agricoltura

Il surplus agricolo è l’origine e la condizione necessaria della civiltà. Se non si fosse reso possibile per l’essere umano produrre più cibo di quanto ne serviva per il proprio sostentamento, nessuno avrebbe mai avuto il tempo per dedicarsi ad altre attività. Non esisterebbe quindi tutto quello che oggi diamo per scontato, che è troppo lungo per elencarlo. Non ci sarebbero artisti, artigiani, medici, amministratori, inventori, esploratori, scienziati, e chissà quali altre categorie di persone che non esistono ancora. Alla base di tutto quello che facciamo, dal mangiare a ogni cosa che non è mangiare, c’è la possibilità per l’essere umano di estrarre dalla terra e dall’acqua quello che gli serve per vivere e qualcosa in più da dare agli altri in cambio di ciò in cui gli altri si specializzano.

E come ha ringraziato l’umanità i contadini, e i pastori, gli allevatori, i cacciatori, i pescatori? Per gran parte della storia, chi di mestiere si è assunto l’onere e la fatica immensa di produrre materialmente cibo per gli altri esseri umani è stato sfruttato, ridicolizzato, emarginato. I produttori di cibo hanno dovuto lavorare la terra per darne il frutto a chi la possedeva ma non faceva nulla; sono stati considerati ignoranti quando possedevano il sapere più fondamentale, e hanno persino subito carestie a causa delle politiche disastrose di regimi troppo centralizzati e ideologizzati. È successo anche il contrario, come nella politica agricola comune europea, con un groviglio di quote, incentivi, sovvenzioni, causa di una quantità infinita di danni e a mio modesto avviso completamente da abolire.

Nella nostra epoca, ai produttori di cibo tocca la beffa finale: l’essersi ridotti a un’esigua minoranza lontana dalla vita della maggior parte delle altre persone che da loro dipendono. Siamo diventati talmente bravi a produrre surplus che ci siamo allontanati dall’attività fondamentale della sopravvivenza al punto di non conoscerla nemmeno nel suo prodotto. Non conosciamo i frutti e le verdure di stagione; i bambini crescono pensando che il cibo venga dal supermercato e scommetto che la maggioranza degli adulti non ha idea di come si produce un formaggio (il che spiegherebbe anche questo gran proliferare di “vegetariani”).

Io sto cercando di recuperare il rapporto con chi produce il cibo che mangio. Voglio conoscere il più possibile il modo in cui il cibo è prodotto, sia per motivi di ambientalismo, sia perché è affascinante, sia per essere il più possibile autosufficiente nella crisi. Voglio chiarire velocemente una cosa: l’autosufficienza totale non è possibile. Il contadino più eclettico deve comunque barattare o comprare un’infinità di cose – forse è stato così maltrattato nella storia anche perché la civiltà che lui ha contribuito a creare ha generato mille nuovi bisogni che lui da solo non poteva soddisfare, e quindi non gli ha permesso di essere indipendente.

È molto triste non sapere come viene prodotto il cibo. Innanzitutto: è immorale. Non esiste attività più devastante per tutto ciò che non è umano quanto l’agricoltura. L’agricoltura ha distrutto l’ambiente e poi è diventata così potente ed efficiente da distruggere anche se stessa. Le ultime tecnologie hanno prodotto quantità di cibo sufficienti a sostenere una popolazione cresciuta a ritmi senza precedenti, ma facendolo hanno impoverito i suoli, svuotato le falde, distrutto la biodiversità, e infine cacciato e ridotto alla fame proprio i contadini, eterne vittime del loro dono all’umanità. Stiamo già vedendo i primi segnali dell’incapacità di questo tipo di agricoltura non solo di continuare a fare quello per cui è stata creata, ma anche di permettere il ritorno dell’agricoltura di prima – tanta è la distruzione. Il trionfo dell’agricoltura e il suo crollo sono due fasi dello stesso movimento.

È immorale non sapere come viene prodotto il cibo anche perché rende ciechi a quel crimine che è l’allevamento intensivo, che infligge sofferenze ininterrotte dalla nascita fino alla morte a creature i cui diritti non riusciamo ancora a stabilire perché loro non possono aiutarci a farlo, ma sicuramente senzienti.

È anche un gran peccato: il cibo può essere molto più buono, più sano, più affascinante e più vario quando si riesce a risalire fino alle sue origini e a procacciarsene di propria scelta.

Infine, chi produce cibo nel rispetto dell’ambiente, degli animali e di chi lo mangerà fa un atto di tale valore che merita attenzione e riconoscimento.

Nelle ultime settimane ho conosciuto un esempio per i nostri canoni estremo di produzione di cibo sano. Ho vissuto in un’azienda biologica e biodinamica finalizzata prevalentemente all’autoconsumo e al baratto. Ho dato una mano in cambio di vitto, alloggio, e spiegazioni su quello che bisogna fare. Questa è la prima cosa interessante: la volontarietà dello scambio. È molto difficile stabilire cosa sia dovuto, in condizioni come queste. Quando è l’iniziativa di ciascuno a determinare quanto si dà e quanto si riceve, si scambiano anche cose non misurabili, e i ritmi di lavoro non sono imposti, sta alla coscienza di ciascuno comportarsi correttamente e al tempo stesso non strafare. Non c’è contratto, non c’è misura, non c’è nemmeno un previo accordo preciso – non ci sono cioè tutti i margini della vita moderna che ti permettono di sapere cosa fare e rivalerti in caso di torto. Eppure in molti casi funziona. Nel caso che ho conosciuto io sicuramente ha funzionato molto bene, almeno per quanto mi riguarda e spero anche per chi mi ha ospitato; ovviamente non sempre è così.

La scoperta principale, ma ne avevo già avuto sentore con poche piante sul terrazzo, è quanto difficile sia estrarre il cibo dalla terra. Tutti voi mangiate, altrimenti sareste morti. Ma quanti di voi non considerano il cibo un gesto scontato, garantito dal denaro, e il guadagno di questo denaro, invece, la questione importante? Tanto lontana è la nostra civiltà da ciò che l’ha resa possibile che non si misurano né il valore né la sopravvivenza in rapporto a ciò che li garantiscono, cioè l’effettiva produzione di cibo e altri beni, ma in base a una serie complessa di parametri arbitrari quali ‘stipendio’, ‘tasse’, ‘inflazione’, ‘crescita’. Non esiste, nei discorsi economici, nel dibattito politico, nemmeno nella nostra vita di tutti i giorni, la benché minima consapevolezza di quanto sia faticoso far sì che l’umanità non crepi di fame. Forse perché il petrolio ha ridotto di molto questa fatica – ma l’era del petrolio sta volgendo al termine e quello che non sappiamo potrebbe rivelarsi una brutta sorpresa.

Il cibo biologico, quello che protegge la terra dall’usura e la preserva per il futuro, quello che limita il potere distruttivo dell’agricoltura e cerca di mostrare rispetto nei confronti degli esseri viventi che la rendono possibile, richiede più lavoro umano per rese più ridotte, almeno per ora, e quindi una grande fatica.

Gli animali d’allevamento mangiano e bevono in continuazione; la stalla va visitata almeno due volte al giorno, la mattina e la sera. Anche se liberi, questi animali hanno bisogno di cibo, protezione, cure; devono essere spostati, controllati, sfamati, e infine munti. La terra va arata, seminata, concimata; bisogna raccogliere il cibo, lavorarlo, trasportarlo. Per non parlare della legna. Si può essere contadini senza legna, ma questo comporta un considerevole spreco. Dov’ero io pare che i contadini facciano senza troppi problemi roghi di ramaglie e materiali di scarto che avanzano dalla pulizia di boschi e campi, mentre in un comune vicino una centrale a biomasse che si potrebbe alimentare con questi scarti brucia invece materiali importati. Anche questo sarebbe da approfondire.

Naturalmente, sono molte le persone per cui essere contadini, pastori o allevatori è una gioia e non una fatica. Ma quante sono, realmente oppure potenzialmente, queste persone? Quanti vogliono veramente tornare alla terra? E quanti vogliono tornare alla terra sapendo che non potranno più contare sull’energia a basso costo?

Io credo di essere tra loro, ma in questi giorni mi sto interrogando anche su questo punto: quanto sono disposta a sacrificarmi? Le piante richiedono molte cure, ma avere animali è come fare figli che non crescono mai. Sono pronta?

E il modello non è il pensionato che fa l’orto per divertimento, ma ha una pensione che gli garantisce tutto il resto. Il modello è qualcosa di molto più faticoso e molto più imprescindibile, che non si può mai mollare.

La mia sensazione è che ci sia una nuova élite che comprende i più colti e informati e che aspira a fuggire dall’ufficio per tornare alla terra, facendo il percorso inverso rispetto a quello compiuto dalle generazioni che la precedono e che in quell’ufficio l’hanno spinta. E chi ha questo genere di consapevolezza spesso sceglie l’agricoltura biologica.

Ma non basta, anzi. Mi sto rendendo conto che questo ritorno alla terra, ammesso e non concesso che si stia verificando, rischia di causare nuovi problemi.

Chi produce cibo ha bisogno di spazio attorno a sé, o ben che vada di spazio poco distante e mezzi per raggiungerlo. Io rimango convinta del fatto che l’automobile sia il grande male della nostra società. Però mi rendo anche conto che molti contadini non concepiscono di vivere senza motori, perché questo aumenterebbe la loro fatica fino a una soglia non più sopportabile. E, anche se lo facessero, avrebbero bisogno di animali per trainare carri e aratri, e questi animali dovrebbero a loro volta essere sfamati e avere spazi per sé. Inoltre gli zoccoli degli animali, se in numero eccessivo, danneggiano il terreno, mentre gli alberi lo proteggono.

Se vogliamo tornare a un’agricoltura più sana per noi e per l’ambiente, all’autoproduzione almeno parziale, a un rapporto con la natura, e al tempo stesso evitare che i problemi che abbiamo cacciato dalla porta rientrino dalla finestra, dobbiamo per forza, non se ne esce, ridurre il nostro numero. Non sono io che sono fissata. Pensate ad esempio a questo: ci viene detto continuamente che le città sono più efficienti, che consumano meno risorse pro capite, addensano e ottimizzano. Ma le città sono luoghi da cui poi le persone vogliono fuggire verso la natura; ci separano dalla conoscenza dell’impatto delle nostre azioni e ci costringono a livelli di affollamento difficilmente sopportabili. Inoltre è più difficile, se non si produce cibo, ridurre gli imballaggi e riutilizzare gli scarti. Mi sembra anche vero, però, che molte delle persone che hanno campi e orti e producono cibo su piccola scala si trovino spesso con quantità che non riescono a smaltire nemmeno regalandole, e quindi ne buttano via o lo lasciano appassire nel campo. Per questo sono favorevole a una tassazione della proprietà che ne consideri l’estensione più che il pregio, così da responsabilizzare ciascuno sullo spazio che sottrae alla collettività.

La vita con molto spazio attorno a noi e la possibilità di coltivarlo non è necessariamente più ecologica, se ci impone di estendere la rete stradale e vivere con un’automobile, allungare gli allacciamenti a rete fognaria, elettrica, telefonica; occupare più suolo, illuminare più cielo ed estendere ulteriormente la presenza umana. Vivere autonomamente producendo il proprio cibo richiede spazio e risorse anche per l’immagazzinamento delle scorte e per i macchinari che a quel punto servono, per quanto semplici; si può pensare di condividerli ma, di nuovo, trasportarli senza motori diventa complicato.

Un buon modello è quello, credo, delle vecchie latterie sociali, in cui ciascun socio conferiva il proprio latte per averne in cambio una quota di formaggio. Così non è necessario che ognuno abbia stanze e apparecchiature dove fare formaggio; si riduce il lavoro e il consumo di suolo. Il mulino svolgeva la stessa funzione, e così il frantoio. Il modello dell’azienda agricola secondo me andrebbe affiancato ad alcune strutture comunitarie, come anche delle lavatrici comuni, per non essere troppo dispendioso.

Al momento, comunque, mi sembra che di questi sistemi intermedi sia rimasta poca traccia, schiacciati come sono tra un estremo e l’altro. Ma un mondo di città e allevamenti intensivi è un inferno; un mondo di case circondate dall’orto è insostenibile. Inoltre, tendenzialmente le persone fanno più figli in campagna che in città, per vari motivi su cui non mi dilungo. E quando le montagne vengono abbandonate ritornano animali scomparsi, che difficilmente possono convivere con noi. Se torniamo noi, si ripresenta il problema della competizione.

Naturalmente non è necessario né desiderabile che tutti vivano nello stesso modo; ma non si può nemmeno aspettare che ognuno segua la propria inclinazione, tra l’altro socialmente indotta, senza porsi problemi di consumo di risorse e di convivenza. Chi alleva animali in prossimità di altre persone, cioè praticamente tutti, teme che le proteste dei vicini lo costringano a rinchiudere le bestie o a rinunciarvi proprio. Non ho approfondito la questione, ma mi pare di capire che la legge penda dalla parte di chi si lamenta. Ovviamente io trovo l’odore di stalla piacevole e quello di smog insopportabile, ma il mondo va in un altro modo. E comunque va fatta una nuova distinzione non scontata tra la puzza di un allevamento intensivo e quella di una piccola stalla.

Tutto ciò che vedo conferma la mia convinzione fondamentale che la cosa più importante da fare per l’ambiente, in questo momento storico, è ridurre il nostro numero. Per disinnescare quindi il conflitto tra chi vuole vivere più a contatto con la natura e chi preferisce la città bisogna che ci siano abbastanza spazi aperti per i primi e abbastanza spazi agricoli intorno alle città per soddisfare le esigenze dei secondi. Riducendo il nostro numero potremmo ridurre l’impatto complessivo e ampliare un po’ i margini entro cui compiere le nostre scelte. Per ora l’alternativa sembra essere tra l’efficienza massima e devastante della vita addensata e l’ecologia parziale della vita diffusa.

Il Friuli Venezia Giulia ha una densità abitativa inferiore alla media nazionale, eppure mi appare comunque sovrappopolato: è quasi impossibile trovare un posto da cui non si scorgano case, strade o edifici; la pianura e la collina sono una colata di cemento e la regione è interamente antropizzata. Caprioli e cinghiali non hanno predatori, salvo le automobili, e sono diventati infestanti; in pianura non è rimasto un solo bosco, in montagna il bosco è tornato solo perché se ne sono andate le persone ma in compenso la Carnia e l’Alto Friuli sono pieni di zone industriali, strade, turisti in automobile e aspiranti contadini che devono abbattere i suddetti boschi per vivere di agricoltura. Tutto questo non sarebbe un problema così grosso se fossimo di meno. Come si inizia finalmente a dire, non ci si può definire ambientalisti se non ci si preoccupa della sovrappopolazione.

Persino da dove sono appena stata mi rendevo conto di quanto sia devastante l’impatto umano. Mi trovavo in un posto molto bello della Carnia, vicino all’Austria, in una casa da cui si gode una vista spettacolare dell’intera valle. Ci sono boschi e pascoli, ma anche tante costruzioni, che occupano forse la maggior parte del campo visivo, compresa una zona industriale completamente inutile e dei capannoni che rovinano la visuale. Di giorno si sentono cantare gli uccelli, ma anche decespugliatori, motociclette e motoseghe. Tutti si muovono in automobile.

Eppure lassù è molto meglio che a Udine. È strano, perché la vista da questa casa mi faceva pensare contemporaneamente due cose: una è che ero fuori dalla città, e l’altra è che la città era risalita fin qui.

Il paradosso della Carnia è questo: quando era popolosa, era sovrappopolata, e i suoi abitanti emigravano per forza; ora che si piange lo spopolamento, chi resta vuole le comodità che hanno gli altri, vuole spostarsi e vuole essere raggiunto. Non so cosa sia peggio.

C’è gente, come me, che vorrebbe fuggire dalla città e venire in un posto come questo, ma se lo facessimo in tanti non rimarrebbe in piedi un solo albero di quelli che sono ricresciuti quando la popolazione è calata.

Non sto dicendo che se diminuisce il nostro numero poi possiamo inquinare quanto ci pare. Solo che mi sembra che abbiamo occupato così tanto spazio che non ne rimane proprio per condurre una vita più naturale senza distruggere quel poco di natura che rimane.

Inoltre, se vogliamo produrre cibo in maniera più ecologica dovremo, anche qui, riprenderci dei margini. È molto rischioso stare sospesi tra l’inizio della fine dell’agricoltura industriale e il recupero di quella biologica senza avere al tempo stesso del terreno in più a disposizione. Si rischia di scoprire che abbiamo distrutto quello che abbiamo coltivato e che coltivando diversamente non produciamo abbastanza. Questo senza neanche contare il fatto che ridurre l’intero pianeta ad azienda agricola, biologica o no, è una violenza insopportabile contro le altre specie e per la nostra o un suicidio o la condanna a una vita triste.

Da questa esperienza di agricoltura biologica, per quanto limitata, mi sembra di aver tratto tra le tante cose anche la conferma di come l’ambientalismo non si possa fare a compartimenti stagni. C’è come si coltiva il cibo ma anche come ci si muove; come si produce energia; quanto si viaggia e quanto ci si riproduce. Senza coordinazione non se ne esce.

Persino prendere della terra, coltivarla senza buttarci veleni e mangiarne i frutti, puntando alla condivisione e all’autosufficienza, di per sé non basta. È comunque una grande lezione.

Io cerco di non dare mai consigli generici, e quindi non consiglierò di andare a lavorare in un’azienda biologica. Di sicuro però mi piacerebbe che più persone provassero questo tipo di fatica – per quanto gioiosa, una fatica – e cioè la fatica di trarre quello che ci serve non dalla trasformazione del nostro singolo lavoro in denaro e dal mercanteggiare con altri homo sapiens, ma dalla stessa materia e da quella cosa misteriosa che è la vita non umana.

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24 risposte a “agricoltura

  1. Nel 1965, in pieno boom economico, in Lucania si viveva ancora così (è interessante notare, al di là dei prevedibili quadri folkloristici di povertà e ignoranza, la rabbia dei contadini per le risposte – assenti o sbagliate – fornite allora dallo Stato).

    Del resto, il senatore (e noto imprenditore) Bassetti ammise candidamente anni addietro sulle pagine di «Repubblica», a proposito del boom economico italiano: ‘…Abbiamo capito subito e ci siamo resi conto che non avremmo saputo dirigere la società italiana. Il Paese, fuori, era più forte della politica, e anche più intelligente. Non fare nulla fu la scelta migliore di tanti provvedimenti governativi. Il paese fu così lasciato nella logica della foresta e per fortuna ci è andata bene.’

    Ci è andata bene ?! … a mio avviso ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Se in quegli anni avessero seguito lo spirito di questo post, e se lo Stato fosse intervenuto nel coordinare lo sviluppo del paese invece di lasciarlo nella «logica della foresta», non avremmo avuto fenomeni come lo spopolamento delle campagne, l’emigrazione, l’industrializzazione selvaggia, gli scempi ambientali, l’inurbazione delle periferie e delle campagne, etc. etc.
    Ah già, ma un intervento generale di coordinamento dello Stato nell’economia a quel tempo equivaleva a dire di essere ‘K’omunisti!, cosa assai ben peggiore.

    Questo è quanto succede quando la politica (e il pensiero storico-filosofico critico) abdicano a favore di mercato, impresa, capitale.

    La verità, cara Gaia, è che lavorare la terra non fa capitale. L’agricoltura è intesa dai neo-economisti solo come un processo di generazione di materie prime per le industrie alimentari o la grande distribuzione, oppure come un bene sottostante per le option calls dei finanzieri. E’ uno sfondo che ci ha sempre accompagnato e sempre ci accompagnerà nella storia dell’uomo, bisogna solo regolarne costi e sfruttamento.

    Apprezzo molto quando, col canovaccio della lucidità del tuo pensiero, rimuovi tutto il lordume del substrato ideologico corrente che oramai ricopre molti sostantivi di uso comune, e ce li restituisci nello splendore della loro genuina essenza.

    Eccoci restituita anche la parola «agricoltura».
    Grazie

    P.S.
    L’ultima metafora mi sembra uno spot televisivo di uno… sgrassante per cucine. A volte sono davvero fantastico. =)

  2. gaiabaracetti

    Grazie del link, appena ho la concentrazione necessaria lo guardo :). La coordinazione non deve per forza essere centralizzata: può avvenire anche a livello locale. Recentemente ho letto che l’alta valle del But, sempre in Carnia, che produce e consuma la propria energia attraverso una cooperativa locale, è stata molto meno colpita dal black out del resto della Carnia dove l’energia si produce, si immette in una rete gestita da colossi e poi si redistribuisce, se tutto va bene, alla popolazione.
    Segnalo questo interessante articolo di Maurizio Pallante su come “solo con la decrescita si può salvare il paesaggio”. Purtroppo non nomina la questione demografica, problema gemello di quello della crescita economica. Non si preoccupa neanche di spiegare perché la vita contadina fosse considerata qualcosa da cui fuggire: non era solo una questione di lavaggio del cervello.

  3. Chapeau alla tua riflessione, puro vangelo.

    Cal

  4. Pingback: Una riflessione interessante | Cal the Pal

  5. Grazie.

  6. “…Dov’ero io pare che i contadini facciano senza troppi problemi roghi di ramaglie e materiali di scarto che avanzano dalla pulizia di boschi e campi, mentre in un comune vicino una centrale a biomasse che si potrebbe alimentare con questi scarti brucia invece materiali importati. Anche questo sarebbe da approfondire…”

    Questa è una storia lunga. Dipende dal fatto di avere una moneta forte, che permette di comprare facilmente combustibili. Il lavoro speso per raccogliere i cascami finisce col non ripagarsi (ma questo destino è toccato anche a produzioni agricole di rilievo).

    Questo fenomeno transitorio, il mio vicino che incendia nei campi la vecchia vigna abbattuta, si esaurirà a breve con il diminuire degli stipendi degli utenti del metano. Non è una notizia buona, giacché ci indurrà a fare deforestazione per l’ennesima volta, e la pagheremo cara. Siamo sempre gli stessi cretini da almeno venti secoli?

  7. Anziché fare deforestazione (purtroppo, in montagna non vedono l’ora) sarebbe utile bruciare piuttosto gli scarti. Mi è stato detto che ci sono dei “lavoratori utili” dipendenti dal comune (curiosa locuzione) che non hanno molto da fare. Potrebbero raccogliere sterpaglie e rami secchi che altrimenti sarebbero bruciati in un campo.

  8. Quella delle (bio) masse è la nuova jattura verniciata di verdognolo (come sempre quando il BAU si tinge di verdognolo).

  9. Il fatto è che i contadini bruciano comunque, nei propri campi. L’ideale sarebbe far seccare tutto e usarlo per il fuoco, a meno che non sia stato trattato, come dice il dott. Montanari. Oppure si vieta a tutti di bruciare qualsiasi cosa e si impone di lasciar marcire rami e legnetti. Solo che a quel punto bisognerebbe trasportarli, e il trasporto inquinerebbe.

  10. Il problema è la scala.
    Se la scala cresce si apre il ciclo chiuso e il business di scala distorce tutto.
    La cenere non torna sul campo / non va in letamaia.
    Il contadino vuole scaldarsi, non fare palanche vendendo più energia possibile.
    Se il contadino non è stupido (ma i contadini non sono marziani, sono come il resto dell’umanità) non brucia plastica, formica, copertoni, etc. lì dove vive, non butta le ceneri con milion mila sostanze tossiche generate da combustioni così aberranti nei propri campi, nel proprio orto.
    Se il contadino non è stupido è parsimonioso.
    Se il contadino non è stupido conosce che bruciare di tutti nei propri campi e bruciare i campi, sono pratiche agronomiche pessime.
    Il contadino è meno abruttito rispetto al resto degli homo, non perché sia geneticamente migliore/diverso, ma perché se non tratta bene il proprio podere, i propri mezzi di produzione ne consegue velocemente danno diretto.

  11. “…Il fatto è che i contadini bruciano comunque, nei propri campi….”
    Vero, ma non tutti. A casa mia abbiamo smesso dieci anni fa: spendendo precisamente quello che spendono gli altri per ammassare i cascami e bruciarli, li tritiamo e li lasciamo a terra. Laddove madre natura li aveva messi a costituire l’orizzonte O dei suoli.

    L’operazione si svolge con la trinciasarmenti, e bisogna dire che gli effetti in termini di dotazione di sostanza organica del suolo sono notevoli. Non ci sono reali giustificazioni per chi accende falò sulle carreggiate, almeno non oggigiorno.

  12. Come facciamo a ridurre il nostro numero in presenza di un’invasione migratoria talmente massiccia da provocare incrementi di popolazione annua che si aggirano sulle 350.000 persone annue (clandestini esclusi)? E la cosa va avanti da almeno una dozzina d’anni, con punte anche superiori a quelle cifre. Ecco, c’è chi finalmente ha capito che occorre dire a gran voce che non si può fingersi ambientalisti se non ci si pone nell’ottica del ridurre (in modo incruento, speriamo) la popolazione. Bene, abbiamo allora anche il coraggio di dire a gran voce che non si può fingersi ambientalisti se non si dice che quella riduzione deve riguardare ogni area locale e che l’unica cosa che impedisce la riduzione della popolazione nel nostro territorio (e,anzi, provoca una crescita vertiginosa) è l’invasione migratoria. Essere ambientalisti e non affermare con forza e insistenza che l’invasione migratoria va fermata e invertita è incompatibile.

  13. Fausto: mi arrendo 🙂 Se c’è un’alternativa a bruciare tanto meglio: non lo sapevo e probabilmente tanti contadini non lo sanno o pensano di non aver spazio per lasciare i rami a marcire. Bisogna allora fare informazione.
    MKS: sono d’accordo con te. L’importante è farne solo una questione di numeri, non di superiorità di culture o gruppi di persone. Certo, un influsso massiccio di persone di cultura o religione diversa in una comunità può avere effetti destabilizzanti, ma anche arricchenti. Non bisogna far finta che questi effetti non esistano ma neanche fare allarmismo, immaginando che la cultura sia qualcosa di immobile e la maggioranza religiosa attuale qualcosa di irrinunciabile (a maggior ragione per chi, come me, della “cristianità” europea farebbe volentieri a meno e non si riconosce in nessuna religione).
    Il problema di chi ha fatto campagne “contro” l’immigrazione, spesso tra l’altro con tante ipocrisie, è che ha ignorato completamente la questione ambientale e ne ha invece fatta una questione culturale e di ordine pubblico. Riparare ai danni di questo genere di discorsi sarà molto dura.

  14. > chi ha fatto campagne “contro” l’immigrazione

    Ho sempre considerato rozze e anacronistiche le svampite e incongruenti gozzovigliate della lega.
    Gentaglia che ha distrutto di edilizia e infrastrutture i propri territori, esternalizzato i propri rifiuti tossici, che votava lega da una parte e che sfruttava i migranti, che si opponeva alle migrazioni ma che, per molti suoi esponenti, era ideologicamente favorevole ad una società in cui le donne stanno a casa a fare (tanti) figli, un miscuglione tossico di tutto e il contrario di tutto usato quasi solo a fini speculativi.

    E per essere ancora provocatorio, io iniziavo a essere contento dalla diminuzione dell’inquinamento religioso cattolico in una società che si stava finalmente emancipano e secolarizzando, o era arrivano milionate di masse islamiche orribili nei lor barbari usi teocratici, nelle usanze di una (in)cultura massimamente ostile e alla Natura e alla donna.
    Da una maggioranza religiosa ad un’altra peggiore. Dalla padella alla brace.

  15. gaiabaracetti

    Un altro articolo molto interessante sulla difficoltà di convivere con i lupi: http://www.bbc.com/news/world-europe-26926724

  16. Se gli homo non ridurranno il loro numero, il loro areale che significa antropizzazione sempre più massiccia e distruzione della biodiversità e del selvatico, quando le risorse inizieranno a diminuire più rapidamente i lupi verranno estinti dopo questo breve loro rinascimento.
    Il predatore apicale tende alla distruzione di tutto ciò che lo circonda.

    Solo un mondo con risorse abbondanti, con ampi margini di sicurezza può permettersi quel lusso indispensabile della convivenza con tutto ciò che è non-umano.
    Da queste parti gli agricoltori sono sempre più incazzati neri con ungulati e lupi.
    E io li comprendo, perché le piccole attività contadine di montagna sono letteralmente annichilite.
    E’ un problema difficile che richiederebbe
    o – cultura (riconoscere l’importanza di lupo, orso, linche e dei predatori) e quindi la volontà di sostenerne i corsti
    o – risorse da destinare agli allevatori danneggiati e politiche agronomiche e zootecniche certamente più complesse per ridurre i danni
    o – riforma radicale del diritto venatorio in modo che la fauna diventi dei proprietari dei fondi, solo per piccole proprietà effettivamente coltivate e in economia e che i cacciatori paghino ai piccoli contadini e per l’ingresso nei loro fondi e per ogni capo abbattuto in essi. Chi sopporta gli oneri deve avere gli onori.

  17. > con ampi margini di sicurezza
    Intendevo con ampi margini di sicurezza rispetto alle risorse tra le quali, in primis, lo spazio fisico
    Non mi riferivo certo alle fobie paranoiche e alle fissazioni securitarie e ai fantasmi che addossano a lupo, orso e lince pericoli per gli homo semplicemente inesistenti.

  18. Purtroppo lupo e orso sono capacissimi di attaccare gli uomini e in passato lo hanno fatto. Così come le tigri e i leopardi hanno mangiato e in parte ancora mangiano esseri umani in Asia.
    Mi sono informata tanto su questo argomento e la convivenza con i nostri predatori mi sembra l’unico problema ambientale a cui non c’è soluzione a meno di non accettare grossi sacrifici.
    Quando tornano, lupi e orsi mangiano più animali d’allevamento di quanto i pastori siano in grado di sopportare (vedere la disperazione dei pastori abruzzesi, o l’articolo sopra linkato). Inoltre lupi, orsi, tigri, squali possono attaccarci, ferirci e anche sbranarci. Siamo disposti ad accettarlo? Per me può anche andare bene, in fondo si tratta di numeri limitatissimi rispetto alle attuali morti su strada o ad opera nostra contro noi stessi, però non prendiamoci in giro.

  19. Ho letto vari documenti che smentiscono in Europa l’attacco di lupi in tempi recenti (diciamo dall’Ottocento in poi).
    Coloro che attaccano sono cani inselvatichiti o incroci (per colpa degli abbandoni di homo, homo è SEMPRE la causa di quasi tutti i problemi).
    In Asia i felini attaccano sempre di più gli homo perché questi stanno distruggendo sempre più le zone selvatiche e i loro areali.

    Infine l’attribuzione ai predatori di rischi numericamente inesistenti la dice lunga sul nostro strabismo alias antropocentrismo piuttosto stupido.
    Ci sono alcune migliaia di morti all’anno per incidenti ma non sento proposte (peraltro potrebbero essere ragionevoli) di abolire il traffico privato su gomma e quello automobilistico.
    La costipazione padana è uno dei luoghi più inquinati del pianeta e con più mortalità per inquinamenti vari ma non osservo proposte di ritornare ad un decimo o ad un ventesimo degli abitanti attuali e di ricostituire ampissime zone di boschi e foreste con capacità di disinquinamento e riformazione di risorse.

    Le piccole attività contadine in luoghi selvatici soffrono sicuramente della presenza di predatori e ungulati (cervi, daini, caprioli e cinghiali).
    Cosa facciamo: li sterminiamo?
    Questa era la realtà fino agli anni 80, direi.

    Filosoficamente: la biodiversità è importante? fino a quale punto ovvero fino a quali punto ne accettiamo i costi?
    Cosa possiamo fare affinché coloro che sono danneggiati possano avere giovamento dalla biodiversità?

  20. Certo che senti proposte di abolire il traffico privato su gomma: qui 🙂
    Comunque, in linea di massima ti do ragione, ma non illudiamoci che siano soluzioni facili. Ho letto che in Canada c’è un paese in cui transitano gli orsi diretti a nord, e siccome attirano i turisti (…) non li sterminano ma al massimo prendono quelli pericolosi e li portano via. Ma che livello di controllo presuppone una politica del genere?
    Suppongo, ma non so se è così, che i lupi non sbranino esseri umani dall’Ottocento probabilmente perché è in quel periodo che la popolazione e la potenza umana ha iniziato ad aumentare e sono stati i lupi ad aver paura di noi più che viceversa.
    Un’ultima cosa: quando si valuta il rischio secondo me non bisogna vedere solo il numero di casi ma anche la loro natura. Essere presi sotto, che è molto probabile, sembra alla maggior parte delle persone molto meno terrificante che venire sbranati. Mi è capitato una volta di vedere una carcassa di pecora dilaniata da un orso e ho pensato che quella doveva essere una fine tremenda.
    Devi anche calcolare il danno della paura: se io non vado più nel bosco, o non faccio più il bagno, perché temo orsi, lupi, tigri o squali, anche se la mia vita è statisticamente più al sicuro io vivo peggio.
    Non è semplice.

  21. Percezione di sicurezza e sicurezza…
    Mi dispiace che Stella Gaia possa pensare che non possa più andare lì dove si sta bene.
    Penso che ciascuno di noi debba da una parte rimanere scientifico, razionale nel pensare prima e nell’agire poi e tornare a rivivere il selvatico.
    Il selvatico è sempre stato iniziatico.
    Nel selvatico c’è la Vita Morte più autentica e primordiale, c’è il paradiso in terra ma il paradiso è tale solo perché esiste l’inferno e viceversa.
    No non è semplice.
    La vita in ambienti sempre più artificializzati è molto più semplice. E alienante.

  22. Non parlavo solo di me, ma delle persone in generale. Potrebbero rispondere: tu mi dici che devo tornare alla natura, passeggiare nei boschi, ma adesso i boschi sono pericolosi. Sono d’accordo, non si può pretendere di essere al sicuro da qualsiasi pericolo, e comunque non lo si potrebbe essere. Ma se tu chiedi alle altre persone di aiutarti a far sì che certi animali ritornino, di certe cose devi parlare e le risposte potrebbero non piacere.

  23. > since 1991, the region has lost 11,750 hectares of forest land to road construction alone

    La colpa è SEMPRE degli homo.

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