Nord e trasporti

Buongiorno a tutti, rieccomi, sono tornata. Non è per niente un fatto scontato: a Monaco (di Baviera) ho scoperto che il biglietto che avevo acquistato online per tornare in Italia si poteva stampare solo in Italia. L’amica che mi ha ospitato mi ha raccontato che una sua altra amica italiana si era appena trovata nella stessa situazione, cioè in pratica con in mano un biglietto che si sarebbe potuto utilizzare solo quando non sarebbe servito più. Io ho ovviamente pensato di dedicare alla vicenda un nuovo post del filone ‘Trenitalia è il male’, ma mi sono detta: aspettiamo di vedere cosa dice il controllore. Per fortuna si rendono conto anche loro dell’impossibilità della situazione, sono stati comprensivi e mi hanno solo detto di stampare il biglietto una volta a Udine.

Come si sarà capito sono stata nel Nord Europa. Ringrazio moltissimo e pubblicamente le persone che mi hanno ospitato, anche quelle che non parlano l’italiano perché ormai con google translator non ho più protezioni davanti al mondo. Durante il viaggio mi sono chiesta se scrivere qualcosa sul blog, e cosa – i racconti di viaggio ormai non sono più tanto interessanti, dato che trattano di cose che può vedere e fare chiunque; inoltre dopo due giorni in una città non si può dire molto che sia nuovo o profondo, anzi si rischia di capire male ed essere ingiusti. Però stamattina al bar ho dato un’occhiata al Messaggero Veneto e una delle notizie ovviamente era: troppe macchine sullo Zoncolan, serve un parcheggio multipiano. Serve sempre un parcheggio multipiano, da queste parti! Siamo insaziabili. Allora una cosa la devo dire: è proprio vero che al Nord, dove il tempo è più freddo del nostro e altrettanto piovoso, dove la gente è mediamente più ricca e dove esistono le pendenze, si usa meno la macchina. L’ho visto coi miei occhi! A Oslo, le strade centrali erano chiuse al traffico e in generale si vedevano poche macchine e ancora meno parcheggi. Le persone camminavano: io stessa l’ho girata quasi solo a piedi, perché la metropolitana costava quasi quattro euro ogni viaggio. A Lund, in Svezia, la stazione era circondata da enormi parcheggi per bici, di cui uno custodito; le auto andavano piano, si fermavano spontaneamente prima dei passaggi pedonali, e non le ho temute un secondo (che sollievo, che meraviglia…). Lund è grande circa come Udine e ci sono autobus tutta la notte. Tutta la notte!!! A Copenhagen, praticamente una metropoli, i genitori portano i bambini sulla cargo bike (quindi si può avere i figli senza possedere un’automobile, come la storia umana dimostra); a Monaco ho sentito un tuffo al cuore quando ho letto sul volantino del Deutsches Museum, uno dei più importanti dell’intera Germania, che il museo NON offre parcheggio. E la gente ci va lo stesso! Infine, in Norvegia, nel cuore innevato della fredda Norvegia, ho visto le persone raggiungere le stazioni sciistiche in treno, cosa che qui non mi era mai capitata. Pare che siano solo i friulani a vivere in questa bolla spazio-temporale per cui i posti si possono raggiungere esclusivamente in macchina e al di fuori di essa non c’è altro.

Ho fatto anche altre cose in questi paesi oltre a guardare le biciclette ma penso siano cose che non interessano a nessuno. Forse può interessare che i belgi friggono le patatine due volte eppure sono più leggere.

Comunque, io avevo preparato prima di partire un lungo post in cui spiegavo che ho deciso di viaggiare senza prendere l’aereo e dicevo perché. Solo che ho pensato che era più furbo pubblicare questo post dopo essere tornata, nel caso qualcosa fosse andato storto durante i miei spostamenti. E invece per fortuna è andato tutto abbastanza bene, a parte il senso dell’umorismo di Trenitalia, e quindi eccomi qui. In poco più di due settimane ho fatto Udine-Londra-Bruxelles-Oslo-Bergen-Lund-Copenhagen-Monaco-Udine solo con bus, treni e traghetti, ho speso circa quattrocento euro in tutto e sono qui a raccontarlo. Viaggiare via terra, oltre a essere meno inquinante (dopo spiego) permette di guardare i paesi mentre li si attraversa, cosa che con l’aereo non è possibile per la maggior parte del viaggio. E poi si possono fare interessanti osservazioni. Andando da Udine a Londra ho passato quattro controlli dei documenti, di cui uno durato un’ora in cui sono stati aperti tutti i bagagli della corriera; tornando a sud, nessuno. Da Bruxelles a Oslo altri tre; ogni volta dal treno o dal bus spariva qualcuno: un gruppo di siriani richiedenti asilo, un giovane africano senza documenti, un altro ragazzo scuro i cui bagagli il cane annusava insistentemente… alla fine sembrava quasi un thriller in cui sopravvivono solo i bianchi e i giapponesi… È interessante notare che sembrano essere i paesi del Nord a fare più controlli, più lunghi e più severi, mentre scendendo si fila lisci come l’olio.

L’ho fatta lunga: il post sull’aereo è il prossimo.

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7 risposte a “Nord e trasporti

  1. Meravigliosa Gaia…
    Non ‘pensare che i furlani siano peggio di altri italici.
    L’autossicodipendenza è uno dei sintomi di un problema molto complesso nel quale ci sono
    o – indifferenza o ostilità ai beni comuni, compresi il trasporto pubblico
    o – scarsa propensione al movimento fisico
    o – neoricchismo e sfoggio dell’auto come bene posizionale
    o – mancanza di visione temporale
    o – regole di convivenza viste come vincolo da fottere come e più possibile e non come modo intelligente per vivere tutti meglio

    Da questa situazione patologica poi derivano antipolitica, lassismo, antiurbanistica pro autossicodipendenze, taglio delle risorse per il trasporto pubblico, perfino nelle nelle regioni più opulente e autonome (l’idiozia cogliona è egualitaria, non fa distinzioni di censo).

    I paesi del Nord Europa sanno (e numerosi studi strategici confermano l’ovvio) che subiscono la pressione migratoria di decine di milioni di persone e islamizzarsi a orribili regressioni, come nello stesso Belgio documentate da Sofie Peters nel suo lavoro video Femme de la Rue.
    Quindi, intelligentemente, attuano una politica di controlli anche interni e, suppongo, di rimpatri veloci,. cosa che a noi manca assolutamente, una strategia “impermeabili da fuori e repellenti internamente”.
    In Italia abbiamo frontiere fragili e una volta che i migranti entrano le probabilità che vengano fermati e quindi rimpatriati sono quasi nulle e ciò accresce fortemente il fatto che essi ci provino, non c’è il potente l’effetto tam-tam sulle comunità di origine che testimoni una grandissima difficoltà a migrare clandestinamente e, specie, il fatto che se si venga fermati una volta entrati si venga espulsi, effetto che sarebbe certamente un grande deterrente e obbligherebbe i paesi di origine ad affrontare il problema della demografia insostenibile.
    Ma quella demografica, da sempre, è una vera e propria guerra; guerra prima interna e poi verso l”esterno come avviene da tempo a sud del mediterraneo, con il caso dell’Egitto che è forse uno dei più gravi e violenti.
    Qualcosa di simile avviene anche nella comunità degli ebrei nei paesi anglofoni e nello stesso Israele dove la società secolarizzata che fa pochi figli sta scomparendo a causa dell’aberrante tasso di natalità in quella ortodossa.

  2. Da quello che ho capito i paesi del nord Europa possono scegliere chi far entrare, e quelli del Sud Europa no, principalmente per motivi geografici. Gli italiani e i greci hanno tantissima costa e confini con l’Est difficili da controllare, quindi sono i posti più ovvi per cercare di entrare. I respingimenti, oltre ad essere costosi e presumibilmente poco efficaci, richiederebbero anche di far rischiare la morte in mare a chi cerca di immigrare qui, o di rimandare queste persone in paesi in cui rischiano violazioni dei diritti umani e tortura (come la Libia). La maggior parte degli italiani, presumo, non vuole arrivare a tanto per fermare l’immigrazione. Inoltre, non è possibile rimandare indietro una persona se non sai da dove viene e se si rifiuta di dirtelo: non puoi obbligare nessun paese a riprendersela.
    Invece i paesi del nord Europa semplicemente ti rimandano all’infinito dal paese europeo da dove vieni, in cui un minimo (minimo) di diritti è garantito. Il paese da cui entri è il paese in cui sei obbligato a rimanere: queste, a quanto ho capito, sono le regole europee. Quindi Italia e Grecia, in particolare, si trovano a dover assistere moltissimi aspiranti immigrati perennemente rifiutati dai paesi in cui vorrebbero andare – persone che rimangono bloccate in un limbo da cui fanno continui tentativi di uscire. Non credo sia incompetenza quella italiana, semmai impossibilità di fare alcunché.

  3. La guerra demografica e migratoria pone la nostra morale e cultura di fronte ad anacronismi per cui, semplicemente, soccomberemo (Marco Pie lo chiama Effetto Maori).
    La maggior parte delle persone non vuole arrivare a tanto, non si rende conto che i metodi necessari sarebbero necessariamente via via più cruenti all’aumentare della pressione.

    Ovviamente una politica di lotta alle migrazioni di massa non si fa certo con una sola strategia. Ad esempio, si potrebbe obbligare i paesi di origine a riprendersi i clandestini che da essi provengono e in caso di mancata collaborazione, di attuare via via politiche estere più incisive
    o – blocco di ogni forma di collaborazione economica
    1 – blocco degli ulteriori ingressi nei flussi regiolari
    2 – non rinnovo dei permessi di soggiorno e reimpatrio a scadenza
    3 – …

    Si tratta ovviamente di una progressione che aumenta fino a che i paesi di origine o manifestano le loro intenzioni belliche esplicitamente oppure riprendono i propri cittadini.
    Sono d’accordo, senza un aumento dell’intensità e affinamento delle pollitiche di lotta alla migrazione di massa non si farà alcunché ed essa continuerà ad aumentare.

    E’ quello scenario pessimo che alcuni demografi come Paul Chefurka hanno definito come “Elefante in una stanza”.
    Il problema è già ora drammatico, qualsiasi cosa tu faccia o qualsiasi cosa tu non faccia. Ogni giorno che passa l’elefante aumenta in dimensione.
    Se fossimo intelligenti dovremmo pensare alla politica della riduzione dei danni.
    10k vittime ora quante ne risparmiano n futuro?

  4. Non si può ignorare il fatto che le persone vengono qui perché gli europei sono ricchi e loro sono poveri – e c’è un legame tra le due cose. È ingiusto e ipocrita voler fermare l’immigrazione senza affrontare la questione delle enormi differenze di reddito causate in buona parte dallo sfruttamento di risorse prese altrove. Per questo io propongo la decrescita sia demografica che dei consumi – con buona pace di Latouche, una senza l’altra non ha senso.

  5. Gli europei sono ricchi e loro poveri.
    In un certo senso vero ed è pure falso.
    Nel senso che una parte notevole dei migranti non sono proletari o sottoproletari ma classe media che vuole aumentare il proprio tenore di vita e di consumi.
    Avevi trovato, tempo addietro, un lavoro dell’Istat che segmentava sociologicamente i migranti per livello di reddito nei paesi di origine (del resto è ovvio, il mercato clandestino delle migrazioni è molto oneroso e se sei così povero, semplicemente non riesci a recuperare alcune migliaia di euro per accedervi).
    Dal punto di vista ecologico, il fatto che centinaia di milioni di persone tendano a trasferirsi nei paesi consumisti peggiora ulteriormente l’impronta ecologica di questi e ciò li induce ad aumentare il prelievo delle risorse dall’esterno ovvero dai paesi che hanno biocapacità residue. La lotta per le risorse aumenta ulteriormente il loro prezzo e rende ancora più povere le masse dei paesi che hanno deficit di biocapacità e che importano risorse.
    I nuovi consumisti non hanno alcun anticorpo culturale e sono ferocemente consumisti e, peggio, mantengono le abitudini riproduttive dei paesi di origine, solo essi sono causa di una gravissima ripresa della crescita demografica in paesi che altrimenti avrebbero già preso la strada di un sensibile e provvidenziale calo demografico.
    Il processo vizioso si avvita su se stesso, gli squilibri aumentano, il pianeta procede nella sua corsa verso il collasso globale e globalizzato.

    Non ci può essere alcuna decrescita demografica con l’arrivo di massa di migranti. E infatti le projezioni demografiche per i paesi consumisti sono tutte pessime (v. L’Europa che verrà).

    La decrescita demografica in presenza di migrazioni di massa è come pretendere di svuotare la barca con il secchio aprendovi contemporaneamente una falla.

  6. Bisogna fare entrambe le cose contemporaneamente. La classe media di un paese molto povero non è comunque ai livelli della classe media di un paese dell’Europa occidentale. Un altro elemento da considerare è quello del “mito dell’Europa” – non ne so molto, ma penso che il sogno alle volte prenda il sopravvento sulla realtà, per cui si idealizza un’esperienza che magari è più negativa che positiva. Questo secondo me lo fanno anche i giovani migranti italiani, che vanno a vivere in condizioni molto stressanti o a fare lavori orrendi all’estero, ma si presentano come complessivamente soddisfatti e sono additati a modello.

  7. > La classe media di un paese molto povero non è comunque ai livelli della classe media di un paese dell’Europa occidentale.

    Io vivo personalmente la decrescita serena ed edonistica (sebbene, Gaia che ti lovo, non ai tuoi eccelsi livelli) so per esperienza diretta e vissuta che essa è gaudente, piacevole senza essere consumista (anche se qualche sfizio me lo piglio pure io ogni tanto).
    Però questa non è la realtà del mondo.
    Allora, realisticamente,non so quanto si possa essere utopisti su questo.
    Poi, sai, noi abbiamo una morale che è ostile al piacere e un paradosso per cui il consumismo ha associato il piacere al consumo di beni fisici e le due cose insieme sono come l’acido nitrico e la glicerina.

    Allora io voglio pensare che una popolazione ha e deve avere a disposizione le risorse riprodotte ogni anno dal territorio in cui vive.
    Vuoi essere consumista? Allora poche fette e grosse.
    Vuoi essere in tanti? Allora le fette saranno di più e più piccole.

    Ciascuna comunità poi stabilirà una sorta di equilibrio tra la realtà di ingordigia e quella di equità, tra quella di merito e quella di solidarietà, tra numerosità e quantità, tra dimensione privata e quella pubblica che sono tutte dimensioni reciprocamente conflittuali.

    Le migrazioni in piccolo sono diamanti, sono incontro di culture, di popoli, di idee e di ingegno.
    Le migrazioni in grande sono guerre in cui vieni sepolto da montagne di roba, rimanendoci sepolto sotto.

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