fatti e pensieri

Mi è stata segnalata questa intervista al presidente uruguayano Josè Mujica. Non mi piace nessun tipo di culto della personalità, e non sono completamente d’accordo con tutto ciò che dice (la sua minaccia di conquista demografica degli Stati Uniti fa accapponare la pelle), ma comunque sentirlo parlare e vedere dove vive mi provoca commozione e una forma di felicità. Abbiamo bisogno di modelli umani per sapere che certe cose sono davvero possibili.

Anche se poi magari non riesce a risolvere tutti i problemi dell’Uruguay, o se la gente non lo capisce.

Complimenti all’intervistatrice, che lo costringe ad ammettere che lui (presumibilmente l’uomo più potente del suo paese) può criticare il capitalismo ma non può fare nulla per fermarlo, anzi ne è prigioniero, perché se provasse a fermarlo lo ucciderebbero. Pazzesco.

Un’interessante riflessione su Il Manifesto riguardo alle proteste di piazza e alla loro ripetitività. Può aprire discussioni infinite: cosa fai quando le tue proteste non danno i risultati sperati, le tue azioni quotidiane non bastano e non sei pronto ad essere violento fino in fondo, ma solo ritualmente violento?

(Non sto dicendo che i manifestanti debbano essere violenti. Io sono contraria alla violenza tranne in casi estremi, e comunque un conto è un obiettivo tangibile, come il cantiere della Tav, un conto è un groviglio di problemi come la casa a Roma e il lavoro: cosa colpisci? Però se minacci una violenza maggiore, ed è chiaro che non sei pronto a dare seguito alla tua minaccia, finisci che le prendi e basta.)

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9 risposte a “fatti e pensieri

  1. Grazia Gaia, un messaggio davvero intenso quello di Mujica. E che bello quando parla degli altri paesi dell’America Latina – anche di quelli lontani- con il ‘noi’, e li chiama «il mio popolo». Quasi ad ogni domanda della giornalista, allarga sempre il campo della discussione a tutta l’America Latina.
    Questi sono i veri leader. Come sembrano minuscoli e meschini gli indipendentisti e i campanilisti nostrani di fronte all’ampiezza del suo pensiero. Forse sarà stato anche che non abbiamo avuto un nostro bolivarismo, ma qui si scorge l’abbraccio davvero fraterno di un animo semplice e generoso (e marxista), rispetto alla piccolezza della cupidigia di tante formiche piccolo-borghesi nostrane.
    Sottoscrivo ogni parola delle sue risposte, e penso che noi un leader così
    non ce lo meritiamo. E’ anche per questo, purtroppo, che non l’abbiamo…

  2. Già, siamo qui ad aspettare un leader che ci salvi senza renderci conto che hai i leader che ti meriti… Uno come Mujica qui forse non vincerebbe neanche le elezioni del consiglio comunale. È anche vero però che i popoli spesso danno il meglio di sé nei momenti più bui, e durante la Resistenza di uomini e donne straordinari ne abbiamo avuti eccome.
    È tutto il giorno che rimugino su quella cosa delle donne sudamericane che conquistano gli Stati Uniti con il loro ventre, e mi sorprendo sempre più che un uomo così pacifico, buono, modesto, dica una cosa tanto mostruosa – mostruosa per il ruolo di fattrici che attribuisce alle donne, per l’infinita offesa al popolo degli Stati Uniti (le cui donne sono implicitamente aride e indegne di popolare il paese), per l’ambiente, per tutto.
    Stona con tutto il resto, che ho ascoltato, come ho scritto, con gioia.
    È bello che il suo pensiero abbracci l’intera America Latina, ma al tempo stesso ho trovato curioso che le due cose che secondo lui uniscono il continente siano la Chiesa Cattolica e la lingua spagnola, cioè gli strumenti dei conquistatori e dello sterminio di buona parte delle popolazioni indigene. Sinceramente, io preferisco un continente diviso a un continente unito dalla lingua e dalla religione di un invasore.
    Diviso ma in pace, sia chiaro.

  3. Con Bascetta sul ‘Manifesto’ concordo in parte. Lui parla di ritualità e di circolo vizioso, strategicamente inutile per le ragioni della nostra sinistra, se condannato a perpetuarsi in scontri di piazza fini a se stessi.
    Io vedo un popolo animato da un rancore sordo, a cui la politica non dà più risposte. Un popolo solo, non più organizzato da ideali politici, non più compattato da sindacati, partiti o altri istituti repubblicani. Un popolo anestetizzato e imbonito da web e televisioni, da comprare con una marchetta da 80 euro, da distrarre coi mondiali, col campionato, con la Belen, con Grillo, con Whatsapp. Un popolo che, vivendo nel culto dell’«io» e del consumo, non sceglie di mettere da parte il proprio vissuto, il proprio personale, per tentare di cambiare la società, le istituzioni, il paese. Un popolo che preferisce le scorciatoie dell’evasione, del lavoro in nero, dello sfruttamento degli immigrati, della mafia, della raccomandazione. Sono gli ultimi marciumi che si può permettere prima di sprofondare: ma dopo ci sarà il nulla. Quando dal 2016 partirà il six pack (a cui vanno aggiunti i vincoli per il conseguimento dell’obiettivo di medio termine, l’MTO), le stime più prudenziali prevedono una manovra aggiuntiva di almeno 5 miliardi l’anno. Tante forme di evasione non saranno più tollerate. Tanti servizi e tanto welfare sarà tagliato. Tante famiglie che vivono di espedienti (la pensione della nonna, l’invalidità dello zio) arriveranno al capolinea. Anche perché – come la storia insegna – quando c’è da stringere la cintura si comincia sempre dal basso.
    Allora, oltre ai soliti aficionados – i movimenti, gli antagonisti, i centri sociali – i cortei cominceranno a riempirsi di facce nuove. Quelli che hanno perso il lavoro da qualche anno e non sanno come pagare l’affitto o fare la spesa. Quelli che hanno la mamma malata terminale o la nonna con l’alzheimer a casa e nessun sostegno sociale o sanitario. Quelli a cui hanno tagliato la luce e il gas perché morosi da più di tre mesi. I pubblici dipendenti in esodo perchè tagliati fuori dalla ristrutturazione della PA.
    Se c’è una cosa che ho imparato dalle manifestazioni, è che i più pericolosi sono proprio queste ultime categorie: le persone che non hanno mai protestato pubblicamente, che sono disabituate a farlo, e quando sono prese dall’emotività di uno scontro di piazza perdono ogni controllo e sono capaci di tutto. A Reggio Calabria nel 1970 dovettero mandare i carri armati, e la situazione non degenerò soltanto perché la sinistra dell’epoca prese saggiamente le distanze dai moti, a causa delle pericolose infiltrazioni della destra eversiva.
    L’ (incredibile) ratifica dell’accordo al Senato sulla TAV tra Francia e Italia, passata incredibilmente sotto silenzio pressoché ovunque, segna un limite nettissimo tra parlamento e popolo, che penso difficilmente potrà essere ricomposto in futuro, a meno di una vera rivoluzione (ma questa volta nelle istituzioni). Io vedo un restringimento progressivo e in costante accelerazione degli spazi democratici (soprattutto col governo Renzi), e ciò non mi preannuncia niente di buono.
    Prima o poi qualcuno si sveglierà dal sonno, e non sarà un risveglio felice.

  4. Al momento queste piazze rappresentano, per come le conosco io, in buona parte l’Italia che ha ancora ideali, progetti, missioni da compiere nel proprio quotidiano, ma che non si riconosce nelle istituzioni e nei partiti e spesso non vuole neanche farlo. Centri sociali, casi occupate, comitati, movimenti: oltre a protestare, propongono. Non vogliono essere rappresentati perché non credono più o non hanno mai creduto nella rappresentazione, ma vogliono farsi sentire.
    È molto difficile generalizzare, ma io la vedo così. Anch’io ho paura quando a questi si uniscono persone che non sono abituate a fare politica tutti i giorni e che sono solo incazzate, com’è successo con i cosiddetti forconi. Quella protesta, però, si è sgonfiata. Potrebbe tornare ed essere peggiore, e non sappiamo che forma prenderà. Ogni tanto temo che la rabbia si sfoghi contro gli immigrati. La sinistra, che per ora riempie le piazze, li protegge e li ha con sé, ma il malumore degli “italiani” nei confronti di un flusso continuo e percepito erroneamente come privilegiato e giustamente come molto problematico potrebbe trovare uno sfogo violento. È difficile prendersela fisicamente con i ricchi: sono pochi e furbi. Persino l’attuale rabbia degli italiani contro i politici secondo me manca in parte l’obiettivo: chi li manda? Chi li sostiene? Da dove vengono e dove vanno? Ci sono delle élite ben peggiori con cui bisognerebbe misurarsi.

    Riguardo alla ratifica del Senato, anch’io mi sono stupita che se ne sia parlato poco, ma probabilmente è andata così perché era un atto scontato. Ormai si è capito di che pasta sono fatti e a che gioco giocano. Nessuno si aspetta più niente e nessuno si meraviglia più.
    È molto brutto, lo so. È anche molto difficile far capire al popolo che è colpa sua se è stato abbandonato, che il primo errore è stato distrarsi, essere egoisti, sedere sugli allori.

  5. Per esempio: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/15/f35-pd-senza-accordo-slitta-ancora-la-conclusione-dellindagine-conoscitiva/953246/
    Il paese non li vuole. Il Parlamento non riesce a non acquistarli. Qualcuno nutre ancora delle speranze?

  6. Io si! Ottimista… depresso, ma pur sempre ottimista. Siamo l’unico paese con una pletora di parlamentari incapaci non solo di calcolare quanto guadagnino in media al mese, quanto pure di valutare la sostenibilità economica e industriale di contratti miliardari internazionali. E questi sarebbero gli organi di garanzia e controllo democratico? Poi dicono che uno si dà alla lotta armata.

    Quanto al ventre delle donne sudamericane di Mujica, è un’immagine di notevole effetto che credo sia scaturita più dal suo animo di poeta-letterato che di politico: mi ricorda molto il «realismo magico» di Marquez o Amado, il giustapporre il «ventre molle dell’Amerika» a quello biologico e archetipico della donna sudamericana. L’atavica potenza rigeneratrice dell’ovulo contro la molle e grave marcescenza del consumismo e del capitalismo nordamericano. Afrore contro putrescenza.
    Dal punto di vista politico mi sembra un’asserzione un po’ priva di senso – con rispetto parlando per una grande mente – perché, per quel poco che conosco io della società americana, i nuovi latino-americani paiono piuttosto integrati nella cultura consumistica americana. Probabilmente avranno conservato in parte l’idioma e qualche sistema di tradizioni proprie della cultura sudamericana, ma i mali americani le nuove generazioni latine mi sembrano conoscerli tutti, per cui non credo personalmente in un rinnovamento catartico della società nordamericana sulla spinta di una nuova ondata demografica neolatina.

    Forse l’ha detto soltanto… per segnare una qualche distanza dal tuo pensiero, altrimenti poteva finire per sentirsi – nuovamente – accusato di plagio.

  7. Purtroppo lo sanno benissimo che di quegli aerei l’Italia non se ne fa niente: non sono nella loro testa, ma temo che sia una questione più che di incompetenza di malafede.
    Riguardo ai latini e agli Stati Uniti, mi sembra che la loro natalità sia sì più alta, ma che come dici tu abbiano assorbito la cultura consumistica americana, un po’ come accade qui da noi con l’immigrazione. È chiaro che se rischi la vita per avere qualcosa, poi te la vuoi godere. Cerchiamo di dare il buon esempio noi, sull’esempio di sobrietà di Mujica, e facciamo finta che quella del ventre sia solo un’espressione poetica.

  8. Inizio entrando nel punto ideologico dell’articolo di Marco Bascetta
    “la spro­po­si­tata vio­lenza eco­no­mica eser­ci­tata in nome della ren­dita”

    La rendita è sempre quella degli altri.
    Non c’è alcun diritto alla casa, non esiste alcun diritto alla rendita di alloggio, nessun diritto a nessuna rendita.
    La casa è da sempre una risorsa preziosa e che richiede duro se non durissimo lavoro di anni per essere costruita e mantenuta.
    L’Italia è un paese povero di risorse e sovrappopolato. L’arrivo altrove di miliardi di homo al consumismo ha molto elevato il costo di alcune risorse fondamentali, l’obsolescenza sociale dovuta all’agio ha contribuito non poco alla deeconomizzazione, ci sono limiti culturali notevoli, ampie parti del paese che scaricano i loro problemi sugli altri.
    Malthus direbbe che ora che dal banchetto di quelli sopra cadono meno avanzi, quelli sotto iniziano ad agitarsi. Le agitazioni si fanno a panza vuota e quando si è senza casa. Ovviamente c’è anche un concetto di giustizia e non si capisce come mai buona parte delle persone si debba fare un culo così per anni e poi arrivino da Saturno o da Marte quelli che la pretendono come diritto.

    Io appoggio ogni tipo di lotta dei resistenti Val Susini e sono lontanissimo, anzi, ostile alla lotta per il diritto per la casa, diritto che non esiste.
    Il fatto che ci siano tensioni è ovvio. Fornire soluzioni quasi impossibile, risalire alle cause sempre più tabù.

    In natura non si mangia gratis.

  9. Il fatto è che a Roma esistono palazzinari che hanno ottenuto concessioni a costruire alloggi che poi si rifiutano di vendere, ricche ereditiere che possiedono centinaia di appartamenti per cui non versano un euro di tasse, alloggi vuoti perché di proprietà di banche e fondazioni, immobili di pregio acquistati a prezzi di favore da politici che conoscevano le persone giuste…
    I movimenti per la casa non dicono: voglio una casa senza fare nessuna fatica. Dicono: perché c’è gente che possiede mezza città grazie a favori politici, e io per quanto mi faccia un culo così non riesco neanche a comprarmi un appartamento?
    La tua analisi è giusta in principio, ma ignora la realtà di posti come Roma. Si guadagna di più la casa chi occupa un immobile vuoto, lo pulisce, lo mette a posto, gli impedisce di cadere a pezzi, di chi ne ha ereditati cento senza muovere un dito.

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