disoccupazione

A me sembra tutto, una volta tanto, piuttosto semplice. C’è emergenza disoccupazione, e questo è un grosso problema sia a livello individuale, perché senza lavoro si fa la fame, che sociale, per il clima di instabilità, rabbia e sfiducia che si genera. Le ricette proposte sui principali media e dai principali politici sono follia pura: rilanciare i consumi e far “ripartire” l’economia, cioè spingere la macchina, che per fortuna si era arrestata, fin dentro al baratro. Quel piccolo particolare chiamato esaurimento delle risorse* non sfiora nemmeno l’attenzione di chi deve proporre e prendere decisioni: per dare lavoro bisogna far sì che la gente consumi, pazienza se così scaviamo un altro chilometro di fossa e completiamo la distruzione del pianeta e di noi stessi.

Al tempo stesso, accanto all’emergenza disoccupazione io ne vedo un’altra, opposta e legata alla prima: l’emergenza sovraoccupazione. Non solo dirigenti pubblici che accumulano incarichi su incarichi che non si capisce come facciano a seguire, ma anche semplici cittadini che lavorano dieci, undici ore al giorno, sono stanchi e stressati, non hanno tempo per altro, vorrebbero un po’ di sollievo eppure la loro ditta non assume nessuno e loro devono sobbarcarsi tutto.

Allora, come si può fare? Propongo la mia ricetta, tanto ormai premier e ministri spuntano come funghi, Renzi sforna una soluzione ogni due ore, non dev’essere tanto difficile.

– il lavoro serve per dare un senso alla vita, ma anche un reddito. Introduciamo un reddito minimo garantito o reddito di cittadinanza (per me meglio il secondo, ho già spiegato la differenza) per far sì che chi non ha un lavoro non sia alla fame e magari possa avere la tranquillità economica minima necessaria per formarsi e trovarsi un’altra strada nella vita

– facciamo rieducazione al risparmio, così che anche chi viene licenziato in tronco abbia qualcosa da parte per non crollare subito. Con un reddito garantito comunque e qualche risparmio, il licenziamento sarebbe meno catastrofico e allora sì che potrebbe essere liberalizzato (io sono a favore della libertà totale di licenziamento, con risarcimento, ma solo a tutte le condizioni qui e qui sotto espresse)

– redistribuiamo le ricchezze per finanziare questo reddito e per ridurre l’enorme divario tra redditi alti e redditi bassi. Pagare abitualmente milioni o anche centinaia di migliaia di euro dei dirigenti, capaci o no che siano, è solo uno spreco di risorse. Se vogliamo usare uno stipendio più alto come leva, non è necessario che sia milionario: ricompattando gli stipendi basterebbe una differenza di due o tre volte per costituire un incentivo (allarme: utopia)

– incentiviamo il part-time con un sistema di tassazione ancora più favorevole e con l’introduzione di lavori part-time nella pubblica amministrazione, preferibilmente volontari

– per finanziare questo programma rinunciamo agli F35, tagliamo i costi della politica, tagliamo le pensioni d’oro**, tassiamo la rendita, eliminiamo le mille ingiustizie del welfare (vedere post vecchi)

– diciamo apertamente quello che molti stanno iniziando a capire: dobbiamo decrescere, e non sarà così male, anzi. Partiamo però dai ricchi, perché è giusto così

Cambiando argomento, il sito Salviamo il paesaggio mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulle cave sfruttando, in senso buono, l’archivio di Altreconomia, e io l’ho fatto.

Stasera a Gorizia dalle 19 in poi parteciperò al lancio dell’ultimo numero di Sconfinare, una rivista universitaria, al Punto Giovani di via Veneto 7. Il tema dell’ultimo numero è “gli ideali”. Farò un breve intervento.

Infine, pare che la puntata di Presa Diretta sul cibo faccia passare definitivamente la voglia di comprare prodotti animali se non conosci il contadino. Io non ho avuto coraggio di guardarla: ho già politiche semi-vegetariane e di controllo dei fornitori, non riesco a reggere immagini di lavoratori sfruttati e maiali spiaccicati nelle gabbie (e a differenza dei lavoratori loro non possono nemmeno scappare).

* A proposito, ho letto una frase illuminante in questo articolo: “l’impatto ecologico è una funzione dello sforzo, non del risultato”. Cioè: siccome abbiamo già preso tutte le risorse più accessibili e che richiedevano minori sforzi estrattivi, solo mantenere il tasso di consumo attuale comporterà una maggiore devastazione dell’ambiente (scisti, pesca a strascico, svuotamento definitivo delle falde acquifere…) Notare: si parla di consumi complessivi, non pro capite. Quindi mantenere il totale di consumi con una popolazione in crescita significa ridurre il consumo pro capite; questo consumo pro capite ridotto costerà una maggiore devastazione ambientale. Rilanciamo i consumi!!!

** In una rassegna stampa mattutina su Radiotre un paio di settimane fa ho sentito il giornalista obiettare che il termine è improprio, perché non si può dire che una pensione di duemila euro al mese sia d’oro. Mi fa piacere che almeno la Rai paghi ancora bene i suoi dipendenti, ma duemila euro a un pensionato sono d’oro eccome, tanto più che non ha pagato i contributi per averli.

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