con la crisi dei subprime, il crollo del sistema bancario del 2008, e il fiorire delle filosofie della decrescita, dell’ecosostenibilità, etc. la realtà ha brutalmente mostrato che le crepe che avevano scorto già nei secoli scorsi i teorici della sinistra erano reali e strutturali, per cui adesso c’è un nuovo reflusso nel riscoprire queste antiche verità che i sinistrorsi avevano gettato al vento o seppellito, almeno fino a dieci anni fa. Io spero che tutti i sinistrorsi abbiano imparato la lezione, e che se non si è riusciti a cambiare il mondo con la dittatura del proletariato, i regimi totalitari e quant’altro (meno male!), questo non debba necessariamente dire che saremo costretti a morire in un mondo con più cemento, più iCosi, più auto, più CO2, più disuguaglianza, etc.

  25. Michele: Landini ha dichiarato il suo reddito in diretta a radio 24 una sera della settimana scorsa ed é quello che ho citato. Il riferimento al reddito dell’operaio era in un contesto generico e ti dico che mi ha colpito perché se pensi che quello sia un salario in contrasto con la costituzione ( e qualche giurista filo marchionne potrebbe cavillare a piacere sul significato di vita dignitosa e libera, dimostrandoti che quei 1500 eurini sono fin grasso che cola…), dove li metti quelli che prendono 1200, 1000 o 900 euro, precari, che lavorano in aziende senza rappresentanza sindacale alcuna, senza art. 18 ecc ecc?E quelli che sono in cassa integrazione e li fanno andare a lavorare lo stesso per produrre a costo 0? E quelli che gli danno la busta paga con scritto 100 ma li pagano 50, come in puglia? Poi ti do ragione che la Fiom, da quello che vedo, sia un sindacato che cerca di fare ancora il suo lavoro

  26. …ma l’impressione é che il mondo sindacale sia spesso troppo autoreferenziale ( sui propri iscritti). E, poiché in molti sindacati la maggioranza degli iscritti sono pensionati, ecco che citroviamo l’operaio che vota Lega o Berlusca…
    Per il resto ip tuo post é lunghissimo, oltre le mie forze e le mie risorse internet…..lo leggerò lemme lemme…. 🙂

  27. gaiabaracetti

    Infatti uno dei grossi problemi della sinistra (sempre lei) è non aver capito che non si possono difendere solo i diritti dei lavoratori e l’ideale del posto a tempo pieno indeterminato, quando c’è tantissima gente che è disoccupata o sotto occupata, quando non c’è bisogno che lavorino tutti 40 ore alla settimana, perché significherebbe distruggere quel poco che è rimasto del pianeta, e quando le esigenze sono nuove e molteplici. Bisogna trovare forme nuove di welfare (il reddito minimo garantito e incondizionato per me è la migliore), altrimenti rimaniamo veramente bloccati in un’era che è finita.
    Detto ciò, 1500 euro sarebbero grasso che cola in un paese in cui il reddito massimo è 2000. Ricordiamoci quanto prendono i manager, i politici, i super professionisti, i calciatori, i presentatori televisivi, prima di rinfacciare a un operaio 1500 euro al mese.

  28. gaiabaracetti

    Non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma per un cambiamento di prospettiva utile consiglio di leggere questo e questo.

  29. Ciao Mauro, scusa per la foga nella risposta, forse ho dato l’impressione di
    essere polemico, ma ci sono alcune questioni che davvero mi scottano un po’ sulla pelle.

    Ho fatto accenno al mio stipendio (non mi piace in generale personalizzare le
    discussioni) proprio per evidenziare che so bene che esistono categorie
    professionali che guadagnano di meno, e categorie ancora meno protette come la
    enorme galassia dei lavoratori precari (co.co.co, co.co.pro, interinali, a
    progetto, partite iva, etc.). Ci sono delle istituzioni, quali ad esempio le
    università, in cui il precariato è stato di fatto istituzionalizzato. Per me è
    un’aberrazione, perché molti servizi essenziali non possono essere
    precarizzati, così come non può esserlo la vita delle persone.

    Mi sono molto accaldato su Landini perchè, oltre alla simpatia umana, è ad
    oggi l’unico leader sindacale che vuole restituire un senso all’istituto del
    sindacato. E’ l’unico che ha ammesso le colpe del sindacato per aver
    dimenticato il personale precario nelle aziende, e l’unico che si batte
    affinché i contratti e gli accordi di lavoro che vengono contrattati dai
    vertici sindacali con l’ARAN o il padronato, siano poi sottoposti al voto non
    degli iscritti al sindacato, bensì di tutti i lavoratori, affinché questi
    possano affondare accordi pessimi che gli piovano sulla testa decisi da terzi, come è
    successo a Mirafiori. Come suole ripetere, la democrazia in Italia si ferma
    sempre davanti al cancello delle fabbriche, perché ciò che è possibile fuori
    dai cancelli delle fabbriche, spesso non è possibile dentro, come se non
    facessero parte della Repubblica.

    @Gaia: sono in parte d’accordo con le tue idee sul lavoro e la decrescita;
    scrivo ‘in parte’ perché oltre all’ideale che tu continui bene a tenere
    presente, c’è però la realtà rappresentata dai milioni di lavoratori che ad
    oggi si trovano nelle condizioni che conosciamo. Oggi non è possibile dire: da
    domani lavorate 10 ore settimanali invece di 40, oppure diventate tutti
    precari e in mobilità come vorrebbero le grandi aziende, perché ciò
    comporterebbe automaticamente: avrete allora 1/4 dello stipendio (e dunque si
    passerebbe da 1.500 a 400) oppure lavori alle condizioni e con le modalità che
    a me convengono. Se ci pensate bene, sistemi di questo tipo sono quelli che
    hanno condotto a tragedie del tipo del Rana Plaza. Questo non vuol dire nè che
    il sistema non potrà cambiare mai, perché bisogna in ogni caso mantenere
    irriducibilmente i diritti dei lavoratori; né che per cambiarlo é necessario
    gettare a mare molti diritti dei lavoratori e il sindacato. Laddove si è agito
    in questo modo, le aziende hanno continuato a fare come prima, e chi ci ha
    rimesso sono stati soltanto i lavoratori.

    Landini sostiene: è un periodo di crisi? Cogliamo l’opportunità per cambiare
    tutti assieme, non chiediamo che il cambiamento avvenga solo a carico (e a
    danno) unicamente delle classi lavoratrici.

  30. Infatti non bisogna cominciare dal basso, ma dall’alto. Prima si taglia a chi prende milioni ogni anno, poi centinaia di migliaia, finché magari non sarà possibile con questo sistema di redistribuzione mantenere uno stipendio di 1000 euro al mese lavorando 30 ore anziché 40.

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