restare a dormire fuori

Innanzitutto vorrei sottolineare due ingiustizie:

– secondo Oxfam, le 85 persone più ricche del mondo possiedono quanto la metà più povera di questo stesso mondo. Siamo talmente abituati a statistiche di questo genere, in varie versioni, che forse non ne capiamo la portata. Ottantacinque contro tre miliardi e mezzo. Secondo i miei calcoli, questo dato significa che una di queste persone possiede mediamente quanto quarantun milioni di altre. Al di là dello stile di vita e della distruzione ambientale, cose di cui parlo spesso, vi rendete conto di quanto potere detengono queste persone, in grado di influenzare governi, media e istituzioni internazionali e di fare, se gli va, beneficenze astronomiche che i governi non possono più permettersi? Pensate alla Microsoft e a Bill Gates, che porta avanti progetti di sviluppo di propria scelta e dialoga alla pari con governanti di interi paesi. In che percentuale dona quello che guadagna? E da dove vengono i suoi soldi? Leggete i commenti dei lettori all’articolo, alcuni molto interessanti, e se ne avete voglia verificate voi stessi se è vero che la sua fortuna deriva da una famiglia ricca e buoni studi, un colpo di culo all’inizio e pratiche monopolistiche dopo. Inoltre tutti i soldi che ha guadagnato nel corso della sua vita non sono generati dal nulla ma vengono dai consumatori, dalle istituzioni locali che inspiegabilmente utilizzano i suoi prodotti, dalle aziende –> consumatori impoveriti, istituzioni (ospedali, università) che pagano la Microsoft e hanno meno soldi per svolgere le loro funzioni, aziende che tagliano stipendi ai dipendenti… non sarebbe meglio se queste immense ricchezze restassero distribuite nelle tasche originarie, anziché concentrarsi nelle mani di un solo uomo e della sua pur filantropica moglie?

– altra ingiustizia: 26 milioni di fatture false a scopo di evasione fiscale, e nessuno dei coinvolti farà un giorno di carcere; ma pazienza, se pagassero in altro modo. Invece la pena più grave è una sospensione di diciotto mesi (!!) dall’ordine dei commercialisti (a vita no?) e “alcune centinaia di migliaia di euro” di risarcimento, su milioni evasi. A quelli che avevano evaso invece 412 mila euro tocca una misera multa di due centesimi del valore. Non vorrei basare la mia analisi solo sulle informazioni comparse sulla stampa oggi, ma non ho le competenze per analizzare le sentenze oltre il fatto che appaiono inadeguate. Mi sembra comunque che ci sia qualcosa che non va nelle leggi.

In realtà la mia idea per questo post era un’altra, per cui è rimasto poco spazio. Volevo dire che continuo il mio esperimento di vita senz’auto e continuo a trovare soluzioni per i miei spostamenti. Spesso mi si dice: ma se devi uscire la sera / essere in un posto la mattina presto, come fai?

Tanto per cominciare non è un diritto umano universale e imprescindibile uscire la sera a decine di chilometri da casa propria o prendere la macchina per godersi l’alba in montagna su strade costruite distruggendo quella stessa montagna, per cui se non c’è un modo sostenibile di fare queste cose si può tranquillamente rinunciarvi e nessuno dovrebbe pretendere altrimenti.

E comunque una volta, quando l’auto non c’era, come facevano le persone che volevano andare a teatro o trovarsi in un posto a ore strane?

Leggete Madame Bovary: andavano in albergo. Farlo ogni volta diventa costoso, ma se si ricorre a questa possibilità circa una volta al mese o meno continua a costare meno che possedere un’automobile. Inoltre permette di conoscere i posti più profondamente senza infastidirli, diversamente dal traffico veicolare. Se il parametro è creare posti di lavoro (e sapete come la penso), restare a dormire in un posto lascia i soldi dentro la comunità; inoltre può essere bello svegliarsi fuori da casa, fare colazione con il cornetto e approfittarne per fare un giro nel paese. Non è turismo, perché non è turismo essere in un posto per necessità; è una di quelle cose che sono necessarie nella vita e possono essere anche belle, spontaneamente.

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27 risposte a “restare a dormire fuori

  1. «… per cui se non c’è un modo sostenibile di fare queste cose si può tranquillamente rinunciarvi e nessuno dovrebbe pretendere altrimenti…»

    Vorrei che questa frase fosse cablata nel sistema limbico di ogni individuo. O che fosse scolpita in marmo nelle scuole sulle pareti poste dietro le cattedre dei docenti.

    Sul passare la notte fuori, diventa costoso se si è in tanti in famiglia. Però è davvero bello.

  2. Sto leggendo un libro molto interessante sul turismo in cui si parla di “umanizzare il quotidiano” per rendere l’intera vita più piacevole e ridurre il bisogno di scappare in vacanza. Non entro nei dettagli del libro perché spero di approfondirlo a dovere più avanti, ma mi piacciono molti dei concetti che esprime.
    Si può rinunciare a qualche consumo materiale e “comodità”, come l’auto, e in cambio avere il lusso di arrivare nei posti con calma. Una piccola locanda di paese o una pedalata per andare a trovare un amico è più “umana” di un aeroporto o un’autostrada.

  3. Io ne faccio un problema social-culturale: se propongo rendez-vous del genere ai miei amici/parenti me li bocciano subito. Le obiezioni più gettonate sono la mancanza di tempo e il costo correlato.

    La mia rabbia deriva dalla (non dimostrabile) consapevolezza che la società attuale sia impostata in modo tale che le soluzioni più umane ed equosostenibili (prendere del tempo per se, utilizzare la bici, acquistare direttamente dagli agricoltori, etc.) mi sembrano privilegi per le classi abbienti: se hai pochi soldi – e dunque poco tempo, o viceversa, visto che le due grandezze sono grossomodo corrispondenti – cominciano a diventare di assai difficile praticabilità. Allora si è costretti a comprare al supermercato, ad usare l’auto, etc. e ad ascoltare (pieni di livore) i discorsi dei figli di papà dei quartieri alti che si vantano di usare sempre la bici, di comprare gli ortaggi ai GAS oppure di aver fatto una vacanza di un mese a piedi in Nuova Zelanda, perché non hanno orari da rispettare, se restano a piedi li va a raccogliere (ovunque) l’autista del padre, e se restano fuori casa per una notte, una settimana o un mese non c’è problema, perché la carta di credito è sempre carica. Bella forza, così ne sono capace anche io.

    Quello che apprezzo dei tuoi esperimenti sociali è – oltre all’evidente carattere esemplare – anche l’acquisizione di esperienza in queste pratiche, che poi può essere facilmente diffusa e propagandata agli altri. Insomma, non soltanto il “se lo faccio io, allora vedete che non è impossibile”, ma anche il “in questo caso specifico, una buona soluzione potrebbe essere questa”.

    Al termine dei tuoi esperimenti, ti toccherà scrivere una serie di GBP (Gaia’s Best Practices) =)

  4. Gaia, le vicende che ti colpiscono e delle quali scrivi qui sono le stesse che appaiono come straordinariamente gravi anche a me, ma non mi pare che la sensazione sia poi così condivisa.
    Anch’io stamattina ho discusso con mia moglie sul fatto che sulla stampa sono comparsi articoli su casi di evasione fiscale gigantesca, segnalati tra l’altro da strutture quali Equitalia e Guardia di Finanza, e nessuno sembra poterci fare nulla.
    Perché la signora romana che possiede oltre 1300 appartamenti, ha una miriade di scatole cinesi per gestire le sue finanze e non ha pagato nulla di IMU, non rischia la galera?
    Perché il proprietario di una casa farmaceutica che ha scudato oltre 2 miliardi (non milioni) di euro, pagandoci sopra la miseria del 5% per tornare nella legalità, non rischia il sole a scacchi? Perché?
    Gli economisti (non tutti) ci insegnano che se non riusciamo a recuperare risorse dall’evasione fiscale, non c’é futuro per lo stato dell’economia italiana. In un Paese dove il PD di Renzi potrebbe essere il partito più a sinistra in Parlamento, c’è veramente da rabbrividire.

  5. > la società attuale sia impostata in modo tale che le soluzioni più umane […] sembrano privilegi per le classi abbienti: se hai pochi soldi – e dunque poco tempo […]

    Avevo recuperato un’istogramma del numero di ore che in media una persona passa davanti alla TV nei vari paesi diciamo consumisti (ora ho recuperato soli questo che tenderebbe a confermare) per cui un bipede italico passa ca. 3h al giorno davanti alla scatola inquinamenti.

    Questa della mancanza di tempo per le cose di pregio e importanti è la più grande bufala esistente. Non hai tempo perché non vuoi usare quel tempo per quella cosa.
    Quella della mancanza di tempo è una delle scuse più classiche per evitare di venire al GAS per la spesa. Poi essi non si accorgono che andando alla GDO ne impiegano pure di più.
    Il nostro GAS è quasi apparentemente quaresimale, pauperistico (e con prodotti e conoscenza di rara eccellenza, ma del resto la liquidità prevede che una cacca impacchettata bene sia molto più apprezzata di un mazzetto di fiori di campo senza plastica intorno) e assai semplice, richiede solo un piccolo impegno personale e proprio per questo aborrito dal paesano quadratico medio.
    Troppo impegnato a guardare la tivvì, allo stadio, al bar.

  6. È vero. Più che la galera, secondo me per gli evasori ci vorrebbero pene esemplari di tipo economico/lavorativo. Hai evaso grosse somme? Hai portato avanti truffe? Bene: tu non puoi più aprire un’azienda a tuo nome, non puoi fare il commercialista o la tua professione almeno per dieci anni, e perdi tutto quello che hai tranne un minimo che ti serve per sopravvivere dignitosamente. Se ti va bene vai a lavorare in fabbrica o a pulire le strade (mestieri dignitosissimi, ovvio), e vediamo se fai ancora il furbo.
    Così si metterebbero queste persone in condizione di non nuocere. Altro che uscire dal carcere per andare a fare shopping.
    Aggiungo che tempo fa Il Fatto fece una satira esilarante di un articolo del settimanale del Corriere che era andato a vedere cosa faceva Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte Paschi di Siena. Per fortuna questo articolo è online, così potete, oltre magari a farvi due risate, capire come l’elite intellettual-economica di questo benedetto paese tratta i suoi peggiori criminali.

  7. un istogramma
    Scusate per l’errore.

  8. Io sono d’accordo sia con Michele che con UOIC. Anch’io sento dire “non ho tempo” da persone che, se volessero, ne avrebbero eccome. Solo che credono di “aver già dato” con il lavoro, e non sono disponibili a nessuno sforzo ulteriore.
    Il tempo in teoria ci sarebbe, solo che si è stanchi, stufi, si ha voglia di stare via il più possibile senza metterci troppo tempo ad arrivare… e quindi si cercano soluzioni comode e veloci, anche se sono le meno sostenibili e quelle di qualità inferiore. Io ho tempo di cucinare, ma capisco chi lavora otto ore e la sera ha solo voglia di svuotare un sacchetto di insalata prelavata, anche se fa schifo, consuma plastica e acqua.
    L’unica soluzione è ridurre l’orario di lavoro: altrimenti sarà difficile convincere le persone, tranne qualcuna, a metterci il doppio del tempo per arrivare in un posto, a spostarsi in bici, a fare le cose a mano e a comprare al GAS.

  9. …Troppo impegnato a guardare la tivvì, allo stadio, al bar…

    Verrebbe voglia di citare l’immortale adagio e replicare: ognuno col suo cor (o con il proprio contesto) l’altrui misura, ma non lo farò.

    Parlo personalmente, ma mi faccio portavoce di tanti che conosco più o meno nelle mie stesse condizioni: a casa non ho il televisione (ho un vecchio CRT, ma è rotto); sono andato allo stadio nella mia vita solo 2 volte prima dei vent’anni (il calcio non mi interessa proprio, lo feci per socialità); al bar non ci vado mai, perché per me è una spesa inutile (e per certi versi non sostenibile). Al GAS non faccio acquisti non perché sia lontano, ma perché con i prezzi che hanno, semplicemente non mi posso permettere di acquistare i loro prodotti. Mi si obietterà: ma allora mangi roba scadente comprata al supermercato. Certo. Perché è l’unica che posso permettermi. La bici e i mezzi pubblici li prendo quando posso, ma dovendo raggiungere siti molto distanti e non adeguatamente serviti dal trasporto pubblico, sono costretto in molti casi a prendere l’auto. Brutto da dirsi, ma è così. Se devi fare 15 Km in 10 minuti, con la bici dovresti andare a 90 Km/h, che è un tantino impegnativo, se non si hanno i superpoteri.

    E c’è anche chi sta peggio di me, perché io almeno un lavoro a tempo indeterminato ce l’ho. Invece di leggere statistiche prese non si sa dove, basta prendere un qualsiasi treno di pendolari al mattino, tra le 6:50 e le 7:20. Lì si troveranno tante persone (tra cui il sottoscritto) che non possono permettersi lo stadio, il bar, ma neppure il GAS, l’andata al lavoro in bici, o l’escursione col pernotto esterno. Sono tutte quelle persone monoreddito che hanno uno stipendio di <= 1000 €, col quale devono pagare bollette, affitto o mutuo, tasse, e farci campare anche una famiglia composta almeno di altre 2 persone. Qualche suggerimento per riconoscerli: sono malvestite, in modo povero ma non misero; hanno il viso e lo sguardo carichi di sonno e di stanchezza; difficilmente scambiano parola con gli altri passeggeri; non hanno mai il giornale, ma recuperano dai sedili o da terra qualsiasi cosa da leggere. Hanno sempre fretta, la fretta dannata di chi non ha tempo/soldi, e vede la propria esistenza appesa al filo sottile di un lavoro da cui mungere lo stretto necessario per campare. Sono i muratori in nero, le ragazze dei bar, le commesse dei negozi, gli esternalizzati, alcune fasce di pubblici dipendenti, le badanti, i camerieri filippini, i cassintegrati, i rom. La vita non è propriamente quella che si vede in televisione o si legge su WIkipedia, molto spesso è un po' diversa. Basta esplorare gli ambienti lontani dal nostro quotidiano, sia spaziale che temporale. Farsi qualche giro al di fuori del solito orario e dei soliti posti.

    Ad inizio d'anno, Roberto Marchesini a Fahrenheit durante la presentazione del suo ultimo libro, ha molto umilmente ricordato che nella proposizione a terzi dei propri principi comportamentali, bisogna fare attenzione a non cadere nel fondamentalismo, e bollare immediatamente l’interlocutore come un “impuro” perché non aderente ai propri principi. Cerchiamo di capire chi abbiamo di fronte e perché si comporti in un certo modo prima di condannare. A volte aiuta.

  10. Non posso parlare per altri, ma io facevo discorsi generali che ovviamente non valgono per tutti. Il mio non voleva essere un giudizio nei tuoi confronti o nei confronti di qualcuno in particolare. Mi limitavo ad osservare che esistono persone che fanno i discorsi riportati sopra (non ho tempo, non posso permettermelo, ecc) e in realtà mentono, anche fosse solo a se stessi. Questo non vuol dire che in tutti i casi sia così.
    Quando mi si dice di essere una privilegiata, ormai rispondo: chi di voi vivrebbe come me? Come dici tu, è facile giudicare gli altri, ma ci sono cose che non si sanno o non si vogliono sapere. Molte delle persone che mi tacciano di privilegio non farebbero mai cambio con me, perché alcune delle mie rinunce per loro sarebbero insopportabili.
    A me è capitato, comunque, di vivere con persone considerate povere (per la nostra società), di abitare in un quartiere popolare di Udine, che probabilmente è molto diverso da un quartiere popolare di Napoli, ma comunque qualcosa rappresenta. C’erano persone che rinunciavano a risparmiare, magari, ma facevano anche cento metri in macchina o spendevano un sacco di soldi in cose inutili. Ho toccato con mano.
    Nel nostro paese, i cui poveri sono comunque invidiati, a torto o a ragione, dai veri poveri globali, spesso sono spreconi anche quelli in fondo alla scala del reddito. Credo che in molti casi sia una questione di pigrizia, ignoranza, e status – prenderò una miseria ma la macchina ce l’ho anch’io!, nonché di desiderio di evadere con spese e comodità materiali da una vita frustrante, più che effettiva indigenza.

  11. D’accordissimo con te, Gaia: anche io conosco persone che guadagno 600 euro al mese e si comprano l’iPhone, senza il quale “non potrebbero vivere”. Sono la riprova più evidente di quanto la cultura consumistica dei falsi bisogni faccia effetto (e danni) sugli individui sfortunatamente meno dotati di cultura e di senso critico (che a mio avviso nasce proprio dalla formazione culturale). Su questo punto avete perfettamente ragione e sono d’accordo con voi.

    Quello che mi premeva rimarcare sono le generalizzazioni: non si può dare a priori dell’incolto ad una persona, solo perché non è vegetariano, o ecologista, o vegano, o contrario alle auto. Ci sono molte (purtroppo) persone a cui il diritto di scegliere il proprio stile di vita è stato negato, e nelle condizioni in cui si ritrovano la via è una sola, ed è quella più amara. Io cerco di lottare proprio per espandere il diritto delle persone a poter scegliere: a chi non farebbe piacere – avendone la possibilità – condire la propria insalata con un vero olio extravergine, invece di accontentarsi di quei mix da fermentatori batterici che vendono al supermercato?

    Se poi invece uno ha la possibilità della scelta, ma per cultura decide ciò che a mio avviso è il peggio sia per sè che per gli altri, allora sono io il primo a denunciarne gli errori. Ma non cadiamo nella trappola secondo la quale tutti quelli che non hanno una condotta ecosostenibile lo facciano per indifferenza e ignoranza. Gli uomini afferrano quello che è posto alla loro portata, e quando alla loro portata viene lasciato solo il peggio, si accontentano anche di quello pur di tirare avanti. Nella storia, purtroppo, gli esempi sono tanti.
    Scusami lo sfogo, prometto di tacere per i prossimi 20 post.

  12. È molto difficile capire fino a che punto la situazione in cui ci troviamo sia colpa nostra e fino a che punto delle circostanze. Questo non vale solo per i consumi, ma anche per tutto il resto: rapporti interpersonali, soddisfazione o felicità, religione o convinzioni personali, e chi più ne ha più ne metta. Siamo fatti o ci facciamo da soli? Credo anche che una delle differenze principali tra destra e sinistra sia nel peso che si da al ruolo del singolo e al sistema. Io trovo da ridire in entrambi i casi: quando incontro persone che pensano che basti volontà e duro lavoro per migliorare la propria condizione, e quando incontro persone che danno sempre la colpa al “sistema” e mai a se stessi.
    Io stessa sono in difficoltà su questo punto: mi sembra evidente che pesano entrambe le cose, ma non è facile stabilire le proporzioni giuste. Ognuno le valuterà per sé. Io non voglio dare una formula del vivere corretto, anche se a volte do questa impressione: la mia aspirazione qui è confrontare il mio stile di vita con chi legge questo blog e poter discutere delle scelte che facciamo senza né sentirsi giudicati né liquidati sempre con un “facile, per te…”

  13. Anche io ho le stesse difficoltà, però quando sento le lamentele sul «sistema» o sullo «Stato» come fossero enti astratti che si materializzano dal nulla, faccio fatica a trattenere la bile. La democrazia è come un rapporto di coppia: non puoi prendere le cose che ti interessano del partner e tralasciare il resto, perché fai anche tu parte della coppia. Se a loro non piacciono lo «stato», il «sistema», la «politica», allora perché non attivarsi per cambiarli?

    La verità è che è fin troppo comodo dare la colpa agli altri; ben più difficile mettersi in gioco e sporcarsi le mani. Allora preferisco persone come Prisca, di cui magari non condivido alcune posizioni ma di cui apprezzo la voglia di cambiare e di sporcarsi le mani, a chi è più vicino alle mie posizioni, ma resta sul pulpito a scagliare anatemi contro questi o quegli altri, mentre il paese va a rotoli incurante delle sue litanie.

  14. Michele, io ritengo che esista anche una riformulazione personale delle priorità pure sulla dimensione del tempo.
    Da una parte c’è il plagio consumistico rincoglionente dall’altra la responsabilità personale.
    Il fatto che uno DEBBA scegliere è divino. E’ una dei meravigliosi effetti che questa crisi dei consumismi e dello spreco torna ad imporre alle persone, dopo decenni di “Più tutto per tutti!” in cui tutto era dovuta, nessuna scelta necessaria.
    Il discernimento, la scelta sono una delle connotazioni dello spirito.
    Quindi anche scegliere come impiegare il tempo.
    Diciamo che se il sistema è in un intervallo ancora funzionale, il discorso ha senso. Se il sistema è già in uno stato limite, prossimo alla crisi, anche questa logica perde senso, ma tutto perde senso in quel caso.
    Se ho capito bene tu vivi in una zona d’Italia che, a mio avviso, è prossima al collasso (sociale, politico, culturale, civico, ecologico). Io penso che in codeste condizioni tutta la difficoltà aumenti a dismisura, quasi ogni possibile transizione viene annullata sul nascere dalla lotta per la sopravvivenza.

    Non è questione di etichettare come impuro questo o quella.
    Diciamo che questo o quella può essere informata di alternative con esempi di vita concreti (non a parole, proprio con pratiche e abitudini quotidiane) e con un quadro anche teorico, un’inquadratura basata su scienza e conoscenza, oltre alla prassi. Ma è l’esempio che toglie ogni alibi. L’esempio è veramente efficace e allo stesso irritante ogni oltre limite, perché riporta alla realtà, alla fattibilità, alla concretezza.
    Poi ciascuno decide.
    Se decide di continuare in ciò che è nocivo (se riguarda solo lei, il che non è quasi mai) sono caxxi suoi (basta che non venga a lamentarsi poi oppure a smenarla con colpa del partner, del partito, dei francesi, della CEE, del governo, dei suoceri, della Juve, dei verdi, dello stato, dei comunisti, dei capitalisti, etc.).

    I comportamenti di massa sono palesemente assurdi.
    Jorgen Randers parla proprio di mondo basato su scelte assurde. Qualche esempio l’ho citato a casa mia.
    .
    Ad esempio: le persone non hanno tempo ma sono autofeticiste, un terzo del lavoro è usato per l’auto.
    Allora se fai i conti e consideri anche il lavoro per mantenerla, arrivi a velocità medie di 3km o 4 all’ora.
    Insomma, fai veramente prima ad andare al lavoro in bici, anche se passi da 10′ a 35′. Risparmi tempo e non poco!

    E non è che parlo in teoria, per averlo letto da Wikipedia.
    Ho avuto discussioni sfinenti con un paio di mie ex appendici della loro auto. Nulla da fare, esse non volevano cambiare e non lo fecero. E io non son certo eccellentemente radicale come Gaia.
    A questo punto sia la realtà (e non un complotto, un disegno del capitalismo, dei cattivi etc.) a riportare le persone ai limiti. I limiti esistono e non è “colpa” loro se le persone fanno di tutto per schiantarsi contro di essi.

  15. Continuiamo a parlare sulla base delle proprie esperienze personali. Diamo per scontato che poiché noi abbiamo la fortuna di poter scegliere, allora tutti possono farlo.

    Ben conscio dei miei noti limiti espressivi, provo a buttarla giù cruda: decidere di scegliere di usare questo o quel mezzo di locomozione, o di impiegare una quota parte della propria giornata per questa o quell’altra attività, implica a priori la possibilità di scegliere. Un condannato al 41bis, ad esempio, per quanto amante del ciclismo, non potrà mai percorrere in bici il tragitto dal carcere all’aula di giustizia, sia perché privo della bicicletta, sia perché privo della libertà di scegliere il suo tempo e il suo modo di spostarsi da un posto all’altro. Sarebbe cosa intelligente dare dell’ignorante al condannato perché non utilizza la bici? No, semplicemente perchè è impossibilitato a farlo, non ha scelta.

    Ad inizio settimana (torniamo nel mondo reale) ho raccolto in treno lo sfogo di una donna matura, molto avanti negli anni. Ha perso il lavoro, il marito andato via da anni, una figlia adolescente e una madre anziana da sostenere. La signora si lamentava perché, avendo trovato impiego (in nero) presso una società di pulizie di condomini presso la quale prestava servizio al mattino per poco o niente, nel primo pomeriggio non riusciva più a raggiungere – a causa dei disservizi della circumvesuviana – le varie abitazioni nelle quali cercava di racimolare ulteriori pochi euro facendo pulizie o stirando camicie. Il suo cruccio era: se i treni fanno ritardo o non partono, non posso ritornare dalla signora X o dalla Y a fare i servizi, e perdo anche 20 euro.
    Questa donna sicuramente non comprerà al GAS, ma al primo discount all’angolo, semplicemente perché non se lo può permettere. Non andrà in bici – ma accetterà ben volentieri un passaggio in auto da chi glielo offrirà – non soltanto perché non ha la bici, ma anche perché se pur la avesse, di certo non la utilizzerebbe per la stanchezza accumulata a causa delle ‘non ideali’ condizioni di lavoro, e della distanza tra i vari luoghi di lavoro.
    Quale comportamento equosostenibile possiamo pretendere da una donna che lotta per sopravvivere e per fare campare la propria famiglia? Le dovrei dire che sbaglia a farsi dare il passaggio in auto quando i treni non funzionano dal vicino di quartiere, perché dovrebbe andare a piedi o in bici anche dopo una giornata in cui si è distrutta la schiena? Cosa mi sentirei rispondere (giustamente, per altro)?

    I bei discorsi non servono a niente se non possono essere realizzati nella realtà (se si eccettua l’autogratificazione del proprio ego narcisistico: oh, ma quanto sono virtuoso!). Quando il tuo obiettivo è quello di arrivare alla fine della giornata, o della settimana, il ‘plagio consumistico’ o la ‘divinità della scelta’ sono solo una catena di parole scollegate e senza senso, nel caso migliore.

    Giusto per alleggerire il tono del post, è difficile fare passare certi concetti a chi si trova in queste condizioni.

  16. Michele, ho scritto che i ragionamenti sul scegliere hanno il limite di essere possibili in situazioni che non siano già emergenziali, prossime al collasso.

    > Diamo per scontato che poiché noi abbiamo la fortuna di poter scegliere,

    Le situazioni di emergenza, di collasso non è che capitino così, giù dal cielo, per castigo divino, improvvisamente.
    Sono nelle culture che portano al collasso. Del resto, qui e altrove, in pochi e rari casi nella rete, si pone la questione della sostenibilità che serve sia per vivere bene sia per evitare che si arrivi al collasso o a situazioni emergenziali in cui non è più possibile scegliere e che, quasi sempre, comportano esse stesse un ulteriore peggioramento della situazione.
    Il Club di Roma è 41 anni che sta dicendo, con tanto di scienza e conoscenza, che ci stiamo scavando la fossa. Risultati? Zero.

    La Campania (e in particolare l’area casertano-partenopea) sono una sorta di precursori di un collasso che si estenderà anche al resto d’Italia.
    Ora non ho presente l’impronta ecologica della provincia di CA o quella ancora peggiore della provincia di NA, ma assumo che siano messe assai male.
    E’ sufficiente che arrivi una crisi un po’ più grave e inizino ad arrivare via via meno risorse dall’esterno e quella zona salterà in aria.

    La provincia di BO consuma più risorse della biocapacità dell’intera Emilia Romagna, come è messa la provincia di Napoli? Probabile molto peggio.
    L’italia consuma risorse per c.a. 4 volte la propria biocapacità.
    Di chi è la colpa?

    Ora, come si è arrivati a questa condizione in cui l’insostenibilità ecologica è solo il più grave dei molti problemi gravi, e.g. collasso civico, della legalità?
    Poi qui si pone se sia nata prima la gallina o l’uovo. Il degrado ecologico è frutto del degrado politico, culturale, civico o è causa di degrado politico, culturale, civico?

    E’ interessante anche il rapporto tra responsabilità individuale e altre, come quella generazionale, quella collettiva.
    Un individuo che entra in una stanza non è un problema.
    Settecento individui che tentano di entrare in una stanza sono un problema.
    Il problema esiste anche se non è colpo del n° 615 o del n° 33 o del 411. Ma il problema esiste lo stesso.
    Se molti di questi individui sono stati informati che la stanza è piccola e tutti se ne sono infischiati (magari i più dei tranquillisti ti hanno preso anche a male parole) di chi è la responsabilità?
    Purtroppo in queste situazioni le persone responsabili che si limitano e che hanno atteggiamenti attenti, responsabili, paradossalmente oltre ad essere gravemente danneggiati, con la loro sobrietà e autolimitazione lasciano più spazio agli “esuberanti”.

    Insomma, il caso della Circumvesuviana che citi,, una delle 10 peggiori ferrovie d’Italia, è paradigmatico.
    In area patologicamente sovrappopolate la ferrovia dovrebbe essere il bene comune più prezioso e tutto i trasporti rimanenti dovrebbero venire molto lontani come importanza. Allora, perché essa è ridotta come è ridotta?
    Quella signora cosa ha fatto per difendere negli anni la ferrovia che ora le garantisce (a volte) un minimo di mobilità? Si è interessata di sostenibilità? di ecologia? etc. etc. Quando non era all’acqua alla gola sosteneva il contadino locale che poi andava dal veterinario che ora ha chiesto che il condominio riduca le spese di pulizia comportando che non la pagano più?
    Oppure ha venduto il terreno contiguo di papà ad un palazzinaro per quella sommetta?
    Ella quanto è respons-abile? quanto è responsabile? quanto lo fu?

    La maggior parte delle scelte di decrescita sono estremamente semplici solo che sono efficaci se personali e massimamente efficaci se eseguita dalla collettività intera e nel tempo.
    Ma il fatto che siano semplici e personali e richiedono un piccolo impegno continuo nel tempo è ciò che le rende massimamente indigeste ai più. Anche questa è una dimensione culturale, di cultura collettiva.
    Le società, come spiega Diamond, collassano come culture, non come singoli individui. I singoli individui condividono una cultura in un determinato ambiente e ciò può avere effetti ed esiti molto diversi. La cultura è fatta anche dalle respons-abilità dei singoli.

    Aggiungo, ancora che per tornare dall’astrazione al personale, che per molti colleghi è impossibile venire la lavoro a piedi, in bici, con i mezzi pubblici.
    Ovviamente non lo è o non lo sarebbe, ad esempio se avessero fatto o se non avessero fatto alcune scelte.
    Quindi si sono costruiti un’autogiustificazione che mentalmente li impedisce di pensare e muoversi diversamente. Reputano incredibile, impossibile che io venga al lavoro in bici anche in caso di neve, ad esempio, con la pioggia, etc.
    Ovviamente non lo è, perché ho costruito, piano, anno per anno, la mia fortuna di esperienza nel traffico, la mia attrezzatura, il fatto che ovviamente devo scegliere certo abbigliamento invece che altro, ho la mia mantellina, etc..
    Quando i carburanti saranno a 5€/l essi daranno la colpa a molte altre cose e reagiranno malissimo quando io ricorderò loro che si sono costruiti piano piano i loro problemi. Magari pretenderanno che tu e pure io siamo tassati ancora più pesantemente per sostenere i costi degli interventi emergenziali per tentare di farli “campare”/muovere ancora un po’.
    Tu che campi con uno stipendio già esiguo – potrebbe essere il colpo di grazia – cosa ne penseresti? come reagiresti?

  17. Come dice UIC, la realtà del napoletano è probabilmente una delle più drammatiche d’Italia, mentre il Nord Est gode ancora di un relativo benessere. Ci sono situazioni difficili anche qui, ma meno e meno gravi; quindi bisogna pretendere di più da chi più facilmente può scegliere.
    Prima di arrivare agli “ultimi” della scala socioeconomica bisognerebbe partire dai ricchissimi, scendendo per i ricchi e i medi, e a questo punto la redistribuzione dei redditi permetterebbe alla signora di cui parla Michele di poter fare scelte più ecologiche senza rinunciare alla propria sopravvivenza.
    Ci sono persone oggettivamente sfortunate nella vita, e non ci si può fare niente se non cercare di dare una mano, ma anche tante altre che vivono alla giornata e poi danno la colpa agli altri se qualcosa va male o scaricano sugli altri le conseguenze dei propri errori. Io mi arrabbio vedendo i cosiddetti “forconi” (anche se non vogliono essere chiamati così) in piazza, perché è in gran parte gente che si è fatta gli affari propri fino adesso, e protesta solo quando le cose vanno male proprio a loro. Non vale.
    C’è una dimensione statica e una dinamica della questione. Quella che Michele descrive è la situazione in un dato momento, quella di cui parla UIC è il come ci si arriva. Penso che entrambe siano importanti.

  18. La circumvesuviana è finita in dissesto da quando la sua gestione è passata dallo Stato alla Regione Campania a seguito del decentramento del trasporto pubblico locale su base regionale.
    E’ il classico esempio di malagestione: sia da parte della sua dirigenza amministrativa, che ha accumulato una esposizione enorme nei confronti degli istituti di credito, sia da parte degli indirizzi politico-gestionali da parte della Regione Campania.
    Addebitare le responsabilità del dissesto della circumvesuviana alla povera utente di cui ho narrato, è come addossare le responsabilità del fallimento dell’aereoporto di Rimini ad uno dei passeggeri del terminal: non c’entra nulla.
    Continuiamo a restare incentrati sui nostri pensieri e sulla nostra teoria, continuiamo a perdere di vista la realtà. Io ritengo, ma è un mio modesto parere personale, che bisognerebbe porsi più domande, piuttosto che continuare a cercare di reinterpretare la realtà sugli schemi mentali che ci siamo costruiti negli anni.
    Propongo un piccolo esperimento sociale: parlare di gruppi di acquisto solidale, di bioimpronte, di piste ciclabili o di tassi di incremento di CO2 a qualcuno che abbia una qualità della vita molto bassa e seri problemi economici, e riportare le risposte. Nel caso in cui si abbia difficoltà a trovare un interlocutore con queste caratteristiche, ripensare la propria posizione sociale come privilegiata, e la propria visuale d’osservazione del mondo come parziale, o quanto meno polarizzata.

  19. Le persone che hanno più da guadagnare dall’acquisto solidale, dalla sostenibilità ambientale, dagli incentivi a forme più ecologiche di trasporto sono proprie le persone con il reddito più basso. Chi è ricco, almeno finché l’umanità non collassa per intero, può comprare una via d’uscita da quasi qualsiasi problema. Chi è povero no. Quindi a chi è povero conviene sentire i discorsi di questo tipo. Ci ho provato e ho visto che, se ti poni nel modo giusto, la gente capisce. Magari non siamo d’accordo su tutto, magari su certe cose sbaglierò io, ma in generale ci si capisce. In un certo senso l’esperimento che tu proponi l’ho già fatto, e ho visto che in ogni categoria ci sono delle persone che mi rispondono male e altre che sono interessate o già arrivate a conclusioni simili alle mie. Non facciamo l’errore di sottovalutare chi guadagna poco o chi non ha studiato!
    Io penso che in una democrazia TUTTI i cittadini siano responsabili di quello che succede, per quanto poveri e ignoranti. È chiaro che c’è chi fa più danni di altri, chi magari fa le cose giuste e patisce lo stesso, ma nella democrazia la responsabilità è collettiva, non dei soli dirigenti.
    A me la logica assolutoria del “poveracci, sono solo vittime perché sono poveri” non piace per niente. L’Italia stremata dalla guerra, dalla miseria e dal lavaggio del cervello fascista ha fatto la Resistenza. L’Italia dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche, dello strapotere del clero, del dopoguerra ha lottato per ottenere migliori condizioni di lavoro, più diritti per le donne, il divorzio e l’aborto.
    Spesso è proprio chi si trova in condizioni più difficili che ha la spinta più forte per lottare e migliorarle, per sé e per gli altri (o solo per sè).
    Gli operai rischiavano di persona pur di migliorare la propria condizione. Se l’hanno fatto loro, oggi lo può fare chiunque. Mi dispiace: non ci sono scuse. Spiegazioni, ma non scuse.

  20. Io non sto facendo l’apologia della povertà, o sostenendo che solo perché si è poveri non si abbiano responsabilità politiche come tutti. Anche a me è evidente che dai temi della decrescita e della ecosostenibilità i primi a trarne beneficio sarebbero proprio le classi più disagiate; quello che volevo esprimere è che in molti casi è un problema di accesso a questi circoli/metodiche virtuose, e non di ‘scelte divine’. Si arriva all’assurdo dell’individuo che vorrebbe consapevolmente mantenere/adottare stili di vita ecosostenibili, ma non può perchè a causa della sua condizione e del contesto in cui vive, è *obbligato* a fare il contrario (perché gli costa di meno in termini di tempo e denaro), e di contro viene pure tacciato di essere scarsamente sensibile alle tematiche ambientali. Come diciamo qua a Napoli, «cornuto e mazziato».
    Quando porto ad esempio le persone con condizioni economiche più disagiate, lo faccio solo per semplicità di ragionamento, perché essendo queste ultime ancor più prive di possibilità di scelta, sono molto più palesemente obbligate ad agire in conformità al contesto in cui vivono. E se quel contesto è un florilegio di discount, auto e petrolio, e la vita li mette sotto pressione su tutti gli altri aspetti, è facile prevedere come vada a finire.

    Giusto per togliere di mezzo ogni equivoco, io non dico che chi sceglie di adottare gli stili di vita che tu sostieni lo faccia senza rinunce o sacrifici, oppure lo ponga in essere solo perché appartiene a ceti medio-alti e se lo può permettere; però credo che se consideriamo il trend attuale di disomogeneità nella distribuzione del reddito, che vede un futuro caratterizzato con pochi con tantissimo e molti con pochissimo, questi ultimi avranno seri problemi a mettere in atto le pratiche di cui spesso parliamo in questo blog, a meno che non vivano in un paese/città a misura d’uomo, dove con la bici arrivi dovunque in tempi ragionevoli, appena fuori porta hai il contadino che ti vende le primizie a chilometro zero e a costi ragionevoli, hai un lavoro tranquillo nel centro del paese, etc. Queste condizioni (per me paradisiache) sono lontanissime dalla realtà delle megalopoli iperaffollate, dove se non funzionano i mezzi pubblici sei *costretto* ad avere un auto, dove se trovi il contadino (non fuori porta, ma lontano svariati chilometri) i prodotti che ti offre sono a prezzi proibitivi rispetto a quelli della grande distribuzione, etc. etc. E’ evidente che in queste condizioni la ecosostenibilità e le pratiche virtuose di cui parli diventano di scarsa/difficile applicazione. Chiedo solo di prendere atto che ci sono (ancora) realtà dove le persone vanno a lavorare in luoghi (Ilva di Taranto? Discariche rifiuti nella terra dei fuochi?) pur sapendo che si beccheranno un cancro nella migliore delle ipotesi – “…come è successo al babbo o alla buon’anima del nonno” – non perché siano stupide o inconsapevoli, ma semplicemente – o brutalmente – perché non hanno scelta.
    Per cambiare le proprie condizioni di vita e avere più possibilità di scelta ci vuole forza: queste persone semplicemente ora non ne hanno. I grandi cambiamenti cui alludevi nel commento precedente sono avvenuti proprio perché in quell’epoca le persone singolarmente deboli erano invece forti nell’unione di un partito o un sindacato; ma ora che questi strumenti democratici sono scomparsi, sono deboli e non sanno a quale santo aggrapparsi. E’ questo uno dei motivi per cui soffro quando – in maniera davvero miope – tanti diseredati, traditi e deufradati da partiti e sindacati, urlano alla loro demolizione: gettano via l’unica arma che hanno per contare in democrazia, invece di riprendersela e di restituire ad essa peso e dignità.

  21. Quello che dici è vero, e mi viene da pensare che ci sia stato un equivoco: quando io me la prendo con chi non è attento a certe cose, penso innanzitutto a chi ha i mezzi per scegliere, e solo dopo a chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà. Però siccome credo nella sostanziale parità degli esseri umani, tutti hanno il dovere di scegliere per quanto disperata la loro condizione. Se non scelgono, se almeno non ci provano, non possono lamentarsi. Anche perché nel mondo c’è chi è molto, molto più disperato anche dell’operaio o della donna delle pulizie italiani.
    E a questo proposito dirò ora delle cose che potranno apparire senza cuore, ma a cui penso molto ultimamente. Innanzitutto, dalle città si può cercare di fuggire. Non per tutti è possibile: ne so qualcosa io stessa, che non vorrei vivere in città ma al momento non ho modo economico di uscirne. Quindi mi rendo conto che spesso è praticamente impossibile. Però io ho fatto una scelta: non mettere al mondo figli finché la mia situazione non è migliore. Non tutti sono disposti a rinunciare a questo nella vita, però quando poi uno dice: io non posso fare x, y o z perché ho tre figli, io rispondo: è stata una tua scelta metterli al mondo. In un certo senso, poi scarichi questa scelta sugli altri – assieme ai benefici dell’esistenza dei tuoi bambini, certo, ma per come siamo messi ora come società credo che i benefici siano inferiori ai costi. Spero che questo un giorno cambi.
    Cerca di capire: io mi rendo perfettamente conto che per certe persone la vita senza figli non ha senso, e non sto proponendo la rinuncia totale alla riproduzione come ultima strategia rivoluzionaria. Però se ci rendiamo conto che il nostro ambiente è invivibile, che non riusciamo a prenderci cura di una famiglia, che le condizioni di sovraffollamento sono insopportabili, perché non aspettare a riprodursi o a riprodursi ulteriormente finché non otteniamo qualche miglioramento personale o collettivo?
    In Italia questo si fa già, data la bassa natalità, ma forse la situazione è così grave che dobbiamo farlo di più ancora.

  22. Ah: so già che i figli possono essere un rifugio, una consolazione o una speranza in un mondo difficile. È per questo che spesso chi è più povero più ne vorrebbe – la stessa parola proletario, “che ha solo la prole”, mi sembra interessante in questo senso.
    Però per me non ci sono argomenti tabù, e quindi tiro fuori anche questo.

  23. Per capire i lontanissimi estremi che può raggiungere l’essere umano: dalla tua responsabilissima e nobile decisione di rimandare la maternità, perché concepisci il tuo (vostro) futuro come inscindibile da quello della società in cui vivi, agli utenti dei siti di co-parenting, come questo.

    Per chi non conoscesse ancora questo fenomeno, qui una breve introduzione che mi ha lasciato stupefatto.

  24. Quello di fare un figlio a tutti i costi è uno dei tanti egoismi della nostra società. Detto questo, aggiungerei però anche che:
    – la modalità coppia monogama -> prole è una necessità biologica per la procreazione, ma poi un costrutto sociale come un altro. In fondo se sono esistite e in parte ancora esistono la poligamia, la poliandria, i famosi villaggi cinesi in cui le donne si accoppiano e poi crescono i figli da sole… Non dico che questi sistemi siano migliori, solo che mi interrogo su quale funzione svolgano famiglie di questo tipo rispetto alla nostra (già comunque disgregata rispetto all’ideale che si pone)
    – premesso appunto che ci sono alternative al figlio biologico, come l’adozione o l’impegno sociale con i bambini, che non aggiungono individui al pianeta già affollato ma aiutano a prendersi cura di quelli già qui, c’è chi pensa che fare i figli con la persona che si ama non sia la cosa migliore. L’amore richiede passione e la passione è un sentimento instabile; un divorzio litigioso tra persone che si sono amate, come anche la convivenza forzata per i figli, possono forse essere più dolorosi per un bambino che la mancanza di una figura considerata tradizionalmente necessaria.
    Per me ognuno dovrebbe decidere che tipo di famiglia costruirsi – o non costruirsi, solo dopo però averci riflettuto e aver preso in esame le conseguenze per tutti coloro che sono coinvolti. Questo sarebbe l’ideale – e dipende, non scordiamocelo mai, dalla disponibilità di contraccettivi e di un buon sistema sanitario garantito.

  25. I siti di co-parenting mi sembra tanto che spaccino l’idea della «genitorialità assoluta».

    Quando ne ho scoperto l’esistenza, immaginavo che fossero rivolti a coppie gay/lesbo desiderose di avere bambini, ma incapaci di ottenerne in autonomia a causa dell’assenza del gamete mancante nella coppia. Da una rapida scorsa mi sono invece accorto che sono popolati per lo più da comuni eterosessuali che, scegliendosi in base alle condizioni di salute, di posizione professionale e reddito annuo lordo, si adoperano per avere un figlio (secondo il ‘vecchio buon metodo’ o più asettiche pratiche ospedaliere), non senza aver precedentemente formalizzato e vidimato in uno studio legale le condizioni di co-gestione del nascituro.

    A me pare davvero un non-senso: che significato ha percorrere un cammino così tortuoso per avere un figlio, quando poi questo figlio sarà condiviso con un estraneo che nel 90% dei casi non vivrà assieme a noi? E’ come avere un figlio da un partner partendo già dalle condizioni dell’essere separati. Ora, chiunque abbia vissuto o conosciuto l’esperienza della separazione o del divorzio di una coppia, sa bene quale sia il disagio psicologico cui siano sottoposti, incolpevolmente, i figli. E’ giusto allora concepire un figlio, quando già gli si prospetta un’infanzia difficile, con genitori a targhe alterne e contesti evolutivi differenti se non contrastanti?

    Perciò credo che questi siti soddisfino il bisogno di alcune persone di «essere genitori» in senso assoluto, indipendentemente dalle loro condizioni di vita, indipendentemente addirittura dal futuro familiare prossimo del nascituro. E’ come se l’«essere genitori» fosse un prerequisito curriculare da esibire in società (certo, c’è l’ho anch’io una figlia, solo che adesso è con la madre in North Carolina); come se un figlio fosse un oggetto capace di appagare un nostro bisogno esistenziale (ricordi la supercar del magnate texano?), ma il cui costo d’acqusito fosse stato inopinatamente fissato da madre natura ad un prezzo così alto (la messa in comune del DNA con un altro individuo di sesso opposto), da richiedere necessariamente per il suo ottenimento la compartecipazione di un altro individuo. Poi, una volta avutolo, si deciderà come fruirne, come fosse appunto un oggetto in comodato d’uso, o un servizio erogato da madre natura.

    Come tu ben sottolinei, avere figli non è un obbligo. A mio avviso un genitore quanto meno passabile dovrebbe cercare di sforzarsi di ottenere per il nascituro il minimo delle condizioni accettabili per una sua sana e serena evoluzione. Qui invece c’è solo il soddisfacimento di un proprio bisogno psicologico, l’anteposizione del proprio io all’idea di nucleo familiare (quale che ne sia la forma), dimenticando che è l’unione di questi nuclei a concorrere poi alla formazione della società.

  26. Sì, sono d’accordo con te. Ormai l’avere un figlio per molte persone è un feticcio e quasi uno status (la “genitorialità”), anche se ovviamente questo non significa che poi non vogliano bene alla creatura. Quindi si creano questi meccanismi burocratico-commerciali che permettano di soddisfare il proprio egoismo riproduttivo minimizzando i rischi per sé e per il nascituro (si spera).
    Io personalmente non condivido neanche la procreazione assistita nel caso di coppie omossessuali: non ho nulla contro l’affidamento di bambini a queste coppie, però dato che comunque il figlio avrà i geni di solo uno dei due genitori, e per l’altro è un bambino adottato, sarebbe meglio adottare tutti e due un bambino che c’è già. Però sono scelte personali.
    D’altronde, c’è sempre stato nella storia un elemento di possesso nel rapporto con la prole: pensa a cosa significava per una qualsiasi coppia contadina dell’Italia pre-industriale non riuscire ad avere figli. Una sciagura e una vergogna. Pensa anche alla Bibbia dove, non mi ricordo in che punto, i figli vengono paragonati a frecce di un arco. Una logica praticamente militare simile a quella di tante dittature. Oppure pensa ai matrimoni dinastici, come altro caso in cui l’amore di coppia non ha alcun ruolo né nella procreazione né nell’educazione dei figli, e quello familiare solo in alcuni casi. Non è una novità del nostro tempo mettere al mondo qualcuno perché ci “serve”: l’unica differenza è che adesso, nella società del benessere, non siamo alla ricerca di potere o di acquisizioni materiali, ma semplicemente di affetto a comando, che in un certo senso è pure peggio. Faccio un figlio così ho di sicuro qualcuno da amare e da cui essere riamato.
    Tornando al “co-parenting”, io non voglio condannare eccessivamente questa modalità di riproduzione innanzitutto perché io non mi trovo nella situazione di queste persone, e poi perché le motivazioni egoistiche sono dominanti anche nella riproduzione tradizionale. L’egoismo non è necessariamente negativo: senza un minimo di egoismo genetico ci estingueremmo. Però alla fine è difficile trovare una motivazione per fare figli che NON sia egoistica: dal desiderio di dimostrare l’amore per un’altra persona a quello di legarla a sé, dal bisogno di avere qualcuno che si prenda cura di noi in tarda età a quello di percepire il proprio prolungamento nel tempo, addirittura alla volontà di riparare una coppia in crisi con un’ulteriore figliazione (esiste anche questo). Persino il motivo più generoso, avere qualcuno di cui prendersi cura, in fondo è egoistico, perché si sa che in questa cura ci sarà molto piacere personale. Se no, tra l’altro, non lo farebbe nessuno.
    L’unica vera generosità nell’avere figli sarebbe pensare di prolungare la durata dell’umanità e non condannare la specie o la singola società all’estinzione: ma ora questo pericolo è creato dall’eccesso opposto. Quindi, se ogni atto riproduttivo è egoistico, in questo momento storico, si può solo dire che alcuni lo sono più di altri.

  27. Forse ti sembrerà stucchevolmente romantico, però una delle molle dell’avere figli può essere anche il desiderio di ‘perpetuare’ la compagna/il compagno, e ciò credo sia davvero scevro da ogni egoismo (anche se poi ti nasce un figlio/a tale e quale alla suocera che odi, ma questi sono i dispetti della genetica).

    Il tuo commento mi ha fatto ripensare ad un vecchio aforisma di Werner Von Braun, su come spiegasse il successo di tante missioni spaziali con la scarsità di informatica che c’era all’epoca nei vettori spaziali: «The best computer is a man, and it’s the only one that can be mass-produced by… unskilled labor»

    E’ proprio come dici tu.

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