chi votare alle europee? prima parte

Ho deciso di dividere questo post in tre parti, essendo la riflessione lunga e sostanzialmente divisa in tre parti essa stessa. In un certo senso, è un’esagerazione stare a pensarci così tanto: un singolo voto non significa nulla. È il paradosso della maggior parte delle azioni singole, e del voto in particolare: le compiamo sapendo che da sole non cambieranno niente, ma sperando che un numero alto di altre persone facciano assieme a noi la stessa scelta. Se una sola di queste persone, noi compresi, si ritira, di fatto non ci sono conseguenze; eppure non ci ritiriamo perché abbiamo fiducia negli altri e vogliamo che gli altri abbiano fiducia in noi. Moltiplichiamo mentalmente la nostra azione per tutte le persone che potrebbero c, e in base a questo ci sentiamo fiduciosi di poter cambiare le cose. Solo a livello molto piccolo si vince per pochi voti, e mai per uno solo: eppure tutti votiamo come se la nostra decisione cambiasse tutto.

La mia riflessione su chi votare è sofferta e va per esclusione. Non dovrebbe essere così, ma credo talmente poco nell’istituzione per cui scelgo un rappresentante, e soprattutto nelle proposte di tutti i candidati, che devo prima trovare un buon motivo per non non votare.

Io capisco la logica del non-voto, quando è una scelta e non frutto di disinteresse; la capisco o credo di capirla ma la disapprovo. La disapprovo innanzitutto perché chi la pratica dice di non credere nelle istituzioni, però quasi sempre poi le critica e pretende qualcosa da esse. Che si tratti di anarchici, movimenti, o singoli ribelli, ho notato che le persone che non votano per scelta sono spesso tra le più attive nella società, e questo è un bene, ma anche tra le più attive nel criticare gli eletti e pretendere qualcosa da loro secondo i loro (cioè non i propri) parametri. I non-votanti che conosco sono i primi ad arrabbiarsi se un’istituzione non è trasparente, se un politico non mantiene la parola data, addirittura se ci sono vizi di forma nelle carte pubbliche. I non-votanti spaccano i quattro i capelli di una testa che per loro non dovrebbe neanche esistere. Non vale.

La risposta che mi viene data quando dico che non vale è: sì, io non voto, ma loro hanno il potere/i soldi e quindi devono rendere conto ai cittadini. Vero, ma non c’è un modo solo di rendere conto ai cittadini, perché i cittadini non sono un blocco unico e vogliono cose diverse, e proprio per questo motivo siamo ancora qui a disquisire di democrazia e di come farla funzionare al meglio e far sì che rappresenti la volontà popolare che è una questione complicatissima già di suo. E anche le proposte degli anarchici a me sembrano democratiche, solo su scala piccolissima e con un ricorso minimo alla delega, ma sempre comunque basate su qualche forma di rappresentanza partecipata.

Al di là delle strutture formali, in cui appunto i non-votanti non si riconoscono, i contenuti delle proposte politiche non sono unanimi. Non tutti vogliono fermare il consumo di suolo, garantire il diritto alla casa, chiudere i CIE, e così via. Se tu pretendi che le istituzioni facciano queste cose, devi misurarti con gli altri che vogliono altre cose da queste stesse istituzioni. Un modo fondamentale per misurarsi è il voto. So che questo sistema ha dei grossi limiti e non funziona proprio benissimo, ma l’alternativa dei non-votanti al momento mi sembra essere solo una forma popolare di prepotenza: tu fai così perché noi siamo in piazza a fare casino. Questi manifestanti non-votanti dimenticano che spesso i politici che loro criticano operano bene secondo molti elettori, alcuni dei quali sono disinformati, e questo è il primo limite della democrazia, ma altri dei quali sono proprio contenti così. Andare in piazza è importante, ribellarsi, in casi estremi, è dal mio punto di vista consentito, ma senza mai perdere di vista il fatto che c’è chi non la pensa come te e che con queste persone condividi la cosa pubblica. Non votare come scelta di vita, ma manifestare, è dire: di te non me ne frega niente, io vivo come se avessi tutta la ragione io.

Io, comunque, ho preso in considerazione l’idea di non votare per le elezioni europee, essendo contraria all’idea non di un governo qualsiasi ma di un governo europeo in particolare, però ho pensato che così rinuncerei a qualsiasi voce in capitolo su politiche che avranno conseguenze anche per me, e alla possibilità di votare un partito favorevole a meno Europa, non di più – per quanto difficile possa essere.

Un altro motivo per non votare, questo a mio giudizio più valido, potrebbe essere che il meccanismo del voto è distorto. Una soglia di sbarramento al 4%, ad esempio, renderebbe potenzialmente nulli milioni di voti. Ma non votare perché il proprio prescelto non ha la possibilità di farcela significa cadere nella trappola preparata dai partiti più grandi. Meglio scegliere uno sfavorito e sperare che abbastanza persone facciano altrettanto da permettergli di superare la soglia, o almeno di mandare un messaggio.

Si può obiettare che anche il non voto è un messaggio. Sì, ma solo nelle intenzioni di chi lo fa. Per tutti gli altri non è niente. Magari qualcuno commenterà sull’alto assenteismo, qualcuno addirittura presterà attenzione a quanti non hanno votato, però le decisioni alla fine le prendono quelli che votano, non quelli che non lo fanno. Inoltre, quando un partito si vanta di aver preso una determinata percentuale, si contano solo i voti validi. Tutti gli altri sono una nota a piè pagina di cui alla fine dei conti non importa a nessuno. È brutto, ma è così. E dal momento che è possibile per chiunque raccolga un numero sufficiente di firme e rispetti delle regole, non ottimali ma comunque neanche dittatoriali, candidarsi, a chi non vota perché non c’era abbastanza scelta si può sempre rispondere: e perché non ti sei candidato tu?

Quindi, per quanto tentata di non votare, farò il possibile per trovare qualcuno a cui dare la mia preferenza. Però non voglio cedere alla logica del meno peggio. Se nessuno mi rappresenterà quel minimo indispensabile per dargli il mio voto, cioè se tutti mi faranno schifo, allora mi rassegnerò a non votare. Sto cercando però un modo di evitarlo.

[Seconda parte]

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16 risposte a “chi votare alle europee? prima parte

  1. Ciao Gaia, e buona Liberazione.
    Condivido il tuo post, e voglio condividere qualche riflessione sulla questione del voto, che sarà anche ‘filosofica’, ma ha poi significativi risvolti sul nostro quotidiano.

    Una problematica che spesso nasce localmente quando si vive in contesti socialmente depressi è: cosa fare quando nella propria area di riferimento politica tutti i candidati sono pessimi? Il voto è importante, come ben argomenti, ma è eticamente ammissibile votare personaggi discussi o di dubbia moralità, solo perché appartengono alla propria area politica? Ritengo, almeno alle nostre latitudini, che questo sia uno dei motivi principali che spinge tante persone a disertare le urne: non sono d’accordo con i programmi degli altri schieramenti, non vogliono far eleggere i candidati del proprio partito perché hanno un passato discutibile, e allora l’opzione del non-voto pare l’unica disponibile.

    Un altra considerazione che spesso mi si affaccia alla mente è l’analogia tra gli esiti del non-voto e gli scioperi: hanno successo – e peso politico – solo quando sono di massa. In una società post-democratica – come quella tratteggiata da Crouch nel suo saggio omonimo o da Saramago nel bel romanzo «Saggio sulla lucidità» -, nella quale la democrazia viene svuotata di significato e ridotta a mera ‘rappresentazione rituale’ di partiti o esponenti politici ‘fantocci’ incapaci di grandi rivoluzioni sociali, il vero potere è concentrato e gestito in altri contesti, e le istituzioni politiche sono relegate al ruolo di rassicuranti imbonitori per le masse, proponenti in salse differenti essenzialmente la medesima pietanza. In un contesto del genere – in cui le politiche industriali e del lavoro di stati sovrani sono decise da multinazionali private, quelle economiche dai mercati e dalla finanza mondiale, etc. etc. – l’unico modo che resterebbe ai cittadini per manifestare il proprio dissenso sulle scelte di chi veramente gestisce il potere, sarebbe quello di non votare nessun candidato. Ma dovrebbero essere quasi tutti a farlo, come succede nel romanzo di Saramago, per screditare la classe politica nella sua interezza, e mettere a nudo il vero volto dispotico e antidemocratico del sistema. A che serve votare destra o sinistra, quando le scelte industriali e le politiche del lavoro le fanno le multinazionali che delocalizzano, quando i flussi finanziari non sono più decisi dalle banche centrali, ma dai mercati di Londra e Stati Uniti, quando gli stati sovrani sono costretti a cambiare i propri asset costituzionali e socio-economici in seguito ai rapporti di JP Morgan o Standard and Poor’s? Chi comanda veramente? Il popolo? Gli Stati? Questi ultimi sono ancora capaci di autodeterminare il proprio destino? Quali margini di cambiamento sono rimasti loro?
    In questo interessante articolo, Gutierrez ricorda che in ben 84 differenti paesi ci sono state 843 imponenti manifestazioni di rivolta tra il 2006 e il 2013. Il secondo fattor comune denominatore di tutti i moti (il primo, scontato: le politiche economiche a svantaggio delle classi deboli e l’austerity) è stata la domanda di «democrazia reale», il terzo «il fallimento della democrazia rappresentativa». Per me è stato impressionante leggere quelle statistiche. Cosa sono diventati politicamente gli Stati moderni? Rappresentano più il popolo, riescono ad assecondarne bisogni e necessità, oppure sono diventate sovrastrutture economico-organizzative i cui centri decisionali risultano altrove, lontani dalle masse? E che delle masse diventano i gendarmi, quando queste si ribellano a decisioni in cui non si riconoscono e che non condividono?
    In questo più ampio contesto, le ragioni del non-voto (di massa, però) non risultano più così banali. Ha ancora senso votare in una società post-democratica?

    Dal momento che queste problematiche sono (purtroppo) abbastanze diffuse in tutto il mondo, sarebbe interessante se si accendesse una discussione serena sull’argomento, lontana dalla celebrazione o dall’apologia dei ‘movimenti’, così come dalle disquisizioni accademiche sui dettati costituzionali o sulla storia delle rivoluzioni.

    Dato che sono anch’io ancora molto incerto tra il non-voto e la lista Tsipras, resto sintonizzato su questo blog in attesa di leggere le tue riflessioni in proposito. Forse anche il solo parlarne, delle intenzioni di voto, è utile alla democrazia di un paese, perché fa emergere problemi o questioni a cui normalmente non si bada.

    Un abbraccio,
    mk

  2. Io mi sto ancora chiedendo se gli stati e i governi, anche locali, hanno perso potere a vantaggio dei potentati economici perché questo è impossibile da arginare, o perché chi è contrario a questa cosa non è stato bravo a impedirla? Vedo a livello locale: la sinistra è peggio della destra, perché più ipocrita. Al tempo stesso, io non credo che tutti i candidati siano uguali. Io continuo a pensare, nel mio piccolo, che se fossi stata in consiglio comunale non mi sarei comportata come si comportano gli attuali consiglieri di SEL. E sicuramente ci sono tante altre persone, anche a livelli più alti, che hanno la stessa sincera convinzione. Sicuramente ci sono sindaci con le cosiddette palle, che lottano contro le grandi opere e lo scempio del loro territorio, e parlamentari in gamba, e consiglieri impegnati. Si può, votando bene, permettere a queste persone di andare nelle istituzioni a cambiare le cose, oppure è tutto inutile?
    Io continuo a pensare che gli strumenti per impedire lo strapotere delle multinazionali e della grossa finanza ci sarebbero, solo che non siamo capaci di usarli. Il non-voto di massa è impossibile, perché c’è sempre qualcuno che ha interesse, anche egoistico, a votare. A questo punto, sarebbe meglio cercare di votare bene, oppure candidarsi. Comunque come vedi in questo caso ho grosse difficoltà a decidermi, come spiegherò più avanti.

  3. Oggi ho sentito pezzo di un servizio su G. a Piombino, pareva un delirio contro l’Europa, esattamente come B., contro i tedeschi, uno peggio dell’altro contro l’austerita’.
    La demagogia piu’ becera e’ un pattern assolutamente trasversale.
    Quello del potere io lo chiamo “filtro passamerda” e penso sia una definizione piuttosto stringente.

  4. > chiudere i CIE

    Come pensi di contrastare l’immigrazione illegale senza i CIE che sono solo uno degli strumenti necessari per rimpatri numericamente equivalenti?

  5. Era solo un esempio, in questo caso. I CIE comunque sono uno strumento piuttosto irrazionale, oltre che crudele, la cui efficacia non è dimostrata. Penso che funzionerebbero meglio degli incentivi al rimpatrio o delle politiche di disincentivo alla partenza.

  6. Gli incentivi al rimpatrio favorirebbero una immigrazione di homo il cui scopo sia quello di prendere gli euri per tornare a casa. Magari più volte.
    Perché irrazionale? Come fai a evitare che se la squaglino coloro che devono essere rimpatriati coercitivamente? Ovviamente servono anche le politiche di disincentivo alla partenza. Un problema così complesso deve essere aggredito su tutti i fronti possibili.

    Il fatto che sia un’azione dolorosa e violenta rientra nella logica del male minore e della riduzione del danno. Meglio una piccola violenza oggi che una grandissima guerra civile domani.

  7. Ovviamente l’incentivo al rimpatrio dovrebbe essere una tantum.
    Irrazionale perché nei CIE le persone non vengono trattenute per essere rimpatriate, ma trattenute e basta. Inoltre vi si trovano persone di tutti i tipi, da delinquenti a gente che era in Italia da tanti anni e ormai aveva una vita qui (io non sono contro qualsiasi tipo di immigrazione, solo quella eccessiva attuale).
    Tempo fa, l’ho citato più volte, una commissione fece il giro dei CIE (quella volta CPT) e scoprì che, oltre ad essere posti tremendi, non servivano a niente, men che meno ad attuare rimpatri, che si verificavano molto di rado per una serie di motivi quali impossibilità di identificazione o mancanza di fondi.
    Per me l’idea del “facciamo violenza a chi fa qualcosa che noi giudichiamo scorretto” non è accettabile. Bisogna trovare soluzioni, non accanirsi sperando che l’accanimento serva da deterrente. Tra l’altro, come dimostrano gli esempi più disparati, dalla pena di morte al terrorismo, la violenza bruta non funziona come deterrente di comportamenti indesiderati, e alle volte può solo far aumentare la rabbia.

  8. Abbiamo delle leggi ridicole, campioni del mondo di teatrino, gattopardesco, tanto politicamente corrette quanto inefficaci, farraginose (siamo sempre alle grida manzoniane) incongruenti che inventano i CIE e poi ne svuotano l’efficacia.
    Il rimpatrio dovrebbe avvenire sul primo volo utile per il paese di provenienza.
    Due o tre giorni massimo e i CIE non dovrebbero mai riempirsi oltre il limite (significa che i rimpatri interni e i respingimenti esterni non sono sufficientemente efficaci).

    Trovare soluzioni.
    Allora, supponi pure di usare la sola politica dei disincentivi.
    Si presenta un*, lo paghi perché rimanga nel proprio paese (che a me sembra già un ingiustizia, una cosa aberrante un ricatto legalizzato). Dopo un po’ lo riacciuffi in Italia. Come ovvio, il disincentivo non solo ha funzionato ma è diventato una beffa. Se i CIE e i rimpatri non ci sono, cosa fai? Un secondo disincentivo?
    Non funziona e non funzionerà.
    La resistenza e il contrasto alla pressione della violenza migratoria devono essere adeguati altrimenti non funzionano.
    Emigrare clandestinamente in Italia deve essere sufficientemente spiacevole e rischioso da non essere affatto né alletante né conveniente.
    Anche qui, quel che conta è la certezza della pena, non l’esasperazione della condanna.
    Un clandestino deve sapere che deve avere certezza assoluta che verrà rimpatriato quanto prima. I respingimenti non bastano.

  9. Il fatto è che non sempre riesci a stabilire da dove proviene una persona. E se non hai documenti, né dati, né ammissioni, non puoi obbligare un paese a caso a prendersi una persona che magari non viene neanche da lì.

  10. > da dove proviene una persona
    Esame glottologico delle provenienze.

    Anche con i paesi d’origine è necessario usare bastone e carota
    0 – I migranti che commettono reati devono scontarli nei paesi d’orgine, rimpatrio immediato
    1 – accettare flussi gestiti solo da quelli che collaborano attivamente ai rimpatri
    2 – in caso di mancata collaborazione eliminare tutte le collaborazioni economiche
    3 – in caso di ulteriore mancata collaborazione rimpatrio dei loro cittadini a scadenza di permesso. Regole di ingaggio molto severe in mare.
    4 – Gestire migrazione legale dai soli paesi che implementino politiche contraccettive e di emancipazione delle donne, possibilmente la politica del figlio unico

    Se non c’è collaborazione allora diventa evidente il fatto che si tratti di politiche migratorie aggressive e di prevaricazione (come sono).
    Allora bisogna prendere atto di scenari che vanno verso il bellico come è la guerra demografica.
    Esiste un problema drammatico di crescita demografica e di migrazioni di massa e pensare di gestirlo in maniera soft è una pia illusione.

  11. Mi chiedo se le cifre sugli arrivi finora riguardino solo gli sbarchi. Stando all’Istat, sono molte di più (nell’ordine di centinaia di migliaia) le persone che si stabiliscono in Italia ogni anno.

  12. Mi ha colpito questo passaggio: “Gli interventi di soccorso, ha proseguito il dirigente del Viminale, «si svolgono a 30-40 miglia dalle coste libiche, le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di uomini lo sanno e ricorrono a natanti di qualità sempre peggiore, gommoni artigianali fatti in casa e barconi fatiscenti. Il prezzo del viaggio si è abbassato rapidamente. Non hanno bisogno di mettere eccessivo carburante e cibo perché sanno che la percorrenza massima sarà di 10-12 ore e le organizzazioni stanno lucrando ingenti somme da questo traffico».”
    Se lasci le persone morire, ti rendi corresponsabile. Se le salvi, fai un favore ai trafficanti che possono lucrarci di più.

  13. L’elefante nella stanza (per dirla alla Paul Chefurka).
    Sia che tu faccia o che tu non faccia ci sono danni.

    Un compagno del GAS dice che devono arrivare 20M di homo.

  14. In che senso?

  15. Pingback: chi votare alle europee? seconda parte | gaia baracetti

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