l’ultimo ideale

Ieri sera, come ho già scritto, ho partecipato a un evento organizzato dall’associazione universitaria di Gorizia Sconfinare. Ci sono state musica, letture, poesie… una serata molto bella. Il tema dell’ultimo numero della loro rivista, che veniva presentato ieri, era: “gli ideali”. Quello che segue è il testo del mio intervento.

Io credo di aver identificato l’ultimo ideale condiviso della nostra società, l’ultimo modello e l’ultima aspirazione che ci mette d’accordo tutti: la longevità. La longevità è misura del successo di una società e del trionfo della famiglia e dell’individuo sui grandi nemici della nostra era: la fatica, il dolore e la morte. Cioè: il senso.

L’idealizzazione della longevità è figlia del consumismo dominante di questi tempi, per cui il valore si misura con un numero e questo numero deve essere sempre più alto e più alto che si può: più stipendio, più crescita e pil, più riconoscimenti, più posti di lavoro, più anni di vita. Non cosa, non come, ma quanto.

È figlia anche della rimozione dell’idea di sacrificio, inteso non come fatica senza fine o negazione di sé ma come fatica per qualcosa, qualcosa che valga di più della semplice esistenza.

 

Chi vogliamo essere, noi, in fondo? Non eroi: ormai pensiamo che non ce ne sia bisogno, e comunque ogni eroe ha un lato oscuro. Non artisti maledetti: muoiono giovani. Men che meno, vogliamo morire per amore. Il nostro modello è il grande mito del nostro tempo, il più ammirato, il più amato, la garanzia di un successo possibile: il vecchio in buona salute. Quello che ha ottant’anni ma non li dimostra, che ne ha novanta e ancora fa passeggiate, quello che infrange la soglia dei cento, che sembra non morire mai. Noi non vogliamo morire mai, e siccome questo non è né giusto né possibile, cerchiamo almeno di far finta che la morte non esista e ci illudiamo di sconfiggerla spingendola solo un po’ più in là. E così distruggiamo la vita.

Il vecchio arzillo rappresenta il trionfo della quantità sulla qualità, della sopravvivenza sul senso, dell’individuo su tutto il resto. Rappresenta l’estensione dell’ideale del consumismo non a quello che accumuliamo quando siamo in vita, ma all’accumulo della vita stessa.

Anche a costo della vita degli altri.

Vogliamo avere energie per spassarcela quando qualcun altro lavorerà per noi, vogliamo soffrire il meno possibile come se la sofferenza non fosse anche un prezzo da pagare per tutto ciò che vale, vogliamo far finta che la vecchiaia non sia l’anticamera della morte, quale è, che la vita non sia un ciclo, ma una lunga linea retta che coincide solo con noi. Siamo disposti a goderci all’infinito una pensione che non abbiamo pagato, a strappare madri ai loro figli e giovani ai loro sogni per farne badanti, a cibarci di medicinali e a passare le giornate a controllare di non esserci ammalati neanche un po’…

 

La società non ci rimprovera, anzi ci stima. Pensate a come i giornali danno notizie a ogni compleanno di un centenario, come fosse un merito, pensate al vanto per una famiglia quando un suo membro sopravvive a oltranza. Pensate a quando si dice con orgoglio di un vecchio morto di malattia che almeno si è battuto come un leone. Ma che merito c’è a battersi non contro un’ingiustizia, ma contro la natura delle cose? Non ci piace chi accetta che è giunta la sua ora. Ci piace chi sopravvive. Ma questa sopravvivenza è un guscio vuoto, non dice nulla sul senso di una vita, sulla persona, sui suoi ideali e legami.

Cosa rappresenta l’idealizzazione della longevità? Quali altri valori incarna?

Non l’edonismo, perché l’edonismo non può raggiungere il suo apice in un corpo decrepito.

Non la biologia, perché è da tempo finita la procreazione.

Non l’amore, perché il longevo sopravvive anche all’amore; non l’ideale, perché l’ideale può uccidere. La vera lotta toglie protezioni.

E non è nemmeno l’animale istinto di sopravvivenza, perché la sopravvivenza animale è sopraffazione e non cura; non è rispetto per gli animali non umani, perché continuiamo a imporre il nostro corpo vorace sulla terra, sull’aria, sull’acqua e su tutti gli esseri viventi. Come negazione della morte, la speranza nell’allungamento a oltranza nega la vita altrui, che ha bisogno della nostra morte per trovare spazio.

 

Io non contesto la realtà dell’invecchiamento; men che meno contesto la sua accettazione. Io contesto la distorsione peculiare del desiderare di essere vecchio, perché la somma di anni vissuti è alta, e al tempo stesso desiderare di non esserlo, negando i sintomi della vecchiaia e volendola uguale alla giovinezza. Contesto l’ingordigia di giorni privati di senso.

 

Noi giovani, poi, con modelli come questi siamo particolarmente infelici. Abbiamo forza e idee, e ci lamentiamo che i vecchi “ non si fanno da parte”. Ma questa forza e queste idee servono appunto per guadagnarci da soli il nostro posto nel mondo!

Siamo ridotti a invidiare i vecchi, perché loro hanno una pensione e noi non ce l’avremo.

Ma perché ci preoccupiamo della pensione? Chi se ne frega della pensione!

Conosco giovani che già pensano a quando si riposeranno. La vita è ora e la loro vita ora è vuota.

Il problema della mia generazione non è che non avrà una pensione, ma che se ne preoccupa troppo presto.

Non dobbiamo piuttosto pensare a salvare il pianeta dal collasso? A creare una società più equa? A essere artisti, pastori, artigiani, genitori, cuochi, studiosi, attivisti per un mondo migliore? O anche a vivere nella bellezza? Perché ci preoccupiamo di come saremo da vecchi senza pensare a come avremo vissuto?

 

Ma gli anziani sono saggi, direte voi. Non lo so. Sicuramente ci sono anziani saggi; ci sono anche giovani saggi. Quando il sapere cambia a ogni generazione, quando il mondo creato da una generazione è incompatibile con quello che trova la successiva, che valore ha la saggezza?

Chi viene prima di noi ha creato un mondo prospero e devastante, un mondo che noi dovremmo rimediare, non emulare. La generazione dei miei nonni ha guadagnato la libertà e ha arricchito l’Italia, e poi ha distrutto l’Italia. Ora non vuole morire, ma soprattutto non vuole che muoia quello che ha costruito: il benessere, la crescita, il consumismo, il cemento.

Noi dobbiamo vedere un mondo nuovo che non sia quello che vedevano i nostri nonni e i nostri genitori, perché quel mondo ora è impossibile.

Liberiamoci dal consumismo e liberiamoci dall’ideale della longevità, che è l’ultimo ideale prima del nulla, che è il nulla. In una vita vissuta la longevità non è un obiettivo: è poco più di un caso.

Pensiamo piuttosto a rendere questo mondo migliore, anche se dovessimo morire domani.

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10 risposte a “l’ultimo ideale

  1. Parti da un concetto astrattamente condivisibile e lo trasformi in qualcosa che ai miei occhi appare ripugnante. Perché? Perché è troppo… ideale! Oh, sia ben chiaro: niente di personale. E’ giusto un’osservazione di passaggio.

    P.S. In particolare mi convinci poco quando parli delle future generazioni come se parlassi di persone già in essere. Le future generazioni, semplicemente e razionalmente, non esistono. So che è un concetto che in tanti faticano non già a cogliere (è facile), ma ad accettare nelle sue ovvie conseguenze. Provaci. Cambia la prospettiva.

  2. Principalmente ieri mi rivolgevo a degli studenti universitari, quindi ai giovani di adesso. Avevano mediamente vent’anni, e mi sembrava quasi di prenderli in giro dicendo “noi giovani”. Poi mi sono ricordata che in Italia la gioventù dura fino ai cinquanta 🙂
    Riguardo ai nostri doveri verso chi ancora non c’è, effettivamente è una questione complessa. Di sicuro c’è già qualcuno di molto piccolo che deve ancora diventare adulto, e che pagherà o beneficerà delle conseguenze delle nostre scelte. C’è anche il resto del mondo, al di là di noi umani, e anche a questo dobbiamo qualcosa. Se uno accetta la logica del dovere qualcosa a qualcuno al di fuori di se stesso, ovviamente.

  3. Be’, io ho proprio cinquant’anni. DIciamo che noi cinquantenni siamo “diversamente giovani”? Per la cronaca, io non mi sento per niente giovane e, se devo dirla tutta, non ambisco ad esserlo perché son d’accordo con te nel sostenere che una vita troppo lunga finisce per essere una condanna. Ma a ben pensarci, la vita è sempre e comunque una condanna che alcuni decidono di infliggere a quei famosi “ancora non esistono” ai quali facevamo cenno. Dimenticandosi che imporre la vita significa invariabilmente anche imporre la morte, con tutte le grane che stanno nel mezzo. Eh, quanto ci sarebbe da dire! Ma si finisce sul filosofico e non so se ne vale la pena.

  4. Per me l’ideale corrente affermato, istituzionalizzato e condiviso pressocché ovunque è quello dell’«Io». La longevità ne è un sottoprodotto, perché se non sono in vita, non posso dare corso al mio «Io».

    L’«Io» è ciò che viene prima di tutto, su scala personale («Io» e le mie necessità prima di quelle del mio compagno, di mio figlio, dei miei amici), sociale («Io» e il mio benessere prima di quello dei concittadini, connazionali, delle generazioni future, delle altre classi sociali), globale («Io» e il mio stile di vita e la mia economia prima dell’ambiente, del pianeta, degli altri paesi, delle altre culture, della sovrappopolazione).

    Su Facebook ci sono «Io», su Twitter ancora «Io», ogni dispositivo che mi circonda deve autoconfigurarsi alle esigenze del mio «Io». Comunico non per confrontarmi con l’altro, ma per diffondere il mio «Io». Distruggo tutto ciò che sia di ostacolo o di limitazione all’espansione inflativa del mio «Io»: picchio la compagna che non si conforma al mio «Io»; devasto il pianeta perché un approccio ecologico imporrebbe una limitazione del mio «Io»; devasto lo stesso mio corpo, sottoponendolo a lifting, siliconi e liposuzioni, quando diverge dall’idea del mio «Io». Quale che sia il contesto, il primo, unico, assoluto e incontrovertibile valore è quello dell’«Io».

    Gli individui che non abbracciano la religione dell’«Io» sono da emarginare ed allontanare da sé: mostrano un comportamento antisociale (perché non conforme al nostro «Io»), quasi sempre estremista, talebano, psicopatologico. Chi mette in dubbio la religione dell’«Io» anteponendole una causa ‘altra’, come un ambientalista, un pacifista, un intellettuale, uno che paga le tasse, diviene subito un fissato, un esaltato, un farneticante. Oppure è traslato su di un irraggiungibile piano parallelo che ci mette al riparo dal possibile confronto: diventa un eroe, un santo, un martire.

    Non siamo più una società, siamo una sommatoria di «Io».

  5. Sì, di cose da dire ce ne sarebbero tante e all’inizio pensavo che sarebbe stato meglio persino se io non avessi aggiunto i commenti a quello che avevo scritto, in questo caso, per non ridurlo cercando di espanderlo.
    Michele, sono d’accordo con te. L’Io è stato sicuramente molto represso nei millenni di storia europea (e non solo, ma è quella che conosco meglio): dalla Chiesa, dall’ordine economico e sociale (in un bel libro sul suicidio ho letto che nel medioevo suicidarsi era considerato un furto nei confronti del signore feudale), dal patriarcato, dalle guerre coi sacrifici richiesti, dalla semplice difficoltà di vivere…
    Ma ora che abbiamo liberato l’Io, abbiamo esagerato in segno opposto, e ci ritroviamo in una società iperindividualista, in cui forse rimane per alcuni almeno il valore della famiglia, che spesso però è un’estensione del proprio io (come mostrano in fondo i femminicidi, le vendette condotte sui figli in caso di separazione, il familismo amorale…)
    Non voglio fare la morale alla mia epoca, ma sicuramente siamo nell’era dell’egomania e dei suoi corollari di consumismo, crisi di valori e superficialità nei rapporti.

  6. Non ti autoridurre, le tue riflessioni sono sempre preziose. Questo blog è come quelle vette alpine dove l’aria, più fresca e leggera, ti accelera il pensiero inducendogli scarti inattesi e repentini.

    In un paese in cui occupano le prime pagine dei quotidiani i tweet di Renzi e gli abbinamenti cromatici dei tailleur della Boschi… non so se mi spiego… perciò, grazie sempre.

  7. Questa è un’altra pagina eccellente, Gaia.

    > nel medioevo suicidarsi era considerato un furto nei confronti del signore feudale
    Questo violava l’Io del signore feudale.

  8. gaiabaracetti

    Credo fosse piuttosto una questione di interdipendenza, basata sullo sfruttamento ma comunque compatta, in cui ognuno aveva il suo ruolo. La società di oggi, giustamente definita liquida, non è immune da questo genere di limitazioni (penso alla difficoltà di rinunciare all’accanimento terapeutico), ma dà molta più importanza alle scelte del singolo.

  9. Massimo Fini che è un buon conoscitore del medioevo e che lo apprezza, afferma che lo sfruttamento che esiste nella società liquida globalizzata e la differenza in ricchezza è molto superiore a quello del medioevo (che, in genere, deprechiamo).
    Non ho conoscenze per confutare o confermare ma, a naso, mi sembra ragionevole il pensiero tuo e quello di di Fini.
    Ciò nonostante in quello che era premodernista, non c’erano aneliti di equita ma, direi, solo possibilità minori di sfruttamento. Era il singolo potente che ti determinava, anche allora in funzione del suo Io.
    Diciamo che la scala ridotta, la dimensione umana e locale, portavano alcuni di questi Io non così stupidi, a capire che c’era una simbiosi tra padrone e sfruttato e che era necessario e auspicabile garantire condizioni di vita almeno sufficienti ai dominati.

    Non so se in passato l’etica del bene comune fosse più sviluppata. La storia dei Commons direbbe di no.

  10. Pingback: Razpotja (e altri aggiornamenti) | gaia baracetti

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