problemi e soluzioni

Ho sentito dire che l’Eni sta devastando la Basilicata tra le proteste impotenti dei suoi abitanti e l’indifferenza generale. Ho trovato il testo di un’interrogazione parlamentare dei 5 Stelle e di una lettera dei pastori lucani che mi ha commossa. La solita maledizione dell’avere petrolio. Se a qualcuno interessa, ho visto che a Udine il 12 aprile al Teatro Palamostre ci sarà uno spettacolo su questo tema, dal titolo M.E.D.E.A. Big Oil.

Bisogna emanciparsi dal petrolio in tutte le sue forme, a cominciare dalle cose più facili: rinunciare all’automobile, ridurre gli imballaggi, mangiare prodotti biologici con meno additivi possibile. E bere acqua di rubinetto, non quella in bottiglia.

L’industria della carne è responsabile dello sterminio di animali selvatici e della riduzione della biodiversità. Bisogna cercare di mangiare meno prodotti di origine animale, anche se biologici – in fondo orsi e lupi vengono continuamente uccisi anche perché mangiano il bestiame al pascolo e danneggiano gli allevatori: un conflitto difficilmente risolvibile.

Come si dice qui, anche se l’argomento non è ancora preso abbastanza sul serio nemmeno nei circoli scientifici, alla base di tutto questo c’è la crescita della popolazione. Bisogna davvero iniziare a parlarne. Bisogna prendere in considerazione sistemi non crudeli per limitare l’immigrazione, scoraggiare economicamente e persino rimproverare pubblicamente, per quanto sia sgradevole, le famiglie numerose, così come critichiamo sprechi e stipendi esagerati. A questo proposito, segnalo questo articolo sul Senegal e le resistenze patriarcal-religiose contro i contraccettivi. L’ho letto poco dopo l’ennesima notizia di sbarchi a Lampedusa. L’articolo è un tassello in più per capire come i “disperati” che giungono nelle nostre coste non sono una realtà ineluttabile ma il risultato di precise scelte. Di alcune di esse siamo responsabili noi, ma non di tutte: chi decide di mettere al mondo tanti figli nella speranza che qualcuno finisca a spedirgli parte del suo stipendio europeo è ancora più direttamente e più vergognosamente responsabile – perché mette al mondo un disperato, e perché scarica questa sua decisione su società che fanno scelte diverse.

Intanto, se i dati dell’Istat sono corretti, solo nei primi dieci mesi dell’anno scorso la popolazione italiana è aumentata di oltre trecentomila unità. La vedo dura salvare la Basilicata, il paesaggio o la pace sociale con queste premesse.

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26 risposte a “problemi e soluzioni

  1. Parole sante…

  2. MrKeySmasher, Gaia la lovo sempre di piu’! 🙂

  3. C’è più cultura nella lettera dei pastori lucani, che in tutto il CdA dell’Eni.

    Sono senza parole. Ultimamente i miei convincimenti democratici e il mio pacifismo radicale vacillano paurosamente. Mi domando quando le persone finiranno di anestetizzarsi con i tweet, i social e le petizioni on-line, e ricominceranno con una sana e schietta lotta sociale (reale e non virtuale).
    Gli unici a farlo, al momento, sono i NoTav, e infatti sono i cattivi di turno.

    Eppure, tutti dovrebbero sapere quale sia la situazione:

  4. gaiabaracetti

    Il problema è che siamo tutti complici, perché dipendiamo tutti dal petrolio. Siamo come dei drogati che protestano contro lo spacciatore. Non so in Lucania, ma i pastori e gli allevatori qua in Friuli senza petrolio non riuscirebbero ad andare avanti. È questo il grande paradosso.

  5. Dipendenza dal petrolio e impronta ecologica e numero di homo.
    Siamo sempre lì.

    Su questa considerazione, ho causato tra i compagni cocomeriani molti incazzamenti quando, in occasione di comitati sorti localmente contro le prospezioni geologiche alla ricerca di idrocarburi, ho ricordato ancora una volta che
    1 – dobbiamo radicalmente decrescere demograficamente (e ciò comporta una lotta assoluta, feroce all’immigrazione di massa) perché
    2 – non è affatto giusto che esternalizziamo i disastri ecologici relativi all’approvvigionamento petrolifero e che
    3 – prima di devastare il delta del Niger, l’Iraq, l’Afghanistan, l’Artico etc. dovremmo accollarci qui l’inquinamento del petrolio, dove lo si consuma
    4 – e quindi,. in teoria, il petrolio e il gas che consumiamo qui dobbiamo ricavarli da qui, assumendoci l’onere del relativo pessimo inquinamento.

    Ipocrisi svampito buonista campata per aria.
    Appena tocchi la questione demografica e il gravissimo PROBLEMA della violenza delle migrazioni di massa le persone perdono ogni minima capacità di pensiero razionale e, come zeloti fanatici invasato-indottrinati,ti si scagliano contro negando l’aritmetica più elementare, i dati oggettivi.
    Peraltro i più invasati e pericolosi sono sempre le persone religiose.
    Escono dalla riunione e vanno a casa (dalla famiglia numerosa) in auto. magari a fare un altro figlio o a reclamare contro i CIE (che una volta ad un compagno, al tesoriere del gas che era andato a manifestare contro uno di questi gli ho chiesto perché non ha accolto nella sua grande casa in collina una cinquina o una sestina di clandestini (non ho avuto risposta, ovviamente)).
    Hai capito !? >;)

    A proposito di ipocrisie e incongruenze.
    Non una goccia di petrolio dalla Lucania che non sia per i lucani!

  6. gaiabaracetti

    Sì, è assurdo protestare contro le trivellazioni se si è dipendenti dal petrolio ed è assurdo pensare che l’essere scappati da uno sfruttamento sia un buon motivo per andare contribuire ad esso!
    Comunque, hai ragione tu, non c’è più sordo di chi non vuol sentire. Io non penso che serva essere “feroci” nella lotta all’immigrazione, basterebbe cercare di agire sulle cause e aprire un dibattito onesto. Tutti hanno da guadagnare da una minore natalità e maggiore ricchezza pro capite (entro certi limiti) nei paesi poveri: potrebbe essere un obiettivo condiviso.
    Io ho pensato che si potrebbe, ad esempio:
    – finanziare ong e programmi che portino contraccettivi sicuri alle popolazioni che ne hanno bisogno
    – promuovere la redistribuzione delle ricchezze e la riduzione complessiva dei consumi nei paesi ricchi, riducendo così anche lo sfruttamento delle risorse e manodopera dei paesi poveri
    – disincentivare le assunzioni di stranieri a vantaggio di quelle di lavoratori locali (e come, con l’Europa di mezzo? magari, come in Germania, promuovendo lavori part-time che possano interessare i locali ma disincentivare l’immigrazione)
    Ma è inutile, nessuno sta a sentire. Tu hai visto il dibattito su cosa è orientato? Da destra a sinistra, crescita crescita crescita. Sto iniziando a pensare che i più sensati siano i fanatici di destra, e questo è GRAVE.

  7. Io aggiungerei
    – decolonizzare i paesi del terzo mondo, non solo economicamente, ma anche culturalmente. Quindi, lasciarli in pace, che si regolino e gestiscano da se nelle forme che gli sono più consone, verosimilmente quelle tradizionali. Insegnamo magari a fare il formaggio all’ottentotto (scusate la terminologia ottocentesca) che ha le capre, ma non imponiamigli il computer.
    Per quell’attitudine che ha descritto UIC qualcuno a parlato, con un termine che mi piace, di neo-clericalismo.

  8. gaiabaracetti

    Io non credo che si tratti di imposizione, ma di aspirazione. Se le persone in questi paesi non desiderassero il nostro stile di vita, perché verrebbero qui? I primi da decolonizzare dal consumismo siamo noi…

  9. Ascoltavo qualche giorno fa le chiacchiere di un amico coinvolto in un’organizzazione no-profit che fa davvero tanto in realtà locali molto problematiche, cercando di tirare fuori i giovani adolescenti da contesti notoriamente degradati. Il loro problema era l’acquisto di uno smartphone, per coordinare meglio gli appuntamenti con tutti i ragazzi, che a detta loro sono raggiungibili solo tramite whatsapp. Il problema era quello di sobbarcarsi la spesa di uno smartphone, più relativo canone di abbonamento.

    Io – in generale – sono contrario agli smartphone, perché hanno una considerevole impronta ecologica, non solo relativamente al processo di produzione, ma soprattutto al loro funzionamento, che richiede una connessione costante ad internet. Tanto per dare un’idea, il funzionamento di un iPhone con un traffico dati medio/alto richiede più energia di un frigorifero di classe A. Il traffico dei dati nei network in generale ha un notevole costo energetico (da questo recente lavoro che monitora l’impronta ecologica della rete telefonica mobile in Costa d’Avorio, ad esempio, si è stimato che: «…Given these assumptions, we estimate that the GHG emissions of the wireless mobile networks by all operators in Cote d’Ivoire amount to about 29.1 kilo tonnes carbon dioxide equivalent per year (ktCO2e). This is about 0.4% of the total annual carbon emissions of 6,596.933 ktCO2e. We further estimate the energy consumption to be 68 GWh which is about 1.9% of the total annual energy production of Cote d’Ivoire… We estimate that the network currently consumes between 2.88 and 3.83 kWh of energy annually per subscriber… »). Il problema degli smartphone è che devono restare connessi e scambiare dati molto più frequentemente rispetto ai vecchi dispositivi di telefonia mobile, nei quali il trasferimento avviene solo on-demand per il traffico voce e messaggi, e questo fa esorbitare l’utilizzo delle infrastrutture e dunque l’assorbimento di energia. E’ il costo (nascosto) della tanta sbandierata tecnologia cloud, che personalmente detesto.

    Ritornando all’associazione di cui sopra, costoro, pur sensibili alle questioni di eco-sostenibilità, per non venire però meno ai loro ‘fini istituzionali’, hanno infine adottato lo smartphone per ‘agganciare’ il maggior numero di ragazzi possibili. Il problema, a mio avviso, allora è sempre lo stesso: se (dis)educhiamo le persone ad utilizzare stili di vita che sottintendono un utilizzo poco intelligente e mai parsimonioso dell’energia, il resto del mondo, anche se sensibile a questi temi, sarà costretto ad utilizzare gli stessi pessimi paradigmi per entrare in relazione con esse. Se il lavoro mi costringe ad andare da A a B distanti 30 Km in mezz’ora non potrò mai utilizzare la bici come unico mezzo di trasporto; se l’ente locale eroga il servizio solo attraverso una app non potrò mai fruirne, almeno che non compri anche io uno smartphone. Diventa una battaglia persa in partenza.

    Perciò, come ricorda Gaia, dobbiamo essere noi i primi a rigettare i modelli di vita consumisti e ad *esigere*, qualora possibile, modalità di interazione non così dissennate dal punto di vista ambientale.

    Si può vivere ad esempio senza smartphone, fino al 2002 lo facevamo tutti senza problemi e senza saperlo. E’ così importante restare connessi anche se in viaggio? Forse la vita è fuori dal cloud.

  10. Noto sempre uno strisciante razzismo politcamente corretto.
    Un sacco di gente che crede ancora che sia necessario andare nei paesi del 2°, 3° e 4° mondo “per aiutarli”, per volontariato od altro.
    Sono sempre scocciati quando rispondo che non è affatto necessario continuare ad andare a rovinarli, a renderli marci, che abbiamo un sacco di cose da imparare e nessuna da insegnare, non di certo il consumismo di massa, il capitalismo parassitario, l’ecocidio fatto paradigma.
    Abbiamo esportato il nostro modello e li abbiamo colonizzati con la nostra necrofilia oncologica, consumista.
    I primi marci, ammalati siamo noi.

  11. Elisa, molto bello il grafico. Sorprendente il flusso nella penisola arabica.
    Riguardo ai paesi cosiddetti in via di sviluppo, anch’io sono dell’idea che ognuno dovrebbe pensare innanzitutto a risolvere i propri problemi e a dare il buon esempio: finché noi continueremo a consumare e inquinare così tanto non si risolverà nessuno dei problemi globali che ci troviamo ad affrontare. È anche vero, però, che nel momento in cui Europa, Nord America e Australia ricevono un’immigrazione massiccia che non sono neanche più in grado di sostenere, non si può fare finta che il resto del mondo non esista, dato che bussa alla nostra porta. Tanto più che poi le nostre multinazionali in questi paesi ci vanno eccome.
    Secondo me ci vorrebbe un dialogo tra pari, non “andiamo ad aiutarli” che è arrogante e controproducente, ma neanche far finta di non essere già intimamente legati. I problemi ormai sono comuni, bisogna risolverli insieme.
    Michele: non è assurdo che qualche anno fa c’era ancora chi cercava di dimostrare che è possibile la vita senza cellulare, e ora ci troviamo a dover dimostrare che è possibile la vita senza smartphone, come se il cellulare fosse un’invenzione preistorica?

  12. Per colonizzazione culturale intendo la tendenza del sistema attuale a trasformare tutti, anche gli abitanti di quello che definiamo terzo mondo, in consumatori di massa sul nostro modello o in persone funzionali ad esso. Non c’è quindi solo il problema di fregargli le risorse per il nostro consumismo, ma anche di imporgli il nostro stile di vita. Ricordo l’anedoto di un amico che aveva speso del tempo in una missione in un villaggio sperduto del Togo. Mi diceva: “ok veniamo qui, gli insegnamo a leggere a scrivere e tante belle cose, i ragazzi locali si “istruiscono” secondo il nostro modello. finita la scuola si guardano intorno e vedono che quello che hanno imparato ha poco a che fare con il mondo dove sono nati e che se vogliono mettere in pratica quello che gli abbiamo fatto conoscere e vivere nel modo che gli abbiamo presentato devono andare in città e da li, quasi necessariamente, emigrare…”
    Sto semplificando molto.

  13. gaiabaracetti

    Da un lato, sono d’accordo con te. Dall’altro lato, può sembrare ingiusto anche negare a queste persone un benessere che esiste e che potrebbero trovare desiderabile spontaneamente, per il solo fatto di averlo intravisto.
    Per questo dico che dovremmo essere noi a dimostrare che lo stile consumistico non va bene per nessuno, noi compresi. Altrimenti siamo come un tizio che si abbuffa di dolci e a chi lo guarda affamato dice: “tranquillo, a te non piacerebbe!”

  14. gaia: “basterebbe cercare di agire sulle cause”
    Un buon medico prima aggredisce i sintomi, occupandosi quindi degli effetti, POI o CONTEMPORANEAMENTE (non INVECE) si occupa delle cause. Con questa storia dell’invasione forestiera dovremmo tenere un atteggiamento simile. In effetti così faremmo se davvero fosse un fenomeno che nasce dall’esterno e che si trasferisce da noi. Purtroppo, anche se mi rendo conto di non poter provare la cosa, il fenomeno è invece progettato, impostato e concretizzato ad arte, con bell’intenzione, da un manipolo di “dirigenti” senza scrupoli afflitti dall’idea d’avere a che fare con del bestiame, non con delle persone (e non sto parlando dei forestieri che ormai infestano letteralmente il nostro territorio), e di poter disporre di quel bestiame come meglio crede per il proprio tornaconto.
    La marea migratoria NON E’ UN FENOMENO SPONTANEO come ci viene raccontato. La marea migratoria NON E’ UN FENOMENO INEVITABILE E INARRESTABILE come ci viene raccontato. Chi ci racconta queste fandonie sono gli stessi che hanno progettato e che stanno implementando lo sfacelo in corso.
    Stando così le cose, il modo migliore per affrontare l’invasione forestiera è evidentemente LIBERARCI DELLE NOSTRE DIRIGENZE e degli aspiranti dirigenti che vorrebbero proseguire sulla stessa linea. Ecco cosa potrebbe voler dire “basterebbe cercare d’agire sulle cause”.

  15. gaiabaracetti

    Non si può negare l’enorme discrepanza nel tenore di vita. Senza di questa credo che nessuno rischierebbe la vita per arrivare qui, per quanto manipolato.

  16. Gaia, in questa tua ultima frase colgo gli effetti d’un insano quanto immotivato senso di colpa. Liberatene alla svelta, perché non ti fa bene.

  17. gaiabaracetti

    Non è senso di colpa, ma la mia idea di ciò che è giusto. Auspico di vivere in un mondo in cui il tenore di vita delle persone è più omogeneo possibile e le differenze sono dettate dalle preferenze e dall’impegno personali anziché dal posto o dalla classe sociale in cui si nasce. Non mi sento in colpa perché vivo abbastanza modestamente, ma vorrei che non ci fossero differenze di reddito così abissali.

  18. Piacerebbe a tutti, ma con i numeri attuali (in crescita, e io non c’entro), il “tenore di vita omogeneo” sarebbe a livello di miseria. La situazione non l’ho creata io, quindi non me ne sento responsabile e vorrei non pagarne le conseguenze. Hai idea di che accade a inserire nella Pianura Padana una nuova città delle dimensioni di Milano ogni quattro, massimo cinque anni? Perché è quello che si è fatto nell’ultimo paio di lustri. Poi ci piace parlarci addosso stracciandoci le vesti per l’inquinamento, il traffico, le discariche, la distruzione dei terreni agricoli e del paesaggio… E’ una contraddizione che fa a pugni col concetto stesso di realismo. A cosa ascriviamo la causa di comportamenti tanto contraddittori? All’ignoranza di chi non riesce a valutare quel che ha davanti agli occhi o alla mala fede di chi capisce benissimo ma finge di non capire per qualche ragione ideologica o per interessi di parte?

  19. Io penso che la soluzione all’un problema e all’altro sia la stessa: decrescita. Decrescita dei consumi qui, per rimuovere alcuni dei fattori che causano questa migrazione di massa (sfruttamento delle risorse di altri paesi, modelli consumistici considerati desiderabili), e decrescita demografica ovunque per ridurre l’impatto complessivo e redistribuire meglio tra tutti le risorse.

  20. Il problema è quello del paradosso di Jevons.
    Se solo tu decresci l’ingordigia di altri trova maggior soddisfazione e la “crescita” aumenta invece che diminuire.
    E’ per quello che è necessario, quanto prima de-globalizzare, de-connettere, istituire delle paratie stagne o a comunicazione estremamente controllata e ridotta per cui ogni comparto della nave sia responsabile per se stesso e si incarichi delle conseguenze (anche quelle nefaste) delle proprie scelte.
    In caso di problemi, si chiudono le comunicazioni.
    Una sorta di rigida autarchia su base locale, in cui il concetto di resilienza e di sovranità ecologica, alimentare, fiscale, democratica, contadina, energetica, … siano massimizzate.

  21. Gaia: “decrescita demografica ovunque per ridurre l’impatto complessivo e redistribuire meglio tra tutti le risorse”
    Bene, Gaia. “Ovunque” comprende anche l’Italia (in particolare la PIanura Padana, l’area messa peggio) e, come ben sappiamo, l’unica causa di crescita demografica in Italia è data dal saldo migratorio e dalla prolificità dei forestieri. Si torna al punto di partenza: occorre chiudere il rubinetto perché la vasca possa cominciare a svuotarsi.
    Ah, dimenticavo: qui da noi la riduzione dei consumi è ampiamente in corso, quindi anche su questo versante siamo a posto. Il fatto che la riduzione dei consumi avvenga in concomitanza con la crescita vertiginosa della popolazione fa capire quali ottimi risultati potremmo raggiungere se venisse interrotto l’afflusso di forestieri, trasformandolo al più presto in deflusso.

  22. Hai visto la pubblicità che invita i danesi a fare più figli approfittando delle vacanze? Volevo commentarla in un post dedicato, ma mi deprimeva troppo e non ce l’ho fatta.

  23. Non ho visto quella pubblicità, ma ho sentito una nostra “ministra” fare un discorso simile pochi giorni fa. Allucinante, non c’è che dire, ma rimane il fatto che la continenza riproduttiva sembra ormai inossidabile, per cui la mia preoccupazione rimane indirizzata all’altro versante: l’afflusso di forestieri nelle varie aree locali, in primis il nort Italia, ovvero l’area dove vivo. Tra l’altro, non ho e non avrò figli, per cui mi puzza ancor più dover subire gli effetti deleteri dell’arrivo di gente da fuori. Appurato che non figliare è il passo in assoluto più soffice per ridurre la popolazione, ora che ho provveduto che devo fare? Passare ai mezzi violenti (ovvero, finire in galera)? Perché se chi ha in mano le redini della dirigenza non pensa a porre in essere dei correttivi che altra strada ci resta? Ma quelli, i dirigenti, pensano l’esatto opposto: loro VOGLIONO la crescita della mandria secondo il teorema PIU’ CAPI (di bestiame) = PIU’ PROFITTI (per il bovaro, non certo per le vacche).

  24. gaiabaracetti

    Penso che la cosa migliore da fare sia affrontare pubblicamente la questione nella sua grande complessità. Farsi sentire ogni volta che qualcuno esulta se la popolazione cresce, chiede di fare più figli, propone una politica di incoraggiamento all’immigrazione, e così via.
    Come ho già scritto, inoltre, bisogna pensare di agire sulle cause dei flussi e non solo sui sintomi. Le disparità di reddito esistono, e finché ci saranno quelle ci saranno anche le migrazioni di massa. Siccome in parte quelle disparità sono causate dallo sfruttamento da parte dei paesi più ricchi delle risorse e manodopera dei paesi più poveri, possiamo agire anche su questo riducendo i consumi e puntando all’autosufficienza.

  25. Gaia, il problema è che non solo non si agisce sulle cause, ma che con la scusa del non agire sulle cause non si agisce manco sui sintomi. In questo modo di procedere vedo una fredda pianificazione, non credo proprio che sia uno stato di cose casuale.
    In secondo luogo, spiegami come fai a ridurre i consumi aumentando la popolazione e spingendo i nuovi arrivati (chiamiamoli per quel che sono: gli invasori) ad aderire al sistema consumistico, cosa che peraltro fanno con grande entusiasmo,
    Non ci siamo, il meccanismo fa acqua da tutte le parti, e non c’è tempo per prendere le cose “alla lontana”.
    Sull’ “affrontare pubblicamente la questione”, sono ormai dieci anni che lo faccio, ho dedicato migliaia di ore di lavoro per farlo. Non ho figli e non ne avrò (per scelta, non per fatalità). Dal punto di vista “consumistico” sono ben oltre la parsimonia, tanto che alcuni di coloro che mi conoscono di persona arrivano a deridermi per questo. Ammetterai che cominciare ad essere un filino suscettibili sia più che comprensibile. Risultati vorrei vedere, risultati. Basta [mezze] parole, occorre accendere il fuoco sotto alla pancia della tigre.

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